I ladri di buoi.

La mia figliuola aveva continuato per lungo tempo a frequentare la

scuola di Portotorres, cattivandosi la benevolenza della maestra

e delle sue compagne. L’allontanamento dal paese della strega, che

batteva le scolare, aveva in lei ridestato l’amore allo studio ed ai

lavori di cucito.

Appena raggiunta l’età di 16 anni, Maria Antonia dichiarò di non voler

più sapere di lezioni. Si sapeva grandicella, e voleva ritirarsi in

casa.

Non aveva torto. Per la povera gente l’istruzione deve avere un limite.

Lo studio è buono per i soli signori, e noi abbiamo bisogno del lavoro

per tirare innanzi la vita.

Uscita per sempre dalla scuola, Maria Antonia andò a convivere con mia

sorella Andriana, maritata a Ignazio Piana.

La mia figliuola era una ragazza assennata, piena di spirito, e si era

data volontariamente al lavoro, per accudire alle faccende domestiche.

Le due mie sorelle le tenevano buona compagnia e l’educavano bene,

poichè nostro padre ci aveva tutti allevati rigidamente, all’antica,

senza grilli per la testa, e senza quelle sciocche tenerezze, assai

spesso nocive alle tenere piante.

La famiglia d’Ignazio Piana si componeva di marito e moglie, di tre

figli e di una nipote, che si era voluto addossare. Ignazio aveva casa

propria a Portotorres, che abitava durante il tempo della manipolazione

dei formaggi; negli altri mesi si ritirava colla famiglia negli ovili

della Nurra di Portotorres — cioè a _Monte erva_ (lontano un due ore

dal paese), o alle tanche di _S. Lucia_ e di _Campo cervo_, distante

un’oretta.

Come la mia figliuola entrò in casa d’Ignazio ad accrescere il numero

dei componenti la famiglia, si era data a cucire, a far pane, ed anche

a lavare; poichè da noi si fa di tutto, ed il saper leggere e scrivere

non doveva darle diritto a starsene colle mani in mano.

Andavo ogni tanto a trovar Maria Antonia, oppure le scrivevo, se avevo

bisogno di dirle qualche cosa.

Oltre all’ingrato mestiere di bandito, da una diecina d’anni mi ero

assunta l’incarico di far da mamma alla mia creatura; epperciò lavoravo

con più ardore, dovendo pensare al suo avvenire. Seminavo grano

proprio, possedevo una mezza dozzina di buoi, ed anche qualche gregge;

il tutto affidato alla custodia ed alle cure de’ miei cognati; poichè

la mia vita di girovago, di fuggiasco, e di perseguitato, non poteva

permettermi di aver campi, pecore e mandrie di mia proprietà. Col

lavoro assiduo e coi risparmi avevo accumulato il poco che possedevo;

ed ero orgoglioso di vantarmene, colla coscienza di non potermi

rimproverare il minimo furto. Dovevo tutto a me stesso, e niente agli

altri!

Sentendomi più tranquillo dopo il ritiro di mia figlia dalla scuola,

continuai a gironzare di qua e di là, considerando ch’era imprudenza

fermarmi a lungo in un punto fisso.

In quel tempo si era a me unito Giovanni Maria Ibba — che fu l’ultimo

bandito ch’ebbi a compagno di ventura. Come ho fatto per gli altri,

dirò poche parole sulla vita di costui.

*

* *

Giomaria Ibba era un mugnaio; il quale un bel giorno, per presunti

danni cagionati al suo orto, aveva preso a bisticciarsi con Luigi

Marceddu — l’uccisore a tradimento di Pietro Cambilargiu.

Persistendo Marceddu a darsi ragione colle minacele, il mugnaio gli

disse:

— Senti: è meglio finirla qui, perchè saresti capace di darmi una

fucilata alle spalle, come hai fatto col bandito osilese.

E impegnata una lotta corpo a corpo con lui, Ibba riuscì ad atterrarlo,

e a spaccargli il cranio con una grossa pietra. Sotterrato quindi il

cadavere nell’orto, vi piantò i pomidoro, che inaffiò accuratamente.

Scoperto il cadavere, Giomaria Ibba si salvò colla fuga, e fece il

bandito. Accortosi poco dopo che un altro mugnaio cercava di fargli la

spia, riparò nella Nurra, e venne a trovarmi, pregandomi di prestargli

mano per uccidere il collega delatore.

— Io non ho più nemici, nè voglio più averne! — risposi — Ti avverto

solo di non avvicinarti a Sassari, perchè colà la giustizia ha

cent’occhi!

— Che importa? So bene che finiranno per uccidermi; ma è meglio che io

mi vendichi!

Così egli mi rispose, e continuò a rimanere con me nella Nurra, finchè

si decise a far ritorno a Sassari. Quivi riuscì ad uccidere, prima il

mugnaio spia, e poco dopo il maresciallo Piras sullo stradone di Sorso.

Affidatosi in Sassari ad un amico suo, comprato dalla Polizia, questo

denunziò il rifugio del bandito. Assalito dai carabinieri, Giomaria

Ibba cadde colpito dalle loro palle[26].

Ed ora riprendo il filo della mia storia.

*

* *

In compagnia del bandito Ibba, passai un giorno dinanzi all’ovile

d’Ignazio Piana, il marito di mia sorella Andriana.

Come mio cognato mi vide; esclamò:

— Guarda combinazione! Poc’ora fa erano qui a cercarti due amici di

Banari.

— Chi erano dessi?

— I fratelli Antonio Maria e Salvatore Pes.

— Che volevano?

