— Di già!
Si abbracciano di nuovo, poi la D'Orea salta a terra.
— Addio, Remigia!
— Addio, cara! A domani, dunque! Alle quattro!
— Alle quattro?... Ora che ci penso! Domani è giovedì e ho anche le
figliuole! Se non vado a trovarle in collegio si disperano!
— Figliuole?... _Tue?_ — Ella guarda, osserva l'amica assai
meravigliata.
— Mie!... Pur troppo! — Guendalina si stende mollemente nella carrozza.
Sembra ancora stanca e seccata dalle fatiche del parto. — Ne ho due.
Una di dieci e l'altra di otto anni. E tu?... Niente per ora?
— Per ora e per sempre! No! No! No!
Guendalina approva.
— Anch'io dopo Lillì, la mia seconda, ho detto basta! E anche questa,
ti giuro... inaspettata!
— Per me... non corro pericoli. L'esercizio della maternità mi
spaventa, prima, durante, dopo; no, no, no! — Scappa via ridendo.
— Ricordati di Cincino! Ti raccomando!
— _Adieu! Adieu!_
Nel corridoio incontra la Carolina, immusita, con la faccia pallida,
piena di sonno.
— La contessina Mimì è ancora in piedi?
— Certo! È stanca morta anche lei, ma non ha voluto andar a letto per
aspettarla. C'è anche Sua Eccellenza.
— Giacomo?... — Remigia fa un piccolo grido di gioia. — Che bravo! —
Gli avrebbe fatto subito la raccomandazione per Cincino. Si precipita
nel salotto e gli si butta al collo: — Che bravo! Tesoro! — È tutta per
il marito in quel momento, niente per la Carfo. — È un po' che sei qui?
— No, no!
— Sono proprio seccatissima!... Un caldo!... Una noia!... Non ne potevo
più! Ma ho dovuto aspettare Guendalina per farmi accompagnare.
— Guendalina?... Chi è?
Anche Mimì, — sta ricamando appoggiata al tavolo, — alza dal piccolo
telaio gli occhi interrogativi.
— È un amore! Una bellezza! — risponde Remigia sempre rivolta a Giacomo
e senza degnare Mimì di uno sguardo. — Così buona! Intelligentissima!
Ci vogliamo un gran bene!
— Perbacco!... Un gran bene? È proprio una simpatia... fulminea! —
Giacomo non è ironico ma è pieno di affabilità bonaria. Sente ancora
rimorso e amarezza per la scena di quella mattina: non vuol arrabbiarsi
con sua moglie, non vuol più diventare nervoso. Tant'è, ci vuol calma
e pazienza. Le cose... sono come sono e non si possono cambiare! — Io,
per esempio, — soggiunge accarezzando la mano della moglie, — questa
così straordinaria signora Guendalina non l'ho mai sentita nominare.
— Siamo persino parenti. È cugina mia e perciò anche tua.
— Grazie dell'improvvisata!
A Mimì scappa da ridere: in quel momento Remigia la detesta.
— Guendalina nasce della Gancia. È cognata di Quanita ed ha sposato il
principe Capodimare. Per questo è nostra parente strettissima.
Anche Giacomo non può a meno di ridere.
— Insomma... la famiglia è cresciuta.
Remigia, con le belle ditine affusolate, liscia la barba del marito,
poi gli aggiusta il nodo della cravatta.
— Sei di buon umore? Ti senti proprio bene? Oh, che beatitudine! Come
sono felice! — Vede sul tavolo il servizio del tè, una bottiglia di
Marsala e un piatto di tartine. — Oh! Oh! che trattamento! Mi servo,
sebbene non invitata!
Prende una tartina, la guarda, comincia a mangiarla adagio,
delicatamente:
— Uhm! Che bontà!
— Oggi non ho pranzato affatto. Ho preso un tè alle dieci, con un
biscotto.
Mimì si sente serrar la gola. — Remigia l'ha proprio su contro di lei!
