X.

Il pranzo è squisito e sotto l'occhio vigile del signor Zaccarella

che sorveglia camerieri e servitori, tutto procede con buon ordine e

speditezza.

Donna Remigia è allegrissima, al contrario del generale D'Entracques

e del conte Gambara che sembrano, l'un contro l'altro armati... di

sussiego e che allungano il muso a vista d'occhio.

Il marchese Pio, invece, osserva i rivali di nascosto, sorride e gusta

maggiormente i bocconi ghiotti. Egli ormai s'è messo il cuore in pace.

Fa sempre, quando può e come può, la sua corte umile e devota alla

bella duchessina «così tenera e magrolina»; ma dopo il colpo di piedino

negli stinchi e il rabbuffo toccatogli in carrozza, è cauto, guardingo,

prudentissimo e, persuaso di non ottenere di più, si accontenta delle

«bricioline». Bacetti sulle manine, parolette nelle orecchine rosee,

trasparenti, parolette soffiate sul collino sparso di pellolino biondo,

il collino ideale, gracile, di una adolescente; toccarle, quando

capita, ma toccarle appena, come una reliquia, le braccine ignude... e

basta. Il resto... indovinare, immaginare e ruminare!

Ha capito che è stato quel vecchio don Giovanni pietrificato del

D'Entracques a dargli il gambetto e gioisce vedendolo imbronciato e

tormentato dalla gelosia.

È stato lui stesso, il rugiadoso Jago a piantargli il pugnale nel cuore.

Prima di pranzo, mentre nel salotto si aspettava l'annunzio di

andare a tavola, il marchese Pio ha trovato il momento di sussurrare

all'orecchio del conte Martino: — Vedi, quel bel giovane?

— Non vedo altro che un bel naso!

— Dicono... dicono veh! ci sia molto del tenero con la duchessina

D'Orea.

Il generale trasalisce e impallidisce, ciò che non gli è mai successo

all'improvviso scoppio delle artiglierie.

— A Pontereno, furono visti, dicono, a baciarsi in giardino!

— Sono tutte falsità, infamità, e mi meraviglio che tu...

— Io?... — protesta il Della Gancia interrompendolo. — Io non ho mai

creduto niente!... Non la lascio sempre con mia moglie? — Leva gli

occhi al cielo come vittima innocente e congiunge le palme in atto di

compiere mentalmente il segno della santa croce.

Il generale è convinto dell'innocenza di Remigia, è sicurissimo che

si tratta di una delle solite calunnie, ma il pranzo gli è andato di

traverso, prima ancora di mettersi a tavola.

Al generale, come Eccellenza, è destinato il posto d'onore, fra le

due signore: la padrona di casa e la marchesa Della Gancia. Egli si

sforza di mostrarsi indifferente per essere brioso, ma la caramella

non gli sta ben fissa nell'occhio e dalla gola non passa il più

piccolo boccone; non può che bere, e beve. Con donna Remigia, scambia

appena qualche parola, senza mai guardarla. Invece è amabilissimo

con la marchesa e con gli occhi, i veri e quello di cristallo, divaga

piacevolmente e ostentatamente tra i non simulati richiami dell'ampia

scollatura. Vuol far dispetto, vuol far ingelosire la duchessa

Remigia... invece la diverte. Ella ha subito indovinato la gelosia e

capito il giuoco. La donna è soltanto astuta e l'uomo è intelligente;

ma l'astuzia della donna è sempre più forte dell'intelligenza

dell'uomo! Per altro, non vuol essere troppo crudele. Il D'Entracques

le piace e le piace anche di vederselo innamorato. Ella non sente

in lui un pericolo... ma un appoggio... sicuro. Sente che la sua

reputazione non avrà nulla da temere, mentre la sua vanità, che è poi

l'orgoglio della donna, avrà tutto, invece, da guadagnare.

Vuol calmarlo, vuol rassicurarlo, vuol farlo tornare di buon umore.

Sporge verso di lui il fresco visetto e sorride mormorando sottovoce: —

Che c'è di nuovo? Perchè sempre e tutto da quella parte?... Perchè solo

dedito... all'alpinismo?

