Dopo la gran riforma cattolica, portata dal Concilio tridentino, mutasi
l'aspetto esterno della Chiesa; maggior severità di costume; studio più
severo; disciplina rispettata. Un gentiluomo tedesco, udendo sempre
declamare contro la depravazione di Roma, era voluto venire ad
accertarsene coi proprj occhi, e ad un principe scriveva nel 1566 come
invece avesse trovato gli abitanti dediti alle pratiche pie, rigorosi
osservatori della quaresima, frequenti alla comunione e alla visita
delle chiese; la settimana santa poi dormire per terra, e veglie, e
digiuni, e tutti _gli artifizj della penitenza_ adoperati per
raggiungere i beni dell'anima. E segue descrivendo quelle commoventi
solennità pontificali del giovedì santo; e le scomuniche lette a gran
voce al popolo che le ascolta in venerabondo silenzio, e il bombo dei
cannoni che vi tien dietro, gli presentavan immagine del terribile
giorno finale. Lunghe file di penitenti disciplinandosi giungeano a San
Pietro, ove ad essi mostravansi la lancia di Longino e il volto santo,
fra singhiozzi, gridi e preghiere.
Io non accetto appieno queste lodi perchè, come costui vede tutto santo,
così altri tutto scellerato, secondo l'affetto individuale. Nel 1563
viaggiò in Italia Filippo Camerario, illustre dotto tedesco, il quale
descrisse quel viaggio giorno per giorno, più fermandosi sulla parte
materiale. Sparla del regno, allegando quel proverbio «Il napolitano è
un delizioso paradiso, ma abitato da diavoli», e si meraviglia come il
re di Spagna da paesi tanto feraci tragga o nulla o pochissimo, dovendo
spender tutto nel frenare i sudditi e respingere i Turchi. Descrive i
fenomeni del tarantismo: e che spesso all'entrare in una città erano
obbligati a depor le armi e le pistole, ricuperandole poi all'uscita;
del che non sa trovar la ragione, massime che v'ha osterie dove si è in
maggior pericolo che sopra alcune strade di Lombardia e di Toscana. A
Roma fa il solito piagnisteo sulla diversità dall'antica; ma sopratutto
decaduti gli sembrano gli uomini, la più parte ignari fin delle lettere.
«Poeti, filosofi, oratori v'ha per certo, ma tali che non vorresti
udirli: chiamano poeti certi ciarlatani, che cantano per le strade versi
lascivi; filosofi che tutto attribuiscono alla natura, o secondano le
voluttà; oratori che mai non lessero Cicerone nè Demostene, ma
arringarono una o due cause». Sul partire, l'Inquisizione lo colse, e
gittò nel carcere, ove stava da un anno Pompeo De Monti barone
napoletano, reo d'uccisioni e d'incendj, ma allora imputato d'eresia. Il
Camerario si confessò luterano, onde cercarono trarlo alla nostra
chiesa: e se il domenicano frate Angelo lo vessava, il gesuita Canisio
gli procurò agevolezze e libri, usavagli ogni cortesia il dottor Donato
Stampa milanese: un Cencio carceriere lo salvò da insidie e veleni: un
ignoto gli offerse denaro pel ritorno. Egli medesimo ne stese una
_Relatio vera et solida_ per dimostrare come Dio, per mezzi insperati,
campi i suoi dalle mani de' nemici, e liberi dalle calunnie. Suo
inquisitore era stato il Ghislieri, onde si spiega perchè gli si avventa
accanito.
Poco dopo capitava a Roma anche il famoso moralista Montaigne, che la
chiama «la sola città comune e universale, la metropoli di tutte le
nazioni cristiane, ove lo Spagnuolo e il Francese e ciascuno è come in
casa sua». Gli si rovistarono attentamente i bauli, specialmente pei
libri, trattenendogli quelli sospetti. Vi trovava meno campane che non
in qualche villaggio di Francia: non immagini per le vie: le chiese meno
bene che nel resto d'Italia e in Francia; le abitazioni mal sicure,
laonde chi avesse denari gli affidava a banchieri. Un predicatore fu
arrestato perchè declamò sulle generali contro il lusso de' preti. In
carnevale faceansi corse ora di fanciulli, ora di vecchi nudi, ora di
ebrei, di cavalli, asini, bufali. Il popolo minuto è assai più devoto
che in Francia; non così i cortigiani e i ricchi. Vi abbondano gli
spiritati e ossessi. Alla processione del volto santo forse dodicimila
torcie si accesero; file di Battuti si flagellavano, mentre altri
accorreano a confortarli con vino e confetti, e lavar di vino
l'insanguinata estremità dello staffile. Anche le classi infime tengono
del signorile, fin nel domandare la limosina, e uno diceva: «Fatemi bene
per l'anima vostra». Molte le cortigiane, e faceano pagar anche la
conversazione. Loreto era affollata di devoti, e piena di voti e
miracoli.
