ERETICI SENESI. AONIO PALEARIO.

Espugnata Siena, il duca di Toscana dovette adoprare ogni arte per

soffogarvi i tentativi di nuova insurrezione: vi soppresse le accademie

de' Rozzi e degli Intronati; carcerò, sbandì, fece com'è costretto a

fare chiunque incatena un popolo.

Avremo a discorrere a parte dei Soccini: e già indicammo le prediche

fattevi dall'Ochino. Nofri Camajani, che colà stava capitano di

giustizia pel duca, s'accorse di semi di protestantismo difusi, e ne fe

motto a Cosimo. Poi al 5 settembre 1558 scriveagli:

«Io non volsi mancare di dare avviso a v. e. ill. di quel che mi era

stato parlato da più persone di certa semenza d'eresia che par si sia

sparsa in questa città da qualche mese in qua, e ne detti avviso

generale, secondo che mi fu rapporto allora da quelli tali. Dalli quali

di poi ho avuto una lista di più persone, parte nobili e parte artigiani

e plebei, che ne devono fare più scoperta professione, la quale sarà con

la presente. Ho voluto intendere più particolarmente quel che si sia

visto o inteso delle lor male operazioni. Dicono che per le chiese sono

stati visti udire solo il vangelio, e poi voltar le spalle al

Sacramento, con atti ed altre dimostrazioni derisorie del comune culto

divino, e ragionar del purgatorio in burla, e un di loro par che una

mattina, ritrovandosi alla predica di un frate teatino o riformato, che

conteneva del purgatorio, subito si partì ridendo, e dicendo che non

voleva più star a udire simili favole; oltre al parlare poco conveniente

dell'autorità della sedia apostolica. Ma perchè simili umori non si

sogliono scoprire più oltre che con piccoli segni, parimenti la legge si

contenta di piccoli indizj per poter perseguitarli. Il signor G.

(Inquisitore, Governatore?) mi ha detto che n'è stato parlato a s. s.

ancora, e che io gli facessi avere quella medesima nota come ho fatto: e

poi se piacerà o all'e. v. o a s. s. si potrà procedere in quel modo che

più li parrà opportuno (_Omissis_).

«Lista dei nobili: li duoi figliuoli di M. Maria Sozini, cioè Carlo e

Camillo. Fausto, fratello di M. Alessandro Sozino. Savola f. di M. Levio

Pecci, e anco si dubita di lui. Marcantonio Cinuzi[465]. Nicolò

Spanocchi. M. Francesco Buoninsegni.

«Lista d'ignobili: Mess. Paolo marescalco al ponte. M. Ippolito

marescalco in Pantaneto. Francesco libraro alla Beccheria[466]. Nicolò

conciator di cori (_cuoi_) barbarossa. Quel che assetta l'oriol di

piazza. M. Cesare Sarto incontro alla fonte di Piazza»[467].

Noi abbiamo fatto ogni possibile per seguire questa traccia, ma fu

invano, se non che da Roma al 23 luglio 1560, veniva diretta al duca

questa lettera:

«Illustrissimo ed eccellentissimo signore,

«Essendo che ci consti al presente ne' suoi Stati, e principalmente

nella città di Siena pullulare alcune eresie, e di giorno in giorno

augumentarsi, alle quali se di breve non si provede, dubitiamo non

avenghi come in molti luoghi di cristianità è avvenuto, partoriscano la

perdita di molte anime, oltre a quelle che già sono in periculo, se la

mano potentissima de Iddio non vi provede, e desiderando noi con il

mezzo di s. e., si come è cura nostra, provederli per quanto possiamo;

il che anche speriamo per il suo buon e santo zelo, quale sempre in lei

abbiamo conosciuto verso la santa fede catolica, e questa sancta sede,

abbi da desiderare e procurare, abbiamo dato ordine di mandarvi qualche

servo da bene, proporzionato a questo bisogno; acciò, con l'ajuto di n.

s. Iddio e per mezzo di v. e., possi provedere alla salute di tali, a'

quali, se così non si provede, oltre il danno loro, seran causa di

dannificare li altri. Et perchè desideriamo eseguir ciò quanto più

presto, preghiamo v. e. si degni avisarci di quel che gli occorre e più

li piace in questo negozio, alla cui gratia ci raccomandiamo sempre.

«Di V. E. Ser.

Il card. De Carpi.

Il card. Puteo.

Il card. Alessandrino.

Il card. d'Araceli.[468]

Esso rispose, gloriandosi di esser persecutor de' ribelli di Cristo; ma

poichè ama la giustizia, e talvolta queste accuse sono date per passioni

private o per voglia di nuocere, desidera gli siano porte notizie più

precise intorno a questo affare, e allora penserà al rimedio, senza

ch'essi prendansi molestia. Altrove[469] abbiamo lettera del nunzio, che

richiede al duca Cornelio Sozzini, per mandarlo all'Inquisizione di

Roma.

Al qual punto si riferiscono pure le lettere seguenti al granduca;

«Ill. et Ecc. Padrone mio,

«Io non resto nè resterò di continuo de procurare con ogni destra opera,

anche nelle proprie case de sospetti, per ritrovare la imboscata delli

eretici, de quali potria forsi essere ora molta la segretezza, che

continuasse nelli animi di qualche persona il credere che egli sieno in

alcune loro male opinioni antiche, dipoi già lassate. Per il che odo

dallo Inquisitore che alcuni sono andati da esso a dimandare et

ottenutone il perdono, massime dopo la cattura di M. Achille

Benvoglienti e de un M. Aonio (Paleario), molto tempo fa preso in

Roma, che fu già qui pedante in casa de' Belanti, e seminava tal peste

con chiunque praticava, et in fra altri di questa città era un M. Mino

Celsi, che pochi dì fa se ne è partito e vistosi a Bologna, e si bene si

crede per molti debiti che in vero si trova, e ne ha lassato ricordo a

la moglie, con dirli de più che perciò si è allargato, da qualche altro

si fa giudizio che possa essersi partito per la presa e pratica del

sopradetto M. Aonio, e che forsi possi passare a Ginevra: però se

ritrarrò dove egli si posi o altro de li sopradetti, ne farò subito

consapevole v. e. ill. alla quale con debita reverenza m'inchino».

