Sua Maestà Remigia Iª vuol regnare sola, ma non le piace regnare in
solitudine. Pontereno è sempre pieno di gente: tutto il bel mondo della
media e della bassa Italia!
Per gli uomini, nessuna scelta: porta aperta. Basta che il frac non
abbia macchie. Per le signore si agita il vaglio con circospezione
oculatissima: non deve aver macchie la virtù.
Donna Remigia, sul punto della fedeltà coniugale, è di fronte al
proprio sesso, di manica strettissima. E si capisce! Non può sopportare
nemmeno un uomo solo, purificato dalla Chiesa, autorizzato dal sindaco;
in qual concetto può mai avere quelle... tali che sono capaci non solo,
di sopportarne, ma di amarne due, magari nello stesso giorno?...
— Che orrore!...
E tanto più, quanto più sono belle e ammirate. Certe signore, in voce
di aver buon cuore, non solo non possono oltrepassare la cancellata
della Versailles bolognese, ma sono colpite, da donna Remigia D'Orea
con certi decreti di proscrizione che hanno vigore in Bologna, in
Firenze e più in là.
Pure, anche tra il genere mascolino, se si fa una sola distinzione
assai superficiale di forme e di sartoria, ci sono le specie preferite
e favorite: la specie _sport_ e la politica. Politica ortodossa,
s'intende!
Donna Remigia, piena di salute, tutta nervi e senza nemmeno una
fibrilla di adipe, ha bisogno, per star bene, di ridursi alla sera
stanca morta a furia di divertirsi. La sua vitalità, il suo fervore di
donna giovine e forte devono stemperarsi in sudore, dunque i cavalli,
dunque le caccie, il tennis, il ballo... Dunque avanti, a Versailles,
a corte, tutti gli _sportsmen_ autentici e ben qualificati, o ancora
semplici aspiranti alle glorie del _turf_.
Donna Remigia, mira al portafogli: e per questo sono assai ricercati e
accarezzati a Pontereno tutti coloro che, secondo lei, possono spianare
la via del Campidoglio!
Chi sa?... Il gran giorno è forse vicino!
«Il ministero non può reggere!... Il ministero ha ormai i giorni
contati!... Alla prima votazione il ministero è spacciato!» Ecco
l'ultimo bollettino politico degli amici, dei clienti di Pontereno.
Le votazioni si seguono, il ministero è sempre in maggioranza, ma ciò
non altera le «recentissime» dei Machiavelli di casa D'Orea. E i più
autorevoli personaggi, compreso il signor Zaccarella, precisano anche
la data, in cui il morituro morirà.
Donna Remigia vuol parer calma, se non indifferente, ma è sempre in
giro con la carrozza, sempre in visite e più espansiva, amabile, più
alla mano con tutti. Gli _sportsmen_, intanto, passano in seconda
linea, e gli uomini politici hanno il sopravvento.
— Presto, dunque... a Roma? — è il saluto che vien rivolto, in
generale, alla Sovrana di Versailles. Dacchè, secondo le sue gazzette,
il Ministero pencola, donna Remigia va più spesso a Bologna a
confessarsi, e a Bologna il saluto e l'augurio: — Presto, dunque... a
Roma? — glielo fa anche l'arcivescovo, di cui è la penitente, sebbene
con una leggera punta d'ironia, per non compromettere il _non expedit_.
— Dunque a Roma, donna Remigia, illustrissima! Alla famosa capitale! —
grida con il suo bel vocione da _Tedeum_, quando s'incontrano dopo la
messa, l'arciprete di Pontereno, di cui ella è la generosa protettrice.
L'avvocato Ciro Berlendis, consigliere comunale, consigliere
provinciale, grande elettore, grande fondatore di giornali con i
danari degli altri, è invitato a pranzo a Versailles, non soltanto la
domenica, ma adesso anche il giovedì.
— A Giugno, sicurissimo, si fa casa nova! — esclama soffiando,
gonfiandosi le gote, prima di mettersi a tavola. — Questa volta,
duchessa Remigia, tocca a lei: se l'onorevole D'Orea, volesse fare
ancora l'ostinato, da brava, una tiratina d'orecchi!
