Fidanzamento e sponsali.
L’ho detto: raggiunto il sedicesimo anno, Maria Antonia si era
allontanata dalla scuola per ritirarsi in casa dello zio Ignazio, sotto
la sorveglianza di mia sorella Andriana e di mia madre. Quest’ultima
si recava ogni tanto a Florinas per visitarvi gli altri parenti, ma
non abbandonava la sua prediletta nipotina, che più delle altre aveva
bisogno di cure. Io era bandito, e mia moglie non esisteva che per il
ganzo.
Vedevo assai spesso la mia figliuola (massime nei mesi che la famiglia
di mio cognato si ritirava nel suo ovile della Nurra) e le mandavo
ogni tanto qualche lettera per esercitarmi nello scrivere, o per darle
qualche commissione. Quando, per esempio, avevo bisogno di un paio
di pantaloni, d’una giacca, od altro, le ordinavo di vendere qualche
rasiere del mio grano, che tenevo in deposito presso mio cognato.
Scrivevo allora al negoziante Nicolò Costa di Sassari (mio amico)
il quale mi faceva eseguire gli abiti su misura di un suo giovine di
negozio, che aveva la mia stessa corporatura. D’ordinario preferivo
il panno che si tesseva nel Convento di San Pietro, perchè di lunga
durata. Aspettavo che i frati venissero alla questua nella Nurra, davo
loro la commissione, e il guardiano mi serviva puntualmente. Benchè
bandito, ero ritenuto un uomo onesto dalla piazza di Sassari, e mi si
dava credito.
Il tempo intanto volava, e la mia figliuola, che cresceva a vista
d’occhio, si era fatta belloccia. Non era più l’allegra e spensierata
scolara ch’io mi sedeva sulle ginocchia pochi anni addietro; la bambina
diventava donna, ed io vedeva di giorno in giorno svilupparsi le sue
forme ed aumentare la sua gravità contegnosa. Con l’occhio grande e
nero, le guancie rosee e paffuttelle, la taglia svelta ed aggraziata,
Maria Antonia veniva su come un fiore di primavera. Mi ero già
accorto che qualche farfallone le ronzava intorno, e me ne dispiacque.
Cominciavo a guardarla con una certa compiacenza gelosa; e ogni volta
che mi separavo da lei, dicevo a me stesso con un sospiro:
— Non c’è verso: bisogna ch’io mi rassegni a cederla ad altri; bisogna
proprio darle marito.
Non aveva ancora raggiunto i diciasett’anni quando mi venne chiesta
in moglie da parecchi giovani della Nurra e di Portotorres; ma io
rispondevo a tutti con un rifiuto, dicendo ch’erano altre le mie
intenzioni.
La scelta dello sposo è uno dei problemi più ardui per le nostre
famiglie. Bisogna andar cauti, dappoichè ben sovente, col genero,
attiriamo in casa un nemico — un apportatore di scompigli e di
discordie fra padre e figli, tra sorelle e fratelli. Avevo conosciuto
più di un suocero ch’era stato tradito dal genero, e più di un genero
ch’era stato ucciso dal suocero.
Il marito è sempre uno straniero che entra nella nostra casa; un
intruso, di cui non conosciamo gli umori, nè le stravaganze. Non mi
bastava attenermi al proverbio: _moglie e buoi de’ paesi tuoi_ — volevo
qualche cosa di più!
Debbo tuttavia confessare, che la scelta dello sposo non mi tenne
a lungo sulle spine. Già da tempo avevo in segreto vagheggiato il
mio ideale: volevo dare a Maria Antonia un marito di famiglia — un
giovane savio, che mi risparmiasse il fastidio delle informazioni, e
allontanasse il dubbio di una cattiva riuscita. Pensai subito a mio
nipote: a Giovanni Agostino, il figlio della buon’anima di Felice, il
nostro fratello maggiore. Era un bravo ragazzo che amavo come figlio, e
che in quel tempo si trovava in continente facendo il soldato.
Un bel giorno dissi alla mia vecchia:
— Dirai alla madre di Agostino, che suo figlio deve unirsi alla mia
figliuola. Appena terminato il servizio militare, lo prenderò con me.
Egli lavorerà per conto mio, e troverà tutto pronto: terra, buoi, grano
e danaro. Non avrà così bisogno di poltrire in Florinas, a servizio
d’altri. Se io più non fossi al mondo... se i nemici o i carabinieri mi
uccidessero... ricordati, mamma, che questa è la mia volontà, e voglio
che sia eseguita!