Il presidente Misson fece egli pure un viaggio in Italia, e non rifina
di scherzare e rimbrottare le superstizioni romane; ma n'ha ben poco
diritto egli che empì di miracoli a onore de' Protestanti uccisi il suo
_Teatro sacro delle Sevenne_. Jacobo Soranzo nel 1565 scriveva alla
Signoria veneta della povertà de' cardinali, la quale «deriva da due
cagioni. La prima perchè mancò il mezzo di dar pingui benefizj, come
quando Inghilterra, Germania e altre provincie importanti obbedivano
alla santa sede, e che poteansi dare tre o quattro benefizj e vescovadi
per cardinale: l'altra, che i cardinali crebbero a settantacinque, cosa
non più veduta. Inoltre non v'è alcun principe che lor faccia regali o
gl'investa di benefizj, come soleano Carlo V e la Corte di Francia:
cambiamento venuto dalla poca forza rimasta ai pontefici. Pertanto i
cardinali si staccarono, almen in pubblico, d'ogni sorta di piaceri, non
si vedon più nè inmascherati, nè a cavallo o in carrozza correre con
dianzi: appena van soli e in carrozze chiuse. Banchetti, giuochi,
caccie, livree, ogni altro lusso cessò».
Il papato, nell'aspetto temporale, fu però ancora ambizione di famiglie
illustri, e spesso più che il sommo sacerdote vi apparve il principe
nazionale, intento a restituire lo splendore alla tiara coi maneggi
diplomatici e coll'abile schermirsi in situazioni scabrosissime.
Il nepotismo, se non cessò, trasformossi, usando i papi mettersi a
fianco un nipote cardinale e un nipote laico, proveduti di dignità e
ricchezze, ma non di dominio, al modo de' ministri in paesi
costituzionali. Benedetto, figlio del cardinale Accolti, si credette che
a Ginevra attingesse odio contro i papi e idee repubblicane; conforme
alle quali ordì a Roma una congiura con giovani principali per trucidare
Pio IV, al quale diceano succederebbe quel papa angelico, di cui più
volte avea fantasticato il medioevo; pretendevano essere in
comunicazione con spiriti celesti, e si preparavano al misfatto colla
confessione e l'eucaristia; fallito il colpo e scoperti, sempre ridendo
sostennero l'esacerbato supplizio, asserendo esservi consolati dagli
angeli.
Quando Pio IV morì, assistito da san Carlo e da san Filippo Neri, gli
successe Michele Ghislieri, detto il cardinal Alessandrino, e che prese
il nome di Pio V. Già vedemmo come fosse infervorato della Inquisizione,
e dalla persecuzione che sofferse perciò a Como incominciò la sua
grandezza[402]. Fece varj libri da distribuire principalmente a Cremona,
Vicenza, Modena, Faenza, San Genesio, in Calabria. Così severo, eppure è
lodato per dolcezza, paragonandolo a san Bernardino: il Davalos,
governatore di Milano, lo elesse suo confessore: fatto cardinale, non
tenea più di trenta persone a servizio, notano i contemporanei. I papi
lo ebbero riverentissimo eppur franco contradditore: allorchè Pio IV
voleva dar la porpora a Ferdinando De Medici e a Federico Gonzaga,
affatto giovani, esso gliel contrastò, allegando le riforme volute dal
Concilio, per le quali non doveano salir a quell'onore se non tali che
il meritassero. Eletti malgrado il suo voto, quand'essi mandarono i
soliti ringraziamenti, egli dichiarò: «Non gli accetto, perchè io vi ho
sfavoriti per obbligo di coscienza».
