Il volgersi della critica alle cose sacre traeva a rigori anche
l'aristocratica Lucca. Non meno religiosa delle sorelle, essa
graziosissima città nel secolo XIII contava cinquantotto chiese, e
cinquecenventisei nella molto diffusa diocesi. Al par degli altri Comuni
italiani, avea fatto statuti contro gli eretici e i Patarini[488]: poi
nel 1525 proibito i libri di Lutero e de' Luterani, obbligo a chi ne
possedesse di consegnarli. Ma molti proseliti v'aveano fatto Pietro
Martire, l'Ochino, Aonio Paleario, che vi stettero predicatori e
professori. L'aristocrazia dominante o non se n'avvedea, o taceasi per
non invelenire gli umori quand'erano ancor recenti la sollevazione
democratica degli Straccioni e i tentativi parricidi di messer Pietro
Fatinelli[489], e quando dovea tremare delle mal dissimulate ambizioni
di Cosimo di Toscana. In nessun luogo trovammo accennato che si
divisasse tener il Concilio a Lucca; ma fra le carte medicee
dell'archivio di Firenze[490] ci occorse una nota del 1545, che annovera
i motivi per cui i Lucchesi declinavano quest'onore ed erano:
1º perchè sariano costretti a gravi spese onde premunirsi da pericoli;
2º perchè ne resterebbe disturbata la mercatanzia sopra cui vivono; 3º
che avendo appena da viver per tre mesi, troppo occorrerebbe fare venire
per tanta gente; 4º che difficilmente si troverebbero alloggi; 5º che i
prelati non avendo donne, non sarebbero veduti molto volentieri; 6º che
il paese non gradirebbe tale convegno, e però ne seguirebbero
maledizioni anzichè benedizioni.
Nel settembre 1541 Carlo V, reduce dalla dieta di Ratisbona ed avviato
alla famosa spedizione di Algeri, invitò Paolo III a venir a Lucca per
concertarsi sul Concilio. Il papa vi andò con sedici cardinali,
ventiquattro prelati, gli ambasciadori del re de' Romani e di Francia,
Portogallo, Firenze, Ferrara; l'ammiraglio de' cavalieri di Rodi con
diciotto cavalieri; cencinquanta soldati a cavallo, ducento a piedi.
Egli s'affaticò a distorre Carlo V dalla spedizione, che ognun sa come a
male riuscisse e dalle concessioni che ai Luterani avea dovuto fare a
Ratisbona. In quell'incontro verun disturbo fu recato ai dissidenti che
vi dimoravano, tra i quali Pietro Vermiglio.
L'illustre lucchese Bartolomeo Guidiccioni fu carissimo a Paolo III, che
lo indusse ad accettare impieghi, onorificenze e il cardinalato e varj
vescovadi, fra cui quello di Lucca, che presto rinunziò al nipote
Alessandro. Questi, operosissimo intorno al Concilio di Trento, scrisse
assai di materie di diritto, e quando morì, il papa, che nulla mai
intraprendeva senza consultarlo, disse saria stato il più meritevole di
succedergli per virtù, illibatezza, e scienza. Or egli da Roma nel 1542
scriveva al Governo di quella sua patria: «Qui è nuova per diverse vie
quanto siano moltiplicati i pestiferi errori di quella condannata setta
luterana in la nostra città; li quali, ancorchè paressero sopiti, si
vede che hanno dormito per svegliarsi più gagliardi... Fino ad ora si è
potuto pensare che il male fusse in qualche pedante e donne; ma
intendendosi le conventicole quali si fanno in Santo Agostino, e le
dottrine quali s'insegnano e stampano, e non vedendo fare alcuna
provisione da quelli che governano, o spirituale o temporale, nè
ricercare che altri la facci, non si puol credere altro se non che tutto
proceda con volontà e consenso di chi regge. Onde di nuovo prego le
signorie vostre che vi facciano tal provigione, che renda presto tanto
buon odore, quando fetore ha sparso e sparge il male: e chi cacciasse
con autorità della sede apostolica quelli frati, autori e nutritori già
tanto tempo di quelli pestiferi errori, e desse quel loco a chi facesse
frutto bono, e castigasse qualcuno di quella setta, saria forse
salutifero rimedio...