Si sforza tuttavia di parlare per ottenere una risposta, uno sguardo.
— Ho tanto insistito col signor D'Orea perchè si facesse portare almeno
un'ala di pollo, una tazza di consumè! Non c'è stato verso!
— Hai fatto benissimo! — esclama la piccola dispettosa, sempre
rivolgendosi a Giacomo soltanto. — Mangiare e poi andar subito a
dormire? Ohibò! — Vicino alla teiera c'è un altro vassoio d'argento. —
Biglietti da visita? — domanda. — Ve ne sono quattro, piegati a due a
due. — Per me?
— Sì: li hanno portati... — Alla povera Mimì si spezza la voce, — ...
prima di pranzo! — Ella spinge il vassoio dinanzi all'Idola con la
piccola mano tenera e bianca agitata da un tremito.
Remigia prende i primi due, a caso, e legge a mezza voce:
— Il conte Martino D'Entracques. — Li lascia cadere di nuovo, con
grande indifferenza, nel vassoio. — Sai, Giacomo, tesöro, che è ben
ridicolo questo tuo collega della Guerra?
— Ridicolo?... Perchè?
— Ma sì! È brutto come Don Chisciotte! È vecchio, ed è ancora pieno di
pasticci con le donne!... Con un'americana, mi ha detto Quanita!
Giacomo si mette a ridere.
— Se ha pasticci con le americane, fa male... e gli faranno male! Ma...
vecchio? Adagio; ha la mia età!
Remigia, stupefatta, batte forte le mani palma a palma:
— Possibile? Sembra quasi il tuo papà! — Raddrizza il canto piegato
e legge il nome degli altri biglietti: — _Avvocato Leonida Staffa,
Deputato al Parlamento, Sottosegretario di Stato al Ministero dei
Lavori Pubblici._ — Un grido di sorpresa allegrissimo: — Il Leonida dal
cappellone?
Giacomo D'Orea si fa serio.
— Il Leonida dal cappellone?... — ripete Remigia, ma, adesso, con un
accento sdegnoso e irritato. — Che cos'è venuto a fare da me? perchè mi
ha portato i biglietti?
Giacomo è pure seccato, ma come si fa?... Ormai è un suo collega e
bisogna rassegnarsi.
— Mi ha detto oggi alla Camera, di averti conosciuta a Toblach e di
aver ballato con te!
— A Toblach?... Ci sono stata... dieci anni fa. Ero ancora una bimba!
— Insomma, dice di conoscerti e vuol venirti a salutare.
— _Rabbagasse?_
— Proprio... Tutto lui! Dopo essere stato a Corte gli è venuta la
smania di frequentare le signore dell'alta società. D'altra parte è
un mio collega, è con me ai Lavori Pubblici, non gli si può chiudere
l'uscio in faccia! Anzi, ti prego, quando lo vedrai, fa di tutto per
essere gentile. Sono gli incerti del mestiere!... Porta pazienza, cara
mia: sarà per pochi mesi, e ritorneremo liberi cittadini in libera...
casa nostra!
— Passi dunque anche Leonida e il suo cappellone! — Se Giacomo, con
questo discorso, ha perduto un po' del suo buon umore, non l'ha perduto
Remigia. Anzi, è diventata ancora più allegra, più espansiva e giuoca
facendo le treccine con la barba brizzolata del marito. — Io sarò
gentilissima con _Rabbagasse_, te lo prometto, ma anche tu, non devi
dirmi di no...
Giacomo lancia un'occhiata a Mimì.
— Non devo dirti di no?... A che proposito?
— Di un grandissimo favore che mi devi fare!
— Sentiamo.
— Prima giura.
— Che cosa?
— Di non dirmi di no.
— Giurare?... Alla cieca? — abbozza un sorriso. — È troppo pretendere
dalla mia coscienza, per quanto elastica!
Remigia lascia stare la barba, e gli torna a mettere le braccia al
collo.