Il generale parla pure sottovoce, ma senza guardarla:

— Non osavo sperare ch'ella potesse occuparsi di me, dopo gli ultimi

arrivi da Bologna!

Remigia non può frenare un'allegra risatina, che consola subito il

generale.

— Ah, no, poi! Accollarmi quel Narciso, che è anche tulipano! Questo

no! È proprio troppo e mi ribello!... Preferisco, trecento volte,

ch'ella sia ancora geloso della zazzera di Leonida! Mi guardi.

Il generale si volta e la guarda.

— Mi guardi bene!

Gli occhietti ceruli sembrano diventati più grandi e più profondi: non

sorridono più. Sono umidi e languidi, spirano fiducia, amore e tanta

sincerità!

Il generale non sente più che il dolore e il rimorso di averla fatta

quasi piangere.

— Mi perdoni. Non sono mai stato un ragazzo! Comincio ad esserlo

adesso, che divento vecchio!

— Mi fa tanto dispiacere per lei che ella sia geloso e così

ingiustamente. Per lei è un grande dolore inutile. Per me... è una

grande amarezza immeritata!

— Mi perdoni...

Gli occhi di Remigia si riempiono di lacrime: proprio di lacrime vere!

Dà una forte scrollata di testa; gli occhi tornano a ridere e a

sfavillare: — L'uno e l'altro, l'avvocato e... il tulipano, sono i

soliti regali di mio marito; sono i suoi grandi elettori. Del resto, le

annunzio che ripartono subito, domani. Sono venuti qui, al solito, per

una raccomandazione ed io li ho fatti subito recapitare a _Rabbagasse!_

Le fa piacere che il conte Narciso e anche Gambara, non si fermi a

Roma?... Sì... Ebbene, ciò farà dispiacere, invece, a Mimì Carfo! —

Torna a parlare con voce più forte. — Stia attento e se ne persuaderà!

Ah, _mon Dieu!_ Come farà mai a vincere le battaglie un generale, così

privo di colpo d'occhio!

La marchesa Quanita, le gote accese e umide, mangia e ride

saporitamente mostrando più vivo il luccicare de' denti bianchissimi

tra le labbra carnose dai bei baffetti. Alza la voce argentina,

squillante:

— Privo di colpo d'occhio? Il generale?... Se ha un occhio di lince!

Vede la preda... — si diverte a mettere il D'Entracques in imbarazzo

quando c'è Remigia, — vede, mira e coglie in pieno dal di qua al di là

dell'Oceano!

— Non interloquire! — strilla a sua volta Remigia. — Non difendere

il generale! Anzi, mi correggo! Devi, sei obbligata a difendere Sua

Eccellenza! È il vivo chiarore delle tue bellezze che lo ha abbacinato!

L'avvocato Berlendis, giallo e rosso, acceso e lustro, più che un

Cavour, è un pomodoro. Guarda e ammira la marchesa, guarda e approva la

duchessa e si diverte al grazioso e spiritoso «dibattito», mentre col

tovagliolo infilato nel panciotto si asciuga la bocca e il mento che

cola sudore e salsa.

Si ride; il marchese Pio ne approfitta per sussurrare qualche paroletta

all'orecchio di Remigia, un confronto che deve lusingarla assai perchè,

in compenso, non ritira il piedino ch'egli preme col suo sotto la

tavola.

Chi non ride, ma squarta e divora, pallido, torvo, come se invece di

quaglie fossero amanti di Remigia _en belle vue_, è il conte Gambara.

Anche a bocca piena, ma sempre amara, fa dichiarazioni su dichiarazioni

a Mimì Carfo che le riceve rassegnata per far piacere all'Idola. Ma

sono sempre le medesime, mentre la voce del giovane Otello diventa roca

perdendo ogni leggiadria di variazioni.

— Un generale! Un senatore! — pensa tra sè. — Vergogna! Vergogna! — Ah,

se la Carfo avesse avuto una dote appena discreta! L'avrebbe sposata

lì, ma proprio lì, su due piedi!