«Intanto pareria che le signorie vostre col loro braccio ordinassero che
il vicario del vescovo facesse incontinente prendere quel Celio (_il
Curione_) che sta in casa di messer Nicolò Arnollini, il quale dicono
aver tradotto in volgare alcune opere di Martino, per dare quel cibo
fino alle semplici donne de la nostra città, e che ha fatto stampar quei
precetti a sua fantasia: oltrechè e da Venezia e da Ferrara se ne
intende di lui pessimo odore. Così è da far diligenza in quei frati di
Sant'Agostino, massime di ritener quel vicario, il quale s'intende per
certo che ha comunicati più volte molti de' nostri cittadini con darli
dottrina che quello debbon fare in memoria solo della passione di
Cristo, non già perchè credino che nell'ostia vi sia il suo santissimo
corpo. E custoditi con diligenza, li potranno mandare a Roma, o vero
avvisare come li tengono ad istanza di sua beatitudine acciocchè ogni
uomo cognosca che le signorie vostre vogliono cominciare a far qualche
dimostrazione, ed essere, come sono stati i nostri avoli, buoni e
cattolici cristiani e obbedienti figli della santa sede apostolica...
«Questa mattina, da poi la partita dell'ambasciatore, in la
congregazione fatta dalli reverendissimi deputati sopra queste eresie e
errori luterani, dinanzi nostro signore sono state lette otto
conclusioni luterane e non cattoliche di don Costantino priore di
Fregonara, le quali sono tanto dispiaciute a n. s. e alli reverendissimi
deputati, che mi hanno commesso che io scrivi a v. s. che lo faccino
incarcerare con darne avviso, o che lo mandino con quello altro frate di
Sant'Agostino. E così le ricerco che vogliano fare e con diligenza,
perchè sarà grande purgazione del mal nome della nostra città, e
mostreranno che tali errori li dispiacciono, e faranno cosa grata a
Dio».
Il senato mandò a scolparsene: insieme comandò che il gonfaloniere e gli
anziani si porgessero più frequenti alle sacre funzioni: consentì
l'arresto d'alcuni sospetti, fra' quali il priore di Fregonara che potè
fuggir a tempo, e l'innominato agostiniano, che fu tratto di carcere da
aderenti suoi.
Se credessimo al Beverini, tardo espositore degli Annali Lucchesi, Luiso
Balbani, dimorante per affari a Brusselle, per opera del gran
cancelliere Granuela potè non visto intender un colloquio fra
l'imperatore, il nunzio pontifizio e l'oratore del duca di Toscana, ove
lamentavansi che la repubblica di Lucca fomentasse l'eresia, sicchè
converrebbe metterla in dipendenza di Cosimo, se tosto non si emendasse.
Il Balbani sarebbe corso ad annunziarlo al patrio senato, e i senatori
che sentivansi in colpa, sbigottiti fuggirono.
Nessun atto appoggia questa, ch'egli dà come tradizione orale. Pure
Pietro Martire Vermiglio, dirigendo ai fratelli lucchesi l'apologia
della propria fuga, si congratulava che colà i credenti aumentassero.
Forse ne esageravano il numero sì Roma per voglia di piantarvi
l'Inquisizione, sì il signor di Firenze per toglierne pretesto a mettere
le mani su quell'ambita repubblica, la quale pensò ovviare i pericoli
con esorbitanti rigori. Il consiglio generale con bando del 15 maggio
1545. «Dubitando che siano alcuni temerarj, li quali, con tutto che non
abbino alcuna intelligenzia delle scritture sacre nè di sacri canoni,
ardischino di metter bocca nelle cose pertinenti alla religione
cristiana, e di essa ragionar così alla libera come se fussero gran
teologi, e in tali ragionamenti dir qualche parola, o udita da altri
simili a loro, o suggerita dalla loro diabolica persuasione, la qual
declina e tiene della eresia, e legger anche libretti senza nome
d'autore, che contengono cose eretiche e scandalose; donde potrebbe
facilmente succedere, che non solo essi s'avviluppassero in qualche
errore, ma vi avviluppassero anche dentro degli altri», multa siffatti
discorsi, ed ai recidivi sin la galera; assolto chi denunzia altri; i
libri d'eretici si consegnino, pena la confisca; non si mantenga
corrispondenza con eretici, e nominatamente coll'Ochino o don Pietro
Martire; tre cittadini siano eletti annualmente per vigilare su tali
colpe. Tutto ciò per altro non concerneva che il futuro, del passato non
dovendosi far ricerca: al che il papa consentì, encomiando lo zelo de'
magistrati[491].