«Di Siena l'ultimo de luglio 69.

«Di V. E. Ill. divotissimo servitore

Federigo delli Conti Monteaguto[470].

«Serenissimo Padrone mio,

«Ho fatto, secondo il solito, pubblicare in Balia li nuovi Capitani di

Giustizia di questo Stato, conforme al comandatomi da v. a., quale

supplico si degni farmi dar cenno se io debbo lasciar abjurar in giorno

festivo nella catedrale di questa città M. Achille Benvoglienti, come di

già si intende aver abjurato in Roma, di dove pochi dì fa è tornato

secondo l'ordine del Santo Offizio della Inquisizione, che se bene lo

inquisitore qui questa mattina ch'è ritornato da Fiorenza, me ne mostra

lettere e commessione di detto Offizio, e mi dice averne avuto licenza

da v. a., mi è parso nondimeno a consentirlene, per più sicurità,

aspettarne il comandamento di quella, si come ancora io desidero intorno

alla ultima risoluzione nella causa delli uomini della Badia a Isola con

li monaci di Santo Eugenio, quali, con tutto che pregati da me e fatti

pregar instantemente dalli avvocati e procuratori loro, però solo in mio

nome, non si sono possuti indurre, nè mi meraviglio essendo frati e bene

stanti, ad alcuna concordia, e fanno gran diligenza per ottener

l'esecutione delle sentenze, le quali si sarieno forsi possute concedere

da me secondo il tenor dell'ultimo rescritto da v. a. ma per desiderio

di non errare mi scuserà se novamente ne ricerchi il cenno di quella,

alla quale pregando felicità e contento con ogni umiltà le faccio

riverenza.

«Di Siena li 11 aprile 70.

«Di V. A. servitore fedelissimo

Federigo delli Conti Monteaguto[471].

Nel processo di questo Achille Benvoglienti, il Sant'Uffizio fece

arrestare cinque streghe, che, convinte d'aver negato la fede,

rinunziato al battesimo, ammazzati diciotto bambini, furono condannate

al fuoco. Il granduca permette si eseguisca la sentenza. Nell'archivio

fiorentino sta il costituto del Benvoglienti sopra materie religiose, e

il Montaguto lo accompagna a Cosimo con notizie relative a quel

processo[472].

Mino Celsi fu creduto un pezzo fosse un nome di guerra, sotto cui

s'ascondessero Lelio o Fausto Soccino o il Castalio. Ma realmente egli

fu di Siena, donde fuggì nel 1569, e visse tre anni fra i Grigioni, de'

quali ci dà una pittura tutt'altro che lusinghiera. Passò poi a Basilea,

e cercò sempre metter concordia fra i dissidenti; e fu uno dei tre, che,

soli fra i teologi protestanti, disapprovarono il supplizio di Serveto:

egli medesimo non impugna il diritto di punire per opinioni eterodosse

ma vorrebbe applicata un'ammenda o l'esiglio, non la morte[473].

Nel settembre del 60 il mentovato Pero Gelido, da Venezia scriveva al

granduca:[474]

«È capitato in questa città otto dì fa un Nicolò Spanocchi, cittadino

senese, il quale subito è venuto a trovarmi, e dopo un poco di proemio

molto bene acconciato, essendo uomo di lingua e di buon intelletto,

mostrò esser sempre stato devoto della regia casa de' Medici....... e

che per calunnie de' suoi nemici, più che egli l'abbia meritato è

perseguitato per causa di religione, come dice esser nota all'a. v. E mi

disse come, essendo egli del magistrato della balìa di Siena e uno dei

quattro eletti a riceverla nella sua entrata che la deve fare in quella

città, se ne veniva in Toscana, ma avendo incontrato per via uno, che

gli portò la nuova della retenzione di un Lelio Soccino e di duoi nipoti

di esso Lelio, sbigottitosi di questa cosa, prese la risoluzione di

tornar addietro, e di mettersi in luogo dove potesse esser un poco più

sicuro..... E se bene egli biasima molto il modo ch'è stato tenuto da

Lelio, secondo che esso ha inteso, avrebbe desiderato che più tosto li

fosse dato scala franca, e fattolo partir del suo Stato, per non aver

dato alla città di Siena questo dispiacere in questa sua entrata. E anco

aggiunge che, per non far fruttificar tai semi, sarebbe forse meglio

proceder in questa maniera. Io certamente ho sentito molto dispiacere

che l'a. v. abbia avuto necessità di metter la falce in questa biada, e

certo annoveravo per una delle grazie che ella ha ricevuto dal Signore

Dio il non essere finora stata astretta a fare simili persecuzioni,

avendo visto per esperienza quello che ella ha causato negli altri

paesi. Ora tornando al fatto dello Spanocchi, egli dice non fuggì il

giudizio ma i giudici, e non voler in questa età di settantadue anni

aver a stentare o morir di necessità in una prigione; che desidera e

prega l'A. V. che si degni pigliarlo in protezione sua....».

