La bambina nell’aia.
Erano trascorsi sette anni dal giorno in cui, volontario proscritto,
battevo la campagna di Florinas e della Nurra, dando la caccia a’ miei
nemici, e sfuggendo la loro caccia. Ero assalito assai spesso da una
noia tormentosa, da una stanchezza spossante, ch’io sentivo più nello
spirito che nel corpo. Vi erano momenti di sconforto e di fastidio, in
cui più tenace sentivo il bisogno dell’isolamento e della solitudine,
quantunque l’uno e l’altra maggiormente mi accasciassero, poichè più
assiduo mi assaliva il pensiero delle mie disgrazie.
In quei momenti angosciosi, chiudendo gli occhi, io vedeva sfilare ad
uno ad uno i ricordi più cari e dolorosi. Ricordavo il mio passato,
la mia laboriosa gioventù, il mio primo incontro con Maria Francesca,
le serene occupazioni della casa materna, e i consigli del vecchio mio
babbo, così onesto, così rigido, così scrupoloso ne’ suoi doveri. Oh,
se quel buon vecchio avesse potuto levar la testa dal suo sepolcro e mi
avesse veduto! Le mie mani si erano lordate di sangue umano, eppure non
avevo mai sentito rimorso; mai ne’ miei sonni, posso asserirlo, nessuna
delle vittime da me immolate era venuta a rinfacciarmi la mia ferocia:
indizio che esse meritavano la punizione loro inflitta, per il male
che mi avevano fatto. Sentivo invece, in quei momenti, ridestarsi più
intenso l’odio verso i distruttori della mia felicità; e l’ombra nera
di quel prete fatale grandeggiava sinistramente nelle mie visioni — non
per esercitare la sua missione di pace e di perdono — ma per strappare
dal mio labbro nuove maledizioni al suo indirizzo. Era forse questa la
sua penitenza nell’altro mondo: la divina giustizia lo aveva condannato
a mantenermi vivo nell’anima il sentimento dell’odio antico, perchè
le memorie delle sue scelleratezze non si cancellassero in terra!
Egli aveva fatto molto male agli altri co’ suoi intrighi, co’ suoi
ricorsi, colle sue malìe, e più volte me n’ero accorto. Io ben sapeva,
che il prete, nel dir la messa, vede i defunti e i condannati a morte
violenta; e sull’altare medita i diabolici malefizî a danno altrui.
*
* *
Con questi brutti pensieri per il capo, io girovagava per i dintorni di
Florinas, in una calda mattina di luglio.
La campagna era arsa, le foglie secche e polverose, il sole scottante.
Eppure io mi compiacevo di quell’arsura canicolare e di quello
squallore, a me più cari del tiepido alito della primavera e del lieto
verde dei pioppi e dei mandorli fioriti. Io — l’uomo dell’aratro
e della messe — amavo il caldo soffocante, le spighe color d’oro,
i covoni sparsi per le aie, le cavalle trottanti nel lavoro della
trebbiatura; amavo quel silenzio eloquente rotto dal canto stridulo
e monotono dei grilli e delle cicale; mi facevano fremere le canzoni
amorose, il chiacchierìo festevole dei mietitori e delle spigolatrici,
che in gruppi di venti e di trenta ingombravano le aie. Ripensavo alla
mia antica professione, alla mia innocente giovinezza, non turbata da
paure e da sogni di vendetta.
Possedevo allora un buon cavallo di corsa, che di tanto in tanto
mandavo a correre per i paesi dell’isola, quando sapevo che vi era una
festa.
Quella mattina mi diriggevo ad un’aia, per cercarvi il padrone del
fantino che doveva cimentarsi alla corsa. Vi trovai il fantino, ma il
padrone era assente.
Insieme alle donne che lavoravano nell’aia, vidi certa Maria Vittoria
Mancone, cugina di mia moglie.
Avvicinatomi al muro per chiamare il fantino, Maria mi si fece incontro
e mi disse:
— Se tu fossi venuto ieri, avresti veduto la tua figliuola!
Corrugai la fronte e mi feci serio, fingendo un’indifferenza glaciale;
ma le parole di quella ragazza mi destarono nell’anima una strana
agitazione, che non sapevo spiegarmi.