Crebbe i sospetti il noto affare di Francesco Burlamacchi. Associando,
come spesso si suole, le aspirazioni liberali politiche alle religiose,
aveva egli meditato resuscitar le cadute repubbliche toscane contro la
tirannide di Cosimo; unendole a quelle di Siena e di Lucca sua patria
ancor sopravviventi; insieme si ritornerebbe la Chiesa alla apostolica
povertà togliendo i beni agli ecclesiastici, e al papa il dominio
temporale per restituirlo alla supremazia dell'Impero. Nominato capo
delle cerne del contado e delle ordinanze della montagna, credea che
basterebbero per assalir Pisa e gridarvi libertà, donde moverebbe sopra
Firenze. Non misurando i mezzi al fine, confidava ne' pochi coi quali
aveva accordo, e in quelli che accettavano le dottrine eterodosse
(1546). Ma avutone conoscenza, i senatori stessi che sperava favorevoli,
l'arrestarono e fecero metter al tormento, poi lo consegnarono a un
commissario imperiale che lo tradusse a Milano, dove ebbe mozza la testa
il 14 febbrajo 1548.
Il Burlamacchi nella sua difesa non avea cercato se non dimostrare che
tutto ciò aveva intrapreso per far servigio all'imperatore.
«Interrogato qual beneficio intendesse fare a sua maestà con questa
unione,
«Rispose essere che, riuscendogli l'impresa dell'unire Toscana, avea
designato di poi andare o mandare o scrivere all'imperatore, e pregarlo
se ne venisse dalla parte di qua, e che vedesse di riformare la Chiesa
dalli molti abusi che vi sono e ridurla all'unione di molte varietà de
opinioni che vi sono, il che li poteva riuscire poi levarli l'entrata
lassandoli goder a quelli che l'hanno adesso, e dopo la morte loro
l'applicasse o al pubblico, o a sovenzione de' poveri, secondo che li
fosse parso meglio, e con questo avrebbe contentati li Alemanni, e
ridottili alla obedienza sua, li quali non desideravano altro, e avrebbe
esortato a pigliare la via di Roma, e coll'ajuto de' detti Alemanni e
della Toscana, a farsi imperadore de' Romani, e che questo facilmente si
sarebbe riuscito col soprascritto ajuto, e con aver lì vicino il reame
di Napoli e la parte in Roma»[492].
Pensava dunque sveller d'Italia i papi per piantarvi gli imperatori
tedeschi.
L'anno 1549 di repente si udì che il Sant'Uffizio, informato esser
giunti a Lucca molti libri luterani, mandava inquisitore il prior dei
Domenicani di San Romano. Sbigottironsi i senatori e il popolo di questo
tribunale eccezionale, e ne mossero richiami a Roma per mezzo del
cardinal vescovo, e ottennero quell'incombenza fosse affidata al vicario
vescovile, assistito dal Governo, senza ingerenze forestiere. Il qual
Governo, per mostrarsi zelante, al 24 settembre di quell'anno rivedea la
legge contro gli eretici, confermandola, ed estendendo le pene a
qualunque libro di religione non sottoscritto dal vicario del vescovo;
ognuno sia obbligato confessarsi e comunicarsi; in quaresima non si
macelli, nè si spacci carne se non di capretto, vitello o castrato;
niuno tenga a servizio persone uscite di convento; a tutto mettendo
comminatorie, e provocando a spioneggi. Pure il nuovo vescovo Alessandro
Guidiccioni ebbe frequenti contrasti di giurisdizione, dietro ai quali
vennero lamenti di negligenza nel vegliare sugli eretici, del lasciar
crescere questi al segno, che solo il braccio apostolico basterebbe a
sradicarli: l'imperatore stesso ne mosse rimproveri; il Sant'Uffizio a
Roma ne' suoi processi trovava continuamente avviluppati alcuni lucchesi
e in corrispondenza coi fuorusciti, talchè di nuovo venne istituita
l'Inquisizione. E i senatori mandarono Jacopo Arnolfini al papa per
assicurarlo sulla sincerità di credenze del Governo, e promettere
veglierebbero e punirebbero l'eresia, senza sconcertar la repubblica con
quella inusata autorità[493].