Sisto da Siena ebreo, di buon'ora venuto alla nostra Chiesa, si vestì

minorita, venerò come maestro il Caterino, e narra egli stesso come da

lui imparasse la dottrina delle due predestinazioni, una per inevitabil

decreto di Dio, l'altra condizionata, e «come opportuna a smuover certe

dure menti, che alcuni eretici de' nostri giorni avean empite di

disperazione coll'assoluta teorica del predestino», dai venti ai

trent'anni l'andò predicando nelle primarie città d'Italia, con applauso

degli uditori e frutto degli animi conturbati. Saputo poi quanto tal

dottrina era contraddetta, la cessò, ma per essi errori fu tradotto al

Sant'Uffizio. Frà Michele Ghislieri, compatendo alla gioventù e alla

scienza di esso, si propose di convertirlo, e malgrado il puntiglio

ch'esso metteva a non recedere dalla propria opinione, e' seppe

raddrizzarlo: ne impetrò la grazia da Giulio III, e lo aggregò ai

Domenicani, adoprandolo utilmente a predicare ed a convertire Ebrei, dei

quali un gran branco erasi accolto in Cremona, donde divulgava libri di

quella credenza[475]. Sisto sceverò le opere utili, quali il Talmud ed

altre, e quelle che non poteano giovare a nulla mandò al fuoco: al fuoco

pure gittò tutti i proprj scritti, non restandone che la _Bibliotheca

Sancta_, ove trattò de' libri sacri, de' loro interpreti, degli errori

che ne derivarono. Morì a Genova di 49 anni il 1569.

L'Inquisizione nel 1569 eresse in Siena una compagnia di Crocesignati

applicati principalmente a servigio del Sant'Uffizio, ma grandissima

difficoltà incontrò in paese, e se il governatore Conte di Montaguto non

vi si era opposto da principio, molti cittadini sorsero a mostrar il

pericolo che verrebbe al principe in paese di fresca conquista, dal

tollerare che una società d'uomini vi si formasse indipendente

dall'autorità secolare; e per cui mezzo l'Inquisizione più non avrebbe

duopo d'appoggiarsi alla forza pubblica. Il granduca mandò subito che

fosse sciolta, e ne scrisse a Roma, che promise farla svanire a poco a

poco, affinchè dal torla improvvisamente non restasse disonorata

l'Inquisizione.

Maestro Antonio della Paglia, nato verso il 1500, da Matteo e da Chiara

Gianarilla, a Veroli, città vescovile all'estremità della campagna di

Roma, secondo il costume latinizzò il suo nome in Aonio Paleario, studiò

a Perugia, poi a Siena (1530), «città bellissima e ben situata, ma

guasta da spirito di partito e da incessanti fazioni, onde i signori

vivono in campagna, e così le nove Muse ne sono bandite: ma le persone

son d'ingegno acuto e vigoroso; i giovani hanno un'accademia, dove

espongono spesso componimenti nella lingua materna» del che esso li

disapprova come distragga dal latino e greco[476]. Coi sussidj di Cincio

Frigipani romano fu a Padova, ove da Benedetto Lampridio udì leggere le

orazioni di Demostene. Tornato a Siena, difese insignemente Antonio

Bellanti, accusato di malversazioni e congiura; ma gli avversarj

ritorsero l'accusa contro lui stesso, che n'ebbe nuova occasione di

mostrar la sua eloquenza. Da quel senato fu preso pubblico precettore di

lettere greche e latine, poi di filosofia. Colà attinse le idee

dell'Ochino, poi le diffuse a Colle in Val d'Elsa, dove avea tenimenti,

e a San Geminiano. Fece un poema in tre canti sull'immortalità

dell'anima, in cui il sacro va misto col profano, e invocato Aristotele

a guida nella pericolosa ricerca. Lo dedicò a Ferdinando re de' Romani,

e i critici lo paragonavano al Vida e al Sannazaro; il Vossio lo

qualifica di divino e immortale. Ne mandò un'edizione scorretta al

cardinale Sadoleto, suo patrono, pregandolo inducesse lo stampatore

Grifio a farne una migliore. Quegli in fatto il raccomandò

caldissimamente: aver quel libro un sapore lucreziano; nulla esservi che

non fosse detto latinamente, e non mostrasse giudizio e diligenza:

_multaque præterea ubique nitentia ingenii et vetustatis luminibus, et,

quod ego pluris quam reliqua omnia facio, christiana mens, integra

castaque religio, erga Deum ipsum honos, pietas, studium, in eo libro

vel maxime non solum docere mentes errantium, sed etiam animos incendere

ad amorem puræ religionis possunt_.

All'autore poi scriveva non aver letto opera a' suoi tempi che gli

piacesse più del poema di lui, e: «Come il volto pacato e costante

nell'uomo è indizio di mente ben affetta e di probo animo, così cotesta

tua egregia pietà verso Dio, che s'appalesa ne' tuoi scritti, ci obbliga

a fare insigne stima di te, d'ogni senso dell'animo tuo, e della

eccellente dottrina[477]».

A Roma Aonio ebbe grand'amici il Mauro d'Arcano e il Berni, e i suoi

versi erano letti con delizia nell'Accademia de' Vignajuoli e in privati

banchetti, siccome quel che, nel 1531, diede il Musettola traduttor di

Lucrezio, dove non si bevve altro vino che il raccolto a Napoli dalla

vigna del Pontano.

Tornato a Siena, il Paleario sperò esservi fatto professore, ma fu

contrariato. Ebbe acerbe contese con uno ch'egli intitola Maco

Blaterone, contro del quale pur si avventò Pietro Aretino. Aonio

risedeva a Ceciniano e a Colle, ove di trentaquattro anni sposò Maria

Guidotti con seicento fiorini di dote: e n'ebbe due figli e due

figliuole. Amava disputare sull'anima, e n'ebbe parole con alcuni

filosofi, venuti apposta a trovarlo a Colle; ma di ciò l'imputarono gli

zelanti, cercando avversargli il popolo e il duca, con quelle arti

d'invidia che non rifuggono da infamia veruna. Le loro macchinazioni, i

furenti discorsi, le calunniose imputazioni, l'indignazione, l'amor

proprio, la mortificazione resero il Paleario invelenito contro i

nemici, e le sue corrispondenze[478], massime con Lelio Bellanti e

Pterigi Gallo, svelano cogl'intrighi degli altri anche l'irrequietudine

sua.

