Appena all'albergo, _aut aut!_

— O mi date l'appartamento col balcone grande che dà sul Corso, o vado

all'_Hôtel de Russie!_

— Ma è stato Sua Eccellenza...

— In queste camere di Sua Eccellenza, non ci sto nemmeno dipinta!

Ha l'appartamento, ha il balcone grande che dà sul Corso; ha tutto ciò

che vuole, ma non è contenta.

— Ah, il mio Pontereno caro, caro!... Sono così soddisfatta di trovarmi

a Roma, che non vedo l'ora di essere di ritorno a Bologna!

E alla sua Bologna, al suo Pontereno, al suo Paradiso pensa ancora con

trasporto e con rimpianto mentre si tuffa nell'acqua tepida e lattea

del bagno d'amido, alla violetta.

— Ah!... Deliziosa la mia Bologna! E i miei Bolognesi... Simpaticöni!

Vi voglio un gran bene! — Per vendicarsi di Jack e dei Romani che non

erano andati alla stazione, imprime un bacio, forte forte, sulla punta

delle dita e lo manda con un soffio: — Prendi! — To'! a un bolognese

qualunque: magari all'avvocato Berlendis, od anche al Prefetto.

Con la piccola mano trasparente fa scorrere l'acqua color perla,

profumata, in tremule onde circolari e ripensa a quel bel momento

trionfale della sua partenza da Bologna, ripensa alla folla, al saluto

così espansivo. Li rivede ancora, messi in fila, agitare i cappelli

mentre il treno si muove... Rivede tutti, l'avvocato Ciro Berlendis, il

colonnello De' Taddei, Marco Bragotto... e rivede Narciso Gambara...

Sorride pensando al giovane crociato, e fa scorrere l'acqua con la

mano, più lentamente.

— Oh, fosse stato lui ministro, invece di quel... _apata_. Fosse stato

anche il Presidente dei Ministri, lui avrebbe piantato lì qualunque

affare di Stato, per venirmi incontro alla stazione, chi sa con

quanti fiori e con quanta gente!... Gli scriverò oggi stesso... — alza

l'acqua nel cavo della mano e la rovescia a goccia a goccia — ... una

_lunghissima_ lettera!... E voglio telegrafare a mammà di venir subito

a Roma, con lo zio Rosalì... e con Totò! Sì, anche il mio Totò, che

vuol andare al Cairo lui... a morir di passione!

Si allunga scivolando nella vasca di marmo, si tuffa, si risospinge a

fior d'acqua e di nuovo si lascia andar giù sprofondandosi dolcemente,

chiudendo gli occhi e mormorando con un languore tenerissimo:

— Mammà! La mia mammà! Cara! Tesöro!... Amöre! Ah, che delizia un buon

bagno tiepido dopo tutta una notte passata in ferrovia!... Ah, che

piacere!... Non c'è al mondo un piacere... una più grande... voluttà...

Dopo il bagno, fatto toeletta e preso il caffè e latte donna Remigia va

sul balcone a respirare, mentre Mimì, il signor Zaccarella e persino il

segretario dell'albergo, sono tutti in moto con i facchini, per mettere

in ordine il salotto, come vuol lei.

— Via! via! Quella Beatrice Cenci! — grida dal balcone. — E anche

quell'orribile Colosseo!... Sembra dipinto da un cuoco famoso per i

croccanti!

Tutti ridono: Mimì è beata vedendo le nubi sparire a poco a poco.

Remigia guarda in istrada; quelli che passano si voltano in su: c'è da

far passare il tempo.

— È allegro il Corso, alla mattina!

Viene Mimì sul balcone, con una lettera.

— L'ha portata Gaudenzio. Domanda se c'è risposta.

— Ricordatevi! Non voglio vederlo! Se ci sarà risposta, manderò il

signor Zaccarella!