La sua scelta inaspettatissima adunque spiaceva a non pochi, sì perchè
creatura dei Caraffa, sì pel noto suo rigore; ma egli disse: «Faremo di
modo che ai Romani rincresca più la nostra morte che la nostra
elezione»[403]. Nella festa inaugurale solea gettarsi denaro alla
popolaglia; invece di questa indiscreta prodigalità egli fece distribuir
quella somma a veramente poveri e vergognosi; i mille zecchini che
sciupavansi in trattamenti agli ambasciadori, spedì ai conventi più
bisognosi; e dettogli che molti gliene facevano colpa, esclamò: «Non me
la farà Iddio». Regalò i cardinali, secondo il consueto, ma li pregò di
consiglio e cooperazione nel restaurare la Chiesa, riconoscendo che il
disastro di questa era venuto dai cattivi esempj del clero.
È memorabile la sua costituzione 25 marzo 1567, che proibisce nelle
forme più esplicite e precise di cedere o alienare qualsiasi città o
luogo del dominio papale, dare _in feudum, gubernium, vicariatum,
ducatum, aut quemvis alium titulum perpetuum vel ad tertiam generationem
seu ad vitam aut alias_. Tale costituzione volle fosse firmata da tutti
i cardinali, e giurata da ogni successore, come in fatto si continua. In
forza di essa molti possessi vennero ricuperati, si tolsero altri
ch'erano motivo di scandalo agli eretici in paese dove anche abati e
vescovi alienavano e infeudavano. Pio non avea famiglia sua da
arricchire, non ambizioni proprie da fomentare, non gelosie con principi
stranieri. Solo per calde istanze conferì la sacra porpora a un suo
pronipote, frate di gran virtù; un altro ch'era caduto nei pirati,
riscattò a tenue prezzo, e fattolo comparir a Roma in arnese da schiavo,
gli regalò un cavallo e cento scudi. Prodigò invece ai poveri, massime
in un'epidemia allora gettatasi. E poichè credeva il papato fosse un
gran pericolo alla salute dell'anima, e professava «Chi vuol governare
altrui, cominci dal governare se stesso», restrinse le spese,
mantenendosi da monaco; nè provava bene che nello stretto adempimento
de' proprj doveri, e nella fervorosa meditazione e adorazione, da cui si
levava in lagrime.
L'ambasciadore veneto Paolo Tiepolo, in agosto 1566, assistette a una
cena di esso, e scrive: «Mangiò quattro susini cotti con zuccaro:
quattro bocconi di fiore di boracina, acconci in salata da lui medesimo;
una minestra d'erbe; due soli bocconi d'una fortaja fatta con erbe e
cotta in acqua solamente, senza olio e senza onto sottile; cinque
gamberetti cotti in vino; e dopo pasto tre bocconi di pero o persico
cotto, con che finì la cena; nè altra vivanda fu portata in tavola.
Bevve due volte, ma tanto quanto comunemente un altro beve in una sola».
Siffatto genere di perfezione suol recare gran confidenza nella propria
volontà, e pertinacia a domare l'altrui. «Nelle cose di religione,
scriveva esso ambasciadore, egli pensa di saperne più degli altri, e di
non aver bisogno di consiglio; e dove prende una deliberazione per bene,
si ferma; nè ragion di Stato, nè qualsivoglia cosa è per rimoverlo;
lascerebbe piuttosto rovinar il mondo che mutarsi d'opinione; anzi un
cardinale diceva che, dov'egli si affissava a queste opinioni, per
sostenerle sarebbe stato uomo da assalir solo un esercito intiero che
fosse contro di lui, sperando che, avendo buona intenzione, Dio lo
dovesse ajutare[404].
La giustizia voleva, e fin all'eccesso, e clamorosamente esemplare, e
l'Inquisizione esercitò severa, come succede quando un'opinione
s'incarna in un capo. Non ingannò mai, mai non mentì; mal gradiva i
consiglieri, perchè li credeva o ingannatori o interessati.