Donna Remigia l'osserva e subito dopo pranzo, prudentemente, se lo fa

venire vicino con la scusa di offrirgli il caffè.

— Molto zucchero, conte Gambara?

Il geloso finge di non aver sentito.

— Conte Gambara! — ripete Remigia più forte, ma sempre dolcemente. —

Molto zucchero?

— No, grazie... Senza zucchero!

Sono in piedi dinanzi al tavolino del caffè e dei liquori. Il

D'Entracques è sul balcone con la marchesa, il marchese Pio e

l'avvocato Berlendis. Lì, nel salotto, c'è lo Zaccarella soltanto

e Mimì che distribuisce le tazze del caffè, versato da Remigia, e i

liquori.

— Sempre così amaro? — domanda Remigia sottovoce al giovinotto.

— Ama... marissimo! Tossico! Tossico! Parto stasera, o parto domani!

Remigia lo guarda affettuosamente.

— Parta... domani.

— Come? — Narciso si sente venir freddo. Invece di opporsi, lo lascia

partire... proprio, ma proprio?

Donna Remigia fa versare i bicchierini di cognac al signor Zaccarella,

riempie un'altra tazza di caffè, con molto zucchero che fa portare da

Mimì all'avvocato Berlendis, poi soggiunge sottovoce, intercalando alle

parole gli sguardi teneri, espressivi:

— Mio marito è venuto all'albergo, prima del suo pranzo, per vestirsi.

— Una pausa e un'occhiatina. — Quando ha sentito che lei era a Roma,

non si è mostrato molto soddisfatto!

— Come, come? — Il conte Narciso e il suo naso, diventano un punto

d'interrogazione.

— Non che sia geloso, ma tutto gli dà ombra... sempre per quei

socialisti! «Ricordati, — mi ha detto, — finchè sono al Governo e siamo

a Roma, tutto serve per i nemici delle Istituzioni... Specialmente, la

moglie, quando si tratta di mettere in ridicolo il Ministro...»

— Ma io sono qui per affari, proprio così, insieme all'avvocato

Berlendis?

— L'avvocato Berlendis parte domani; domani deve partire anche lei. Il

mio Jack, tesoro, non è cattivo e non è sospettoso, ma è molto meglio

per noi, — il _per noi_ è detto in modo da far ritornare un po' di

caldo al giovane innamorato, — che l'osservazione non si ripeta. Creda

a me, non è bene, non è prudente che mio marito, ci ritorni sopra

un'altra volta. Pensi... noi restiamo qui ancora pochi giorni, poi

le noie, le fatiche di Napoli, della Spezia, di Venezia e finalmente

a Pontereno, per tanti, tanti mesi e sola! Ritorni adesso a far la

corte, molta corte, a Mimì Carfo. Sarebbe un vero peccato compromettere

tutto... per niente!

Il povero Narciso non sa se rallegrarsi, se dolersi; nell'incertezza

geme.

— Ma quello là?... Quello là?... Quel generale là?

Remigia scrolla la testa e compatisce il povero Gambara che diventa

matto!

— Il D'Entracques?... È l'amante, cosa ormai passata in giudicato, di

missis Britton! Gliela farò vedere stasera al Costanzi! Vedrà che per

un generale e senatore, ce n'è abbastanza! Io non lo posso soffrire,

appunto perchè con la sua pertinacia in galanteria è un anacronismo, ma

devo mostrarmi amabile, quanto è necessario: così vuole il mio signor

marito. Oltre che suo collega nel gabinetto è il suo più grande amico!

Sa che Jack è eccessivo in tutto, nelle antipatie e nelle simpatie!

Perchè gli ho detto un giorno che il suo D'Entracques si tinge i baffi,

credo che volesse levarmi gli occhi! — Da bravo, un inchino diplomatico

e si allontani! Vada a sorbire il caffè... e i begli occhi sentimentali

della contessina Mimì, poi sparisca alla _che-ti-chella!_ — Trova buffa

la parola e ride. — Si ricordi: le proibisco di fermarsi in ammirazione

dinanzi alla mostra di Quanita! Ahimè! Al confronto di quell'ammasso

tremolante di _delicatessen_ come direbbe un tedesco, io devo rimanere

una ben misera cosa!

