— A Bex? Dobbiamo restare a Bex fino alle tre?
— Con la pioggia e col vento?
— Tutto il giorno fermi in stazione?
— Dio che noia! Ma c'è da _morïre_ di noia!
— Signor Zaccarella!... Signor Zaccarella! — gridano insieme varie voci
infuriate.
Il signor Zaccarella non risponde; forse non può sentire. Lo si vede
scalmanarsi in fondo alla tettoia, in mezzo al fracasso, tra i facchini
e i servitori che hanno appena due minuti di fermata per trasportare
tutto il bagaglio; sessanta colli di bagaglio!
— O Rosalì! — La vecchia duchessa di Moncavallo si volta verso suo
fratello, il principe Rosalino di Sant'Enodio, che vede sempre intento
a studiare l'orario. — O Rosalì! Un'altra corsa non c'è? Non si può
partire più presto per Villars?
— Non c'è. Cristina cara; non c'è!... Abbiamo perduta la
coincidenza!... Sai che gli orari in Isvizzera sono fatti apposta dagli
albergatori per far perdere le coincidenze!
— E colazione?
— Dove si fa colazione?... In questo piccolo buco di caffè?
— Hanno il coraggio di chiamarlo _Le grand restaurant de la gare!_
— È un orrore, zio Rosalì!
— È impossibile!
Si torna a chiamare, a invocare il signor Zaccarella. Questi fa cenno
con la mano di aspettare, di aver pazienza.
— Vengo subito!
Il signor Zaccarella sudato, trafelato, si arrabbia e gesticola come un
ossesso.
— Non basta far presto a scaricare! Bisogna far presto anche a portar
la roba al riparo, all'asciutto, o va alla malora! E le bollette?...
Presto! Le bollette! Bisogna riscontrare il numero delle bollette!
Con tutta quella roba, con tutto quel da fare, c'è un solo impiegato
rintontito che non sa spiegarsi in nessuna lingua, e un capo-stazione
mutria, sempre fermo e che non fiata!
Il signor Zaccarella grida, continua a gridare ingarbugliando il
francese, il tedesco e l'italiano. Come lui e attorno a lui, gridano
tutti. I servitori con i facchini, i facchini con i servitori: e le
cameriere, — che hanno perduto «il sacco rosso con il _nécessaire_ di
donna Maria Grazia» e «l'astuccio più grande con i colori e i pennelli
della duchessina Remigia» — strepitano a loro volta fermando i duri
e arcigni conduttori del treno che stizziti da quella confusione
babelica le piantano bestemmiando e sbattendo gli sportelli. E con
tanto baccano, con tanto disordine, con tanta furia di far presto,
sempre l'acqua che viene a dirotto... e sempre, fra le gambe, due
piccoli barboncini neri, legati insieme con una catenella d'argento,
che corrono di qua di là, annusando, cercando i padroni, sempre
abbaiando, abbaiando disperatamente, finchè i viaggiatori sono tutti
a posto, finchè tutto è chiuso, pronto per la partenza, finchè batte
a campanella, il mostro fischia e il treno riparte, finalmente,
ansando, sbuffando, lasciando dietro di sè grandi nuvole di fumo...
poi la quiete e il silenzio nel bigio uniforme della campagna triste e
deserta.
— Eccomi! — Il bagaglio è tutto a posto sotto la tettoia e il signor
Zaccarella corre vicino al gruppo delle signore e dei signori. —
Eccomi, donna Maria! Domando scusa, signora duchessa! Con queste
marmotte di svizzeri, c'è da perdere la testa!
— E colazione? Avete pensato dove si fa colazione? — ripetono insieme
la duchessa e il principe Rosalino. La bellissima donna Maria Grazia
D'Orea, la figlia maggiore della Moncavallo, appoggiata con un braccio
al suo alto ombrellino da passeggio, non dice più una parola; non
ascolta, non bada agli altri. I suoi grandi occhi neri e pensosi
guardano lontano; il quadro di mestizia che la circonda, è penetrato
anche nella sua anima.
— Si fa colazione al _grand hôtel de Bex!_ — risponde il signor
Zaccarella. — Ho fissato due landò...
— Pronti, capitano! — interrompe Pasquale, il maggiordomo. — Vengono
adesso!... Dall'altra parte della stazione!
— Per far presto, ho telegrafato da Losanna!
— Benissimo!
— Bravo!
Donna Maria Grazia si riscote con un brivido: quel freddo improvviso
della burrasca in montagna l'ha intirizzita.
— Per me, non c'era niente a Losanna, signor Zaccarella?