La contessina sparisce in un lampo. Remigia, appoggiata in piedi al

balcone voltando le spalle alla strada, ma continuando a sbirciare,

a destra e a sinistra, quelli che passano e guardano in su, rompe la

busta e legge:

— Che c'è?... Un bigliettino di Giacomo?... Una lettera di mammà?...

Legge prima il bigliettino, perchè è più corto.

«Scusa, cara; non posso venire nemmeno a colazione! Verrò _certissimo_

a pranzo e cercherò il modo, se sarà possibile, di poter aver libera la

serata. Intanto, per farti piacere, ti mando con i miei più affettuosi

saluti, una letterina molto gentile e buona, che ricevo in questo punto

dalla tua mamma.

«GIACOMO».

— Ah, _mon Dieu!_... Stasera sarà stanco, e con la scusa

dell'emicrania, la solita callotta di piombo, si resterà in casa a far

venire le dieci, per andare a letto! E questa benedetta mammà, tanto

farmi girare per maritarmi!... Che bel divertimento! Basta, leggiamo

che cosa c'è di gentile e di buono.

La duchessa Cristina si congratula impiegando quattro paginette

fitte fitte, per l'assunzione al potere del «genero amatissimo», del

«figliuolo dilettissimo», sciorinando elogi e complimenti con la più

colorita e calda espansione.

«.... Voglio, sento il bisogno di dirlo e di ripeterlo a te e a tutti,

figlio mio: la tua grande modestia non potrà mai soffocare il mio

orgoglio legittimo, di madre. In quest'ora difficilissima, la Patria

ha bisogno de' suoi uomini migliori e tu non potevi ritirarti, non

potevi esitare. Ma io che ti conosco, io comprendo benissimo tutto

il tuo grande sacrificio e perciò ti lodo e ti ammiro sempre di più.

Io sono fiera per te e sono felice per la mia Idola. Tu lo sai bene,

carissimo Giacomo; Remigia è sempre stata la mia gioia prediletta. Con

lei, ti sei preso il mio cuore. Ella è la mia superba compiacenza, è la

consolazione, il conforto de' miei capelli bianchi...»

Remigia sorride. Sono quasi le stesse parole che prima del suo

matrimonio con Giacomo D'Orea, mammà scriveva... a Luciano. Era lui,

allora, Luciano, anche senza salvare la patria, anche senza essere

ministro, il genero amatissimo, il figliuolo dilettissimo, il suo

legittimo orgoglio. E se lei Remigia, è sempre stata davvero l'Idolo

prediletto per il cuore materno, è però altrettanto vero che nelle

lettere di mammà a Luciano, era allora Maria Grazia, la superba

compiacenza, la consolazione e il conforto dei capelli bianchi!

Remigia continua a sorridere terminando di leggere la lettera e

riponendola nella busta.

— Che cambiamento, ha fatto mammà!

E Giacomo?... Prima di diventare «il genero amatissimo» non era

ascritto certamente fra gli uomini migliori della patria!...

— _Bum!_

Eccellenza Molinella, o anche peggio, Eccellenza Mortadella, egli

era, invece, secondo l'opinione di mammà e dello zio Rosalì, uno

degli uomini famosi... per egoismo e per tirchieria! E quando Luciano

dava semplicemente dell'asino al fratello Giacomo tutta la famiglia

approvava e lo zio Rosalì faceva eco, mormorando: — Mah!.. La croce non

fa il cavaliere... e nemmeno la commenda!

— Adesso, invece? Adesso l'orso, l'istrice, l'asino, e ogni altra

bestia più bestia, è mio cognato Luciano!

Remigia, ripensandoci, sbotta a ridere.

— Subito, subito!... Il giorno stesso che Giacomo ha domandato la mia

mano!... Che cambiamento di scena! Povero Luciano! Detronizzato come il

doge Francesco Foscari! E quando è capitato a Villars con la cattiva

idea di opporsi al mio matrimonio?... Le furie di mammà!... «Mi avete

messa in croce una figliuola, vorreste farmi morire anche l'altra?...»