Inaccessibile a passioni umane, qualora v'entrasse il concetto del
dovere, più non guardava a chi si fosse; onde i cardinali erano
obbligati rammentargli ch'e' non aveva a fare con angeli. Pretendeva
sostenere nel pieno vigore la bolla _In Cœna Domini_, negando ai
principi il diritto d'imporre nuove gravezze ai sudditi; e poichè i
tempi e i regnanti più non vi si rassegnavano, serie contraddizioni
affrontò. Imponeva rigori di disciplina, quasi fossero i primordj del
cristianesimo; divieto ai medici di visitar tre volte un infermo se non
siasi confessato; chi profana la domenica, deve stare un giorno in piedi
avanti alle porte della chiesa, colle mani legate al dosso; se ricade,
sia fustigato per la città; alla terza volta abbia la lingua forata e la
galera. Espulse le meretrici, e perchè gli si diceva ch'erano un mal
necessario a Roma, «Ebbene restate voi con queste sciagurate: io mi
sceglierò altra città». Ma poi visto venirne di peggio, le ridusse in un
solo quartiere; represse il lusso degli abiti; vietò di rimanere nelle
osterie, salvo i forestieri; e ai curati di scostarsi dalle parrocchie;
ripristinò la regola dei conventi, restrinse la clausura delle monache;
andò scarso in dispense e indulgenze; secondato da vescovi zelanti
migliorò grandemente la Chiesa d'Italia, e pubblicò messale e breviario
nuovo; e al Vaticano fastoso, belligero, letterato volea surrogarne uno
cristiano, giacchè, quando gli abusi fossero corretti, restava tolto il
pretesto alla ribellione protestante.
Fra i diversi seminarj di Lombardia scompartì i cherici svizzeri, e
«converrà non sole accogliere figli di cattolici, ma ben anche taluni di
quelli, i cui parenti traviarono dalla fede cattolica, non dovendosi
disperare che, se diligentemente vengano educati, giovi l'opera loro a
convertire i genitori ed altri»[405].
Contro eretici che si scopersero in Mantova, fece far rigorosa
inquisizione, coll'opera del cardinale Commendone e di san Carlo, e si
videro molte abjure, non senza que' supplizj che la libera America oggi
ancora infligge ai Negri, ma che, per l'alto concetto che abbiamo della
santità della Chiesa, non cessiamo di deplorare.
I rigori talvolta erano provocati dagli eretici stessi colle loro
profanazioni. Regnante Elisabetta, un Inglese a Roma lanciò tre sassi
contro la Madonna de' Monti; un altro nella Madonna del Popolo tolse il
messale al chierico, mentre lo mutava dal corno dell'epistola a quel del
vangelo, e scagliollo contro il calice, indi afferrato il celebrante lo
buttò a terra, esclamando: «Quando finiranno coteste idolatrie?» Un
altro, nella basilica stessa di San Pietro, mentre il sacerdote stava
per elevar l'ostia, gliela strappò di mano, e sparse per terra il
calice: onde assalito dagli astanti, fu battuto e consegnato
all'Inquisizione; e confesso d'esser venuto in Italia con altri per
commettere simili atti, fu condannato al fuoco, e lo subì «con tanta
fermezza, che ha dato da ragionare assai[406]».
I carteggi de' residenti veneti annunziano continui processi contro
simoniaci, adulteri ed altri peccatori; e da Roma scriveano il 25
settembre 1568: «In una terra della Marca, chiamata Amandola, i
fuorusciti, coi quali si dice che si sono accompagnati molti sfratati,
entrati dentro, hanno usate gran crudeltà abbruciando le chiese, e
buttando a terra, e rompendo le immagini, con gran dispregio di tutte le
cose sacre; onde si dice che sua santità ha animo di far qualche grande
provisione per quella terra, e per un'altra ancora vicina chiamata San
Genese, poichè intende che in esse vi sono molti eretici. Ma non è città
della Chiesa che abbia nome di averne più di Faenza: onde sua santità ha
avuto a dire, che chiaritasi un poco meglio, la vuole al tutto
distruggere con levar via tutti gli abitatori, provedendo poi per lei di
una nuova colonia; e in questi giorni sono stati condotti qua molti di
quella città per conto dell'officio dell'Inquisizione».
Questi sfratati sono i fuggiaschi dai conventi: ma nel carteggio stesso
è pur narrato degli Amadeisti, francescani molto depravati che il papa
soppresse, surrogandovi i Minori dell'Osservanza; e in molti luoghi,
massime nel Bresciano, a Iseo, Erbusco, Quinzano si opposero armati,
cacciando dai loro conventi gli Osservanti.
Insistette presso i Veneziani perchè si emendasse la disciplina
ecclesiastica, ed oltre i provvedimenti sui costumi, raccomandava che i
deputati sopra la bestemmia punissero quei che meno onestamente
parlassero dell'autorità pontifizia e della Chiesa: ai nobili non si
comportassero neppur le lievi trasgressioni o il sospetto in fatto
d'eresia: niuno in senato parlasse sconvenientemente della Chiesa santa.