— No, donna Maria.
— E qui, all'ufficio del telegrafo?... — La voce di donna Maria non è
alta, ma chiara: accarezza l'orecchio con una lenta cadenza musicale —
È stato a vedere?
— No!..
— Subito! Faccia presto! _Lucïano_ può aver già telefonato da _Parïgi_
se arriverà da Bex o da Aigle!
Anche i due _ï_ di Luciano e di Parigi sono accarezzanti dolcemente
mentre vengono pronunziati. Eppure, a donna Maria Grazia, i dispacci
del marito, — lettere egli non ne scrive mai, — sono più cagione di
timore che di speranza.
— Faccia presto! La prego! E si ricordi: bisogna lasciare il nostro
indirizzo di Villars!
— Non dubiti!
Il signor Zaccarella è già alla ricerca dell'ufficio telegrafico. Più
della preghiera della signora, è il nome del padrone che lo fa correre.
— Per di qua, capitano!
Il signor Zaccarella, comandante onorario delle guardie forestali e
campestri della nobile famiglia, è chiamato _capitano_, per adulazione,
ma soltanto dai servitori.
— L'uscio laggiù!... A sinistra, capitano!
Il capitano continua a correre, sparisce in fondo alla stazione, e
ritorna in un attimo.
— Niente! Non c'è niente, donna Maria!
— E per me? E per me? — domandano gli altri in una volta.
— Niente per nessuno! Andiamo! Presto! In carrozza! — Il signor
Zaccarella, prende un tono risoluto, da vero capitano. Quando c'è
fretta, non fa complimenti.
— La colazione l'ho ordinata per mezzogiorno, preciso! Nei due
landò c'è posto per le signore, il signor principe, il marchesino e
_mademoiselle!_ Io e le cameriere, in omnibus. Pasquale, i servitori,
tutti qui e mangeranno qui. Io non voglio lasciare più di sessanta
colli e tutto il piccolo bagaglio a mano, senza nessuno!
— Bravo! Benissimo!
— Ha fatto benissimo!
Il signor Zaccarella corre avanti e chiama il cocchiere del primo
landò. Il capitano non si mostra molto sensibile alle lodi e alle
approvazioni della duchessa Cristina e del principe Rosalino. Egli sa,
per prova, che tutta quella gente — signori e servitori — deve, poco o
tanto, dipendere da lui. È in lui, in fatti, nel signor Zaccarella, che
è trasmessa la volontà e il governo della cassa forte, del resto sempre
aperta, del vero, del solo assoluto padrone, — perchè è il solo che
abbia i milioni, — di don Luciano D'Orea.
La duchessa Cristina e donna Maria sono già in carrozza. La madre,
Cristina Moncavallo di Sant'Enodio di Carpino — duchessa, principessa e
marchesa — pur nella sua florida maturità conserva i tratti delicati,
finissimi della figliuola; i capelli bianchi ondeggiati, — bianchi
d'argento, come la bella e lunga barba del principe Rosalino, —
risaltano maggiormente per la rosea freschezza del viso, per il nero
del vestito e raddolciscono la sua aria di signorilità severa, quasi
regale.
— E Remigia?... Dov'è?
— Era qui adesso; in questo punto! — risponde lo zio Rosalino, ritto di
fianco alla carrozza, con l'ombrello aperto.
— Idola! Idola mia! — chiama forte la duchessa.
— Totò! _Mademoiselle_! La Pïccola? Non avete veduto la Pïccola? —
Donna Maria spinge il capo dallo sportello verso la seconda carrozza.
— Era qui, adesso! — Totò, il figlio del principe Rosalino, risponde
come il babbo, ma con più flemma.
È un ragazzotto lungo, smilzo, biondo, per fortuna sua, e perfettamente
sbarbato come i servitori. In _knickerbockers_ color nocciuola, fermo,
impassibile dinanzi alle carrozze, prende anche tutta l'acqua, pur di
essere scambiato per un inglese puro sangue.
— È in caffè, la duchessina Remigia! È in caffè! — accenna appunto
la signora che era stata chiamata _mademoiselle_ da donna Maria. — È
andata con la contessina Mimì a dar da bere a _Din_ e a _Don_.
I due piccoli barboncini neri, sempre legati insieme con la catenella
d'argento, si chiamano così: l'uno _Din_ e l'altro _Don_: _Din-Don_.
— Si poteva... all'albergo... dar da bere ai cani! — borbotta lo
Zaccarella, abbastanza forte per essere inteso.
— Idola! Idola mia! Fa presto!