Tutto ciò può aver esacerbato gli animi e predisposto alle persecuzioni

che gli costarono sì caro. Sentivasi chiamato a qualcosa meglio che

insegnar latino e greco[479]: ricorreva per protezione o difesa al suo

arcivescovo Bandini e al Sadoleto; e viepiù gravato dai mali pubblici,

giacchè i Turchi sbarcarono minacciando Orbetello e Siena, lagnasi

d'aver dovuto lasciar la patria e ogni cosa diletta.

Il Sadoleto s'accorse del trascender d'opinioni del Paleario, e

l'ammonì, ma egli non vi fece mente, e seguitò manifestandole.

Singolarmente levò rumore coll'attaccare un tale ecclesiastico, il

quale, assiduo a prostrarsi davanti a reliquie, non pagava poi i suoi

debiti. «Colta dice che, se mi lascia in vita, più non resterà vestigio

di religione in Siena. E perchè? perchè, domandato qual fosse la prima

cosa in cui gli uomini dovessero cercar la loro salvezza, io risposi,

_Cristo_; domandato qual fosse la seconda, risposi, _Cristo_; quale la

terza, ed io ancora, _Cristo_».

Di qui trapela l'idea che è svolta nel _Trattato del beneficio della

morte di Cristo_, del quale parlammo nel discorso XIX. Colà vedemmo

quanto interesse eccitasse quel libro, che dapprima fu tenuto opera di

pietà, e ristampato con altre devote, siccome nell'edizione posta

all'Indice da Sisto V, col titolo: «Trattato utilissimo del Benefizio di

Cristo, con li misteri del rosario, con l'indulgenza in fine di papa

Adriano VI alle corone dei grani benedetti». Noi l'abbiamo analizzato, e

dicemmo che l'autore ne rimase ignoto, perciò fu attribuito a diversi;

al Valdes, dal quale in fatto son copiate moltissime parti: al cardinal

Contarini, al Flaminio, ad altri. Il cardinal Morone confessa averlo

ammirato e diffuso e nel processo di lui, un Domenicano dice averlo

veduto manuscritto a Verona, mandatovi a un canonico Pellegrini, che lo

diede al vescovo, il quale, giudicandolo cosa buona, lo passò a lui: ma

egli vi scoperse il marcio, e si dolse di vederlo, poco dopo, stampato e

diffuso.

Pietro Paolo Vergerio, nel commentar l'Indice de' libri proibiti fatto

da monsignor Della Casa, dice che molti pensano non esservi stato

all'età nostra, almen in italiano, alcuno scritto così soave, così pio,

così semplice, e così adatto a istruir anche i più rozzi e deboli,

massime sull'articolo della giustificazione. E soggiunge: «Ma ci è

ancora da dire di questo _Benefizio di Cristo_. È un certo frate, che

non lo vuole a patto alcuno: e con speranza di aver un benefizio dal

papa, ha fatto una invettiva contro quel (_benefizio_) di Cristo

crocifisso. È stato poi un altro buon ingegno e spirito che lo ha tolto

a difendere, ed ha composto un dolce libro, e l'ha dato nelle mani di un

cardinale, il quale ha fama di aver lume di conoscere gli errori della

Chiesa e gustar la dolcezza dell'Evangelo; certo egli ha di molte virtù

eccellenti. Ma mi risolvo che (se questo cardinale non lascia adesso

venir fuori la difensione che egli ha in mano di quel buon libro, e se

non si scopre a dire ch'egli sia buono) la fama sia falsa, e che non sia

in lui quello spirito che molti hanno creduto. Egli suol dire che

bisogna esser prudente, ed aspettar l'occasione e il tempo opportuno. È

ben detto, ma non sarà occasione e tempo opportuno adesso, che in tanti

modi tanta gente cerca di estinguer e sepellire il benefizio e la gloria

di Cristo? Quando si vorrà egli dichiarare e farsi conoscere per suo

soldato, se nol fa adesso che il suo Cristo è tanto combattuto,

travagliato, afflitto? Orsù, starem a vedere cosa farà questo cardinale.

Dio gli doni ardire, e sarebbe ben tempo ch'egli si avesse a dichiarare

con tutta la sua scola.

«Aggiungo di questo libretto che sono due persone, le quali vi hanno

posto mano; una l'ha cominciato, l'altra finito ed espolito, e tutte due

sono in Italia, e molto conosciute e carezzate dai primi membri e

ministri di Roma, e il libro loro è condannato per eretico. Staremo

anche a vedere se essi potranno sofferire, e divorar questa ingiuria che

è fatta sulla faccia del Padre loro celeste, o se pur la vorranno

dissimular e godersi le comodità e delizie delle chieriche loro».

Da retore e sofista, il Vergerio vuol confondere il titolo del libro col

benefizio di Cristo, quasi sia questo dai censori condannato. Poi

stringe: «Or di questo libro, ascoltate; o è buono, o è tristo. Se è

buono, perchè averlo condannato? Se è tristo, perchè ne hanno prima

lasciati vender quaranta mila, che tanti io so che, da sei anni in qua,

ne sono stampati e venduti in Venezia sola? perchè hanno lasciato andar

attorno tanta quantità di tossico di anime, secondo loro?

«Questa è gran cosa; dove costoro, essendone tanto pregati e sgridati

dovrebbero ogni anno diventare più umili, più riconoscere gli errori, le

superstizioni, le tenebre nelle quali hanno voluto tener soffocata la

povera gente, e mitigarla, e farsela benevola, e compiacerla dove va la

gloria di Dio, vedendo che ella desidera tanto di stare con la dottrina

dell'evangelo, si hanno deliberato di voler insuperbire ogni giorno più,

e di voler tenere bassi e tirannizzar i poveri popoli, e ascondere ogni

cosetta che potesse dar loro luce alcuna della salute. Chi non sa che i

popoli si faranno beffe delle indulgenze, de' giubilei, e di tutti

l'altre invenzioni e pensate d'uomini, con le quali un tempo di lungo si

è dato ad intender che si potesse avere la remissione de' peccati,

quando avranno avuto la grazia di poter con viva fede conoscere il gran

benefizio che ha fatto loro il celeste Padre, dando il figliuolo diletto

a spander il sangue e morir sulla croce».

