Bue per bue!
Compare Maurizio, Giovanni Lepuzza, Baingio Matagnu, i fratelli
Tiringone, e molti altri componenti la compagnia dei ladri di buoi,
furono risentiti contro di me, per la preda loro sfuggita. I buoi
rappresentavano un valore di circa 400 scudi; e i ladri, per mia colpa,
si videro costretti a rinunziare ad un lauto dividendo. Fatta congiura,
stabilirono di vendicarsi.
Uno dei fratelli Tiringone (mezzo scemo) amoreggiava con una ragazza
di Florinas; alla quale raccontava, per vanagloria, tutte le prodezze
della compagnia dei ladri, di cui egli faceva parte. La ragazza,
con ingenuità, diceva tutto al padrastro Salvatore Bazzone, il quale
era fratello di un mio cognato, amicissimo mio. Questi mi avvertiva
per mettermi in guardia — e così mi era noto ogni tranello ed ogni
chiacchiera a mio riguardo. Gli amori della donna mi hanno sempre reso
dei grandi servigi.
Un giorno Tiringone lasciò sfuggirsi:
— Giovanni Tolu si accorgerà ben presto dell’errore fatto,
costringendoci a restituire i buoi ai banaresi!
Questa minaccia, ed altre di simil genere, pervenivano ogni tanto al
mio orecchio, e si rinnovarono con frequenza per lo spazio di un anno.
Io rideva, perchè di questa gente non avevo paura. Guai a loro se
avessero osato molestarmi!
Una notte Giovanni Lepuzza, membro della famosa compagnia organizzata
nella Nurra, aveva tentato di far uscire dalla tanca di mio cognato
Piana una ventina di buoi, fra i quali ve n’erano miei, di Giovanni
Puzzone, e di altri che pagavano il pascolo al proprietario delle
terre. Sebbene i cani non avessero abbaiato (perchè conoscevano
Lepuzza, un tempo consocio di Pinna) i buoi quella notte non si
poterono portar via, per la troppa loro grossezza.
Trascorso un mese, Lepuzza ritentò il colpo, e questa volta gli riuscì
di portar via una ventina di buoi, che condusse fino a _Montixiu Àinu_,
dove era riunita la combricola dei ladri compagni.
Le bestie furono messe dentro una tanca chiusa, lontana una mezz’ora
dall’ovile di mio cognato. Temendo che la detonazione dei fucili non li
tradisse, i ladri pensarono di uccidere col ferro, anzichè col piombo,
i buoi designati. Gettato il laccio a quattro bestie, che lor piacque
scegliere, le scannarono.
Tre di questi buoi erano i miei — il quarto di Giovanni Puzzone. È
certo, però, che il bue di quest’ultimo fu creduto pur mio, poichè ne
avevo uno simile nella tanca di mio cognato.
Ignazio Piana e il Puzzone, accortisi verso l’alba della mancanza dei
buoi, si diedero attorno per rintracciarli. Essi rinvennero qua e là,
vaganti, tutti i vivi, ma invano cercarono gli altri quattro.
Arrivato la sera da Portotorres, Giovanni Lepuzza si presentò all’ovile
di mio cognato Piana, il quale lo informò dei quattro buoi mancanti.
— Andiamo a cercarli! — disse con affettata premura; e si mossero.
Lepuzza, con sorpresa di Piana, si diresse verso _Montixiu Àinu_, dove
trovarono i quattro buoi scannati, e già scorticati. I ladri avevano
portato seco i cuoi, che depositarono più tardi nell’ovile di un loro
amico, e parente.
*
* *
Due giorni dopo — ignaro di quanto era accaduto — capitai con un
compagno nell’ovile di mio cognato (ch’era assente) e dissi a mia
sorella Andriana:
— Dacci pane e vino, se ce ne hai. Abbiamo bisogno di mangiare un
boccone, per continuare la nostra strada.
Mia sorella, molto seria, accentuando le parole, mi rispose con doppio
senso:
— Oggi non ti mancherà carne, Giovanni! Ne abbiamo cotta, ed anche
cruda!
— Che vuoi dire? Spiegati!
— Voglio dire, che ti hanno ucciso quattro buoi!