Domandò che s'arrestasse e consegnasse Guido Zanetti di Fano, e perchè i
senatori chiedevano fosse processato a Venezia, egli espose come il
delitto d'eresia sia di pura competenza della Chiesa, la quale non ha
confini di territorio; e poichè non vuole o non può tenere forze
proprie, invoca il braccio secolare. Avendo il duca Ottavio Farnese
consentito ad arrestare e consegnare Giovanni Galeazzo Sanseverino di
Parma, il cui processo menavasi da san Carlo, Pio V gliene fece vive
felicitazioni, prevedendo diverrebbe un campione della fede. Di
rincontro, Guglielmo Gonzaga di Mantova avendo ricusato trasmettere a
Roma alcuni eretici, il Brovio racconta che il papa minacciò, se tenesse
colà un nido d'errori, muovergli anche guerra: e l'avrebbe fatto se non
si fossero intromessi i principi d'Italia.
A' suoi tempi gravi pericoli correva la cristianità pei Turchi che
s'avanzavano minacciosi. Il gran Solimano avea tolto Scio ai Genovesi,
devastate le coste dell'Adriatico, dello Jonio, del Mediterraneo, talchè
Pio IV avea dovuto fortificare Ancona, Civitavecchia, Roma stessa: il
corsaro Dragut era sbarcato a Napoli, Kilig-Alì a Nizza; Selim II
intimava a Venezia di cederle Cipro. Le galere di questi nuovi invasori
erano menate da Italiani, rubati sulle spiaggie. I Protestanti
favorivano i Turchi, sicchè per paura di questi il papa osteggiava
quelli, e pareva il magistrato supremo di una società in pericolo, che
bisogna salvar con qualsiasi mezzo, siccome in tempo di peste o
d'assedio.
Fu perciò che tanta parte egli prese nelle guerre civili, suscitate
dalla Riforma in Francia, e di cui parleremo. Udito i guai che ne
venivano, ordinò un lutto generale in Roma: egli stesso menò una
processione a varie chiese, pregando e predicando per la salute di quel
paese, e facendo recitare questa orazione: «Piissimo Iddio, che non ti
ricordi delle iniquità di chi s'è convertito, guarda alle chiese sue,
profanate dalla mano degl'infedeli, e la costernazione del diletto tuo
gregge; ricordati della tua eredità, acquistata coll'effusione del tuo
prezioso sangue; la vigna tua piantata dalla tua destra, che il fero
cinghiale cerca sterminare, visita attentamente e i cultori di essa
dalla rabbia dei devastatori corrobora colla tua virtù, rendi vincitori,
e quei che bene operano in essa, fa colla potenza tua più forti»[407].
Era dunque ben lontano dal suggerire, come si pretende, gli assassinj.
In lettera del 25 giugno 1566 a Carlo IX, gli rammenta quanto importi
alla pace di Francia estirpar le eresie, poichè col pretesto di queste
si conturba il paese medesimo, si invocano i forestieri; sa che alcuni
lo consigliano di sforzarsi a spegner poco a poco le eresie col
tollerare e dissimulare. «Neppure a noi piace d'operar temerariamente:
vogliamo che voi adopriate accorgimento, pazienza, moderazione: non
ignoriamo quanto sia difficile revocare dagli errori quei che si
scostarono dalla fede cattolica; crediamo bisogni sopportare molto per
riguardo ai tempi; ma insieme diciamo che bisogna applicare senza
indugio un rimedio, che avrà la maggior forza nel sanare il male. E qual
rimedio? mi domanderete. Se non volete obbligar tutti i sudditi a
ricevere i decreti del Concilio di Trento, almeno fateli osservare dai
Cattolici, e massime in ciò che spetta al regime della Chiesa e alla
correzione degli ecclesiastici. Non che offendere quei che declinarono
dalla religione cattolica, ve ne procaccerà l'approvazione: giacchè i
depravati costumi del clero spiacciono talmente a tutti, che i vizj de'
sacerdoti e d'altri ecclesiastici diedero la principal ragione a tante
eresie. I predicanti eretici con niuna cosa diffusero il veleno della
dottrina loro più che col riprendere e sparnazzare i vizj degli
ecclesiastici, e trarne odio e disprezzo; quest'è il dardo di cui
principalmente si valsero per impugnar la verità della cattolica fede. E
veramente il vulgo imperito non bada tanto alle cose che insegnino i
sacerdoti, quanto al modo onde vivono; più è mosso dagli esempj che
dalle parole. I cattivi costumi tolgono ogni fede al discorso. E che può
darsi di più indegno che il veder coloro che dovrebbero porger esempio
del viver casto, onesto, pio, viver turpemente, indecentemente,
ribaldamente? Se dunque, o carissimo figlio, volete estinguere le eresie
nel vostro regno, bisogna svellere i vizj, eccitar diligentemente colle
vostre esortazioni i vescovi affinchè risiedano nelle loro chiese, e
vigilino più attenti alla salute delle anime; ciascuno riformi il
proprio clero: via le concubine; repressi i vizj; vivasi da sacerdoti.