— È un piacere, grande grande, che fai a me e a Guendalina! Pensa: si
tratta di ottenere che suo fratello Cincino D'Ermoli, metta giudizio,
ma proprio per sempre!
— In tutto questo, scusa, che c'entro io?...
— C'entri, perchè a fare il miracolo basta una tua parola!
Remigia, più o meno esattamente, ripete tutto il discorso fattole
dalla Capodimare: la commissione tecnica, la telegrafia senza fili,
l'impianto delle future stazioni, la nomina ambita da Cincino D'Ermoli
e conclude:
— Questo favore piccolo piccolo, è il primo che ti domando da che siamo
marito e moglie; non puoi proprio dirmi di no!
La povera Mimì non fa che diventar rossa e pallida, passando da
un'inquietudine a un'altra e non le riesce di fare una gugliata senza
aggrovigliare il filo o pungersi le dita. Ma il signor D'Orea ha
promesso a sè stesso fermamente di non volersi inquietare e ci riesce.
— Senti, cara: proprio stamattina, io ho detto alla tua buona Mimì che
odio le raccomandazioni. Per me, ogni raccomandazione è un sinonimo
d'ingiustizia e non ottiene che un effetto negativo. Invece di prendere
il raccomandato in considerazione io lo prendo in sospetto.
Remigia, quasi, comincia lei ad arrabbiarsi:
— Raccomandazioni? Mai più! È un favore che tu fai a me e a nessun
altro!
— Brava! Sicuro! — esclama Giacomo scherzando. — Ha sentito, signorina
Mimì?... La differenza... è enorme! Dimmi, intanto, questo Cincino
D'Ermoli, che roba è?
— È il fratello di Guendalina.
— E che cosa ha fatto?
— Niente. E siccome desidera appunto di mettersi a fare qualche cosa,
vorrebbe approfittare di quest'occasione, per andare lontano da Roma,
dagli amici, da tutte le tentazioni!
— Bravo! Bravo ragazzo! Ma tu, per altro, non sai che questa
commissione, non sarà molto numerosa. Quattro o cinque ingegneri al
più. E... non giovanotti che devono essere incoraggiati... a mettere
giudizio! Alte personalità competenti in materia! Uomini... maturi, che
già fanno parte del Ministero dei Lavori Pubblici o del Ministero delle
Poste e Telegrafi e che da un pezzo lavorano, fanno onore a sè e al
paese, hanno già dato prove, scritto studi e memorie in argomento. Il
tuo... come si chiama?
— Ingegnere Cincino D'Ermoli.
— Il tuo ingegnere Cincino D'Ermoli, merita lode per i suoi buoni
proponimenti, ma non è giusto che gli altri perdano per cagion sua una
nomina, un onore, cui hanno diritto. Ti pare?
— Allora... Fate così! — Remigia ci pensa un momento, poi esprime la
sua idea. — Invece di mandare quattro o cinque ingegneri soltanto,
mandatene addirittura sei; Cincino D'Ermoli in più. Così non commetti
ingiustizie e mi fai tanto contenta!
Mimì non può resistere a una così deliziosa ingenuità; si alza e corre
a baciare l'amica:
— Cara! Non sei in collera con me?
— Perchè?... Diventi matta? — Remigia, risponde seccamente.
Giacomo osserva le due giovani signore, soffocando in sè stesso le
proprie osservazione e i propri dubbi. — Quanto sarà sincera... la
bambina? — Pure, seconda il gioco, e come si fa appunto, qualche volta,
con le bambine riottose, finge di cedere e di acconsentire, pur di
evitar capricci e noie.
— Domani, fammi sapere nome, cognome, titoli accademici, se ne ha; ciò
che ha fatto e ciò che precisamente vorrebbe fare il tuo protetto.
— Mi giuri che avrà la nomina?
— Non giuro mai!
— Me lo prometti?