Agostino non aveva padre, ma padrastro; poichè, morto Felice, la vedova
si era rimaritata.
Il padrastro diceva a tutti, perchè me lo riferissero:
— Se Agostino, quando ritornerà da fare il soldato, non mi servirà per
due anni, non avrà da me dote.
Ed io rispondevo:
— Ne faremo anche senza!
Venuto Agostino a Florinas, in permesso, gli mandai subito a dire, che
desideravo conferire con lui. Egli venne alla Nurra, in compagnia di
mio cognato Ignazio Piana.
Pregai quest’ultimo, che s’incamminasse all’ovile, per lasciarmi solo
con mio nipote.
— Agostino — gli dissi — tu ti devi maritare colla mia figliuola. Avrai
una buona moglie, buoni buoi, grano da seminare e da far pane, e soldi
da spendere. Se avrai giudizio potrai diventare un uomo ammodo, poichè
son nemico degli oziosi e dei malandrini!
Mio nipote mi rispose con poche parole:
— Farò quanto lo zio vuole!
Passeggiammo alquanto per la campagna, finchè sull’imbrunire movemmo
insieme all’ovile.
Dinanzi a’ miei parenti, ivi raccolti, presi per mano Agostino e la
mia figliuola, li avvicinai l’uno all’altra, e feci loro scambiare i
baci della promessa. Seguì l’abbraccio e il bacio reciproco degli altri
presenti.
La mia figliuola si dichiarò felice della scelta.
Prima di separarci chiamai a parte Maria Antonia:
— Bada: ora che Agostino se ne va, procura di dargli qualche soldo. È
stato promosso a caporale, e i danari gli fanno bisogno.
Agostino tornò al suo Reggimento per continuare il servizio militare.
I due fidanzati si scrivevano con frequenza, e Maria Antonia smaniava,
ogni qualvolta riceveva una lettera dal continente.
Avevo ordinato alla mia figliuola di mandarmi sempre le _brutte copie_
delle lettere che scriveva al fidanzato; ma ella non mi mandava che
quelle di Agostino, certo per non farmi sapere che gli spediva ogni
tanto danaro. Aveva forse scrupolo di dirmi una bugia. Notai che mio
nipote chiudeva ogni sua lettera con un’_ottava_ sarda, in lode della
grazia e dell’avvenenza di mia figlia.
*
* *
Terminato il servizio militare, Agostino fece ritorno a Florinas, dove
si fermò quattro giorni. Si recò quindi a Portotorres per farsi tingere
un po’ di orbace. Abboccatosi con me nella Nurra, gli dissi:
— Tua madre ha altri figli cui pensare. Non voglio, dunque, ch’ella
spenda per farti una veste di orbace. Ti vestirò io!
Gli diedi il danaro necessario e gli ordinai che si recasse a Sassari
presso l’amico Zara, a cui avevo dato incarico di fargli prendere la
misura degli abiti.
— Appena t’avranno vestito — gli dissi — torna da me, perchè penso
di affidarti la sorveglianza della mia piccola azienda, come a futuro
padrone.
Non appena fu di ritorno, diedi a mio nipote due paia di buoi, e me lo
associai nell’agricoltura.
In compenso del mantenimento di mia figlia, avevo ceduto a mio
cognato Piana due paia di buoi, oltre un’ottantina di pecore, ch’egli
sfruttava a proprio beneficio. Un terzo paio di buoi ed una buona
cavalla favorivo pure a mio fratello Giomaria, allora disoccupato e con
qualche debito. Come vedete, il povero bandito non ha mai lasciato di
soccorrere i parenti, quando era in condizione di farlo!
Dopo il fidanzamento di mia figlia, e due anni prima dello sposalizio,
mi ero dato attorno alla ricerca di un luogo adatto, che presentasse
tutte le comodità possibili, tanto per me, quanto per gli sposi.
Fermai la mia attenzione sulle terre e sulla cascina di _Lèccari_, che
rispondevano alle mie vedute. La cascina era vasta, le terre buone, e
breve la distanza che le divideva da Portotorres, dov’erano i nostri
parenti.