— Vengo però, in teatro, in palco? — supplica il Gambara con note di

violino e flauto.

— Sì, un momento; sul tardi. E da Bologna si ricordi, faccia subito una

corsa a Pontereno! Vada a salutare e a dare un bacio per me a _Febo_

e a _Desir!_ Ah, _mon Dieu!_ Dire che li amo tanto, — cari, tesöri, —

e che qui a Roma, per colpa di Jack che non mi dà pace, persino... li

dimentico!

Il D'Entracques, da qualche momento, sta osservando i due dal balcone,

e ritorna ad oscurarsi. Appena il giovanotto si allontana, si avvicina

lui chiedendo una goccia di cognac. Remigia lo rasserena, nel momento

stesso che gli offre il bicchierino.

— Quanta fatica, per maritare Mimì! Ma spero tanto di poter riuscire

e sarei così felice! — Poi soggiunge ancora più sottovoce: — Quando

si va a teatro, faccia presto a salire in carrozza con me! Lasciamo a

Quanita di far gli onori di Roma ai bolognesi! Lei si perde troppo in

complimenti. Generale valorosissimo, ma non sempre abile e pronto nelle

piccole manovre! — Si volta, verso il balcone:

— Badate! Non facciamo troppo tardi per la _Manon!_ — C'è tempo?

— C'è così tempo! — rispondono insieme la marchesa e il marchese Pio.

— Comincia alle nove e mezzo, — osserva l'avvocato, guardando

l'orologio.

— Basta essere al Costanzi alle dieci!

— No! No! — esclama Remigia. — Voglio esserci da bel principio per una

garbata attenzione verso mio cognato!

Tutti ridono, ma in questo punto si sente una carrozza fermarsi dinanzi

all'albergo, e il signor Zaccarella, che stava prendendo il fresco alla

finestra di una stanza vicina, corre nel salotto:

— Signora duchessa!... Sua Eccellenza! È qui Sua Eccellenza!

— Impossibile!

— È qui in carrozza con due altri signori!

Tutti corrono sul balcone, a guardar giù:

— È proprio lui!

— Con chi è?

Ma i due signori che avevano accompagnato Giacomo all'albergo,

risalgono subito in vettura, gridando al D'Orea che li saluta con la

mano:

— Per qualche giorno si abbia riguardo, Eccellenza! Domani, non abbia

fretta d'alzarsi, Eccellenza!

Remigia si precipita nel salotto:

— Ah, Mimì! Gioia! Che cosa sarà successo? — Come sempre, quando si

sente inquieta, ha uno slancio di tenerezza per l'amica e l'abbraccia.

Il signor Zaccarella, invece, diventa più grave e più autorevole.

— Vado io a vedere! — Esce in fretta, in punta di piedi.

Rimangono muti un istante, interrogandosi l'un l'altro con gli occhi.

— Ho paura che si sia sentito male! — mormora la Carfo.

— Certo! Si è sentito male! — ripete Remigia sottovoce. — Per amor del

cielo! Silenzio della _Manon!_

— Noi, per altro, si va lo stesso! — bisbiglia la marchesa al marito,

in tono risoluto.

In quel punto Giacomo D'Orea appare sull'uscio ed entra, sciogliendosi

dal braccio del signor Zaccarella.

Sembra più magro, gli occhi e le gote infossate; sembra invecchiato.

Cammina a rilento, sforzandosi a sorridere per tranquillare sua moglie

e Mimì Carfo che gli erano corse incontro con l'aria spaventata.

Saluta, dà la mano a tutti.

— Cara marchesa!... Caro D'Entracques! — Balbetta leggermente alle

prime parole, poi a mano a mano parla più spedito. — Oh, il nostro

egregio avvocato Berlendis!

Il conte Gambara non c'è più; è sparito appena il signor Zaccarella ha

dato l'annuncio dell'arrivo di Sua Eccellenza.

— Come mai? — domanda Remigia una seconda volta, senza lasciargli

finire i saluti. — A quest'ora?

— E il vostro pranzo?... — chiede a sua volta il D'Entracques.