— Non posso promettere ciò che non dipende dalla mia sola volontà; ma
quando vedrai la tua amica Guendalina le dirai che la domanda di suo
fratello sarà presa, certamente, nella dovuta considerazione. — Si
sente stanco, si alza per andare a letto. — Anche domattina devo essere
al Ministero prima delle sette!
— E... la salute? — Mimì Carfo, così dicendo, avvolge il signor D'Orea,
con la grande tenerezza de' suoi occhi azzurri, in un'ondata di luce
dolcissima, affettuosa.
Giacomo guarda la fanciulla con malinconia, con tristezza.
— Penseremo anche alla salute... A suo tempo!
Stringe la mano a Mimì, stringe e bacia la mano a Remigia e se ne va
solo, mormorando la buona notte.
Uscito Giacomo, Remigia rimane un istante seria, a riflettere, con le
ciglia aggrottate: dal suo volto sono spariti il sorriso e la fresca
ingenuità della bimba. Sembra invecchiata di dieci anni; è la donna
irritata. Ad un tratto si scuote e scrolla la testa furiosamente.
— Scommetto che quell'... apata lì, non farà un bel niente di niente!
Figuriamoci se vuol scomodarsi per me! Non sono mia sorella!
— Per amor del cielo!... Può sentire! — mormora la Carfo spaventata.
— Senta pure! Tanto... per il bene che ci vogliamo! Antipatico e...
apata. Apata! Apata!... È il primo favore che gli domando, niente! E
sa che si tratta della mia amica più buona e più cara! — Questa è una
pugnalata che trafigge il cuore di Mimì, ma è tirata apposta. — Che
importa a lui delle mie amiche, di mammà?... Di tutte le persone alle
quali io voglio bene?... Niente! Anzi, le detesta!
— Questo poi no! Hai torto! È così buono invece... — Mimì vorrebbe
difenderlo, ma Remigia l'interrompe con una sghignazzatina ironica.
— Buono... con te? Ah! Ah! Ma forse adesso... Può darsi!... Gli fai una
corte sperticata!...
Mimì non risponde: diventa pallida pallida, le spuntano subito le
solite lacrimone.
— Se tu sapessi, — continua Remigia, — che cosa, in altri tempi, diceva
anche di te!... Ma no; _cito, cito!_ — Con la mano si chiude la bocca.
Mimì piange dirottamente.
— Ecco! Ci siamo! Ah, _mon Dieu_, che bel divertimento! — Si mette con
i pugni sui fianchi e gira su e giù canterellando a mezza voce: — Ci
siamo! Ci siamo!
La lascia sfogare un poco, poi le si ferma dinanzi.
— Vuoi farmi un piacere?... Uno solo, ma grande?... Rispondi!
Mimì alza gli occhi in cui c'è tutto il bene dell'anima sua, e la fissa
timidamente.
— Non guardarmi, soltanto! Rispondi!
— Sì...
— Allora non piangere sempre, quando ti fa comodo, per mettermi dalla
parte del torto! Tu, a furia di rabbonirlo e di lisciarlo a fin di
bene, — questo volevo dire — ti lasci raggirare!... Lui si vale di te
per sorvegliarmi e per spiarmi.
A questo punto Mimì si ribella:
— No! Mai! Tu offendi lui e offendi me!
Remigia, alla prima e inaspettata rivolta, si raddolcisce subito.
— Io non so spiegarmi, scusa, o tu non mi vuoi capire. Non è colpa tua
se «quello là» con tutta la sua politica, riesce, come t'ho detto, a
raggirarti bravamente. Te ne supplico, gioia, sono tanto nervosa io e
infelice! Non diventare nervosa anche tu... o non posso più vivere!
Più, più, proprio più! — Le dà un bacio e l'altra se la stringe al
cuore.
C'è un breve silenzio, poi Remigia domanda pianino: — Di che cosa avete
parlato, tutta la sera?
La Carfo risponde balbettando:
— Abbiamo parlato... così... un po' di tutto!... Persino di politica!
— Oh! Oh!