In fatto riuscirono a rimuover il pericolo; ma per estirpare l'infausto
seme si istituì nel 1545 l'_uffizio di religione_ che vigilasse sopra le
novità di fede, e ne esistono gli atti nell'archivio lucchese; come sui
costumi fu costituito un _uffizio dell'onestà_ e uno della _bestemmia_
che procedette anche contro i giocatori.
D'ordine del Sant'Uffizio, il vescovo pubblicò un editto, invitando
tutti i fedeli traviati a confessar fra tre mesi i loro errori, davanti
a testimonj, impetrandone piena assoluzione: trascorso quel tempo, si
procederebbe contro i contumaci coll'autorità apostolica, cioè con
tribunale eccezionale. Spiaceva come indecoroso quel solenne perdono:
spiaceva quella procedura eccezionale, e parea che il breve del
Sant'Uffizio esagerasse l'estensione dell'eresia, mentre le dava tanta
pubblicità; lo perchè Paolo IV sospese l'editto, commettendo al vescovo
di udir in secreto le confessioni (1555). Ma a quel movimento, forse
perchè si temesse veder ridotte ad effetto quelle che fin allora non
erano state che minaccie, molti cittadini fuoruscirono, tra cui Filippo
Rustici che a Ginevra tradusse la Bibbia (1562), Giacomo Spiafame
vescovo di Nevers; il dottor Nicolao Liena, molto adoprato ne' pubblici
affari; Pietro Perna, che posta tipografia a Basilea, moltiplicò
edizioni principalmente di Riformati, avendo a correttore Mino Celsi
senese; il medico Simon Simoni. Anche intiere famiglie sciamarono, come
i Liena, gli Jova, i Trenta, i Bulbani, i Calandrini, i Cattani, i
Minutoli, i Buonvisi, i Burlamacchi, i Diodati, gli Sbarra, i Saladini,
i Cenami, che poi diedero alla Svizzera utili cittadini, e alla
repubblica letteraria personaggi illustri[494].
Questi profughi erano stati condannati per eretici e confiscatine i
beni, ma ciò piuttosto per mostra, attesochè erasi lasciato ad essi il
tempo di metter al coperto le sostanze. Spirato il termine assegnato al
ritrattarsi, Paolo IV aveva invocato il braccio secolare affinchè i
renitenti fossero tradotti al Sant'Uffizio, e in fatto tre cittadini
vennero arrestati. I senatori imputarono di queste durezze il loro
vescovo, che disgustato da contrasti giurisdizionali, coglieva ogni
occasione di fare sfigurar la sua patria. Contro sei profughi fu eretto
processo a Roma, e arse le loro effigie; e il Governo lucchese
s'affrettò a dichiararli ribelli e staggirne i beni, prima che vi
mettesse mano l'Inquisizione. Michele Diodati, citato a Roma
dall'Inquisizione, rinunziò al posto d'anziano por andar subito a
scagionarsi, ma non vi riuscì che dopo due anni. Nel 1558 si proibiva
ogni colloquio o corrispondenza colle persone dichiarate eretiche, o
contumaci alle chiamate del Sant'Uffizio.