Il tenimento di _Lèccari_ — buonissimo per i miei figliuoli — era per
me un luogo sicuro, specialmente per la vicina palude, tutta coperta
da folti canneti, nella sua estensione di oltre 50 ettari. Nell’estate,
quando le acque evaporano o si ritirano, un uomo può percorrerla quasi
tutta a piedi, senz’essere avvertito da nessuno, per l’altezza delle
canne palustri. I cinghiali vi si rifugiano nella stagione calda — e
di rifugio poteva servire anche a me, uomo-cinghiale, cui si dava la
caccia.
Ottenuta _Lèccari_ in affitto, volli unire a me, come soci, mio
fratello Giomaria, mio cognato Piana e Giovanni Puzzone, ai quali
somministravo terra e semente, concedendo loro di poter occupare la
cascina. Agostino, da me provveduto di buoi, di semente e di danaro, si
era dedicato con ardore all’agricoltura, e lavorava insieme ai parenti,
tanto per proprio conto, quanto per la mia casa.
*
* *
Ero contento di quanto avevo fatto.
Fantasticando sull’avvenire de’ miei figliuoli, una sera io trottava a
larghi passi verso _Lèccari_, quando m’imbattei in un pastore nurrese,
che tornava a cavallo da Portotorres, dopo essere stato parecchi giorni
a Sassari, per sbrigarvi alcuni suoi affari.
Ero più di buon umore del solito, perchè tutto mi era andato a gonfie
vele.
— Hai buone notizie a darmi? — gli chiesi sorridendo.
L’amico pastore si fece serio, si mostrò alquanto impacciato, e alfine
mi disse:
— Per te ho una brutta notizia...
Il sangue mi affluì al cuore, e pensai subito a qualche sinistro
capitato alla mia figliuola, che trovavasi quel giorno a Portotorres
presso lo zio.
— Hai veduto Maria Antonia?! — gridai spaventato.
— È poco più d’un’ora, che l’ho lasciata sana ed allegra.
Respirai liberamente, e riprendendo l’umor gaio gli chiesi con
indifferenza:
— Puoi darmi la brutta nuova.
— La Corte d’Assise di Sassari ti ha condannato in contumacia alla pena
di morte[33].
— Non è che questo? Pazienza! Vuol dire che d’ora innanzi dovrò meglio
curare la mia pelle, perchè aumentata di valore.
— Come quella di Francia? — soggiunse il pastore, ammiccando l’occhio,
con allusione al drudo di mia moglie, già ritornato da Marsiglia.
— Quella non ha prezzo, perchè non serve.
— E non pensi di conciarla?
— Mai. Rimarrà sempre una pelle di montone.
*
* *
Si avvicinava intanto il giorno designato per le nozze.
Agostino aveva 25 anni, e la mia figliuola 19. Essendo quest’ultima
minorenne, non poteva contrarre il matrimonio dinanzi al sindaco, senza
il consenso d’entrambi i genitori — nè io era l’uomo da umiliarmi a
chiederlo ad una madre adultera. Decisi dunque di lasciare a miglior
tempo il matrimonio civile, e di celebrare quello religioso.
Il primo gennaio del 1870, Agostino e Maria Antonia, accompagnati dai
parenti, tutti a cavallo, si recarono per la cerimonia alla basilica di
San Gavino di Portotorres.
Appena compiuto il rito, si andò tutti a casa di Piana e di mia
sorella Andriana, dove fu imbandita la mensa per il pranzo di nozze.
Da Florinas erano pur venuti molti altri parenti, e la baldoria si fece
tutta a mie spese.
Quel giorno io mi trovava alla montagna, colla mente e col cuore
rivolti ai due lontani figliuoli, che avevo unito per sempre.
Nessuno mancava a questa festa solenne, tranne il padre e la madre.
Ma l’adultera e il bandito non potevano quel giorno assistere alla
felicità della propria figliuola!
Dopo essersi fermati quattro giorni a Portotorres, gli sposi fecero
ritorno alla Nurra, ed andarono ad abitare nella cascina di _Lèccari_.
Ivi rimasero insieme a mio fratello Giomaria, che vi aveva la moglie,
i figli ed i servi. Le due famiglie si facevano buona compagnia, ed io
n’era contento.
Col cuore trepidante, dimenticando la mia condanna a morte, io corsi
al nido per baciare i miei colombi; e quindi continuai la mia vita di
fuggiasco e di solitario.