E il conte Narciso Gambara, vice-presidente del circolo monarchico,
innamorato un giorno sì e l'altro no, a vicenda, della regina e della
dama d'onore, e il cavalier Marco Bragotto portabandiera dei Nuovi
Veterani di S. M., e autore di versi patriottici a rime obbligate, che
parole mormorano, sospirando, tenendole stretta la mano?... — Queste:
— Ah!... Siamo alla vigilia di perderla, duchessa Remigia!
Persino il colonnello Baldassare De' Taddei!.... Messo da un anno e
mezzo a riposo, con la scusa dei limiti d'età, mentre si sente ancora
così giovane e forte... di stomaco, da divorare l'Italia in un boccone,
tanto è il suo dispetto di averla fatta per uso e consumo di quei
camorristi dello Stato Maggiore, lo stesso colonnello Baldassare De'
Taddei, che giura e spergiura di non aprir più bocca a proposito di
politica, perchè quella che si fa da un anno e mezzo in Italia, è una
schifezza, esclama digrignando gli occhi, — denti non ne ha più:
— È ora di finirla!... _Allons! Marche_, la camorra!... Piazza pulita!
Il Maggio infocato più del Giugno da un sole che brucia fino alle nove
di sera, volge intanto alla fine con una nitida e immota serenità di
cielo... Ma è laggiù, nelle Puglie, che si addensano grossi nuvoloni
di scioperi e mugge il temporale. A buttar giù davvero il Ministero, a
Roma, a Montecitorio, non ci pensa ancora nessuno. È proprio lo stesso
Ministero che si butta giù da sè... per voler stare troppo ben su!
Scoppiati i primi disordini, cerca barcamenarsi tra i partiti:
appoggiandosi di qua, appoggiandosi di là, troppo debole prima, poi
troppo forte, perde l'equilibrio e va con le gambe all'aria!
Remigia lo sa per la prima, quando ancora non lo si sa nemmeno a
Bologna, da un telegramma di suo marito:
«Ministero battuto. Sollecitato amici devo assolutamente fermarmi Roma.
Crisi prevedesi lunga, laboriosa. — Abbraccioti saluti Mimì.
«GIACOMO.»
Remigia è con la Carolina, proprio sul punto di abbigliarsi per il
pranzo, quando riceve il telegramma: appena letto, dà un grido di gioia
e fa subito chiamare il signor Zaccarella.
— Il ministero è battuto! — esclama appena lo vede comparire sull'uscio
del gabinetto.
— Ah! Se Dio vuole!... Questa volta Sua Eccellenza non potrà...
Remigia non lo lascia finire:
— Lei deve andare a Bologna, subito subito!
— Ma il tram?...
— Se non c'è il tram, prenda la carrozza. Mi porti tutti i giornali
della sera e dica al conte Narciso Gambara e all'avvocato Berlendis che
li aspetto!
— Speriamo che questa volta Sua Eccellenza non sarà quello degli
scrupoli, ma...
— Faccia presto! Mi mandi la contessina Carfo!
Lo Zaccarella con mezza la sua proposizione ancora in gola, corre
in fretta a far attaccare e manda in cerca della contessina. Ma la
Mimì, che ha visto dalla finestra arrivare un telegramma a quell'ora
insolita, è già da Remigia.
— Buone notizie?
— Splendide! Il Ministero è battuto. Leggi. — Le dà il telegramma. —
Io, adesso, rispondo subito a Jack quello che mi ha detto l'avvocato
Berlendis: non fare, come al solito, l'incontentabile tira-molla.
Mimì legge seria il telegramma, e lo ripone sulla toeletta.
— Per dispaccio?... No...
— Perchè, no?
— Perchè non ti conviene, cara, arrischiare consigli col signor D'Orea
e di questo genere. Un uomo serio, scrupoloso...
Remigia allunga i labbruzzi comicamente:
— Me-ti-co-loso!