Il senato lucchese accettò i decreti del Concilio di Trento, e la bolla
sulla stampa: obbligò gli albergatori a dar nota di tutti i forestieri
sospetti di male dottrine: escluse dagli uffizj i discendenti fin al
secondo grado di quelli dichiarati eretici: col che meritò che Pio V
mandasse il principe Colonna a presentar alla repubblica la rosa d'oro
benedetta, che suol darsi a gran principi in segno d'affetto. Troppo
premeva ai Lucchesi di mostrarsi cattolici zelanti, attesochè Cosimo,
ambendo annetterseli sudditi, li denunziava come marci d'eresia: onde,
quanti erano domandati dal Sant'Uffizio, consegnavano od obbligavano a
grossa malleveria di presentarsi. Di tempo in tempo rinnovavansi i
tentativi di stabilir l'Inquisizione ed era non piccolo studio il
rimoverla, lasciando anche processare magistrati e persone in grande
stima.
Un Lorenzo Del Fabbro cospirò anzi per mostrar necessaria
l'Inquisizione, raccogliendo deposizioni d'uomini vulgari. Se n'accorse
il Governo, e fattone processo, il mandò a Roma. Dopo lunghe indagini,
il Del Fabbro fu prosciolto, e il senato, secondando l'odio pubblico,
tentò bandirlo col pretesto che cercasse trasferir fuori di patria
l'arte della lana; ma il Sant'Uffizio si accorse che era un pretesto per
vendicarsene, e lo difese.
Pure, qualvolta capitasse alcun inquisitore, era tenuto isolato per
modo, che dovesse presto andarsene: e cercando i Gesuiti di farvisi
domandare per diriger l'educazione de' nobil giovani, il senato dichiarò
non potersi simil gente ricettare senza manifesto pericolo della
repubblica.
Nel 1561, ad esortazione de' cardinali inquisitori, si raddoppiò
d'oculatezza al confine sopra i libri proibiti, dando autorità di aprire
i plichi e le valigie provenienti d'oltremonte. Quando Pio IV temette
che i molti Lucchesi che viaggiavano in Isvizzera, nel Brabante e in
Francia non ne contraessero l'infezione, il senato proibì di stabilire
dimora in quelle contrade (1562, 20 gennajo); coloro che abitano in
Lione devano tutti insieme comunicarsi il giorno di Pasqua; chi alloggi
alcun forestiere, e gli veda far atti o discorsi meno cattolici, lo
denunzii: ai dichiarati eretici dello Stato si proibisce di fermarsi in
Italia, Spagna, Francia, Fiandra, Brabante, «luoghi ne' quali la nazione
nostra suole conversar, abitare e negoziare assai»; e se «vi siano
trovati, chiunque gli ammazzerà guadagni per ciascun di loro, de' danari
del Comune, scudi trecento d'oro; se bandito, rimanga libero; se no,
possa rimetter un altro bandito»[495].
Questo decreto attirò al Comune le lodi di Pio IV e di san Carlo, e fu
proposto ad esempio altrui: ma che non abbia spinto nessuno
all'assassinio ce ne dà speranza l'udire come molti eretici restassero
in questa città, tenessero corrispondenza coi fuorusciti, e ricevessero
opere protestanti, e san Carlo in lettera del 13 dicembre 1563 agli
anziani di Lucca, rammentando i presi provedimenti, diceasi informato
che i loro cittadini e sudditi in Francia, e massime a Lione, faceano
alla peggio, e viveano sospesi circa la fede; lo perchè gli esortava a
rinnovar gli ordini, e farli rigorosamente osservare.
In effetto a Lione, per maneggiarsi nelle turbolenze religiose, erano
venuti da Ginevra molti profughi lucchesi, e mossero rumor grande di
tali decreti, appellandosi alla protezione regia sotto cui viveano:
laonde la regina Caterina e Carlo IX si dolsero colla republica
dell'ingiustizia di quegli atti, e mandavano al governator di Lione che
non lasciasse far loro violenze. Il senato scrisse giustificazioni alla
Corte ed ai senati di Ginevra e di Berna; al che Caterina replicò non
aver volulo impedire il corso della giustizia, nè dato quelle lettere se
non per le importunità de' religionarj, che aveano esposto le cose in
aspetto differente. Ne presero ardire i signori lucchesi, e una
riformagione del 1570 contiene i nomi di nuovi banditi, che sono
Giofredo di Bartolomeo Cenami, Nicola Franciotti, Giuseppe Cardoni,
Salvatore dell'Orafo, Antonio fratello di Michelangelo Liena, Gaspare e
Flaminia Cattani, Cesare di Vincenzo Mei, Benedetto di Filippo
Calandrini, Michele di Francesco Burlamacchi, Giuseppe Jova, Lorenzo
Alò, Venturini, Marco di Clemente di Rimino. I loro nomi stavano affissi
sopra una tabella pubblica, affinchè niuno ignorasse l'obbligo di
evitarne ogni corrispondenza, e se disobbedissero alla citazione,
n'erano confiscati i beni.
