La scolara insegna il maestro.
Uno dei progetti da me fatti, dopo il primo incontro colla bambina, era
stato quello di separarla dalla madre, presso la quale la credevo in
pericolo per l’avvenire.
Ponderate le cose, consigliatomi colla vecchia, e tutto combinato, fu
stabilito di aspettare unii buona occasione per allontanare la bimba da
Florinas.
A Portotorres io aveva due sorelle, Maria Andriana e Giustina, maritate
a due pastori, colà domiciliati. Era dunque in quel paese che pensavo
di collocare la mia figliuola, facendovi a lungo fermare la nonna per
meglio assisterla e sorvegliarla, e dubitando che le mie sorelle non
avessero tutto il tempo necessario per incaricarsi di lei.
Ne’ miei propositi non frapponevo indugio; ond’è che mi ero dato
attorno per effettuare il mio disegno.
Si trovava in quei giorni a Florinas la moglie del mio amico Antonio
Giuseppe Zara, un carrozziere florinese, da qualche anno stabilito
a Sassari. Costei aveva ricevuto una lettera dal marito, che la
richiamava a Sassari; e si pensò di approfittare del legno spedito, per
far viaggiare la vecchia e la bambina.
Il giorno susseguente alla festa di San Paolo, la bambina prese
commiato dalla mamma, e venne con la nonna a Sassari, dove rimasero una
sera. L’indomani, colla carrozza dello stesso Zara, si trasferirono a
Portotorres.
La vicinanza di questo paese alla Nurra (mio abituale soggiorno) e la
convenienza di poter far dare dalle mie sorelle una buona educazione
alla mia bambina, mi avevano determinato a questo passo.
La mamma, ogni sera, conduceva la mia figliuola e gli altri nipotini
alla basilica di San Gavino, per far loro insegnare la dottrina
cristiana — sempre cantarellando, com’era il sistema d’allora.
Quando avevo piacere di abbracciare o di conferire colla mia bambina,
mandavo un messaggio segreto alla nonna; e mio cognato si affrettava a
portarmela all’ovile, o ad altro luogo da me designato.
Sedevo Marietta sulle mie ginocchia, giuocavo con essa come un bambino,
e cercavo di darle consigli e ammaestramenti. Poi toglievo da tasca
l’_Ufficio_ od altro libro, e cercavo d’insegnarle le lettere iniziali.
Era davvero curioso, vedere il bandito terribile, armato fino ai denti,
in uggia alla giustizia, passeggiare fra i macchioni con una bambina
di sette anni in braccio! Col cuore pieno di gioia, io baciavo la mia
creatura, guardandomi attorno con diffidenza, per sfuggire al pericolo
di una brutta sorpresa di carabinieri.
[Illustrazione: Il bandito e la sua bambina]
Pareva che al mio fido cane fosse noto il valore del tesoro che
custodiva. Esso faceva le feste alla bambina, e sembrava più attento
nel far la guardia. Spesse volte l’innocente creatura andava a
carezzare il cane e gli sedeva vicino, appoggiandogli la testa sul
dorso. E dire che non c’era uomo che avesse osato accostarsi a quella
bestia feroce!
Venuta l’ora di separarci, io baciava a più riprese Maria Antonia, e le
raccomandavo di far da brava e di essere ubbidiente alla nonna ed alle
zie. Dio sa che cosa pensava quell’innocente del mio ritiro selvaggio!
Non immaginava certamente la ragione per cui non visitavo la casa della
zia, rinunziando alle sue carezze.
— Dove vai adesso, babbo? — mi domandava talvolta, quando le dicevo
ch’era l’ora di separarci.
— Vado... a caccia!
— A uccidere gli uccelli?
— Sì: gli uccelli cattivi: i buoni li lascio in pace!
Oh, se i miei giudici fossero stati presenti a queste scene, forse mi
avrebbero perdonato!
*
* *
Appresa la dottrina in chiesa, diedi ordine che la bambina fosse
mandata alla scuola di Portotorres. Io volevo che la mia figliuola
imparasse a leggere ed a scrivere; volevo che per il momento non
servisse nessuno.
Per molti anni la mia figliuola frequentò la scuola di Portotorres,
sempre sorvegliata dalla nonna, da mie sorelle e dai miei cognati.
Mia madre conviveva con una delle figlie, non avendo aderito al mio
desiderio, che era quello di ritirarsi in casa a parte, per meglio
dedicarsi alle cure della nipotina disgraziata.
Mia figlia contava tredici anni, quando l’insegnante ordinò, che
ciascuna scolara cucisse una camicia da uomo, senza portare il lavoro a
casa.
Quando ciò seppi, diedi ordine alla nonna che comprasse per la mia
figliuola una tela finissima, perchè potesse meglio lavorare, e perchè
non si torturasse le dita.
Il risultato fu ottimo e lusinghiero. La camicia eseguita dalla mia
bambina fu giudicata fra le migliori della scuola.
