La marchesa Quanita, che quella sera soffre oltremodo il caldo, ritorna
sul balcone a fumare sigarette, a sventolarsi e a ridere saporitamente,
con certe risatine tremolanti, da solletico, mentre Cincino in
francese, in inglese e, quando gli occorre d'esser più pittoresco, in
pretto romano, fa un accurato inventario di tutte le bellezze esposte e
mal nascoste.
A un certo punto, per altro, appena ella vede apparire una carrozzella
in fondo alla strada, manda in fretta Cincino in cerca del fazzoletto:
nella carrozzella che passa di corsa si scorge mezzo in ombra e mezzo
illuminato dallo sprazzo dei fanali, il bel giovanotto dalla barbetta
rossa che guarda in su, verso il balcone, sorride e non saluta...
— Grazie, Cincino!
Il D'Ermoli si avvicina con il fazzoletto e ricomincia, tra l'annoiato
e l'insolente, a dire «spiritose sconcezze» alla cognata, mentre nel
salottino i rimasti, tra la conversazione che langue e le occhiate
che diventano più espressive, si appartano e si riuniscono a due a
due, secondo l'attrazione. Ma... sono in cinque: la principessa e il
Paparigopulos; Remigia e il D'Entracques... Al povero marchese, per
appartarsi in buona compagnia, non resta che l'_Italie_.
La conversazione tra la Capodimare e il cavalier Paparigopulos, procede
in un modo curioso: qualche parola forte, il nome d'un romanzo recente,
di un'opera di musica, oppure «Sua Santità» — «Vaticano» e tutto il
resto del discorso bisbigliato pianissimo.
Remigia, parlando con il generale, sorride, rossa, animata: il
generale, invece, diventa sempre più pallido, e mentre donna Remigia
alza il tono della voce, egli lo abbassa.
Il marchese Pio, che non si cura della sorella, e tanto meno della
moglie, tien d'occhio la duchessina, guardando di sopra, guardando
di sotto all'_Italie_. Pensando all'atto ardito con il quale egli
ha fatto fiasco in carrozza, più che geloso, si sente invidioso del
D'Entracques.
— Vecchio fauno!... Come fa quel vecchio fauno a darla ancora ad
intendere alle donnine?
Invece, tutto il contrario; è Remigia che la dà «ad intendere» al
generale. Questi, comincia davvero a perdere la testa; Remigia, adopera
la sua molto bene.
Il generale a lei piace... e piace assai. Ma è una simpatia, se non
ispirata, certo confortata e mossa dal ragionamento.
— Ci sto, perchè ci sono comandato! — è la divisa di quel
generale-ministro. E quando avesse comandato lei, da sovrana, quel
ministro-generale non sarebbe sempre stato a' suoi ordini?
Questo, per il morale della cosa. Per il resto... che desìo, poterla
far tenere a quelle antipatiche grassone, così superbe e sbuffanti!
— Invece sì, generale! Chi sa quante volte ella mi ha incontrata,
vista, m'è passato vicino... senza accorgersene.
— Non è possibile!
— Ma se ci sono stata tante volte a Roma, con mio marito!
— Eppure, l'ho vista oggi alla Camera, per la prima volta.
— Cioè, oggi, alla Camera, per la prima volta, ha badato a me!... È
così, vero?
Martino D'Entracques, per quanto sia lì lì per cominciare a
innamorarsi, non è uno stupido e fissa Remigia:
— È proprio ingenuità o è civetteria consumata?
— Vede, Eccellenza?... Ho ragione io!... Chi tace, conferma!
— Chi tace, non dice niente di ciò che pensa, perchè...
— Perchè?... — Gli occhietti si fanno intensi e acuti, quasi armati per
pungere.
— Perchè ha paura di dire ciò che sente; la verità.
— Un generale?... Paura? — La Piccola è tutta furberia e insieme tutto
candore. — Paura?... Il ministro della Guerra?... Ah, povera Patria
italiana!
La marchesa Quanita e Cicino D'Ermoli rientrano insieme dal balcone:
— E domani, Remigetta bella, quando ci vediamo?
— Quando vuoi!
— E che cosa si farà?
— Ciò che volete! Di' tu, Guendalina!
— È inutile voler fissare adesso, per domani! — In tutto quel tempo,
non ha quasi mai parlato altro che il Paparigopulos, ma anche alla
Capodimare è rimasta la voce un po' velata. Tossisce per renderla
chiara: — Troviamoci qui da mia cognata e abbandoniamoci alle sorprese
dell'ignoto.
Tutti approvano, anche il Paparigopulos; ma costui, tenendo le spalle
voltate alla conversazione. Ricomparsa Quanita, egli si è subito alzato
e allontanato dalla principessa, ricominciando a guardare i quadri e ad
allineare le figurine di porcellana.