Se nell'ordine ecclesiastico si correggerà quanto fa duopo, anche i
laici diverranno migliori: si sottrarrà ai fautori degli eretici materia
di novità; e apriranno gli occhi quelli che dalla retta fede furono
distolti non men dai vizj degli ecclesiastici che dalla frode degli
eretici».
Sono tutt'altri consigli che di trucidare gli eretici; eppur non si nega
che Roma abbia fatto festa della orrida strage detta del san Bartolomeo,
ma si avverta che si credeva essersi con quel colpo prevenuto l'eccidio
de' Cattolici, concertato dagli Ugonotti, e non se ne conosceva
l'estensione, saputa la quale, a chi se ne congratulava, papa Gregorio
XIII disse: «O chi mi assicura che, fra' rei, non siano periti degli
innocenti?» Del resto Pio V al duca d'Alba che combatteva gli eretici in
Fiandra, spedì il cappello e lo stocco benedetto; contro l'Inghilterra,
accannita avversaria della Santa Sede sotto la regina Elisabetta, avea
permesso d'adoperare tutti gli averi della Chiesa, non eccettuati calici
e croci; ed egli medesimo proponeasi andare a dirigere la spedizione. A
tali concetti lo portavano il suo secolo e il suo posto. Egli vedeasi
preceduto da dugento ventinove papi, che il voto popolare e lo Spirito
Santo aveano fatti capi della cristianità, mentre novatori di jeri,
senza missione o miracoli, voleano scindere l'unità santa e gloriosa.
Quei papi aveano salvato l'incivilimento col congiungere tutti i
Cristiani contro l'islam: ora i Turchi sovrastavano con nuova minaccia,
e intanto i regni cristiani si straziavano fra loro.
Nello spaccio 15 aprile 1570, il ridetto ambasciatore veneto dice: «Il
Pistoggia, ch'è un predicatore molto famoso dell'ordine delli
Cappuccini, e grato al papa, perchè lo ha per anco molto dabbene e
cattolico, ritornato ultimamente in Roma, è stato introdotto a sua
santità, alla quale da poi che ebbe baciato il piede, e dato conto dove
avea predicato, disse ch'era sforzato inanzi sua santità gridar sempre
_misericordia, misericordia_, perchè vedeva tante anime andar in
perdizione in poter d'infedeli ed in mano di cani; e ch'essendo lei
vicario di Cristo in terra, toccava a lei la cura di queste anime, e che
le sarìa dimandato ragione d'esse da Dio perchè non gli usava
misericordia. E che vedeva bene ch'ella era pronta alla giustizia, e che
ogni giorno faceva impiccare e squartare ora uno, ora un altro; ma che
doveva ricordarsi che, per un luogo della Scrittura che nomina Dio
giusto, ne sono dieci che lo nominano misericordioso; onde, volendo
imitar Dio, come è debito suo, doverà più esser sollecita in ajutare e
sostenere e difendere le anime che vanno in perdizione per la potenza
dei Turchi, che in castigare per giustizia li scellerati. E le considerò
molti vescovi antichi che avevano messi se stessi in potere dei nemici
per liberare altri, e fra li papi moderni Calisto, Pio, Innocenzo, che
venderono li beni delle chiese per far guerra contro li Turchi. Disse
molte cose in questo proposito con gran libertà per un gran spazio: ed
il pontefice, benchè si sentisse trafitto, però non mostrò d'aver niente
a male di quello che diceva. Ma poi ch'ebbe finito, disse con un gran
sospiro ch'egli diceva il vero in ogni cosa, ma che non sapeva i
travagli in che si trovava; ch'era in un papato poverissimo e
debolissimo, ed oppresso da ogni parte, e che se voleva far un bene,
aveva mille impedimenti, e non solamente da eretici e da inimici della
fede, ma da quelli che fanno professione d'amici, che con mille modi
fanno offese a Dio, e pensano d'opprimere l'autorità di sua maestà in
terra: il che le travagliava l'animo grandemente; ma che con tutto
questo sua santità gli ha pietà, e vorria ajutar tutti, se bene dovria
castigarli; e si mostrò piena di rammarico per occasione di questa
guerra, e per il poco modo che aveva d'ajutarla».
