IV.

La partenza di donna Remigia da Pontereno e da Bologna è una doppia

festa trionfale. A Pontereno il sindaco ha fatto suonare la banda

civica in onor suo, e l'arciprete, le campane; a Bologna, alla

stazione, la moglie di Sua Eccellenza il ministro dei Lavori Pubblici,

è ossequiata dalle autorità e salutata dagli amici, per l'occasione

più che mai numerosi ed espansivi. C'è tutta la politica, ma il signor

Zaccarella nota con soddisfazione che c'è anche tutto lo sport.

Mentre con Mimì Carfo, Remigia attraversa i binari, sotto la tettoia

ben illuminata, per raggiungere il _vagone-salon_, si forma una folla

di curiosi che la seguono, la circondano, urtandosi, spingendosi per

poterla vedere:

— Qual'è delle due bionde, la ministressa?... La più alta?

— No! È la più piccola!

— Carina assai anche la piccola!

— Questo è davvero un bel Gabinetto!

— Vorrei entrarci anch'io!

— Evviva le bionde al potere!

— Evviva!

Qualcheduno comincia anche a battere le mani.

Donna Remigia, salita sul vagone, resta di fuori con Mimì, sul

terrazzino, rischiarato da un fascio di luce elettrica, per farsi

vedere e per ricevere i complimenti. Veste un abito grigio chiaro,

attillatissimo, con un grande cappellone di paglia, tutto coperto di

ciliege. Ella si volta di qua, di là, salutando, sorridendo, parlando

con tutti animatamente. Ha gli occhi scintillanti e il viso acceso;

è felice, raggiante, è eccitata, inebbriata, sentendosi ammirata,

desiderata da tutti quegli occhi, da tutti quegli uomini.

Cara Bologna!... Ha sempre voluto molto bene a Bologna!... E i

Bolognesi? Simpaticöni!

Il conte Narciso Gambara, in piedi sul primo predellino del carrozzone,

sdilinquisce in tenerezza per la contessina Carfo, comprendendo

bene come, in quel momento, gli sarebbe stato impossibile di

attirare l'attenzione di donna Remigia. Egli ha riempito di fiori il

_vagone-salon_ per la Regina e di dolci e di pasticcini per la dama

d'onore; e se sospira e geme, a cagione di quella partenza con la

sola Mimì, continua per altro a mormorare: «Cattivine! Cattivone!»

abbracciandole in ispirito, tutte e due.

L'avvocato Ciro Berlendis, montato anche lui sul treno, sbuffando

ed asciugandosi la pappagorgia col moccichino, seguita a fare

presentazioni. Presenta alla duchessa D'Orea Moncavallo e alla

contessina Mimì Carfo, tre o quattro commendatori, un capo-traffico, un

ispettore, poi il capo-stazione, poi il capitano dei carabinieri, poi,

uno dietro l'altro tutti quelli che gli capitano sott'occhio, facendoli

salire da una parte, attraversare il terrazzino dinanzi alle signore, —

un bell'inchino, — e scendere dall'altra.

Donna Remigia ha per tutti una stretta di mano e un complimento. In

quel suo gran da fare non dimentica nessuno, nemmeno Narciso Gambara

che, quando meno se l'aspetta, riceve un'occhiatina così languida che

lo fa saltare dal predellino più basso al predellino più alto.

— Ma sì! Ma sì! Vengo anch'io a Roma! Proprio così!... Voglio un

posticino al Ministero! Vicinissimo a donna Remigia! Ma sì! Ma sì! Da

brava!... Anche senza stipendio!

I pennacchi dei carabinieri ondeggiano in mezzo alla folla: passa il

prefetto.

L'avvocato Berlendis agita la vecchia tuba con un sorriso amicale e si

sporge dalla scaletta con la mano tesa e il moccichino spremuto, per

aiutarlo a salire.

Donna Remigia ringrazia affabilmente, ma sta in guardia, per non

compromettere il Ministero, serbando le distanze da superiora a

inferiora.

Di nuovo cresce il brusio e il tramestio: più autorevole delle autorità

è il signor Zaccarella che si avanza, pieno di boria, accigliato e

minaccioso. Il Governo, è lui: lo sente in sè stesso! Egli ha già

alzato la voce con il sottocapo stazione, con gli impiegati e con le

guardie. Tutti si scusano umilmente e gli porgono omaggio: lui, non

saluta nemmeno. Gli danno del cavaliere; lui, se lo prende, e tira via!

— Indietro, signori!... Partenza!

Il conte Gambara salta dal predellino, rimanendo in bilico sulla punta

del piede destro; si rinnovano, con maggiore animazione saluti e auguri

e il treno parte.

Remigia, stanca, si lascia cadere sopra una poltroncina:

— Chi sa, a Roma!

— Chi sa! — ripete Mimì, immaginandosi pure accoglienze e feste

straordinarie.

— Basta che non arrivi troppo spettinata!

Remigia, così dicendo, appoggia il capo alla poltrona e resta lì tutta

notte, seduta scomoda e senza quasi poter dormire, per non arrivare a

Roma con i capelli scompigliati.

Invece a Roma... È una bella delusione!

Il treno non si è ancora fermato e già Remigia sporge il capo dal

finestrino sicurissima di scorgere Jack — tesöro! — sotto la tettoia,

in compagnia de' suoi colleghi... Già le sembra di udire, lontano,

un _tararan_, _tararan_ di marcia reale... Invece, nessuno! Fra tanta

gente, nessuna conoscenza!

— Mimì!... Giacomo non c'è!

— Impossibile!...

Anche Mimì guarda fuori: i forestieri, scesi dai vari scompartimenti

si allontanano a frotte, con i facchini. Dinanzi al loro vagone non

c'è che la Carolina appoggiata alla sacca delle ombrelle, vicino a un

grande scatolone posato per terra.