— Mi sono fatto scusare dall'onorevole Staffa, con quei buoni signori

della Basilicata!

— Ma allora... ti sei sentito poco bene?

— Niente di serio, cara Remigia! — Si rivolge agli altri. — Niente che

possa disturbarvi l'ora del caffè!

Mimì gli fa scivolare dinanzi una poltrona.

Giacomo vi si lascia cadere come affranto, ringraziandola con un cenno

del capo e della mano.

Gli sono tutti attorno, quasi addosso:

— Che cos'è stato?

— Ah, mio Dio, tesoro, che hai avuto?

— Un po' di malessere... soltanto. — Tanta gente lo soffoca, tante

domande lo irritano. — Ti prego, Remigia, non esagerare... le cose. Un

malessere momentaneo, ti ripeto!

— Perchè non mandarmi a chiamare?

Il D'Orea, scrolla le spalle vivamente.

— Non ho voluto nemmeno che andassero a chiamare il dottore!

— Mah!... Avete bisogno di riposo! — intona il marchese Pio, come un

salmo. E tutti, a ripetere in coro, meno il signor Zaccarella e Mimì

Carfo che si scambiano un'occhiata ansiosa.

— Riposo, caro D'Orea!

— Per qualche giorno, bisogna dimenticare la politica, il ministero,

gli affari!

— Il riposo, è come l'olio per la nostra macchina!

— Riposo! Riposo!

— Riposo assoluto!

Giacomo, si alza incollerito.

— Ma sì! Riposo! Riposo! Va bene! Siamo intesi! Ho capito! E per

riposare vi domando scusa e me ne vado a letto!

Capisce di essere stato troppo violento, tentenna il capo e torna a

sorridere:

— Oggi, cioè... — pensa, non gli riesce di dire stasera; non trova la

parola. — Oggi... due ore fa, al ministero, mentre sbrigate le ultime

firme, stavo per alzarmi e per recarmi al pranzo, mi sono sentito come

un senso di... di... freddo, di nausea... Un ronzìo alle orecchie... Mi

si annebbiò la vista e... giù, come un morto, in deliquio!

— Ah mio Dio, perchè non... — Remigia si ferma per un cenno di Mimì.

— .... È durato pochissimo; nemmeno un quarto d'ora. Ho ripreso

conoscenza... poi a poco a poco... i movimenti e ora mi sento rimesso

completamente. Potrei andare a trovare i miei sindaci... Invece

vado a letto, per seguire... i consigli anche vostri. Sono stato io,

assolutamente, che non ho voluto che chiamassero il dottore! È stato...

niente! La colazione che mi ha fatto peso! Non voglio che domani i

giornali, a corto di notizie, ne facciano un caso grave!... Per questo,

vi prego: io vado a letto subito per accontentarvi, e, in premio,

accontentatemi anche voi! — Si rivolge a Remigia, con amorevolezza: —

Tu... non cambiar niente. Impiega la tua sera, come avevi fissato...

— Si andava adesso, tutti insieme, da Guendalina.

— Brava! Benissimo! Andate adesso, tutti insieme, dalla Principessa!

— L'idea che sua moglie e gli altri non rimangano all'albergo, sembra

quasi rallegrarlo. — Saluterai anche a nome mio, la principessa

Capodimare. Anzi, le darai, per la prima, una notizia che le farà molto

piacere, e che certo deve far piacere anche a voi, caro marchese.

Vostro fratello è stato aggregato alla Commissione governativa

internazionale per l'impianto agli Stati Uniti delle... delle...

— La parola gli sfugge di nuovo, non riesce a riafferrarla: —

Delle... Delle... — No! No! Marchese, non ringraziatemi! E nemmeno la

principessa Capodimare! Vi assicuro, che se vostro fratello è stato

nominato, vuol dire... che lo ha meritato!

Mimì diventa rossa per Remigia che strizza l'occhio a Quanita.