Senza rispondere alla donna, dissi al fantino, in modo che mia cugina
sentisse:
— Domanda al tuo padrone se ti lascia venire due o tre volte da me, per
_stirare_[16] il cavallo. Verrò qui domani per avere la risposta.
Maria Vittoria tornò allora a dirmi:
— Se mi assicuri che verrai domani, io porterò qui tua figlia.
Coll’indifferenza sul volto, ma coll’ansia nell’anima, risposi
freddamente a mia cugina:
— Portala pure.
E mi allontanai.
Lo confesso: quel giorno mi parve un secolo. Io moriva dalla voglia di
vedere quella bambina, che neppur conoscevo. Povera creatura! era la
figlia d’un bandito, lei! un’orfana prima di nascere, poichè entrata
nel mondo due mesi dopo ch’io n’ero uscito. Che colpa a lei d’esser
nata? Che colpa a lei s’era venuta per tenerci compagnia, e ci aveva
trovati disgiunti?
Oh, come avrei stretto al mio cuore quella bambina, se il pensiero
d’una madre snaturata non avesse avvelenato il sentimento pietoso che
mi parlava all’anima!
Maria Francesca — mia moglie — continuava a viver sola in una
catapecchia fuori mano, lontana dai genitori. Faceva la sarta per
campare la vita... e campava male. Il paese, fino allora, non aveva
mormorato sul di lei conto; ma voci vaghe e sinistre erano già
pervenute al mio orecchio. Mi si era riferito che un uomo era stato
veduto entrare ed uscire dalla sua casetta a notte inoltrata ed
all’alba. Il paese dormiva tranquillo sull’onestà di Maria Francesca
Meloni; ma le mie spie vegliavano, e vegliavano i miei parenti sulla
condotta d’una donna, cui avevo dato il mio nome, sebbene da lei fossi
diviso... e per sempre. Maria Francesca era giovane, era bella, era
sola, era poverissima: quattro circostanze critiche, delle quali gli
scaltri avrebbero approfittato. I signori di Florinas, che vivevano
d’ozio e di crapula, non l’avrebbero certo rispettata!
Un uomo s’introduceva nella casa di quella disgraziata; ma chi era?
Non lo sapevo ancora, nè m’importava di saperlo. Ma della mia bambina
che sarebbe avvenuto? Quale educazione avrebbe potuto ricevere? Ecco
il pensiero fisso che mi tormentava, alla vigilia di vedere la mia
figliuola. Potevo io lasciarla presso quella madre? Le madri diventano
snaturate, noncuranti delle proprie creature, quando sono tormentate
dalla febbre d’una passione amorosa. Li avevo ben io veduti, i figli
di Maddalena Marongiu, quando quella donna si era a me unita tradendo
il marito! E quante volte non avevo io comprato le scarpette ed un
giubetto alla bella bambina dell’adultera, quando la vedevo lacera
e scalza nell’ovile di _Giunchi_? Mia figlia avrebbe fatto la stessa
fine; nè sapevo neppure se il drudo di Maria Francesca sarebbe stato
pietoso, come io lo fui!
*
* *
In preda a questi foschi pensieri, che mi tormentarono per 24 ore,
tornai l’indomani a mezzogiorno all’aia.
Mi feci al solito muro e chiamai il fantino.
Questi venne a me.
— Ebbene? — gli dissi — che ti rispose il padrone?
— Per far piacere a Giovanni Tolu è disposto a lasciarmi andare alla
corsa anche per otto giorni!
— E tu sei contento?
— Contentissimo.
— Va bene. Ringrazia per me il padrone, e salutalo.
Così dicendo finsi di allontanarmi. Il fantino mi gridò dietro:
— Ve ne andate? È qui la vostra figliuola!
Mi voltai freddamente:
— Dov’è?
— Qui vicino: coricata fra le bisaccie e le robe dei mietitori.
Scavalcai il muro e mi diressi al punto indicatomi. Dubitavo ancora di
una mistificazione. Temevo che la cattiva madre avesse scambiata la mia
bambina con un’altra.