— Andiamo Pïccola! Da brava! Non farti sempre aspettare!
— Va pure, — mammà! Andate pure a Bex!... — strilla un voce dal caffè.
— Io resto qui!
— Come, resti qui? — La duchessa è inquieta e sorpresa.
— Non far capricci! — insiste donna Maria. — Non vedi? Lo zio Rosalì è
da mezz'ora che sta prendendo l'acqua per te!
— Andate pure! Ho detto di an-daa-re! — ripete cantarellando la
duchessina che si affaccia sotto la tettoia. — Io resto qui!
_Din_ e _Don_, sempre legati insieme, s'intende, sbucano, intanto, tra
le casse e i bauli e si mettono a correre dall'una all'altra delle due
carrozze, mugolando, scodinzolando e diguazzando nella mota, facendo
salti e capriole per poter salire.
— Pasquale! Prendete queste due bestiacce!... Su! Cacciatele
sull'omnibus!
Il signor Zaccarella è furibondo. Ha tutto l'abito insudiciato da _Din_
e _Don_.
— Questo poi no! Niente affatto signor... capitano! I miei tesori
restano con me!
La duchessina Remigia, l'Idola della Moncavallo, la Piccola di Maria
Grazia, esce dal caffè e si avanza passo passo sotto la tettoia,
sbocconcellando un grosso pane da una mano, e una larga fetta di
prosciutto che tiene sollevata con l'altra, fra due ditini soli,
delicatamente.
Nell'abito blù, corto, d'alpinista, con un grande panama puntato un po'
di traverso sulla massa avviluppata e spettinata dei capelli biondi e
con un _alpenstok_ lunghissimo, che avendo le mani impedite stringe
sotto il braccio e strascica per terra, la giovinetta così ardita e
ostinata, più assai che della «signora duchessina» ha della bimba e
del monello. Le tien dietro, a poca distanza, facendo risonare gli
scarponi ferrati, una specie di montanaro curvo e barbuto, che porta
un paio d'occhiali neri infilati sul cappello fra una ghirlandetta di
_edelweis_ e di roselline delle Alpi. È una vecchia guida dei dintorni.
— Idola mia, sii buona! Vieni con noi! E non mangiare adesso! Non avrai
più appetito a colazione!
— Ho detto di no! Di no! Ho detto di no!... Io vado a vedere
l'innondazione del Rodano! Vado con questa guida, che mi farà da
nocchiero! Ma pensa, bella mammà, invece delle noiosissime montagne,
trovare in Isvizzera un po' di mare! «In mare luccica, l'astro
d'argento!» Pensa che gioia! È tutto sott'acqua! Case, contrade,
villaggi interi!... Tutto sott'acqua! È una bellezza da vedere!...
Mimì! Mimì! Vieni, sì o no?
— Eccomi! Eccomi! — risponde dalla sala d'aspetto la contessina Mimì
Carfo. Sta frugando con una cameriera, tra le valigie e i _plaids_, in
cerca degli impermeabili e delle calosce.
— E Totò? Vieni anche tu con noi, Totò?
Totò non risponde. Egli ha per principio che gli inglesi veri, non
usano rispondere. Ma leva di tasca e accende la pipa, il che vuol dire
che prende parte all'impresa.
_Mademoiselle_ è già smontata dalla carrozza, è già andata lei pure a
cercare impermeabile e soprascarpe.
— E così?... Noi adesso che facciamo, signori miei?... Si parte per Bex
o non si parte? — Il signor Zaccarella sta prendendo tutta l'acqua e ha
i piedi nella mota.
Ma la povera duchessa non può rassegnarsi:
— Sii ragionevole, Idola cara! Non pigliar freddo! E poi? Se c'è
pericolo!
— Pericolo di che? Nessun pericolo! — ribatte lo Zaccarella per farla
finita.
— Stia sicura, di buon animo, duchessa, e andiamo a Bex, che si fa
tardi. Farò accompagnare la duchessina da Pasquale, e Pasquale è
un uomo prudente. C'è da fidarsi. Su, su! Signor principe! Chiuda
l'ombrello! In carrozza e andiamo!
La Moncavallo, anche quando la carrozza si muove, continua a sospirare,
a gemere, a fare raccomandazioni alla figliuola. Donna Maria e il
principe Rosalino si guardano solo negli occhi, scrollando il capo: —
quella piccola è tutto un capriccio!