Il sangue mi montò alla testa; ed ascoltai muto, come intontito, la
storia dell’uccisione, che Andriana mi andava esponendo.
Mio primo pensiero fu quello di correr subito in cerca di Lepuzza per
dargli una fucilata. Si trattava del mio peculio assottigliato, del
mio risparmio guadagnato col sudore della fronte. Venne in seguito la
riflessione, e considerai che la morte di Lepuzza non avrebbe potuto
indennizzarmi del bestiame perduto.
Sedetti a tavola, sorrisi sinistramente, e dissi rivolto a mia sorella
con finta gaiezza:
— Andriana; portaci pane e vino, e non pensiamo ad altro. Quei furfanti
l’hanno sbagliata. Dovevano prima uccider me... poi le mie bestie!
Appena terminato il pasto, dissi alla mia figliuola, ch’era venuta a
carezzarmi:
— Maria Antonia; recati subito a Portotorres, e va in cerca del
canonico. Portagli dieci scudi; e digli a mio nome, che celebri una
messa alle _Anime del Purgatorio_, col _cavallo dei morti_ in mezzo
alla chiesa.[28]
Tornato all’ovile dopo due giorni, Maria Antonia venne a riferirmi,
che il prete Giomaria Sanna (a cui si era rivolta) aveva ricusato il
danaro, dicendo che non poteva prestarsi a lanciar _scomuniche_ in nome
di un bandito.
Rimandai la figliuola al curato della basilica, pregandolo che dicesse
una messa di due scudi a Sant’Antonio _del fuoco_. Questa volta venni
esaudito.
Non devo tacere, che il prete Sanna ha mancato al suo dovere. Io so,
per essere stato sagrestano, che un devoto (purchè paghi!) ha diritto a
qualunque funzione in chiesa.
Recatomi l’indomani nell’ovile di un pastore (parente dei ladri) mi si
domandò se era vero che mi avessero ucciso tre buoi.
— È verissimo! — risposi — ma vi assicuro che sarò indennizzato, anche
se ai ladri si screpolasse la pianta dei piedi![29]
Il pastore ammutolì inorridito.
*
* *
Era intanto venuta la bella stagione, in cui diversi avvocati di
Sassari solevano recarsi alla Nurra, per passare un mesetto in
divertimento.
Gli avvocati — esterno una mia opinione — sono gente che hanno
l’abilità di barcamenarsi fra amici e nemici, per trarne all’occasione
qualche cliente.
Come seppi dell’arrivo dei villeggianti, mi presentai ad uno degli
avvocati, ch’era informato del caso accadutomi, perchè contava molti
amici nella Nurra.
— Ma perchè te li hanno uccisi, questi buoi? — mi domandò egli.
— Perchè ho fatto restituire ai banaresi quelli rubati dalla combricola
dei ladri, capitanati da compare Maurizio!
— E sei proprio sicuro di quanto dici?
— Ne domandi agli amici della Nurra, e sentirà la risposta. I ladri
avrebbero dovuto ringraziarmi, perchè non li ho compromessi colla
giustizia. Mi hanno invece pagato col più nero dispetto!
— Non dubitare; parlerò io con compare Maurizio. Lo conosco per un
buon uomo, e mi dispiace che egli abbia male, perchè è un mio compare
di battesimo. Non appena avrò conferito con lui, ti avviserò con un
biglietto, che tu brucierai.
Quando presi commiato, egli mi regalò tre scudi per farmi un paio di
pantaloni.
Dopo qualche tempo ricevetti una sua lettera, nella quale mi diceva di
aver imposto a compare Maurizio di riunire i suoi amici per aggiustare
l’affare dei buoi, il cui prezzo mi verrebbe pagato in rate, o nel modo
più conveniente.
Trovandomi un giorno nell’ovile di mio cognato Piana (in _Campu Cervu_)
capitarono là, provenienti da Portotorres, compare Maurizio, Giovanni
Lepuzza, i tre fratelli Tiringone, ed altri compagni della famosa
comitiva.
Li vidi da lontano e mi nascosi nelle vicinanze, senza che mi vedessero.
Chiesto di me, mio cognato rispose:
— Giovanni non si è veduto in questi giorni; ma se avete qualche cosa a
dirgli, parlate pure, chè io troverò mezzo di riferirglielo.