Giacomo continua sempre sorridendo in modo affabile, ma con un certo

orgoglio di sè:

— Anzi, può vantarsi di essere stato nominato ad onta delle

raccomandazioni di mia moglie, che per il mio naturale istinto mi

avevano mal prevenuto contro di lui! E... sarà sempre così. Finchè io

sarò ministro, nel mio ministero... sarà sempre così! Si prenderanno in

considerazione gli studi fatti, i titoli, la capacità e in quanto alle

raccomandazioni... torna indietro!

Tranne Mimì che soffre, tutti gli altri, compreso l'avvocato Berlendis,

sorridono e approvano. Chi non ama... la giustizia? Chi non accetta le

savie massime?

Giacomo si ritira festeggiatissimo, dopo aver fatto dolce violenza a

sua moglie perchè non lasciasse soli gli amici per accompagnarlo.

Uscito il D'Orea, nel salotto sembra correre un'aria più leggera: fa

meno soffoco, meno caldo.

Ciro Berlendis si sventola la faccia col fascicolo di una Rivista, ma

si mostra ilare, soddisfatto.

— Così, tutti i nostri uomini! Gli uomini autentici del nostro

vecchio-giovane partito! Tutti così, dai Lanza, ai Sella, ai D'Orea!

Soltanto Remigia e Mimì Carfo, sembrano ancora un po' inquiete. Mimì lo

è davvero. Remigia... per essere rassicurata.

Ella chiede al D'Entracques, fissandolo, come per ottenere da lui

consiglio e protezione:

— Che cosa può essere?... Che proprio, ci sia dia impensierirsi?

La marchesa Quanita, già sulle spine perchè si fa tardi per il

Costanzi, risponde lei con la sua foga abbondante:

— La colazione!... Non hai sentito?... La colazione! Tuo marito

starebbe benissimo se non avesse il vizio di mangiare in fretta!

— A precipizio! È un precipizio! — finisce il marchese Pio. — Il

riposo, il sonno ristoratore della notte e tutto passa!

Ciro Berlendis continua a sventolarsi sotto il mento, sulla nuca,

dietro le orecchie:

— Il mangiare troppo in fretta è assai micidiale! Micidialissimo!

— È però un uomo molto affaticato; è logoro dal lavoro. — Il

D'Entracques non vuol dire di più.

Mimì accarezza i capelli a Remigia e le dà un bacio dicendole piano:

— Non andare al Costanzi...

La marchesa sente ciò che dice la Carfo e si oppone vivamente:

— Ma che!... È una ragione di più! Sarebbe anzi il caso di andarci se

prima non ci fosse stata l'intenzione!

Remigia si stacca da Mimì e corre vicino a Quanita allacciandole la

vita con un braccio:

— Credi?... Davvero?

— Certamente!... Se la notizia è diffusa, vedendoti in teatro si taglia

corto alle esagerazioni!

— Diamine! Diamine! — fa eco il marchese Pio. — Bisogna tagliar corto!

Anche l'avvocato è dello stesso parere.

— Ha sentito Sua Eccellenza, cara duchessa! La tema dei giornali alla

caccia di notizie!... Io opinerei ch'ella, stasera, si facesse vedere

il più possibile... a teatro... dappertutto!...

Quando Remigia è già sulla scala, per uscire e andare al Costanzi è

raggiunta dal signor Zaccarella:

— Sua Eccellenza, mi ha fatto chiamare il dottor Davos, ma mi ha

ordinato di non dir niente a nessuno, specialmente a lei!

— Torna a sentirsi male?...

— No, no! Soltanto per precauzione... per prudenza...

— E allora?... Perchè dice sempre le cose, con quella faccia così...

spettrale?... Non è buono, lei, di ridere o almeno di sorridere?

Il signor Zaccarella increspa, compiacentemente, il viso secco, poi

soggiunge:

— Al telefono mi hanno risposto che il dottor Davos è fuori di Roma, e

che non potrà essere all'albergo prima delle undici. Dopo la visita...

lo faccio aspettare?

— Perchè?...

— Se anche la signora duchessa... volesse sentire...

— Sì! sì!... E dica al dottore, — come lei, — di non spaventarmi senza

motivo. Sono già tanto, ma tanto inquieta!

La moglie di Sua Eccellenza · 第 44 / 57 题