I Vacca, Giovanni Saba e qualche altro vennero arrestati.

*

* *

Ma Antonio Careddu non era ancora soddisfatto, e pensò di distruggere

i Saba superstiti, servendosi di certo Antonio Desini di Ploaghe, capo

di una compagnia di sicari. Altro capo sicario volle Giovanni Macioccu,

cognato di Careddu, e combinò con un certo _Giacinto_. Il primo di

essi, Desini, si associò a certo _Biddisò_ — il secondo, _Giacinto_,

scelse per coadiutore un tal _Cabriolu_, già studente.

Il colpo doveva eseguirsi la mattina del lunedì di carnevale,

all’uscita del ballo del Teatro civico.

Fu concertata la posta all’imbocco della _Via dei Corsi_, prospiciente

al vicolo di S. Andrea, dov’era la casa di Saba.

Come Ciccio Saba e i suoi figli, di ritorno dal teatro, giunsero

dinanzi alla chiesa, i congiurati fecero loro fuoco addosso in mezzo

alla folla che transitava nel Corso. Giovanni cadde fulminato, e Gavino

morì poche ore dopo. Fu pur colpito a morte, accidentalmente, il figlio

settenne del fabbricante di paste _Dionisio_, che trovavasi nel suo

magazzino.

Della famiglia Saba non rimaneva che il padre Ciccio e il più giovane

dei figli. Furono offerti cento scudi per togliere quest’ultimo dal

mondo, ma i sicari si rifiutarono, ritenendolo troppo giovine[9].

*

* *

L’agguato ai Saba era stato veramente ordito e condono a termine da

Desini, da _Biddisò_ e da _Cabriolu_; tuttavia _Giacinto_ si era

affrettato a presentarsi in casa di Macioccu, il quale gli sborsò

subito i 300 scudi, prezzo convenuto per l’eccidio consumato.

Trascorso qualche giorno, il sicario Desini si presentò allo stesso

Macioccu per essere pagato.

— Ho già versato la somma all’autore del colpo! — gli rispose.

— Il colpo è stato eseguito da noi, e perciò io credo non abbiate

sborsato somma alcuna ad altri. Pagateci!

Macioccu, dopo essersi rifiutato ad altro pagamento, volle consultarsi

con suo cognato Antonio Careddu, che trovavasi nel suo ovile della

Nurra.

Non tardarono a recarsi colà Desini, _Cabriolu_ e _Biddisò_, i quali si

fecero accompagnare dal bandito Pietro Cambilargiu.

Come Macioccu li vide venire, voleva spararli addirittura; ma Careddu

lo calmò, persuadendolo a lasciar loro esporre le ragioni.

Dopo aver persistito nell’affermare il pagamento già fatto, Antonio

Macioccu finì per rivelare il nome di _Giacinto_, a lui presentatosi

come capo sicario ed autore dell’eccidio dei fratelli Saba.

— Possiede nulla questo _Giacinto_? — domandò Desini.

— Possiede un oliveto a Sassari.

— Ebbene, allora ci farete il piacere di chiamar costui con un pretesto

nella vigna. Noi ci nasconderemo dentro la casa rustica, e voi lo

interrogherete. Alla nostra presenza egli vi rivelerà i veri autori

dell’agguato. Lo costringeremo allora a firmare un atto d’ipoteca

sul suo oliveto, a risarcimento del danno recatoci coll’indebita

appropriazione.

Antonio Careddu approvò il ragionamento dei tre sicari; ma Macioccu

esternò il sospetto che essi avrebbero ucciso _Giacinto_.

— Dubbio puerile! — osservò Desini — Finchè non siamo soddisfatti del

nostro avere, ci diventerà più cara la sua vita!

Fu accettata la proposta. Nascostisi i tre _bravi_ nella casetta della

vigna, Macioccu trovò mezzo di attirarvi _Giacinto_, invitandolo a

declinare i nomi de’ suoi complici, col pretesto della riconoscenza.

Accortisi che il sicario esitava a rispondere, i tre compagni sbucarono

dal nascondiglio:

— Dillo dunque: chi ha fatto il colpo?

_Giacinto_ impallidì, e confessò di non aver preso parte all’uccisione

dei Saba.

— Restituisci, dunque, il danaro preso!

— Non l’ho più.

— Ma l’oliveto, ce l’hai ancora?

— Sì.

— Sei disposto a sottoscrivere lo strumento di cessione?

— Dispostissimo!

Venne in seguito firmato l’atto notarile, col quale _Giacinto_ vendeva

l’oliveto a Macioccu.

Fatta la cessione, quest’ultimo sborsò altri 300 scudi a Desini,

a _Cabriolu_ ed a _Biddisò_, i quali finalmente si dichiararono

soddisfatti.

Questa storiella, da molti ignorata, mi venne riferita da alcuni degli

interessati e da Cambilargiu.

*

* *

Antonio Careddu — ricercato dalla giustizia dopo l’assalto di

_Baddimanna_ — si era dato a fare il bandito nella Nurra.