È uno dei tanti cappellini di Remigia arrivato da Milano all'ultimo

momento.

— Dov'è andato il signor Zaccarella? — domanda la Carfo alla cameriera.

— A fissare le carrozze e a cercare i facchini!... Si chiamano e non

si degnano nemmeno di rispondere! — La Carolina è di malumore; ancora

tutta piena di sonno, ha la paglietta storta e la faccia nera di

polvere.

Remigia rientra nel vagone: non può credere a sè stessa.

— Forse Giacomo si sarà sbagliato! Crederà che io arrivi con un'altra

corsa!

Mimì resta un istante pensierosa:

— No, non può essere; non c'è che questo treno diretto, che arriva a

Roma da Bologna, alla mattina.

— E allora?... Gli hai telegrafato ben chiaro?

— Chiarissimo!

«_Parto fra un'ora felice, beata — pensando potrò finalmente

abbracciarti domattina — tenerezze infinite. — Tua_».

Remigia passa dall'avvilimento alla collera.

— Gli hai telegrafato proprio così?... Con tanta espansione?.... E non

si muove nemmeno per venirmi incontro?...

— Certo... ci sarà stato qualche grave impedimento!

— Se non poteva venire, doveva mandare! Oh, se si fosse trattato di mia

sorella...

Remigia è interrotta dalla Carolina che si mette a gridare:

— Ecco! Ecco!

— Chi?...

— Il signor Gaudenzio!

Ma la comparsa del signor Gaudenzio, se ha fatto emettere un grido di

allegrezza alla cameriera, rende la padrona addirittura furibonda.

— Andiamo, Mimì! Scendiamo!

— Aspetta, Idola, che ti aggiusti la veletta!

L'Idola, seccata, l'allontana con una spinta:

— Anche tu! Lasciami stare!

Strappa la veletta dal cappello dispettosamente e la caccia nella

borsettina rossa.

Valeva proprio la pena, per essere ricevuta a Roma dal signor Gaudenzio

di non dormire tutta notte e di fare un'ora di toeletta dopo Orbetello!

Questo signor Gaudenzio, è un vecchietto con i baffi, la cravattina

colorata e con un piccolo bastoncino sempre fra le mani. Ha l'aria più

di un sensale che di un servitore. Donna Remigia non lo può soffrire:

sa di pizzicheria! In fatti, egli è da più di trentanni in casa D'Orea.

Ha cominciato facchino di studio, poi fattorino, e al presente, mezzo

servitore e mezzo segretario, è il vero factotum di Sua Eccellenza!

Il signor Gaudenzio è sempre faceto, anche alla mattina presto, e si

mette subito a raccontare ridendo, alla signorina Remigia, l'avventura

che gli è toccata:

— È tutto un viavai di treni, lunghi come contrade, in questa stazione!

E io, mi ci perdo!... Anche stamattina, invece di prendere la strada

di Bologna, ho preso quella di Napoli!... Aspetta, aspetta, aspetta!...

Credo, io, che non le vedevo arrivare!

— Sua Eccellenza?... Perchè non è venuto?... — Remigia è tanto più

irritata perchè quella stupida della Carolì si mette a ridere.

— Il signor Giacomo non ha più tempo oramai, nè per dormire, nè per

mangiare, nè per tirare il fiato. Verrà a salutarla all'albergo quando

potrà; ma non bisogna aspettarlo nemmeno a colazione! Glielo dica anche

lei, signora Remigia! Con la salute che ha e con quel temperamento è

stato un gran minchione a lasciarsi fare ministro!

Remigia corre avanti, sola. Che volgarità! E come gli urta i nervi quel

«signor Giacomo» quella «signora Remigia!» Per tutto il tempo non lo

guarda più in faccia.

Ma il signor Gaudenzio nemmeno se ne accorge, continua a scherzare

con la Carolina, finchè donna Remigia comanda alla cameriera di andare

innanzi all'albergo, per preparare il bagno e la toeletta.

— Vado anch'io con la Carolina! Le farò da Cicerone!

Il vecchietto, col suo bastoncino stretto in pugno, monta in _botte_

accanto alla ragazza.

— Si ricordi bene, signor Zaccarella: quell'... individuo lì, io non lo

voglio mai vedere, assolutamente!

— Non dubiti, signora duchessa!

— E se ci resterò, in questa antipatica Roma, farà venir subito

Giovanni, da Pontereno!

Il signor Zaccarella tiene aperto lo sportello del landò, ma donna

Remigia vuol prendere prima il caffè al ristorante della stazione.

— Vieni, Mimì.

Mentre prendono il caffè, Remigia continua a brontolare:

— Spero che questa volta, almeno, non avrai il _tuppè_ di voler sempre

difendere quel tuo — ci pensa, poi trova la parola — quel tuo _apata_

così bene educato!... Dovrei proprio convincermi che lo fai apposta...

perchè mi odî!

Gli occhi della fanciulla si riempiono di lacrime e per questo Remigia

si arrabbia ancora di più.

— Sei diventata impossibile!... Bisognerà che ti nasconda anche i miei

dispiaceri...

— No... Scusa!... — Mimì è disperata.

— Sì, invece!... Del resto questa volta, è tutta colpa tua!

— Colpa mia?

— Non farmi quella faccia trasognata, da stupida, per amor del

cielo! Tua, tua, colpa tua! Dovevi dirmelo di non venire a Roma

così a precipizio! Ma già, è inutile; sei fatta... come le tedesche!

Famosissima per predicare, e poi, all'atto pratico, incapace di un buon

consiglio!

La moglie di Sua Eccellenza · 第 34 / 57 题