Camminai in punta di piedi, temendo di svegliarla.
Giunsi sul luogo, e vidi una bambina rosea sdraiata su alcune gonnelle
e cappotti ripiegati. Ella dormiva placidamente. Le mietitrici,
lontane, erano intente al lavoro.
Stetti alcuni minuti contemplandola in silenzio. Il mio cuore batteva
violentemente. Mi pareva di sentire delle lagrime agli occhi.
— Sì: questo è mio sangue! è mia figlia! — esclamai quasi inspirato da
uno spirito misterioso che mi parlava all’anima[17].
Feci alcuni passi indietro, e dissi al fantino:
— Va subito a chiamare la zia!
Maria Vittoria accorse, ed io le dissi:
— Sveglia tu la bambina; io non l’oso, perchè non mi conosce e si
spaventerebbe.
Appena svegliata, dissi rivolto alla zia, tanto per cominciare un
discorso:
— Di chi è figlia, costei?
E quella stupidamente:
— Che sappiamo noi di chi sarà figlia?!
Queste parole mi fecero fremere.
La bella bimba — a cui la zia in precedenza aveva annunziato l’arrivo
del babbo — udendo le parole di Maria Vittoria, si mise a piangere in
modo, che non ci fu verso di calmarla.
Vedendo inutile ogni sforzo, pregai la zia che conducesse seco
la bambina, per riportarmela più tardi, quando l’avrebbe veduta
tranquilla.
Maria Vittoria si rimise al lavoro, ed io rimasi solo, coll’occhio
fisso sul giaciglio, dove la mia piccina aveva riposato.
Dopo una diecina di minuti vidi la bambina venir sola alla mia volta,
mandata dalla zia per portarle la gonnella, che si trovava fra gli
indumenti e le bisaccie dei mietitori.
Io le rivolsi dolcemente la parola, componendo il mio volto ad un
sorriso:
— Vieni qui, Maria: non aver paura: sei la mia figliuola!
E così dicendo la carezzai, baciandola più volte sulle guancie.
— Va a portare la gonnella alla zia... e poi torna qui... dal tuo babbo!
Aiutai la bambina a caricarsi la gonnella ripiegata; indi si allontanò.
Io l’accompagnai cogli occhi lagrimosi e col cuore gonfio di emozione,
aspettando con ansia il suo ritorno.
Pare, però, che non si decidesse a tornare indietro, poichè la zia
dovette lusingarla, dicendole che le avrei dato danaro.
A questa promessa ella cedette, e si avvicinò a me tutta esitante e
vergognosa.
Tolsi dalla mia bisaccia un uovo e un pezzo di pane, che addentò
avidamente.
— Oh il pane bianco! — esclamò.
Io riceveva con frequenza il pane fresco di semola, che mia madre
faceva apposta per me.
— Non ne mangiate, dunque, di questo pane, voi?
— Oh, no!
— Che pane mangi?
— Pane d’orzo.
— Siete dunque molto poveri?
La bambina mi guardò senza rispondere.
— Vedi — soggiunsi — mamma Bazzone (così i nipoti chiamavano mia madre)
ha una cassa piena di danaro. Io le dirò che ti faccia un bel vestito
nuovo di panno; e tu ne andrai con lei a San Gavino di Portotorres.
Mamma Bazzone t’insegnerà la _dottrina_, ed io ti farò insegnare
a leggere ed a scrivere. Ricordalo, veh! quando ti chiamerà mamma
Buzzone, vacci subito. Tu verrai poi da me con Petronilla, ed io vi
darò i confetti!
Petronilla era la sua piccola cugina, figlia di Felice, il mio fratello
maggiore.
La bambina mi guardava con stupore, sbocconcellando il pane con
appetito.
La presi in braccio, la baciai più volte, e la condussi così da un
punto all’altro dell’aia, facendole mille domande. La bambina aveva
preso con me confidenza, e si mostrava meno timida.
— La sai la _dottrina_?
— La mamma non me l’ha insegnata.
— Te la insegnerà mamma Bazzone, se andrai spesso da lei.