Quei due che posero mano all'opera secondo l'asserzione del Vergerio, si

supposero il Flaminio il Paleario: e' soggiunge che il cardinale Polo ne

procurò la difusione d'accordo col Flaminio, col Priuli ed altri di

quella scuola, e lo mandarono a un librajo eretico o sospetto, che ne

vendesse più copie che poteva, o il donasse, ch'essi rimborserebbero.

Il frate oppositore, a cui accenna il Vergerio, è Ambrogio Caterino, più

volte da noi mentovato, e che, fra innumerevoli scritti polemici, stampò

un «Compendio di errori ed inganni luterani, contenuti in un libretto

senza nome dell'autore, intitolato, _Trattato utilissimo del beneficio

di Cristo crocifisso_ (Roma 1544)». È unito alla _Resoluzione sommaria

contro il sommario della Scrittura, traduzione di Melanctone_.

Da Antonio Caracciolo, nella vita manoscritta di Paolo IV raccogliamo

che a Treviso fu trovato «un pedante chiamato messer Angelo» che era

stato a Venezia; da Zurigo mandava i pestiferi libri del Benefizio di

Cristo, ch'egli dice composti da un Benedettino di San Severino,

siciliano discepolo del Valdes; e che fosse riveduto dal Flaminio,

«anch'egli gravemente infetto».

All'autorità del Caracciolo si adagia il Ranke, il quale non sa indursi

ad attribuir quell'opuscolo al Paleario, come neppur noi possiamo

persuadercene. Nel processo del Morone, varj interrogati su questo libro

rispondono ignorarne l'autore. Un librajo veneto che ne spacciò molte

copie, dice: «Mi non ve so dir chi l'abbi composto, nè da che banda sia

venuto... So che si vendeva per tutta Italia, e che si leggeva passim da

tutti i cattolici». Esso Morone assevera che allora se ne conosceva

benissimo l'autore. Un testimonio risponde: «Intesi dire, non so da chi,

che l'autore era stato un monaco benedettino nero, amico del Valdesio,

il qual monaco non conosco nè per nome nè altro; che di poi il Flaminio

l'avea riveduto e rassettato a suo modo, e dato alla stampa». Nel

processo del Carnesecchi si dà esplicitamente come opera di un frà

Benedetto da Mantova benedettino, che lo lavorò appiedi dell'Etna, e che

poi lo fece forbire dal Flaminio. Malgrado ciò, io propendo a crederlo

traduzione, parendo da una parte dissimile dai lavori congeneri

d'Italiani, dall'altra sentendovi tanto sapor toscano. Certo è più

semplice che il Paleario non costumi nelle scritture sue, le quali del

resto son tutte in latino; eppure al Paleario lo farebbero attribuire il

professare egli aperta la dottrina del Cristo satisfatore quale sta nel

libretto, e la difesa che fece di se stesso[480].

Perocchè gli scritti e le sue opinioni aveangli suscitato molti nemici,

a capo dei quali Ottone Melio Colta sunnominato, che forse è anagramma

di Orlando Marescotti: da trecento accusatori presentaronsi; dodici si

offersero a testimoniar contro di lui, che davanti al senato di Siena si

difese con una pomposa arringa latina, tutta retorica[481]. Ma in

questa, non che scagionarsi, confermerebbe le accuse: dice che, per aver

denunziati due mostri di religione, procacciossi la nimicizia di tutti i

cucullati, i quali come porci s'avventano su chi uno toccò. «Io aveva

discorso della repubblica designata avanti i principj del mondo e

stabilita da Dio, della quale duce, autore, moderatore unico è Cristo;

della legge abrogata, del gravissimo giogo della servitù discorremmo

quel solo che ci permetteano questi miseri tempi, quando non è senza

pericolo il palesare ciò che si desidera. V'ha uomini acerbi, duri,

colpevoli, appo i quali neppur il Padre e Cristo autore della salute può

lodarsi appieno; e mi fu dato accusa d'avere SCRITTO IN QUEST'ANNO un

trattato in lingua toscana, mostrando quanti benefizj ci derivassero

dalla sua morte. E dicevo che Esso, in cui risiede la divinità (_in quo

divinitas inesset_), avendo profusa la vita tanto amorosamente per

salute nostra, non dovevamo dubitare della volontà celeste, ma

riprometterci ogni tranquillità e quiete: affermavo con autorità

antichissime e certissime che erano terminati i mali, cancellata ogni

macchia a quelli che, rivolti coll'animo a Cristo Crocifisso, si

affidassero alle sue promesse, e ogni speranza appoggiassero in

quell'unico che non inganna. Eppure a quei dodici, non dico uomini, ma

bruti feroci parver così esecrande tali proposizioni, che l'autore

reputavano degno del fuoco. La qual pena, se mi toccasse subire per tale

testimonianza, beato mi reputerei. Perocchè siamo a tempi dove un vero

cristiano non può più morire a suo letto. Ci accusino pure, ci

imprigionino, ci torturino, ci strozzino, ci diano alle belve, tutto

sopporteremo, purchè ne derivi il trionfo della verità. Che se non

avessimo speranza nell'intimato Concilio, ove dai pontefici, da Cesare,

dai re son convocati moltissimi da tutte le genti, dispereremmo che

venga una fine di tante perturbazioni; che questo coltello levato contro

chiunque scrive, si strappi di mano a quelli, che anche per lievissime

cagioni voglion ferire crudelmente; dai quali fu arrestato il santo e

integerrimo mio Sadoleto; da' quali ignoranti accusato Bernardino

Ochino, di sì austera e ammirabil vita, non vedendo che voi foste pronti

a difenderlo, stimò bene fuggire, soletto, errante in luoghi

lontanissimi dall'Etruria nostra».