Un altro Alessandro Guidiccioni era succeduto all'omonimo, il quale
violentemente procedeva nelle riforme e cozzava col Governo: molestò
alcuni tedeschi acattolici che per commercio erano accasati a Lucca;
sparlava contro l'uffizio sopra la religione, quasi negligente ad
adempier le leggi lodate da Pio IV; e decantava come rimedio necessario
l'Inquisizione (1603); e ne vennero tali urti, che il Governo lo
dichiarò nemico della città. Paolo V parve secondar il vescovo col voler
sottrarre al Governo l'esame de' libri proibiti ed altri uffizj
affidatigli dalle leggi encomiate da Pio IV, e trovava strano che una
città, dond'erano pure usciti tanti eretici, ricusasse quel tribunale,
che aveano accettato e Venezia e Genova. Pure il senato riuscì ancora a
quietarlo, promettendo che, appena l'uffizio sulla religione scoprisse
qualche mancanza, ne darebbe avviso all'ordinario perchè vi riparasse.
Ancora nel 1679 il cardinale Giulio Spinola vescovo di Lucca diresse una
lettera alle famiglie lucchesi dimoranti in Ginevra, esortandole a
ritornar nella patria e in seno della Chiesa romana. Francesco
Turrettini, professore di teologia, gli rispose, giustificando
l'emigrazione d'un secolo prima. «Possiamo assicurarla (diceva egli)
che, se si trattasse di qualsivoglia altra cosa, ci avrebbe trovati
prontissimi ad ascoltarla, ma in un punto così importante, che tocca la
coscienza la quale da Dio solo dipende, non troverà strano che, essendo
pienamente persuasi della verità che professiamo, non possiamo porger
orecchio ad abbandonarla per qualunque considerazione»: avrebbero essi
voluto tener segreta tal pratica, ma poichè erane corsa voce, e che essi
propendessero a cambiar fede, trovavansi costretti a darvi pubblicità.
Sono firmati F. Turrettini, B. Calandrini. F. Burlamacchi, G. Diodati,
M. Micheli, V. Minutoli[496].
Nel 1713 Clemente XI rimproverava il gonfaloniere e gli anziani lucchesi
perchè avean emanato un ordine contrario alla ecclesiastica
giurisdizione e all'autorità della santa Inquisizione, imponendo
stessero a quanto avea prescritto Paolo V col breve 13 ottobre 1606.
Tra i fuggiti indicammo Simone Simoni. Nacque non a Lucca, ma a Vagli
nella Garfagnana, attese alla medicina, e abbracciate le opinioni
calviniche, si stanziò a Ginevra verso il 1565, e carezzato come
sogliono i fuorusciti, ebbe incarico d'insegnar pubblicamente. Però, al
pari d'altri italiani, trascese presto in concetti, che il Beza denunziò
come antitrinitarj, e i teologi di colà anatemizzarono; lo perchè fu due
volte imprigionato. Riuscito a fuggire, ritirossi ad Eidelberga, ivi
pure nominato professore, ove il 20 dicembre del 1568 lesse sopra
l'assioma peripatetico _Ex nihilo nihil fit_: dal qual canone partendo,
sosteneva che anche il Verbo era fatto. Il Beza gli scrisse rimproveri
di siffatte e d'altre proposizioni in questa e nell'opera sull'essenza
di Dio, ove ripudiava la Trinità; e si diceva credesse nel cielo padre,
nella terra madre, e nella forma, cioè nel senso e intelligenza del
cielo. In conseguenza dovette andarsene anche da Eidelberga. Postosi a
Lipsia professore di filosofia, vi ebbe moglie e la protezione
dell'elettore Augusto, che lo nominò suo medico e riformatore
dell'Università, ma poco dopo il congedò anch'esso, fosse per le
opinioni, o per le solite invidie, per cui molti lo combatteano, e
nominatamente Jacobo Schegkio. Ridottosi a Praga, da un gesuita
lasciossi convertir al cattolicismo, nel 1581 fece solenne abjura, e
promettea scriver a difesa del vero; allora stette alla Corte di
Ferdinando II, quindi a quella di Stefano Battori in Polonia e di re
Sigismondo. Ma gli emuli non gli cessavano guerra, e nel 1588 Marcello
Squarcialupo stampò a Cracovia _Simonis Simonii lucensis, primum romani,
tum calvinici, deinde lutherani, denuo romani, semper autem athei, summa
religio_; dov'è appajato all'Aretino; aver insegnato che generatori
delle cose sono il cielo e la terra; che il calor del cielo è quel che
ogni cosa intende, prevede, dispone, e n'adduce in pruova un simbolo da
lui stampato a Vilna.