Si era fatto tardi; le tenebre cominciavano a calare, ed io avevo quasi
dimenticato la mia trista condizione, gli agguati ed i nemici miei.
Feci passare la figliuola dalle mie braccia in quelle della zia
Vittoria, e ci separammo.
Accompagnai cogli occhi quelle due figure, e non mi mossi, finchè non
le vidi scomparire dietro a un folto cespuglio.
Allora mandai un profondo sospiro, e continuai ad errare per la
campagna, felice di quell’incontro che aveva gettato tanta luce nel mio
povero cuore.
*
* *
Pochi giorni dopo mandai a dire a mia madre che venisse a trovarmi
nella vigna dello zio (in _Calchinada_) conducendo seco le due nipoti,
Petronilla e Maria Antonia.
Esse vennero; ed io, che avevo le tasche piene di confetti, cominciai a
distribuirne a profusione all’una e all’altra.
Petronilla si diè a divorarli facendo festa, ma la mia bambina li
lasciò nel cartoccio, come glie li avevo dati.
— Perchè non mangi i confetti? — chiesi alla mia figliuola.
— Li conservo per la mamma — mi rispose timidamente.
Il nome di mia moglie mi gelava il riso sulle labbra.
Si fece pranzo a mezzogiorno colle provviste portate da mia madre. In
sulle prime la mia bambina non voleva toccar nulla; ma, pregata da me,
si diede poi a mangiare con avidità.
— No, no: così non voglio! — esclamai — Temo che ti faccia male.
Passai la giornata giuocando con la mia figliuola, fino a stancarla. Ad
un certo punto ella mi disse, carezzandomi la barba:
— Mi avevi promesso danaro. Non me ne dai?
— Ma sì, che te ne do. Dimmi quanto vuoi.
Pensò alquanto, poi disse:
— Voglio... cinque soldi!
— E a chi li dai? — le chiesi un po’ serio.
La bambina mi fissò impacciata; e per non dirmi che li dava alla mamma,
preferì tacere e più non volle danaro.
Chi le aveva detto che il nominare la mamma mi faceva dispiacere?
In quei giorni avevo ideato un mondo di progetti. Dissi a mia figlia:
— Non sai? ho fatto la bandiera a S. Paolo. Se tu verrai da me
con mamma Bazzone, ti farò vestire tutta di panno, ti farò un bel
giubbetto, un paio di scarpe nuove, e ti farò condurre alla festa sul
mio cavallo. La bandiera sarà tua!
La piccola Maria, ch’io teneva fra le ginocchia, apriva tanto d’occhi e
mi guardava:
— L’ho visto, sai, il tuo cavallo? lo portava il fantino Francischello,
e si rizzava diritto diritto, facendo colle zampe così...
E la bambina imitava colle manine l’inalberarsi del cavallo.
Erano tutte sciocchezze, ma io mi divertiva un mondo.
Dissi a mia madre:
— Hai inteso? Porta la mia figliuola da mia nipote Giustina, la sarta,
e falle fare un bell’abito di panno, alla sarda; poi falle fare un
busto, un corsetto, il giubbone, un paio di calze, e le scarpette
nuove. Pago io!
Poi dissi alla bambina:
— Questo vestito vecchio, che ora indossi, appena avrai il nuovo,
portalo alla mamma tua, e dille che lo conservi. Penserà il babbo,
d’ora innanzi, a farti gli abiti belli!
Ciò dissi per scherzo, ma la bimba non lo dimenticò; e quando un mese
dopo ebbe le vesti nuove, presentò le vecchie alla mamma, ripetendo
quanto io le aveva detto.
*
* *
La bambina aveva indossato gli abiti alla vigilia della festa di San
Paolo. Così vestita uscì sulla strada; e vedutala un mio zio prete,
chiese al vicinato:
— Di chi è quella graziosa bambina?
— È la figlia di Giovanni Tolu!
Il prete allora le regalò mezzo scudo; e l’avvocato Paolo Satta, che
si trovava quel giorno a Florinas, chiamò la mia bambina per darle una
pezza di sette _reali_ e mezzo.
Quando mi si riferirono queste cose, mi sentivo orgoglioso di essere il
babbo della piccola Maria Antonia[18].