Per meglio assicurarmi che la mia figliuola studiava, pretesi che essa
mantenesse con me una corrispondenza epistolare.
Le lettere di mia figlia (che talora mi facevo leggere da altri, poichè
stentavo a decifrare il manoscritto) fecero in me nascere il vivo
desiderio d’imparare a scrivere. Mi procurai un quaderno; e, colla
pazienza di un carcerato, appena ricevevo una lettera di Maria Antonia,
ne imitavo le lettere maiuscole e le minuscole; fino a che, dopo due
anni, io ero riuscito a rispondere alla mia prima scolara, la quale era
diventata la mia maestra. Leggevo gazzette e libri e mi mantenevo in
continuo esercizio. Io debbo a quella creatura il poco che so. Nelle
mie saccoccie, insieme alle palle, alla polvere ed al coltello, non
mancavano mai i quaderni ed il calamaio. Facevo allo stesso tempo il
bandito e lo scolaro!
*
* *
In quel frattempo la maestra di Portotorres, volendo correggere una
scolara che aveva commesso non so che impertinenza, la percosse e la
buttò in terra; tantochè la poverina ne fu malconcia, ammalossi, e ne
morì agli otto giorni.
La maestra era in intimi rapporti col pretore di Portotorres; e
raccomandò alle scolare, con minaccie, che nulla dicessero delle
percosse date alla scolara morta.
Interrogata la mia bambina dal giudice istruttore, essa si chiuse
nel silenzio: non disse bene, nè male. Spaventata però dai continui
interrogatori e dalle minaccie della maestra, essa divenne ribelle, e
non volle andare più a scuola.
Ciò saputo, feci venire a me la figliuola e le dissi:
— Tu ritornerai alla scuola quando ci sarà una nuova maestra: colla
vecchia mi aggiusterò io!
Capitavano spesso nella Nurra, per partite di caccia, amici e
consiglieri comunali di Portotorres; ed io mi dolsi con essi del poco
conto che tacevano di una maestra che uccideva le scolare.
— O mandatela via — conchiusi — o penserò io a licenziarla!
Seppi, dopo pochi giorni, che il comune aveva diminuito sensibilmente
lo stipendio alla maestra, con lo scopo di costringerla ad andarsene.
Intanto io, per affrettare le pratiche, scrissi una lettera
all’insegnante, invitandola a recarsi da me. Le dicevo, fra le altre
cose, che, anche bandito, potevo offrire ad una signora un pollastro od
un capretto.
La maestra mi rispose con lettera che non poteva soddisfare al mio
desiderio, dovendo trasferirsi ad Ozieri, sua nuova residenza. Mi
pregava inoltre di lasciar andare con lei la mia figliuola, la quale
era studiosissima e poteva far progressi. Intanto mi dava l’indirizzo
della casa di Ozieri, presso la quale sarebbe stata a pensione.
Non mi curai più di lei. Il comune aveva nominato una maestra del
paese, il cui marito era insegnante della scuola maschile. Questa
donna, trovandosi incinta, aveva incaricato la mia figliuola di
prendere la lezione alle compagne. Lusingata da simile fiducia, Maria
Antonia si determinò a frequentare la scuola per altri due anni.
*
* *
Mia madre si recava di tanto in tanto a Florinas per visitarvi i
parenti, ma ritornava subito a Portotorres per sorvegliare Maria
Antonia. Ero io che pensava a mantenere la vecchia; e ci tenevo!
Fin dal primo anno che avevo ritirato la bambina da Florinas, Maria
Francesca si era recata a piedi fino a Portotorres, per rivedere la sua
creatura. La prima volta trovò in casa mia sorella Andriana, la quale
si rifiutò a mostrarle la bambina, dicendole ch’era a scuola.
La seconda volta vi trovò invece mio cognato, il quale, più pietoso,
non solo la ricevette, ma l’ospitò in casa una notte, con cruccio della
moglie, e con cruccio mio quando me lo riferirono.
Al terzo anno la madre disgraziata si ammalò gravemente di angina,
e fece scrivere una lettera alla figliuola, dicendole che voleva
abbracciarla prima di morire.
In famiglia non sapevano dove io mi trovassi per chiedermi consiglio.
Mio cognato allora, dietro il caso urgente, condusse addirittura la mia
figliuola a Florinas per abbracciare la mamma.
Montai sulle furie quando ciò seppi, e sgridai fortemente mia sorella,
dicendole che non volevo, senza mio ordine, che la figliuola uscisse da
Portotorres. Scrissi subito la seguente lettera a Maria Antonia[19]:
_Cara figlia_,
«Ti voglio subito in casa a Portotorres. Tu hai fatto uno _sbaglio_
recandoti a Florinas senza il mio consenso. Sei partita senza un
mio consiglio e senza i soldi che ti avrei dato. Non lo farai più
un’altra volta, spero.