Lo conobbi di persona, gli ero molto amico, e gli fui compagno di

ventura per alcuni mesi.

Egli si recava da un ovile all’altro, si dilettava di caccia, e faceva

il signore. Era un uomo piuttosto pingue e molto frugale; non beveva

mai vino, nè liquori, ma prendeva il caffè tre volte al giorno. Si

faceva portar tutto da casa, poichè aveva molto bestiame ed estesa

proprietà.

Era ben voluto, stimato e rispettato dai pastori, poichè nè sapeva

più di un avvocato. Lo consultavano tutti, e i suoi consigli erano

seriamente apprezzati. Contava moltissimi amici fra i signori di

Sassari, ed era in buoni rapporti coi nobili, e specialmente col

marchese di Sant’Orsola.

Egli venne arrestato nell’ovile della _Stantarida_ da dodici

carabinieri, fra i quali erano il maresciallo Scaniglia e certo Pietro

Puzzone, già carbonaio della Nurra e pratico di tutti gli ovili.

Dicevasi che quest’ultimo si servisse dei parenti per facilitare le

ricerche dei latitanti in quella regione.

Messo in carcere Antonio Careddu, non si tardò a fargli il

dibattimento; ma per i molti amici che contava a Sassari, e per la sua

buona condotta, venne assolto e rimesso in libertà.

Un suo amico calzolaio — certo Salvatore, condannato a molti anni di

galera — gli aveva raccomandato la moglie... ch’ei fece propria. La

moglie vera ed i figli di Antonio Careddu passarono allora sotto tutela

della zia — sorella di lui e moglie di Macioccu.

Per questa sua condotta un po’ libertina, e per essersi separato dalla

famiglia, Careddu fu abbandonato dagli amici signori di Sassari, i

quali non ebbero per lui stima, nè riguardi di sorta.

Antonio Careddu visse molti anni nella Nurra consultato anche per

questioni legali, tanto era d’ingegno.

Salvatore, intanto — il calzolaio che gli aveva affidato la moglie —

era ritornato da galera. Appresa la tresca della sua compagna, meditò

l’uccisione del falso protettore e dell’amico infedele.

Questo Salvatore aveva per compare di battesimo certo Baingio Deroma,

un pastore sfacciato, che di frequente faceva pascolare il proprio

bestiame nelle terre di Antonio Careddu. Costui lo pregava di dargli

almeno qualche piccolo compenso, ma quegli faceva il sordo.

Un altro pastore vicino d’ovile — certo Giovanni Luigi Manunta —

imitando Deroma, introduceva il suo gregge nei tenimenti di Careddu, e

questi tornò a dolersene con entrambi:

— Pagatemi almeno una trentina di scudi all’anno. Anch’io ho diritto

di trarre qualche lucro dalle mie terre, nè parmi giusto che voi

approfittiate del mio pascolo senza offrirmi compenso alcuno.

Consultato dai contendenti, io diedi piena ragione a Careddu, poichè il

danno che gli recavano i due pastori oltrepassava i cento scudi, mentre

l’amico era discreto nel domandarne soli trenta.

Manunta e Deroma promettevano di risarcire il danno, ma non pagavano

mai.

Un giorno Careddu, inasprito più del solito, minacciò di far loro

pagare la contravvenzione.

I due pastori vollero cogliere l’occasione, e concertarono di liberarsi

del creditore importuno.

Vicino agli ovili di Manunta e di Deroma abitava un giovane — certo

Gio. Andrea Ilde — il quale faceva all’amore colla figliastra di

quest’ultimo.

— Se riuscirai ad uccidere Antonio Careddu — gli disse Deroma — ti darò

in moglie la mia figliastra.

— Solo non mi attento: aiutami tu!

— Andremo insieme. Dopo che l’amico sarà ucciso, ti manterrò la

promessa!

Si unirono, infatti, e diedero la caccia a Careddu, che tolsero di

mezzo con una fucilata.

Il giovane Ilde fu preso dalla paura e si diede subito alla macchia;

Deroma stette sul sospeso, fra il bandito e l’uomo libero. Entrambi

vennero arrestati.

Mentre batteva la campagna, Gio. Andrea Ilde mi pregò più volte di

prenderlo in mia compagnia; ma io lo tenni sempre lontano per aver

ceduto ai consigli di Deroma. Acciecato dall’amore, egli si era

lasciato trascinare ad un’azione indegna.

Il potente partito di Deroma, colle deposizioni in tribunale, seppe

aggravare la causa di Gio. Andrea Ilde, scagionando il compagno; ond’è

che questo fu assolto, e il giovane fu condannato alla galera in vita.

Solite cose della giustizia!!

L’uccisione di Antonio Careddu non fu che una vigliaccheria. Quest’uomo

non meritava simile fine, perchè era buono ed aveva tutte le ragioni

del mondo.

Il calzolaio tradito aveva vendicato il suo onore, senza compromettere

la propria libertà!

Giovanni Tolu, vol. 2/2 · 第 13 / 63 题