— Potrebbe aversene per male!
— E allora... rispondo? Che cosa?
Sul visino fresco e roseo passa una nube.
Remigia, aiutata dalla Carolina, s'è levato il vestito. È dinanzi allo
specchio grande dello spogliatoio: si guarda... Tal'e quale come a
Villars!... Capelli, molti capelli, magnifici capelli; ma nient'altro
che capelli!
— Ah! _Mon Dieu! Mon Dieu!_ — Nello specchio si riflette anche, dietro
di lei, la bella persona alta, elegante, in fiore, della contessina
Carfo. — Come fa poi quella lì a diventar grassa tutti i giorni? Mah! —
Dunque?... — ripiglia forte, un po' nervosetta... — Sentiamo, donna di
consiglio! Che cosa si telegrafa?
Mimì risponde in inglese e la conversazione continua in inglese per via
della cameriera.
— Io gli manderei subito un telegramma affettuoso: _Addoloratissima tuo
ritardo_...
— _Addoloratissima_, no!... Non l'ho abituato ai superlativi!
— _Addolorata tuo ritardo, affretto ora_...
Remigia interrompe Mimì con un'alzata di spalle:
— ... _e il minuto tuo ritorno. Caso contrario, verrò io stessa a
Roma_. Uff!... come non mi sento fatta per le corrispondenze coniugali!
Fa tu un bel telegramma e mandalo subito dopo pranzo. Ricordati
di chiudere così: «_tenerezze — tua_». Poi gli scriverò io di non
fare sciocchezze, che non ci devono essere puntigli di _Centro_,
di _Estrema_ nel momento in cui il Paese e il Re hanno bisogno di
uomini... precisamente come mio marito!
— Scrivere, risponde sempre seria Mimì, puoi scrivere ciò che vuoi.
Però, senti prima anche l'avvocato Berlendis. Verrà stasera?
— Certissimo! Ho mandato apposta il signor Zaccarella a Bologna, a
cercarlo! E anche il giovane e bollente crociato che ti adora: Narciso
Gambara.
Mimì ride:
— _Mi_ adora?... _Ci_ adora!
— Sì! sì! Tutt'e due! Un po' per uno, non fa male a nessuno!
Remigia, seduta dinanzi allo specchio, salta di gioia sulla seggiola.
È tornata di buonissimo umore. Nel bianco accappatoio, con tutti i
capelli biondi, sciolti, che l'avvolgono, la coprono, e dai quali non
spunta che il visino fresco, roseo, scintillante, è una bellezza, uno
splendore, un amore. Sempre saltando sulla seggiola si mette a cantare:
— Battuto! Battuto! Battuto!.. Il ministero è stato battuto! — Ritorna
seria a un tratto: — Mimì, devi pregare tanto per me. Ascolta una messa
di più e prega secondo la mia intenzione.
— Sì, cara! Sì, certo! — risponde Mimì accesa del suo grande fervore.
— Prega, che lo facciano ministro degli Esteri. Se gli danno gli
Esteri, io sono felice! — Torna a saltare sulla seggiolina: — Felice!
Felice! Completamente felice!
L'avvocato Ciro Berlendis e il conte Narciso Gambara, arrivano tutti
e due, in punto per il caffè. Remigia e Mimì Carfo sono in giardino:
hanno appena finito di pranzare.
— Il conte Narciso è stato tanto amabile da offrirmi un posto nella sua
carrozza; posso dire con esattezza: son venuto volando.
L'avvocato, sempre stile _régence_ con le signore, bacia prima la mano
alla duchessa Remigia, poi stringe lungamente quella della contessina
Carfo, accarezzandola. Il conte Narciso Gambara ha portato un superbo
mazzo di fiori, che divide fra le due signore.
Il conte Gambara e l'avvocato Berlendis stanno bene insieme, tanto
sono diversi l'un dall'altro. L'avvocato, piccolo, tombolotto, con
un faccione tondo, rossiccio, lentigginoso, la barba sotto il mento
e gli occhiali alla Cavour, somiglia in caricatura, un po' a Cavour,
e suda, suda, estate e inverno, sempre vestito di nero, sempre con la
cravattina bianca di sbieco e le scarpe coperte di polvere o di mota.