Qui profonde lodi al fuggiasco; poi viene a confutar le accuse. «Dici

ch'io la sento coi teologi germanici. Ma in Germania ve n'ha di

eccellenti. Tu però intendi Ecolampadio, Erasmo, Melantone, Lutero,

Pomerano, Bucero e gli altri sospetti? Nessun teologo nostro fia così

stupido da non capiere che molte cose in essi son lodevolissime, e

desunte dai primi Padri, e dai commenti di Greci e di nostrali non

disprezzabili, talchè chi gli accusa, accusa Origene, il Crisostomo,

Cirillo, Ireneo, Ilario, Agostino, Girolamo. Dei fatti de' Tedeschi non

tutto approvo: lodo d'aver suscitato le buone lettere latine, ridesti

gli studj divini che giacevano oscuri; trovato e stampato libri latini,

greci, caldaici, assegnato onorevoli stipendj ai professori. Seguirono

poi discordie intestine, sommosse di popoli, guerre, che per la carità

fraterna a me pure recarono immenso dolore. Chi non loda quelli, e non

disapprova questi effetti?»

Insomma egli professa di non assentire agli eretici di Germania, ma

reclama il diritto di trar le proprie credenze da antichi documenti,

dalla Scrittura, dai Padri: e senza confessarsene autore, sostiene le

medesime dottrine del libretto. Eppure non troviamo gliene derivasse

altro inconveniente che d'essere mandato via da Siena. Allora passò a

Lucca, con commendatizie del Sadoleto e del Bembo, che gli insinuavano

d'usare prudenza. Ivi nel 1546 ottenne cattedra d'eloquenza e missioni

pubbliche, e dovea recitare ogni anno due discorsi in grandi occasioni.

Li possediamo, e son mera retorica, donde non trapelano dissensi

religiosi. Ammirato prima, dappoi a concorso gli fu preferito il

Bandinelli: del che irato egli partì, dopo dieci anni di dimora.

Come attaccato alla parte imperiale, sperò star meglio a Milano, e alla

morte del Majoragio ebbe invito da quel senato a succedergli professore

d'eloquenza. V'arrivò il 17 ottobre 1555, ed a' suoi figli descrisse la

cortese accoglienza, e come recitasse la prima orazione ai 29 nella

chiesa di Santa Maria della Scala, presenti il senato, il governatore, i

pretori, il collegio de' giurisperiti e filosofi, e molto popolo. Al

domani fu accompagnato al ginnasio dai principali senatori; ma esorta i

figliuoli a studiare, perchè egli non trovasi altri mezzi, nè il suo

soldo è pur sufficiente per lui solo. In fatti troviamo un ricorso

ch'egli volse ai decurioni milanesi, mostrando come vivesse modestissimo

con una fante, mentre avea lasciato il paese natale e un buono stipendio

per amor di questa città. La quale, atteso la sua gran dottrina, il

vantaggio che ne veniva a' giovani e l'onore alla città stessa,

nell'aprile 1558 gli concedeva un assegno bastante per sei persone. Ebbe

incarico di recitare un'altra orazione quando si credea che l'imperatore

Ferdinando, Filippo di Spagna ed Enrico di Francia radunerebbonsi a

Milano per conciliar la pace; dove loda questa, e spera nel Concilio e

nel convegno col papa. Anche lettere dirigeva ai regnanti, con grandi

encomj agli imperatori austriaci, e speranza ch'essi conserverebbero la

pace, e osteggerebbero i Turchi.

A Milano rimase sette anni, e fra altri diede per tema a due suoi

allievi di combattere e difendere la legge agraria. Abbiamo a stampa la

tesi colla traccia data da lui, e le due declamazioni di Lodovico da Rho

e di Carlo Sauli, uno che fa da Tiberio Gracco, l'altro da Marco Ottavio

(Milano 1567). Scrisse pure un'orazione contro Lucio Murena, che

l'Olivet dice non distinguersi dal latino di Cicerone.

Tutti i suoi scritti sono latini, diretti ad introdur il gusto classico,

e perciò intinti del paganesimo dominante nelle scuole: e fin

nell'epitafio di sua moglie mescola Cristo coi Campi Elisi[482]. Ma in

tutte quelle scritture noi cercammo invano lo svolgersi del suo spirito

nelle nuove idee, nè cosa che accenni a suoi legami co' Protestanti. Ben

sappiamo che scrisse l'_Actio in pontifices romanos et eorum asseclas_

nel 1542, quando trattavasi di raccorre il Concilio di Trento, non

pubblicata che ventisei anni dopo la sua morte e cinquanta dopo scritta.

«Replicate mie lettere degli anni passati agli Svizzeri e ai Tedeschi

(dic'egli in questa press'a poco) palesarono le mie speranze e i

sentimenti e disegni miei. Dio, padre di Nostro Signor Gesù Cristo, m'è

testimonio ch'io desiderai da molto tempo che i principi cristiani

presedessero a radunanza di persone di gran pietà e dottrina, innanzi

alle quali potessi render la mia santa testimonianza, pronto anche a

spargere il sangue per Gesù Cristo. Ma vedevo essi principi occupati in

altro: e sentendo avvicinarsi la fine mia, scrissi la mia testimonianza

e l'atto d'accusa contro i papi, affinchè, se la morte mi sopraggiunge,

potesse giovar a' miei fratelli. Depongo questo scritto nelle mani

d'uomini santi e fedeli, che lo conservino finchè si raduni un Concilio

veramente generale, libero, sacro, solenne, pel quale io supplico il

padre del Nostro Signor Gesù Cristo. Ma finchè ciò non s'avveri non

venga pubblicato.