Infatto Pio V caldissime lettere scrisse a tutti i potentati e
principalmente a Caterina De Medici, deplorando le vittorie de' Turchi,
la perdita dell'Ungheria, i pericoli d'Italia e Francia quando
terribilmente armavansi quei nemici, intanto che i Cristiani
compiaceansi della ruina uno dell'altro. Risoluto alla guerra santa, nel
concistoro 20 febbrajo 1568 proferì che, attesi i pericoli derivanti sì
dagli eretici, sì dagli infedeli che preparavano immensa flotta,
trovavasi costretto a gravar di nuove imposte i sudditi. Pertanto la
città di Bologna pagherà 60,000 scudi d'oro, a tal fine costituendo un
monte, che ne retribuisse il 7 per cento sopra un dazio consumo che si
imporrebbe, e che pagherassi da tutti, eccetto i regolari, tanto per
carro.
Con simili mezzi e coll'ajuto di Spagna, Venezia e dell'altre potenze
italiane in un secolo tanto scompigliato potè metter insieme un esercito
cattolico, e a Lépanto riportare l'ultima vittoria che la cristianità
unita vantasse sopra la mezzaluna. Lo stendardo che il Colonna spiegava
sull'ammiraglia pontifizia, recava il Crocefisso fra i santi Pietro e
Paolo. Ne fu trionfo per tutta la cristianità, ma a Roma principalmente:
le bandiere tolte ai nemici della fede ornarono la basilica lateranense:
molte feste furono stabilite a rammemorarle, come quella di Santa
Giustina a Venezia, e quella del Rosario in tutta la cristianità.
Di Pio V ragionano con lode tutti gli agiografi e ultimamente un pio
quanto elegante ed erudito scrittore francese. Noi, serbando lo stile
che in tutta quest'opera preferimmo, vorremo udire uno che parlava, vivo
esso papa, quando cioè nè il titolo di santo lo faceva inattaccabile, nè
la morte lo salvava dagli strali troppo consueti della malevolenza.
Giulio Pogiano da Suna sul lago Maggiore, leggiadrissimo latinista, che
scrisse le lettere di molti cardinali, e quelle di Ottone Truchses
d'Augusta, delle quali non poco ci siamo già valsi, a quest'ultimo
scriveva da Roma encomj di Pio V, che rivelano la condizione delle
opinioni e dei costumi d'allora[408]. Noi le traduciamo, togliendo quel
ch'è o comune o vano: «Il sommo pontefice, intimati tre giorni di
supplicazioni per impetrar vittoria a Massimiliano imperatore contro i
nemici del nome cristiano, recitò sempre la messa all'alba in San Marco,
poi il primo giorno andò alla basilica Lateranense, il secondo a Santa
Maria Maggiore, il terzo ad Ara cœli, con moltissimi cardinali e
vescovi, preceduto dai collegj e dalle confraternite e seguìto dai
sacerdoti e cherici di tutti gli ordini: e con quanta poteasi folla di
gente d'ogni sesso, età e genere. Ed è comun voce che da ducento anni
nessun pontefice abbia fatto questa sacra funzione con tanta frequenza,
spontaneità e pietà di tutti: e nessuno ammalò nè rimase stracco, benchè
in stagione così pericolosa in questa città (agosto). Tutti vinse di
zelo Pio papa, che fresco e integro, sempre colle man giunte a modo di
pregante, procedea con volto e aspetto tale, che veramente parea trattar
la causa della Chiesa appo colui di cui è vicario. Anzi in quella famosa
processione eccitò tale pietà, che in tutti parea veder quell'immagine
della vera fede che un tempo l'Apostolo lodò nei Romani[409]. Crebbe la
religione la cacciata di alcuni spiriti maligni da notissime donne.