Il conte Gambara, elegantissimo, in tutto punto, secco secco, ha un
nasone enorme, aquilino, che gli taglia mezza la faccia, dalla radice
della scriminatura fonda, fra due ali lucenti di corvo e i baffetti
irti. Guardata davanti, di profilo e anche di dietro, di questa testa
non si vede che il naso: di questo bel giovane e fremente monarchico,
non resta impresso che il naso.
— Dunque ci siamo! — esclama l'avvocato.
— Battutissimo! — strilla il conte Narciso.
Donna Remigia sembra un po' titubante. Indica, all'avvocato, tutti i
giornali portati da Bologna dal signor Zaccarella sfogliati e buttati,
ancora aperti, sulle seggiole, sul tavolino, per terra.
— Ho cercato... Ancora non c'è niente!
— Battutissimo!.. Battutissimo!.. — ripete l'avvocato, per distruggere
la leggera nube. — Nel venir qui ci siamo fermati un momento
all'ufficio del _Vespertino_. — È il suo ultimo nato. — Avevano
appena appena ricevuto il telegramma da Roma e andavano in macchina:
Novantotto voti sopra circa quattrocento votanti: una catastrofe!
— Sadowa! Donna Remigia! — Sadowa! — Il conte Narciso ha una bella
vocina che avrebbe mandato in visibilio il maestro Mustafà. — Sadowa!
Sédan!
L'avvocato diventa serio e grave, come richiede il grave momento. Si
leva un piccolo fazzoletto bianco sudicio dalle tasche dei calzoni e
tenendolo stretto, raggomitolato nella mano grossa, pelosa, se lo passa
più volte in giro sulla faccia gocciolante.
— Adesso, ci siamo. Tocca a lei, duchessa Remigia!
— Sì! Sì! Sì! Tocca a lei, donna Remigia! Ma sì! Ma sì! Precisamente
a lei! — Il conte Narciso puntando forte un piede per terra, solleva
un po' la seggiola da una parte, vi si allunga sopra piegandosi e
avvicinandosi verso Mimì. — Non è vero, contessina? Non le pare,
contessina? Ma sì! Ma sì! Proprio così! Adesso tocca a donna Remigia!
— Lei deve persuadere suo marito che oramai... non è più padrone di
sè. Non può più schermirsi, nè tergiversare! — L'avvocato suda più di
prima; si caccia in tasca il fazzoletto e si asciuga con il dorso della
mano. — Come i suoi amici, il partito, il paese, hanno diritto di fare
sicuro assegnamento sulla sua partecipazione al Governo, sulla sua
esperienza, sulla sua intelligenza; egli ha il dovere imprescindibile
di non mancare alla chiamata!
— Non ci sono più scuse nè pretesti: bisogno di riposo, la salute...
— Mio marito sta benissimo! — dichiara pronta Remigia. — Non è mai
stato tanto bene!
— Non ci devono essere delicatezze spinte, esagerate, nè verso... le
idee, nè verso i colleghi. E sopratutto bando, — permette donna Remigia
che io parli chiaro e franco? — bando ai puntigli, alle schifiltosità
e all'intransigenza. Oggi è venuto il momento nel quale il partito
dell'ordine non deve espellere, ma assorbire!
— Ma sì! Ma sì! Proprio così! Non è vero, contessina? — Il conte
Narciso diventa più tenero, le modulazioni della sua voce, più
improvviso. — Dica, parli, santo Guìo! Perchè non parla, cattivina,
cattivona?!...
Ma questa volta, in tutta la serata, il conte Narciso non fa la
corte nè a donna Remigia, nè alla contessina Mimì. Non è tempo di
sdilinquirsi in complimenti. La Patria, il Re e l'Ordine, dànno ben
altro da fare. Si tratta di comporre la lettera che la duchessa Remigia
deve scrivere a Giacomo: il momento è solenne; il Jack, non usa più.