E il profondo disprezzo dello zio Rosalì?... «Chi pazzo è nato, muore

matto!...» Persino il voltafaccia, il relativo _pronunciamento_ del

capitano, e per colmo di sventura, mia sorella a letto, ammalata!...

Non poteva nemmeno gridare e sfogarsi sopra di lei!... Soltanto

l'umilissimo e ossequiosissimo signor Trüb!... — A Remigia sfugge

un'altra risata. — Com'era buffo quel signor Trüb co' suoi scodinzolii

e co' suoi occhiali in mezzo alla fronte! Pareva una foca!

Il pensiero della giovane signora si allontana nel passato: i ricordi

succedono ai ricordi.

— La _Tête-pointue!_... Villars! Che bel paese!... Incantevole!...

Simpaticone assai, il bell'Apollo!... E come ballava bene! Altro che

Narciso Gambara!

Rivede gli occhi languidi e la pancetta in sussulto di Re Faraone

innamorato... Rivede gli occhiacci di missis Eyre furibondi contro

_Din_ e _Don_... Poi, a un tratto, si scuote, si volta, e guarda giù in

istrada:

— _Téé! Téé! Téé!... Tuff! Tuff! Tuff!_

È un automobile. Si ferma dinanzi all'albergo.

— Chi è?... È Luciano!... Proprio Luciano!...

Remigia dà un grido di gioia.

— Mimì! Mimì! Luciano! È qui Luciano!

Remigia non è più sola! Con suo cognato, potrà girare tutta Roma, i

teatri e divertirsi!

— Che bravo! Che bella improvvisata!

Remigia, di suo cognato, ne fa adesso tutto ciò che vuole; i loro

rapporti sono cordialissimi. Luciano, è vero, è molto cattivo con

sua moglie, che è poi la sorella di Remigia, ma questo a Remigia,

poco preme. Egli ha relegato Maria a Fiumicino per la consueta

gelosia ingenita e per poter risparmiare sulla moglie ciò che spreca,

stupidamente, con l'amante; ma questo, a Remigia, che fa, che importa?

Anzi, «la piccola peste» s'è messa a proteggere e a difendere il

cognato contro la sorella: Maria è una esagerata, una donna troppo

eccessiva e... opprimente.

— Ah, _mon Dieu!_ Che tragediografa!

In quanto a don Luciano, egli s'è messo a corteggiare la cognatina

perchè, davvero, la trova molto _chic_ e poi... per ingelosire e far

dispetto al fratello e alla moglie.

— Paolo e Francesca... Sta bene; ma un po' per uno. E con questa

_Franceschina_ qui, forse... chi sa?

.... Remigia, è corsa incontro a Luciano fin nell'antisala: i cognati

si abbracciano festevolmente e tornano insieme sul balcone.

— Restiamo qui; il mio appartamento è ancora sossopra.

— Perchè non sei venuta al _Grand hôtel?_

— Jack vien sempre al _Roma!_

— Ah, già, sicuro! — Luciano fa una smorfia da miliardario. — Per

spendere meno. Sempre l'uomo di carattere: moderato in politica,

moderato nelle spese! Del resto, lui poteva restare al _Roma_ e tu

venire al _Grand hôtel_. Questo, adesso, si usa. È assai più comodo

tanto per il marito, come per la moglie.

Luciano accende una sigaretta e fissa la cognatina con un ghignetto

canzonatorio:

— Dunque, siamo... al potere?... Ministressa!

— Finalmente! Le fai sospirare le tue congratulazioni!

— Congratulazioni?... Io?... Per me scemi di grado. Ministressa? — Le

prende una mano e gliela bacia. — Regina, _for ever!_

— Bravo! — Remigia è soddisfatta. — Con me te la sei cavata abbastanza

bene. Ma, e con Jack?... Gli hai mandato, almeno, un telegramma?

La moglie di Sua Eccellenza · 第 35 / 57 题