— E abbiamo parlato moltissimo di te.
— Di me? Che cosa avete detto? Ecco precisamente ciò che desidererei
sapere.
— Ho detto che sei molto buona, che gli vuoi molto bene; gli ho detto
le feste che ti hanno fatto a Pontereno e a Bologna e il tuo dispiacere
per non averlo veduto stamattina alla stazione.
— E poi?
— Abbiamo parlato della marchesa della Gancia...
— A proposito di che?
— Della sua età, della sua serietà. Non essendo più tanto giovine...
— Ha un figlio ufficiale di marina!
— Appunto; il signor D'Orea crede che sarà anche per te un'amica e una
compagna buona e sicura.
— Poi?
— ... Non ricordo altro! — Mimì sta un momento pensierosa. — Ah! Ecco!
Mi ha domandato se suo fratello, al solito, ha sparlato di lui.
— Vedi, vedi, come senza che tu te ne accorga ti fa fare la spia?
— Ma no...
— Ma sì!
— Fosse anche, io gli ho detto, — com'è vero, — che l'ho appena
intravvisto un momento, alla sfuggita!
Remigia si fa seria, serissima. Il viso le diventa affilato.
— Ricordati bene: tu mi dovrai sempre riferire, parola per parola,
tutti i discorsi di Giacomo; e gli dirai soltanto... ciò che voglio io!
— Ma anche tu, cara, ascolta un mio consiglio. — Mimì prega a mani
giunte. — Non gli fare raccomandazioni. Lo inquieta, lo irrita!
— Ti ha detto lui, anche questo?
— Sì; stamattina e poi ancora stasera.
Remigia ricomincia a cantarellare, a camminare su e giù, facendo un
cipiglio strano, mulinando chi sa che cosa. A un tratto, le passa
dinanzi, come un baleno, l'alta e secca figura del D'Entracques: dà una
forte scrollata di testa; la massa d'oro si solleva scompigliata, poi i
riccioli biondi tornano a posto ed ella ride allegramente.
— Prometto e giuro! — Fa un grande respirone. — Ah!... Non dovrò più
graffiarmi e pungermi per accarezzare quell'istrice! — Devi sapere...
— Afferra le due mani di Mimì, la fissa negli occhi, fa per parlare,
poi si pente. — No. Ti basti questo; io sarò _in-flu-en-tissima!_ E
intanto, — prima prova del mio potere, — Cincino D'Ermoli otterrà la
sua brava nomina! Ah! Ah! — La bionda lodoletta trilla allegramente.
— Sono in dieci i ministri, cara mia, e lui, il signor... Catone
tira-molla, non è nemmeno tra i più autorevoli!
Donna Remigia conta evidentemente sopra Sua Eccellenza D'Entracques,
ministro della Guerra; invece, — chi mai lo avrebbe immaginato? È
l'altra Eccellenza, è la sotto-eccellenza, è Leonida dal cappellone, è
proprio il _Rabbagasse_ che riesce a far pervenire la nomina ambita al
conte Cincino D'Ermoli!
Dopo un paio di giorni, quando Remigia è ben sicura che da Jack non si
ottiene niente, scrive alla Capodimare per metterla a parte dei suoi
dubbi e delle sue nuove speranze.
La principessa, appena ricevuta la lettera, si fa portare con la
carrozza all'albergo di Roma.
— Che, che! Impossibile!... — esclama addolorata, alle prime parole di
Remigia. — Vuoi raccomandarti al D'Entracques?... Non può far niente.
— È ministro anche lui; anzi è di più, perchè è ministro della guerra!
— Ma in questo caso non potrebbe altro che raccomandare Cincino al suo
collega, il ministro dei lavori pubblici!
Guendalina si mostra assai contrariata e Remigia è furibonda contro
Jack, non più tesöro, ma sgarbatissimo e caparbio. Tutte e due si
guardano mortificate e afflitte.
— E allora?
— Che cosa si può fare?