«Se quel giorno sospirato risplenderà, che per la pubblica pace e per la

concordia della Chiesa, i popoli obbedienti al vangelo possano unirsi,

potranno ottener dall'imperatore, dai re e principi cristiani di

obbligar seriamente il papa ad un concilio, ove possano tenersi pubblici

e liberi convegni di persone d'ogni nazione cristiana, e tutte possano

parlare liberamente per mezzo dei loro oratori, in presenza dei grandi e

dei legati delle città. Se in quelle adunanze sarà stabilita equità di

giudizj, e colla sola parola di Dio si toglieranno gli abusi, rimarranno

levate le controversie religiose, sanate le chiese in modo che tutte

formino un solo corpo: allora, ma solo allora, o miei depositarj,

consegnerete questo scritto tal quale ai rappresentanti delle chiese di

Svizzera e di Germania, che sono i difensori del santo vangelo; lo

presenterete al Concilio generale libero, sacro, solenne, qual

testimonianza d'un uomo pio, il quale morendo non avea ragione di

mentire a Cristo. Questa testimonianza e l'atto d'accusa saran da voi

lanciati colà come un fulmine, che abbatterà l'anticristo. Fratelli, ve

ne supplico, non gli lasciate lungo tempo a rispondere: quell'iniquo

dev'essere confuso di botto, in mezzo al Concilio, in presenza de'

grandi principi. Allora leggete e rileggete la mia testimonianza

coll'atto d'accusa; fate sia diligentemente discussa ed esaminata, e

così la Chiesa di Dio sarà purgata».

Segue esponendo venti testimonianze, ognuna delle quali è la professione

d'un dogma protestante, e l'ultima un'invettiva contro i traviamenti dei

prelati.

Comincia la requisitoria dal descrivere i patimenti a cui va incontro

chi si stacca dalla patria, dalla famiglia, dalle care consuetudini per

voler professare il vangelo. Poi svolge i punti d'accusa suddetti. Quel

che maggiore impaccio gli reca è l'antichità della tradizione di molte

verità cattoliche. Ma egli pretende che già al tempo degli apostoli coi

veri credenti ne vivessero de' falsi, che oscuravano la luce portata da

Cristo, e da quelli vennero i dogmi repugnanti al vangelo, e le

cerimonie, che poco a poco ci allontanano da Cristo, e gli innumerevoli

precetti contro cui aveano tonato Pietro e Paolo, il purgatorio, le

preghiere ai santi. Il lavoro è ben lontano dallo stile artificiosamente

colto, che il Paleario adopera altrove, ed egli stesso ne fa

professione[483].

Altre lettere scrisse agli eresiarchi d'allora; e nel 1566 erano portate

e riportate da Bartolomeo Orello. In una «a Lutero, Melancton, Calvino,

Butzer, e a tutti gli Svizzeri e Germani, che invocano Gesù Cristo»,

dissuade dall'accettare la convocazione del Concilio, qual era fatta, ma

che la riformassero; e li mette in sospetto della gran premura che n'ha

il papa. _Pontifex qui, id ætatis, non satis firma est valetudine, ne

nocturnum quidem tempus sibi ad quietem relinquit; magnam copiam

consultorum habet, quibuscum ad multam noctem sermonem producit;

interdum autem jurisperitos, aut usu rerum probatos, aut astutos

homines, addite autem si vultis improbos, consulit... advocat, orat

atque obsecrat ut in communem curam incumbant_[484]. Udito l'arresto del

Carnesecchi, pensò garantire dall'Inquisizione la sua Accusa contro i

papi, e col mezzo dell'Orello ne informò Teodoro Zuinger medico di

Basilea; questi lo ringrazia della confidenza, loda la sua volontà di

giovar alla causa di Dio, ma dice sarebbe meglio affidata l'opera a

qualche maestro in divinità, come Sulcer o Coccejo, nelle cui mani

starebbe sicurissima.

L'Aonio scrisse poi al senato di Milano come fosse accusato dal padre

inquisitore a titolo d'un'orazione latina, scritta trentacinque anni fa;

per questa vedeasi molestato, e costretto separarsi dai giovani, ad

istruir i quali era stato chiamato di Toscana. Ora pressato

dall'inquisitore con nuove lettere, di presentarsi a Roma, risponde

trovarsi sotto gli ordini del senato, nè poter di sè disporre senza

consenso di quello. Benchè vecchio e di debole salute, non ricusa il

lungo viaggio, ma non ha denari da farlo e da spegnere prima i debiti

contratti, nè da viver a Roma tanto, che abbia dissipata l'ingiusta

accusa.

Non sappiamo se il senato milanese gli concedesse la domanda; fatto è

che egli dimorò a Faenza, la qual pure era città papale. Ma nel 1566,

pontificando Pio V, frate Angelo di Cremona inquisitore andò arrestar il

Paleario, e lo trasse a Roma e nel carcere di Tordinona. Le accuse

riduceansi a quattro: che negasse il purgatorio; che disapprovasse il

seppellir nelle chiese, preferendo si facesse fuor delle mura; che

ponesse in baja il vivere e le foggie monastiche; che attribuisse la

giustificazione alla sola fede nella misericordia di Dio, il quale

perdona pei meriti di Cristo.

Il Laderchi dà come sua principale incolpazione l'aver pubblicato un

libro, dove avea finamente stillato il veleno ereticale: veleno in lui

talmente connaturato, che l'avea ripetuto in un'arringa scritta ai padri

della senese repubblica; e soggiunge dicesse ai cardinali del Santo

Uffizio: «Poichè le vostre eminenze han contro di me tante buone

ragioni, non fa mestieri che prendano, o che diano a me più lungo

fastidio. Io son fermo di operar secondo vuole san Paolo: _Cristo ha

sofferto per noi, lasciandoci un esempio da seguire: non avea fatto

male, non si trovò frode nelle sue labbra; ingiuriato non rispose,

soffrendo non minacciò, ma affidò se stesso a Colui che giudica

giustamente._ Procedete dunque nel giudizio, proferite la sentenza

contro di Aonio, e date così soddisfazione a' suoi avversarj, e

adempimento al vostro incarico».

Dopo lungo carcere fu condannato ad essere strozzato ed arso.