— A che ora, mi trovo da te? — domanda Remigia a Quanita.
— Verso le quattro.
Il generale alle quattro non può.
— E il Ministero?... E il Governo?... Verrò più tardi!
Remigia torce il bel musetto indispettita, mentre le altre due signore
si divertono a strapazzarlo furiosamente.
— Il Governo? Il Ministero? Tutti pretesti!
— Ben altri... doveri!
Non si fa il nome, ma si allude a missis Britton. Poi, la Capodimare
domanda ad un tratto:
— E la prima della _Manon_?... Quando sarà?
— A giorni, si crede! Ma per più sicure e precise informazioni
bisognerebbe rivolgersi a chi è in istretti rapporti... con
l'impresario.
Il Paparigopulos si volta di colpo, attonito, rimanendo a bocca aperta.
C'è un momento d'inquietudine per quell'impertinente di Cincino; ma poi
Remigia, dopo essersi invano sforzata di restar seria, scoppia in una
risata.
— Precisamente, ancora non si sa, ma _abbiamo_ già venduto più di mezzo
teatro! — Si stringe fra Guendalina e Quanita, abbracciandole per la
vita e soggiunge a bassa voce: — Sarò colpevolissima, ma io muoio dalla
smania di conoscere questa Fanfan!
— E allora vieni al Costanzi, con noi, alla prima della _Manon_!
— E dopo? Se ho dispiaceri in... famiglia?
— Vieni con noi! Per non farti vedere resterai in fondo al palco!
— Uhm!... Temo di far male...
— Perchè?
— Parliamoci chiaro: tua sorella, intanto, non lo saprà!
— Lo sapesse anche, non è a Roma!
— E poi si tratta del Costanzi, e di una stagione senza etichetta e
senza formalità.
Remigia non vuol altro che farsi un po' pregare e lasciarsi persuadere;
trova ottime per ciò tutte le ragioni e mentre il marchese Pio continua
a bisbigliare come se recitasse una giaculatoria, «non si fa male che
a far del male», ella rivolge al D'Entracques un sorrisetto tenero e
un'occhiata espressiva:
— Ma... _cito_, mi raccomando, col suo collega dei Lavori Pubblici!
La Capodimare, che libri e teatri vuol sempre goderli _gratis_, lascia
a Remigia anche la cura di prendere il palco.
Grandi abbracciamenti, nuove espansioni, tenerezze. Remigia, che
comincia a sentirsi stanca, trova la scusa solita di Giacomo.
— Forse è già a letto!... Forse invece m'aspetta!... Ah, _mon Dieu!_
Caro generale! Sapesse come il suo collega è difficile da indovinare!
Guendalina offre la sua carrozza.
— Ti accompagno io, Remigetta. E avviso agli aspiranti: ho la vittoria
e non ci sono altri posti disponibili; nè per voi, generale, nè per
Cincino.
Il cavalier Paparigopulos se n'è già andato. Egli ha la prudente
abitudine di arrivare e di ritirarsi sempre per il primo.
Appena in carrozza, la Capodimare, diventa seria.
— Ho voluto che fossimo un momentino sole, perchè ho da parlarti. Si
tratta di un favore grandissimo, che vorrei da te.
— Dimmi, gioia! — Remigia le prende e le stringe una mano.
— Sta ben attenta, — la Capodimare sorride, — perchè entriamo
nel difficile! Devi sapere che il ministero dei Lavori Pubblici,
d'accordo con quello delle Poste e Telegrafi, ha deciso l'invio di
una Commissione tecnica agli Stati Uniti per gli studi relativi e
l'impianto delle future stazioni della telegrafia senza fili!
— La scoperta di Marconi?
— Appunto! E si tratta anche di fissare tutti gli accordi d'indole
scientifica con quel governo. Mio fratello...
— Cincino D'Ermoli?...
— Cincino, avrebbe il desiderio, la smania di essere prescelto dal
governo italiano fra i tre o quattro ingegneri che verranno eletti a
questa commissione...
— Ho capito.
— Hai capito?
— Sì. Penso io.
— Basterebbe una sola parola di tuo marito...
— Non dubitare; penso io.
Guendalina continua con voce tenera e lamentosa:
— Cincino, comincia appena a mettere giudizio. Ma fin che si trova a
Roma, povero ragazzo, che cosa può fare?
— Troppe distrazioni!
— Tuo marito, farebbe una vera opera buona!
— Parlo con Jack, domattina, subito. È la prima cosa che gli domando
dacchè sono sua moglie: voglio vedere se mi dirà di no! — Negli occhi
dell'Idola, che non ridono più, passa un lampo di minaccia.