Salvacondotti.
La mia buona condotta, le simpatie che godevo per la persecuzione
ai ladri e per la mia sincerità, avevano fatto sì, che la Giustizia
a me ricorresse, quando desiderava qualche schiarimento a favore, o
contro ai complicati in un processo. Ond’è, che fui chiamato cinque
o sei volte (con salvacondotto) a deporre presso giudici istruttori,
procuratori del re e presidenti delle Assise.
Ho già parlato delle mie deposizioni a proposito degli assassinî di
Dionisio e di Longiave, e degli sgozzatori de’ miei buoi. Accennerò ora
a parecchi altri schiarimenti da me dati, dietro invito dell’autorità
giudiziaria.
Venni chiamato la quinta volta a Sassari come testimonio nella
causa contro Don Peppe Lado di Siligo, accusato dell’uccisione del
bandito, pur silighese, Gianuario Murgia. Il fatto era accaduto da una
diecina d’anni, e lo avevo già riferito al Cav. Ferrè, maggiore dei
carabinieri.
Riassumo le deposizioni, da me riconfermate dinanzi al giudice
istruttore.
Antonio Canu, capitano dei barracelli di Siligo, aveva ammonito il
bandito Gianuario Murgia; e questi, per vendicarsi, lo ferì con una
fucilata.
Salvatore Contene (cognato del capitano) mi mandò a chiamare, dicendo
che Don Peppe aveva bisogno di parlarmi.
Presentatomi la stessa notte ad entrambi, si parlò di Murgia.
L’opinione di Contene era quella di dover uccidere il bandito;
don Peppe invece era d’avviso, che bisognava farlo arrestare per
strappargli qualche nuova confessione. Io, come Pilato, me ne lavai le
mani.
Quindici giorni dopo, Murgia veniva ucciso da Contene e da certi Foi,
padre e figlio, di Bessude.
Chiamato in quel tempo a Sassari con salvacondotto, fui avvicinato da
Contene; il quale mi disse in confidenza, alludendo all’uccisione di
Murgia:
— Quel birbante credeva di sfuggire a noi! Dopo morto lo abbiamo
affidato al brigadiere, il quale volle trarci fuori causa.
— Gran prova avete fatto! — esclamai — Lo uccideste dentro la casa di
Foi, ed eravate in tre. Come ve la siete cavata?
— Appena morto lo abbiamo trasportato in piazza, per lasciare tutto il
merito al brigadiere, che in seguito simulò un assalto.
L’inganno era manifesto. Il bandito Murgia soleva portar seco una
bisaccia, assicurata alle spalle a mo’ di zaino, per riporvi la
lingeria e le provviste da bocca. Con tal bisaccia fu trovato il
cadavere; ma la ferita mortale, rinvenutagli al di sopra della schiena,
diceva chiaro che lo zaino gli era stato rimesso dopo l’uccisione.
Riferendo il fatto al Cav. Ferrè, conchiusi:
— Ella ha i mezzi per accertarsi di quanto asserisco. La prevengo
intanto, che se lei darà un premio, o la medaglia, al brigadiere,
saremo in molti a ridere!
Appurati i fatti, il maggiore Ferrè rimproverò accerbamente il
brigadiere; il quale, o per le minaccie d’una punizione, o per la
vergogna del valore simulato, o perchè realmente fosse affetto da
qualche malore, ne morì dopo quindici giorni.
Arrestato don Peppe, sul quale cadevano più gravi i sospetti, venne
assolto, dietro le prove di aver egli voluto la cattura, non la morte
di Gianuario Murgia.
*
* *
Parlerò ora della causa, che provocò il _rilascio_ del mio sesto
salvacondotto.
Un giorno, nella Murra, venne a trovarmi un tale; il quale m’invitò a
prestargli mano in un colpo, che ci avrebbe procurato molto danaro.
— Sentiamo di che si tratta.
— Ho proposto, in unione ad altri, di uccidere il signor B..., messo
esattoriale del signor Baloco, quando verrà a fare il solito giro per
la esazione delle imposte. Vendicheremo in pari tempo i nurresi, per le
angherie di quel tiranno, che strappa persino gli orecchini alle nostre
donne.
— Dio vi liberi dal toccare il danaro del Governo! Non avrete più
pace nella Nurra, e vi coglieranno. Io non mi sono mai prestato, nè mi
presto a simili azioni.
Non si parlò d’altro; ed io credetti una sfuriata dispettosa la
proposta di quel tristo.
Trascorso un mezz’anno, fu tradotto in atto il malvagio disegno.
Una combriccola di otto o dieci individui prepararono due agguati in
diversi punti della strada, che il messo doveva percorrere. Quando
il messo comparve fra due carabinieri e due uomini di guida, tutti
a cavallo, gli appostati fecero loro fuoco addosso. Venne ucciso il
messo, e ferito una delle guide. I due carabinieri, rimasti illesi, si
erano dati alla fuga.
I malandrini si fecero intorno al cadavere del messo, e gli tolsero la
somma di 17 mila lire, che aveva indosso. Prima di dividere il bottino,
i ladri mandarono a chiamare certo Proto, padrone dell’ovile, in cui il
messo esattoriale prendeva alloggio, quando si recava alla Nurra.
— Vuoi tu la tua parte? — gli chiesero i malandrini.
Accortosi che lo si voleva complice. Proto rispose:
— Non voglio nulla di ciò che vi appartiene. Desidero solamente i
cento scudi, che il messo mi ha chiesto in prestito, in anticipazione
d’imposte.
Non passò gran tempo, che fui chiamato con salvacondotto nel gabinetto
particolare del giudice Pirari:
— Ti chiamo in consulto senza testimoni — disse — per l’oltraggio fatto
al Governo con l’assassinio del suo messo esattoriale. Dammi qualche
schiarimento.