È vero che in morte si pentì? Dai _ricordi spettanti alla Compagnia

della Misericordia di san Giovanni Decollato de' Fiorentini di Roma_ si

trasse un'annotazione di quelli che assistettero a' suoi estremi

momenti, e che ne narrano il pentimento, e come «confesso e pentito

chiedesse perdono al Signore, alla sua gloriosa madre, e a tutta la

corte del cielo, volendo morire da buon cristiano, e credendo tutto quel

che crede la santa Romana Chiesa, e così fu morto e bruciato l'8 luglio

1570»[485].

Eppure negli ultimi giorni scriveva a' suoi: «Consorte mia carissima;

Non vorrei che tu pigliassi dispiacere del mio piacere, nè a male il mio

bene. È venuta l'ora ch'io passi di questa vita al mio signore e padre

Dio. Io vi vo tanto allegramente quanto alle nozze del figlio del gran

re, del che ho sempre pregato il mio Signore che per sua bontà e

liberalità infinita mi conceda. Sicchè, la mia consorte dilettissima,

confortatevi della volontà di Dio e del mio contento, ed attendete alla

famigliola sbigottita che resterà, di allevarla e custodirla nel timor

di Dio, ed esserle madre e padre. Io era già di settant'anni, vecchio e

disutile: bisogna che i figli colla virtù e col sudore si sforzino a

vivere onoratamente. Il Padre e il nostro signor Gesù Cristo sia collo

spirito nostro.

«Di Roma il dì III luglio 1570.

«Tuo marito Aonio Paleario».

«Lampridio e Fedro figliuoli dilettissimi; Questi miei signori,

cortesissimi insino all'ultimo, non mancano adesso della loro cortesia,

e mi permettono ch'io vi scriva. Piace a Dio di chiamarmi a sè per

questo mezzo che voi intenderete, che vi parerà aspro ed amaro; ma se il

considerate bene, essendo di mia somma contentezza e piacere per

conformarmi alla volontà di Dio, vi avrete anche voi a contentare. La

virtù e diligenza vi lascio in patrimonio, e quelle poche facoltà che

avete. Non vi lascio debito; molti chiedono alle volte e devono dare.

Voi foste emancipati più di diciott'anni fa, non siete tenuti a miei

debiti. Quando vi fossero chiesti, ricorrete a S. E. il duca, che non vi

lascierà far torto. Diedi a Lampridio il conto di dare e avere. Ci sono

la dote di vostra madre, e di collocar, come Dio vi darà la grazia sua,

la vostra sorellina; salutate Aspasia e suor Aonilla mie care figliuole

dilettissime nel Signore. L'ora mia si avvicina. Lo spirito di Dio vi

consoli e vi conservi nella sua grazia.

«Vostro padre, Aonio Paleario»[486].

In queste lettere non è ombra di pentimento; e l'inesorabile continuator

del Baronio, scrive: «Quando si vide che questo figlio di Belial

rimaneva ostinato, nè si poteva per alcun mezzo ricondur dalle tenebre

dell'errore alla luce della verità, fu meritamente consegnato alle

fiamme, affinchè, dopo aver qui sofferto momentanei tormenti, si

trovasse nel fuoco eterno».

Le sue opere furono raccolte dai molti amici che ebbe[487], e vennero

più volte ristampate fuori, come esempio agli uni di bella latinità,

agli altri di molta cognizione delle sacre scritture e di integra fede e

zelo pacato.

Era stato amico del Paleario Latino Latini di Viterbo (1513-93) dotto

giureconsulto, uno dei trentacinque incaricati di correggere il digesto

del diritto canonico. Quando Antonio cambiò il nome in Aonio, parve a

costui lo il facesse per eliminare il t che ha forma di croce; e su

questo, che al più poteva esser oggetto d'una celia, fece un epigramma

feroce allorchè fu bruciato:

_Musis amicus factus olim Antonius_

_Crucem putavit nomine_

_Si ferret ingens se patraturum scelus_

_Nullo abluendum flumine;_

_Velut profana tinctus unda, vatibus_

_Probrum futurum se ratus,_

_Aonius ergo fit repente, atque ambulat_

_Novo superbus nomine._

_Nescitque cano, lustra post decem, miser_

_Ætate confectum, gravem_

_Crucemque, laqueumque simul, et rogum horridum_

_Tandem repositum regia_

_In urbe, tanti sceleris ut pœnas luat_

_Reputatus ut sacer cinis._

Medichiamolo con un altro epigramma a sua lode, dettato da Giovanni

Matteo Toscano, scolaro di lui, il quale molte poesie ne inserì nel

_Peplus Italiæ, sive Carmina illustrium poetarum italorum_ (Parigi

1577).

_Aonio Aonides grajos prompsere lepores_

_Et quascumque vetus protulit Hellas opes._

_Aonio Latiæ tinxerunt melle Camœnæ_

_Verba ligata modis, verba soluta modis._

_Quæ nec longa dies, nec (quæ scelerata cremasti_

_Aonii corpus) perdere flamma potest._

Le opinioni protestanti cercarono ravvivarsi in Toscana verso il 1840, e

n'erano principali apostoli Pietro e Luigi Guicciardini, che perciò

ebbero qualche disturbo, mansueto però come si soleva in que' tempi. A

Colle, ove il Paleario tenea possessi, trovarono essi, e misero in onore

una lapide che diceva _Aonia Aganippe_, e la immaginarono posta da lui

stesso a una fonte, della quale favella in lettera a Pterigi Gallo, e

intendeano onorar così «l'illustre ed infelice poeta, filosofo letterato

e martire della fede».

Come tale fu ammirato e rionorato a' dì nostri, massime da Tedeschi e

Inglesi: se non che dicono differisse dagli altri Protestanti in quanto

considerava il matrimonio come sacramento, e credeva illecito il prestar

giuramento in giudizio per qualsifosse caso.

Gli eretici d'Italia, vol. II · 第 67 / 88 题