Allora compare Maurizio e i Tiringone, con un’audacia senza pari,
si scagliarono addirittura contro Giovanni Lepuzza, accusandolo
dell’uccisione dei buoi — forse coll’intento di mettere lui solo
in causa, ed a tiro del mio fucile. Lepuzza tentò difendersi; ma i
compagni alzarono tanto la voce, che quegli fu costretto ad ammutolire.
La combricola si fermò nell’ovile tutta la giornata, sollevando
questioni sul fatto de’ buoi, ma senza nulla conchiudere.
Quando mio cognato mi riferì quanto si era discusso, gli feci notare
che si trattava di uno strattagemma. Essendo Lepuzza un intruso nella
società dei ladri, poco ad essi importava se lo avessero ucciso, o
chiamato in causa.
Volendo metterli alla prova, dissi a mio cognato:
— Fammi il piacere di recarti a Portotorres. Dirai a compare Maurizio
ed ai suoi compagni, che sabato li aspetto qui. Quando verranno, tu
li tratterrai nell’ovile per un’oretta; in seguito li condurrai alla
_Tribuna_.
Disposi nel frattempo, che nel giorno indicato si recassero alla
_Tribuna_ alcuni miei parenti ed amici, tutti armati.
In quei giorni mio fratello Giomaria si trovava all’ovile, perchè
consocio di mio cognato nell’agricoltura.
Il sabato, fedeli all’appuntamento, i capi-ladri si presentarono
all’ovile; e di là, dopo un’ora, furono condotti da Piana alla
_Tribuna_, dove già si trovavano i miei, cioè: Giomaria, l’altro mio
cognato Martino Fiori, ed i fratelli Giovanni e Ignazio Puzzone.
Compare Maurizio era venuto coi tre fratelli Tiringone, cioè Ciccio,
Antonio Giovanni e Billia. Mancava Lepuzza, perchè si era rifiutato a
tener loro compagnia.
Io intanto mi ero fermato nell’ovile di Antonio Maria Sassu, volendo
presentarmi alla comitiva quando tutti erano a posto. Pregai l’amico
pastore che lasciasse venir meco il suo figliuolo quindicenne, al quale
fu dato un fucile, che io caricai a palla.
Mossi finalmente verso la _Tribuna_, raccomandando al giovinotto di
starmi sempre vicino, perchè all’occasione potessi servirmi dell’arma
sua. Fu sempre mio sistema di premunirmi contro qualunque possibile
evento.
Come giunsi al sito designato, vidi i componenti la comitiva sdraiati
qua e là sull’erba.
Mi avvicinai sorridente; e alludendo ad una caccia finita dissi loro:
— Non avete abbrustolito i cinghiali?
— Non ancora! — rispose mio fratello. Gli altri tacquero.
Diedi un’occhiata in giro:
— Ma qui non vedo Giovanni Lepuzza!
— Non è voluto venire.
— Bisognava condurlo!
— Dovevamo forse trascinarlo per i piedi?
— Sicuro: anche a viva forza, dandogli parola che nessuno lo avrebbe
qui offeso. Temevate forse che io lo uccidessi? Colui che voglio
uccidere non ha bisogno di disturbarsi per venirmi a trovare: — so
andare io da lui; e se lo cerco lo trovo!
Nessuno rispose. Compare Maurizio disse:
— Noi siamo qui, pronti a fare quello che vuoi!
Mi rivolsi a lui:
— Ma io non sono un bambino da menar per il naso. Tu sei il capo
dei ladri! e come capo devi radunare i tuoi amici perchè mi venga
rimborsato il prezzo dei tre buoi che mi avete ucciso. Chiacchiere non
ne voglio da nessuno. Ne ho già udito abbastanza!
E così dicendo, voltai loro le spalle, e me ne andai.
— Ma quest’uomo è sulle furie e non vuole ragionare! — aveva
esclamato compare Maurizio, rivolto a Giomaria. — Che venga qui, e ce
l’intenderemo con calma!
Mio fratello montò a cavallo e mi raggiunse, per riferirmi le parole
del capo ladro.
— Rispondi loro, che io voglio soldi e non ciancie!
E continuai la mia strada.