— ... Non c'è proprio un raggio di speranza!
Sospira l'una, sospira l'altra, quando Giovanni, il servitore venuto da
Pontereno, entra nel salotto annunziando una visita:
— Sua Eccellenza Leonida Staffa!
— Dov'è?
— Giù. Nella sala di lettura. Ha mandato il _liftiè_ per sapere se la
signora duchessa riceve.
— No! Ho il mal di testa! — Remigia è contenta di poter fare, con
quella sgarbatezza al sottosegretario, un dispetto a suo marito. Ma
Guendalina le parla piano all'orecchio e Remigia, in fretta, chiama
indietro il servitore.
— Ricevo! Ricevo! Andate ad incontrare Sua Eccellenza e conducetelo qui!
— Ma è il solo uomo, cara mia, — esclama la principessa, quando
Giovanni è uscito, — è il solo uomo, dopo tuo marito, che possa far
mettere Cincino nella Commissione!
— Davvero? — Gli occhietti di Remigia sfavillano. — Dici davvero?
— Certissimo!
— Ma Giacomo, quando lo verrà a sapere, non si opporrà?
— Appunto per questo. — Anche gli occhi della Capodimare sono pieni di
furbizia. — Prima, non deve saper niente; dopo, che importa?... Tutto
sta che questo Leonida sia un uomo sensibile e seducibile!
— Tentiamo insieme!
— Tentiamo.
Le due signore si abbracciano ridendo. Non sono più addolorate e
non sospirano più. L'idea di avere un ottimo pretesto, quello della
salvezza morale e dell'utile materiale di Cincino, per poter spiegare
tutta la loro civetteria, le diverte assai; specialmente Remigia.
— E... Mimì Carfo? — domanda la Capodimare con aria sospettosa.
— Non sa niente e non saprà niente! Ti aspettavo oggi! _Il cor me lo
dicea!_ — Un piccolo saltetto di gioia e un altro abbraccio di Remigia
a Guendalina. — Per essere libera l'ho mandata in giro, con il signor
Zaccarella, in cerca di moltissime cose... che non farà presto a
trovare!
Si sente un rumore di passi nel corridoio: Leonida s'avanza.
— Eccolo!
— Il _Rabbagasse!_
Le due signore siedono, con molle abbandono, una sulla poltrona,
l'altra sul canapè e tutt'e due, istintivamente, guardano verso l'uscio
con l'espressione felina di due giovani pantere in agguato, che sentono
l'avvicinarsi della carovana. Mostrano pure i denti bianchissimi,
sempre pronti... al sorriso.
È vero ciò che ha detto Giacomo a Remigia e a Mimì Carfo: il
suo sottosegretario di Stato ha la smania delle signore! Belle o
brutte, vecchie o giovani, non importa, purchè siano della più alta
aristocrazia. Soddisfatta l'ambizione, Sua Eccellenza Leonida Staffa si
sente preso dalla vanità. Cosa naturale: placata la fame, si comincia a
soffrire la sete.
Le signore, anzi le _dame!_ Le vere, le gran dame! Quelle proprio di
Roma, le classiche, i nomi storici, le prime del mondo!
— Che splendore! Che fascino! E che desiderio, che ansia di poter
penetrare in quel tempio, sacro alla storia!
— Le principesse romane!... Che cosa grande!
Belle o brutte, giovani o vecchie, egli le sbircia, le occhieggia da
tanto tempo, e — ahimè! — sempre da lontano! Si può dire che egli è
nato con quella voglia in corpo!