Dopo aver riflettuto, gli risposi con una domanda:
— Mi dica prima: piacciono i porcetti ai signori di Sassari?
— Dammi schiarimenti sugli assassini del messo esattoriale! — continuò
il giudice, fingendo non aver inteso. Ed io di nuovo:
— Piacciono ai signori di Sassari i porcetti?
Il giudice istruttore fece ancora il sordo, e continuò a parlarmi di
oltraggi al Governo e di schiarimenti che da me si volevano.
— Ma lei non vuol rispondere alla mia domanda! — soggiunsi con
impazienza — Piacciono i porcetti ai signori?
Stretto in tal modo, Pirari mi rispose:
— I porcetti piacciono a tutti!
— Si rassegni, allora, a non veder mai condannato un nurrese dalla
Corte d’Assise di Sassari! — esclamai risoluto — Ho tutto detto.
— Tu fai allusioni maligne!
— Sono padrone di dire la mia opinione. Sono venuto con salvacondotto,
e col salvacondotto me ne vado.
Così dicendo piantai il giudice Pirari, senza far nomi, nè dare alcun
indizio sugli assassini.
Dopo qualche mese fu iniziato il processo e fatto il dibattimento; ma
i pochi arrestati vennero assolti. Nessuno nella Nurra aveva ucciso il
messo esattoriale!
*
* *
Passato un po’ di tempo, il mio amico e compaesano Antonio Giuseppe
Zara venne a me per dirmi, che l’esattore Baloco voleva conoscermi. Io
sapevo che l’amico (i cui affari erano andati male) avrebbe volentieri
accettato un impiego nell’Esattoria.
Ebbi più tardi, nella casetta di _Lèccari_, la visita di Baloco, che
venne accompagnato dallo stesso Zara. Vivamente impressionato del caso
del suo messo, egli mi chiese consiglio sul miglior modo di effettuare
l’esazione delle imposte nella Nurra. Mi esternò la sua intenzione, di
nominare a messo certo Punzu, che dicevasi mio nipote. Io risposi:
— Non mi è nipote; ma se tale pur mi fosse, devo dichiarare che non lo
credo adatto alla gelosa carica, poichè è un ladro. L’uomo che dovete
scegliere è il mio amico Antonio Giuseppe Zara, qui presente. Egli è
abile, sobrio, modesto nelle pretese; ed io mi adoprerò presso tutti i
contribuenti della Nurra, perchè venga riconosciuto e rispettato.
L’esattore Baloco seguì il mio consiglio, ed accettò lo Zara, che
mantenne al suo servizio per oltre due anni. Prestavo all’amico la mia
cavalla per fare il giro degli ovili, nè ebbe mai a lamentare sinistri,
nè inconvenienti di sorta. Non feci al nuovo messo che questa sola
raccomandazione:
— Siccome i pastori nurresi sono molto diffidenti, tu indicherai a
ciascuno di essi la quota delle rispettive imposte, invitandoli a
fare il versamento diretto nell’ufficio di Sassari. Si eviteranno
così le dicerie, e il messo non potrà attirarsi gli odî e le ire del
contribuente sospettoso. Dippiù, sapendo che non hai danari addosso, a
nessuno verrà il ticchio di frugarti nelle tasche.
*
* *
Postochè sono tra i salvacondotti, parlerò del mio abboccamento col
maggiore dei carabinieri Cav. Leopoldo Ferrè, funzionario scrupoloso,
quanto leale e cortese[32].
Dopo il nostro primo colloquio in campagna, al momento di separarci,
egli mi porse due sue carte da visita, pregandomi di apporre ad
entrambi la mia firma, od una parola convenzionale.
Tolsi il calamaio e la penna dalla mia piccola bisaccia, e scrissi il
mio nome e cognome, spezzandoli per metà e invertendo le due parti,
così: _Vannigio Luto_.
— Bravo! — mi disse. — Ammiro la tua ingegnosa trovata.
Ripresi i due biglietti, il Maggiore ne chiuse uno nel suo portafoglio
e mi restituì l’altro dicendo:
— Sempre quando avrai bisogno di conferire con me, mandami questo
biglietto per la posta, o per mezzo di persona di tua fiducia, ed io
verrò all’appuntamento. Se invece sarò io che avrò bisogno di parlarti,
farò in modo di farti recapitare l’altro simile biglietto. Puoi contare
sul segreto e sulla mia parola.
— È inutile la sua dichiarazione — risposi — Io so che la violazione
di simili accordi potrebbe tornare di pregiudizio anche a lei; poichè
nessun latitante più si presterebbe a fornire schiarimenti alla
giustizia, in favore degli innocenti e in odio ai malandrini.
Il Maggiore Ferrè riflettè alquanto, poi mi disse con tono serio:
— Intendiamoci, però. Allo infuori dello scambio dei due biglietti, che
paralizzeranno ogni azione iniziata, io non mancherò di mandare i miei
carabinieri per darti la caccia in campagna, o dovunque mi s’indicherà
il tuo rifugio.
Risposi con pari gravità:
— Lei è Maggiore dei carabinieri, e deve fare il suo dovere. Io farò il
mio. Sono da oltre vent’anni bandito, ed ho assai cara la mia libertà.
Non ho mai attaccato per il primo i carabinieri; ma se mi attaccano,
saprò difendermi: lei lo sa bene!
— Siamo intesi.
E ci separammo.
Ebbi in seguito diversi incontri coi carabinieri da lui mandati alla
mia ricerca; ma seppi sempre deludere gli appiattamenti colla freddezza
della testa e coll’agilità delle gambe, senza ricorrere al mio fucile.
Tanto meglio per me.... ed anche per loro.