Remigia, docile, assai remissiva, ascolta con il bel visino attento,
serio serio, i consigli e i suggerimenti dell'avvocato, le osservazioni
e le raccomandazioni, sempre opportune e giudiziose di Mimì, le
approvazioni e le disapprovazioni, i «Sì! Sì! Sì!» e i «No! No! No!»
del conte Gambara. Si tratta di salvare l'Italia, e anche il conte
Gambara ha diritto di dir la sua!
La parte della lettera che viene elaborata e discussa è, s'intende, la
parte sostanziale, quella che riflette le condizioni politiche e gli
obblighi dell'uomo di Stato.
— Lei, poi, donna Remigia, — soggiunge l'avvocato Berlendis con un
sorrisetto salace che gli accende ancor di più il viso lustro, e
sgranando gli occhiacci ingranditi dalle lenti, — lei poi... al resto,
tocca a lei. Le paroline tenere tenere, le paroline che persuadono, che
commuovono, che... conquidono, che... promettono... Tocca a lei!
Il conte Narciso s'immagina queste parolette e va in solluchero. — Chi
sa! Chi sa! — Poi diventa geloso. — Cattivina, Cattivona!
Oltre al bene inseparabile della Patria e delle Istituzioni, c'è pure
il bene loro, altrettanto inseparabile, che spinge lo zelo politico
dell'avvocato Berlendis e del conte Narciso. Ministro Giacomo D'Orea,
Ciro Berlendis è sicuro di ottenere nuovi fondi per il _Vespertino_,
di cui è stato il fondatore, ma rimane il gerente e l'amministratore
invisibile; ed è sicurissimo, per parte di donna Remigia, di poter
ficcare lo zampino nel Ministero e così avvantaggiare il proprio studio
di avvocato e spadroneggiare su Bologna. Il conte Gambara, con donna
Remigia ministressa, non dubita nemmeno di non dover essere alle prime
elezioni il candidato del Governo a Regolina, il suo collegio, come
dice lui «nativo di padre in figlio e di competenza». Con donna Remigia
ministressa, a Roma, lui pure è in prima linea nel mondo politico e nel
mondo elegante. Sente già un piacevole ronzìo nelle orecchie:
— Chi è? Chi è? Ma chi è quel bel giovane bruno?... È... _sst_...
l'amico intimo della moglie di Sua Eccellenza! — E spera. Chi sa? Una
volta raggiunto il potere lei... — in una grande città, lungi dagli
occhi dei Ponterenesi, — perchè non potrebbe averla in suo potere, lui!
— Carina! Carina! È oltremodo stimolante!... Anche la Mimì Carfo, però
però!.. Anzi, più appetitosa assai e più resistente per il consumo
quotidiano! Ma, ma, ma! Con le ragazze non si arriva che per via del
matrimonio; al matrimonio non si arriva che per via della dote... Come
si fa, santo Guìo! Come si fa?
La lettera di donna Remigia è già partita per Roma; si attende la
risposta d'ora in ora, con ansia; niente. Giacomo lascia passare due
o tre giorni, senza mandare nemmeno il solito telegramma. Il fatto,
per altro, non desta inquietudini nell'animo dell'avvocato, e, per
conseguenza, nemmeno in Narciso Gambara. Tutti e due cercano di
tranquillare donna Remigia:
— Durante la crisi, a Roma?... Un uomo come l'onorevole D'Orea? Chi sa
che baraonda, che trambusto! D'altra parte, prima di rispondere, vorrà
poter mandare qualche notizia sicura!
— Ma sì! Ma sì! Proprio così, donna Remigia!
Invece Mimì è inquieta, e quando è sola con l'amica esprime i suoi
dubbi:
— Forse quella lettera aveva troppa l'aria di volergli fare la
lezione...
— La colpa è dell'avvocato! Dirò a Giacomo che io ho scritto senza
sapere tutto quello che l'avvocato... mi ha fatto scrivere quasi per
forza!