Vantavasi d'avere sillogismi, i quali imbarazzerebbero fin san Paolo;
eppure i Protestanti lo contano come quello che, dopo Melantone,
restaurò la scienza fra essi; altri lo credono calunniato dai nemici, ai
quali allude nel suo libro, _Scope con le quali si scopano gli
escrementi delle calunnie, delle bugie, degli errori,_ 1589. Scrisse
molte opere di medicina, fra le quali una confutazione dell'avvocato
Nicolao Buccella chirurgo italiano, anabattista in Polonia, del quale
non abbiam altra notizia se non che aveva impugnato i precedenti scritti
del Simoni.
Fra i discendenti dei Lucchesi profughi si illustrarono Federico
Burlamacchi e il famoso legista Gian Giacomo; Gian Lodovico Calandrini;
Giacomo, Bartolomeo e Francesco Graziano Micheli; Gian Lodovico
Saladini. Dai Turrettini provennero molti uomini rinomati, Benedetto,
Francesco, Michele, Samuele, e principalmente Giovanni Alfonso, che
viaggiando per Europa, si fece ammirare come uno de' luminari della
Chiesa riformata, e procurò conciliare le dissidenti. Della famiglia
Minutoli, ornata d'insigni personaggi, massime di prelati e
giureconsulti, era Vincenzo figlio di Paolino e di Laura Cenami, che
fermatosi a Ginevra nel 1594, e professatane la religione, sposò Susanna
figlia di Michele Burlamacchi, e di Clara Calandrini, donde venne la
linea tanto benemerita. Colla quale fioriscono ancora a Ginevra i
Turrettini e i Passavanti[497].
Dei Diodati, oltre Carlo e Alessandro, Giovanni acquistò fama popolare
in grazia della versione della Bibbia, la quale è lodata e conculcata
più del vero, perchè opera di eterodosso. Quanto al valor letterario, io
non vi trovo quella purezza, per cui la Crusca volle or ora annoverarla
fra i testi di lingua. Ha merito di chiarezza, ma per ottenerla aggiunse
articoli, preposizioni, parole, segnandole in corsivo. Ciò lo rende
spesso interprete e parafrasta, anzichè traduttore, nel che alcune volte
riesce felicemente, altre no; tanto più perchè mancava di estesa coltura
orientale, e perchè volle trarre la Bibbia a sensi eterodossi[498]. Alla
prima edizione del 1607 pose brevissime note, che poi crebbe assai in
quella del 1641; ove talora espone le ragioni delle sue interpretazioni,
o le diverse. La più parte son buone; molte volte diverge dal letterale
in sensi mistici e ad intenzioni calviniste.
Come riazione a queste diserzioni lucchesi, accenneremo che nel 1588 un
soldato, perdendo al giuoco, si pose a bestemmiare, ed avventò i dadi
contro un'effigie della Madonna. In quell'atto gli si ruppe il braccio,
di che tutti a gridare al miracolo; e subito cominciar concorso alla
devota effigie, a cui ducencinquanta processioni vennero in mezz'anno, e
tanti donativi, che si potè fabbricare la Madonna de' miracoli.