— Volevano incaricarti della ricerca di tre paia di buoi, che furono

loro rubati. I buoi, però, sono qui nella Nurra!

— E chi può saperlo?

— Lo so io, che li ho veduti, e lo sa Giovanni Lepuzza, che si trovava

con me[27].

— E come li avete veduti?

— I ladri hanno aperto una breccia nel muro di _Lècheri_, hanno passato

i buoi in _Badde arcu_, portandoli alla tanca di _Pedra carpida_, dopo

aver loro legato le zampe anteriori (_trobidos_).

— Chi accompagnava i buoi?

— Il ploaghese Tiringone, domiciliato a Portotorres, e altri due che

non abbiamo potuto ravvisare per l’ora tarda.

— E i due fratelli Pes donde venivano?

— Da Portotorres, dove si erano recati per raccomandarsi a Giovanni

Lepuzza.

— E perchè si rivolsero a costui?

— Perchè a un suo fratello, carabiniere, era un giorno scappato il

cavallo, che fu rintracciato dai Pes. Grato del servizio resogli, il

carabiniere li esortò a comandarlo, ove avessero avuto bisogno di lui.

— Che rispose Lepuzza ai fratelli Pes?

— Lasciò scapparsi sbadatamente: — Perdio! gli stessi buoi! — Recatosi

quindi da Tiringone aveva detto:

«— Ho in casa due amici banaresi in cerca dei buoi, che l’altra sera

avete portato alla tanca di _Pedra carpida_.

«— E che? hai forse tu detto dov’erano?

«— No... non ho detto niente!

«— Ebbene, ascolta: tu avrai la parte dei buoi da noi presi, se ci

metteremo d’accordo per dire ai banaresi che i buoi non ci sono.

Condurremo i due amici altrove, per far loro perdere le traccie.

«L’indomani, infatti, Lepuzza e Tiringone condussero i fratelli Pes

a cercare i buoi... dove non c’erano. Fattasi tarda l’ora, dissero ai

banaresi: — Potete tornarvene al paese. Faremo noi la ricerca dei buoi.

«I Pes presero commiato, dicendo: — Noi siamo amici di Giovanni Tolu.

Fategli i nostri saluti!

«Prima di partirsene (conchiuse mio cognato Piana) i fratelli Pes

vennero in cerca di me per narrarmi il caso; ed io sorrisi dicendo

loro: — Andate pure, chè quando troveremo i buoi sarete avvisati.»

Come mio cognato terminò il racconto, si andò tutti a cena, compreso

Ibba, e si continuò a parlare dell’incidente.

— Dunque i buoi furono veduti da te e da Giovanni Lepuzza?

— Altro che! — rispose.

— E perchè Lepuzza non condusse addirittura i fratelli Pes alla tanca

dov’erano i buoi?

— Glie lo dissi, ma mi rispose: — sai bene ch’io sono molto povero,

e mi fa comodo la porzione che mi verrà data, quando si riuscirà a

vendere i buoi.» — Lo rimproverai della sua poca lealtà, ma si limitò a

confessarmi, che la promessa di un compenso lo aveva acciecato.

Appena finito di cenare, mi recai con Ibba a _Campanedda_, e chiesto al

servo ove fosse Francesco Silvanu, rispose ch’era a letto.

— Digli che si alzi subito, perchè Giovanni Tolu ha bisogno di

parlargli.

Quegli si vestì e venne ad aprirci. Io gli dissi a bruciapelo:

— Senti, Francesco: i buoi che tu hai nella tanca appartengono a

Banari; si hanno le traccia, e non si cesserà dal cercarli, finchè si

troveranno. Sono proprietà di gente ricca, che ha molti amici!

— Non so nulla di quanto mi dici! — mi rispose Silvanu.

— Non mentire: tu lo sai! Bada che _compare_ Maurizio, il capo dei

ladri di bestiame, ha già deciso di restituire i buoi al padrone, per

evitare lo scoprimento dei rei!

Silvanu rimase come di sasso, non immaginando certo che le parole di

compare Maurizio fossero un’invenzione mia. Pensò alquanto e rispose:

— Dimmi che cosa devo fare!

— Farai come ti dico. Per evitare pericolose testimonianze, condurrai

di notte tempo i buoi nella tanca di mio cognato Piana, legati come si

trovano. Non si saprà così, da nessuno, chi ve li abbia messi.

L’indomani notte, infatti, fu trasportato il bestiame, come avevo

suggerito.

Quando all’alba mio cognato vide i buoi nella sua tanca, ne diè subito

avviso ai banaresi, perchè se li ritirassero.

I fratelli Pes, in precedenza, avevano fatto la denunzia del bestiame

mancante al pretore ed ai sindaci dei paesi vicini.

Divulgatasi la notizia del fatto, il pretore di Portotorres mandò a

chiamare Ignazio Piana per chiedere schiarimenti.

— Chi ha messo i buoi nella tua tanca?

— Lo ignoro. Giorni prima avevo informato mio cognato Giovanni Tolu

della mancanza dei buoi, ma non so se li abbia portati lui od altri

alla tanca. Io feci il mio dovere avvisando i padroni.

Il pretore volle interrogare anche mia sorella Andriana e la mia

figliuola, che in quel tempo si trovava all’ovile. Quest’ultima

rispose, con molto spirito, che le donne s’intendono di tela e di lino,

non di buoi nè di pecore.

Io fui ben lieto di aver adempiuto al mio dovere, facendo restituire la

roba d’altri, senza denunziare i ladri.

Giovanni Tolu, vol. 2/2 · 第 30 / 63 题