Giovanissimo, quando ancora faceva le prime armi repubblicane,
scaraventando dalla _Bandiera_ bottiglie d'inchiostro rosso, di un
bel rosso puro, prettamente plebeo, contro i favoriti e le Favorite,
— con la effe maiuscola, — della lista civile, egli mandava pure
alla _Bizantina_ gli «asterischi del contino Ipsilon» che scriveva
di straforo, tingendo la penna nel più azzurro e araldico giulebbe e
lardellando la sua nobile prosa di _eburnee spalle regali_, di _incessi
sovrani_, di _maestà matronali_, di _crême_, di _fine-fleur_ e di
_high-life_. Con gli anni, evolvendosi ed elevandosi, diventato a mano
a mano direttore di giornali e di riviste, democratico in politica
e aristocratico in letteratura, creato segretario o presidente di
tutte le missioni e di tutte le Commissioni, nominato all'Università
professore ordinario, per un caso straordinario e, finalmente, eletto
deputato, il contino Ipsilon comincia a poter vedere le gran dame,
quelle della vera _haute_ di Roma, un po' più a suo agio, alla Camera,
ai Lincei, alla Palombella.
— Che cosa grande!... Tutte le altre, le signore della provincia,
non sono che donnine e donnette in confronto della vera donna Romana!
Saranno carine, eleganti, avranno il gusto, lo _chic_ parigino; ma la
signorilità principesca delle romane?
— Tutto diverso!... Il modo di parlare, di guardare, di salutare,
di sedersi in carrozza, di camminare! Tutto diverso! Cosa grande! È
un'atmosfera diversa! Un profumo diverso!
Il suo naso, naso ex-repubblicano e ancora quasi radicale, non è mai
stato veramente così vicino a nessuna principessa, da sentirne l'odore.
Ma non importa! Lo intuisce e lo pregusta.
Salito al Potere e diventato Eccellenza, a quella prima ed ultima
seduta della Camera, Leonida Staffa ha alzato l'occhio più sicuro e più
fermo sulla tribuna della Corte e sulla tribuna del Corpo diplomatico.
Sente parlare della D'Orea... — Una duchessa Moncavallo?... Se la fa
indicare...
Mentre la fissa e l'osserva, comincia a ricordarsi di Toblach, di un
gran barbone di lusso, che si chiamava principe Rosalino, di una gran
dama molto superba che lo salutava appena con la testa, senza mai
stringergli la mano...
— Bellina la biondinetta!... Oh! Oh! È con una dama d'onore! La cognata
della principessa Capodimare!
Siede, si volta chinandosi all'orecchio del suo collega ai Lavori
Pubblici:
— Ho avuto l'onore di conoscere la signora D'Orea a Toblach!... Era
ancora una ragazzina! Ho conosciuto moltissimo la madre, la duchessa
Moncavallo! Gran dama, veramente!... Anche il principe Rosalino!...
Bellissimo uom... Bellissimo gentiluomo!
Lo stesso giorno, dopo la seduta, egli porta i biglietti di visita,
borbottando con stizza nel piegarne gli angoli:
— Staremo a vedere se anche la signora D'Orea, spiegherà la burbanza di
sua madre...
Sopra la moglie del ministro del quale egli è il sottosegretario di
Stato, Sua Eccellenza Leonida Staffa sente di poter vantare tutti i
diritti della colleganza politica.
— Staremo a vedere!
Il D'Orea, ricambia subito i biglietti e Leonida si mette in marcia
alla conquista dell'_hôtel de Rome_, sospettoso, minaccioso, armato di
tutta la sua fierezza ex-repubblicana e ancora... quasi radicale.
Sua Eccellenza domanda al portiere se la _signora_ D'Orea riceve con
più burbanza, certo, di quello che avrebbe spiegato la stessa vecchia
Moncavallo; ma aspettando la risposta nel salone terreno, lancia
un'occhiata nello specchio: tutto va bene! La zazzera spruzzata di
fresco è olezzante; i baffi e il pizzo arricciati e rilucenti di
_brillantina_.
— Staremo a vedere!