In quanto a Totò, a Mimì e a _mademoiselle_, qualsiasi raccomandazione
è perfettamente inutile. Sempre ligi agli ordini e ai ghiribizzi di
Remigia. A loro non è permesso di dire _la piccola_. Non è permesso
nessun diminutivo, nessun vezzeggiativo. Molto per amore e un po'
per forza, ella sa tenerli legati alla catena come _Din_ e _Don_. Per
amore la Mimì: adora Remigia. Per amore, — in segreto, — anche Totò;
per forza, _mademoiselle_. Sapeva che già erano state cambiate tre
governanti: la prima era troppo vecchia, la seconda troppo brutta, la
terza... antipatica. _Mademoiselle_ Jenny, per non perdere il posto...
sommissione e sempre in ammirazione!
— Addio, mammà! Addio, gioia! Addio zio Rosalì!
— E badiamo, duchessina Remigia, di non farsi aspettare! — ammonisce
lo Zaccarella col suo tono di padronanza. — Bisogna essere di
ritorno prima delle tre. Non si vorrebbe perdere la corsa per lei,
possibilmente!
— Non dubiti, capitano! Alle due e tre quarti, pronti al comando,
capitano!
Quel demonietto di donnina saluta mettendosi ritta, in posizione
militare, con l'_alpenstok_ a mo' di fucile e la mano al cappello.
— Maledetta piccola! — borbotta il signor Zaccarella, sdraiandosi
nella carrozza dov'è rimasto solo, e che parte al trotto, seguendo
il landò della duchessa. — Maledetta piccola! — Non la può soffrire
perchè lo chiama capitano, per pigliarlo in giro, e perchè ella se
ne infischia allegramente di ogni sua autorità. Nessuno, del resto,
incute a Remigia soggezione e rispetto. Nessuno; nemmeno sua madre. La
duchessa Cristina, che era sempre stata ed è tutt'ora assai severa,
fin meticolosa verso donna Maria, non avrebbe mai osato di fare la
minima osservazione all'Idola, che, del resto, è proprio il suo idolo!
E nemmeno don Luciano! Don Luciano, quanto è largo di quattrini con sua
moglie e con tutti i parenti di sua moglie, altrettanto è facile agli
sgarbi, alle scenate, agli atti di prepotenza: ma contro la cognatina,
non c'è verso di poterla spuntare!
— Maledetta piccola! — borbottava Luciano con il fido Zaccarella. — Ci
vorrebbe un altro sistema di educazione! Il sistema adottato per _Din_
e _Don_: zucchero e... frusta! — Ma la frusta resta, naturalmente,
una figura rettorica e così la piccola finisce per avere anche da
«quell'odiosissimo» di suo cognato, soltanto lo zucchero!
— Se credi di farmi piangere come mia sorella, ti sbagli, sai! — aveva
detto Remigia a don Luciano, la prima volta che si erano accapigliati.
— A me non fai paura, perchè ti conosco bene!
Gli occhietti dell'Idolo non ridevano più, azzurri e sfavillanti:
lo fissavano impavidi, con una durezza, con una freddezza d'acciaio.
L'altro sentì scendere nell'animo cattivo quell'occhiata cattiva. Ne
rimase sconcertato e voltò la cosa in ridere.
— Chi dovrà godersela costei starà fresco!... Meglio, molto meglio
sua sorella, con tutte le sue nenie! Con sua sorella, con mia moglie,
comando io! Che diversità dall'una all'altra!... Come tra una bottiglia
d'inchiostro... e un bicchiere di _champagne!_
— Don Luciano ha ragione!
Remigia è bionda e piccola, rosea e magrolina; è tutta un sorriso e
un argento vivo. Maria Grazia, alta, forse troppo alta della persona
flessuosa e gentile, ma di un'eleganza armonica, ha i capelli neri
bruniti, lucenti; e gli occhi nerissimi, i begli occhi nerissimi e
profondi, sono pieni di pensieri e di malinconia. C'è più di un'anima
in quegli occhi; c'è la poesia del dolore.
La D'Orea non ha ancora ventisette anni e ne dimostra trenta; l'Idola
ne ha venti e in certi giorni di maggior vivacità e turbolenza ne
dimostra quindici!
Insomma il contrasto tra le due sorelle è così vivo e così strano, che
i pochi fedeli adoratori i quali assolutamente non permetterebbero
un dubbio sulla rigida virtù della duchessa Moncavallo spiegano il
prodigio assicurando che donna Maria Grazia assomiglia alla madre,
quanto Remigia assomiglia al padre... morto, da vari anni, di paralisi
progressiva, ma che, per altro, non era mai stato, in vita sua, nè
piccolo, nè biondo, nè prepotente.