Quando si presenta Giovanni, il servitore, egli lo accoglie di piè
fermo, come l'araldo di una potenza nemica. Lo ascolta senza batter
ciglio, imperterrito e muto e lo segue impettito. Giunto in anticamera,
sempre senza una parola, gli consegna il cappellone. Ma lì, proprio
lì, sul punto di varcare la soglia del salotto è colto da un senso
stranissimo di timidezza. Per ciò, per vincersi, si presenta ancora
più sostenuto, aggrottando la fronte luminosa... Ma quando esce, un'ora
dopo, è inebriato, entusiasmato; è in estasi!... È vinto.
— Cosa grande!
Donna Remigia è stata amabile, briosissima, ma la Capodimare, — la
principessa, — è stata addirittura incantevole! Quanta nobiltà! Quanta
signorilità! Che grazia! Che finezza!
— Cosa grande!
Nè l'una, nè l'altra, ben inteso, hanno parlato di radiotelegrafia o di
Cincino D'Ermoli. Non si parlò del ministero e nemmeno di politica. Ma
invece di arte, di letteratura, del paesaggio Romano e della conferenza
per il giorno dopo ai Lincei, tenuta da Kristian Höye, uno dei compagni
di Nansen. Le signore ci vanno, ci va anche lui e riesce a sedersi
dietro le loro seggiole.
— Stasera che fai, Guendalina? — domanda Remigia all'amica, durante una
pausa del conferenziere.
— Non so; vuoi che andiamo al Costanzi? All'_Iris?_
La _Manon_ era stata rimandata per una delle solite indisposizioni
_réclame_, di Fanfan Trécoeur.
— Sì, gioia; benissimo! Andiamo all'_Iris_. — E così resta fissato.
Leonida che sta con l'orecchio all'erta e che ha sentito tutto il
discorso, va lui pure, la sera, al Costanzi; domanda al camerino del
teatro il numero del palchetto della moglie di Sua Eccellenza D'Orea e
trova il modo di avere una poltrona proprio sotto.
Il saluto che riceve dalle due signore è assai lusinghiero: è quasi
l'invito per una visita.
— Ci vado?... Non ci vado?... — Questo è il problema che occupa per
tutto il primo atto lo spirito di Leonida Staffa. Quando cala la tela
si risolve, si alza.
— Staremo a vedere se anche in pubblico, sono quelle stesse di ieri.
Per mantenere l'equilibrio tra la etichetta e la democrazia, Sua
Eccellenza Leonida Staffa si è vestito, quella sera, con una giacca
che può passare per uno _smoking_, ovverosia con uno _smoking_ che può
passare per una giacca. Dà un colpo forte al cappellone, lo schiaccia,
lo tiene sotto il braccio come un gibus, entra pianino nel palchetto
ed eccolo seduto, finalmente, in faccia alla duchessa e di fianco alla
principessa.
È lì, al Costanzi, mentre _Iris_ spiega le sue belle maglie rosa alla
gran luce del Joshiwara, che la principessa raccomanda Cincino a Sua
Eccellenza.
— Se la cosa fosse possibile... Se lei volesse, gliene sarei tanto,
tanto, tanto riconoscente!
Che musica!... Non quella dell'_Iris_, che Leonida Staffa non ascolta
nemmeno, ma la musica di quei «tanto tanto» modulati, sospirati al
soffio leggero di un alito dolcissimo, profumato, voluttuoso.
Remigia unisce le sue raccomandazioni a quelle dell'amica e ne aggiunge
un'altra particolare.
— Che mio marito non sappia niente, o manda tutto a monte! Ha certe
idee!... — E le spiega.
Leonida Staffa non è dell'opinione del collega; tutt'altro!
— Ah no! Questo poi no! Le solite persone competenti? Le solite persone
tecniche? Io diffido, per massima, dei tecnici e dei competenti!
Vecchi sistemi e vieti pregiudizi! Rinnovare, bisogna! Rinnovare e
ringiovanire! La maravigliosa invenzione di Marconi è l'invenzione di
un giovane! La radiotelegrafia? L'elettromagnetismo? Il mistero delle
onde hertziane? Scoperte giovani! Scienze giovani! Forze giovani, che
appartengono di diritto... ai giovani!