All'approssimarsi del pontefice s'udivano orribili strilli, moti
violenti e malvagi, incredibili contorsioni: ma arrivato lui e toccate
le donne colla stola, repente cadeano a terra e vi rimaneano come morte:
e dopo quel giorno tornarono sane: e son donne ben conosciute, sicchè
nessuno può dubitarne. Avvenne pure que' giorni che la galea d'un
illustre pirata, detta il Falcone per la robustezza e celerità, dal
conte d'Altamura fosse presa presso Monte Argentaro, dov'erano ottanta
cristiani, prigionieri da più di dieci anni. Mandati a Roma, Pio li
ricevette benignissimamente, e diede vesti, denari, doni sacri e
salutari. Nel tempo di quelle processioni capitarono anche molti
illustri cavalieri francesi, reduci da Malta, e ne furono sì
meravigliosamente tocchi, che alcuni venerarono Pio a segno, che per
baciargli i piedi andarono in ginocchio dalla soglia fin in cima alla
chiesa di San Marco. Ogni dì si fecero mirabili conversioni, non per
timor di supplizj, ne' quali il papa va lentissimo, ma per l'esempio
della virtù sua e la ferma opinione della sua santità. Più di cento
ebrei si fecer cristiani, e alcuni ricchissimi e bravissimi, colle mogli
e i figliuoli; e non solo della città, ma provinciali e forestieri. Per
alloggiar i catecumeni il papa comprò magnifico palazzo che il francese
Carinotto eresse a piè del monte della Trinità, e vi assegnò non
mediocre rendita. Oh pontefice misericordioso e benigno! Dalla fin
d'agosto in qua un pericoloso morbo invase la città, e massime quelli
costretti a viver di loro braccia; e famiglie intere giaceano a
letto[410]. Il pontefice mandò denaro a tutti, v'assegnò dieci medici,
pose quattro ispettori e con essi il vescovo Fioribello; fornendo
botteghe e macellerie per medicamenti e cibi, e affidato ai Gesuiti
d'assistere ai malati, al che si prestano anche nobilissime dame, sicchè
non v'ha ricco cui abbondi ogni cosa meglio che a questi poveri.
«Tanto liberale coi bisognosi, va ristretto verso i suoi, i quali si
conoscono parenti del papa sol per l'esempio della pietà e dell'umiltà
cristiana. La disciplina clericale è quasi rintegrata, e la ragione del
divin culto, e l'amministrazione delle chiese son ridotti all'antica
consuetudine; la città purgata da delitti; rimosse le male donne; non
s'odono bestemmie contro Dio o i santi; tolte le calunnie; rescissi i
contratti ingiusti, moderate le usure: le liti ben maturate: Pio stesso
vuol udire, vedere, conoscer tutto, e ripudia ogni relazione dove gli
trapeli odio, o parzialità o cupidigia, volendo la semplice verità. Fra
queste cure e azioni, salutevoli alla Città e alla Chiesa, è frequente
all'orazione e al digiuno, sebbene il viver suo è una continua regola di
temperanza; ogni giorno celebra, sicchè buone e prudenti persone dicono
esser impossibile ch'e' pigli alcuna risoluzione se non utile e salutare
allo Stato, giacchè nessun giorno lascia senza accoglier Dio ospite e
consigliero. E tanto attribuiscono alle caldissime preci di esso, che ne
sperano ogni meglio, e confidano che si farà al Turco la guerra tanto da
lui desiderata, e se ne vedrà la ruina. Non v'è età o sesso od ordine
che non porti gli _Agnus Dei_ consacrati da questo papa: poichè, sebbene
la salutare virtù sia divinamente annessa a quelle cere, pure, per la
singolare religione di Pio V le stimano di più quando fatte da esso....
Fu veramente beneficio di Dio che dal santo Concilio tridentino
imparassimo quali devano esser i capi della cristiana religione, e poco
dopo avessimo un papa qual dal Concilio è richiesto. Pio e coi precetti
e cogli esempj non cessa di ripristinar la disciplina della vita, non
solo, ma anche di richiamar alla prisca consuetudine il culto e le
cerimonie: visitò le maggiori chiese della città, e tenne discorsi ai
collegj di esse, esortandoli al loro dovere; onde un incremento di pietà
e d'assiduità ai divini offizj. Convocata la sua famiglia, dimostrò quel
che ciascuno deva fare, e come devano agli altri esser modelli di pietà
e modesti. Chiamati i magistrati e giudici, e anche i cardinali che
abbian parte nella pubblica amministrazione, prescrisse il modo di
conoscere, discutere, risolvere le cause, e — Voi (disse) o cardinali,
non raccomandate alcuna causa se non aggiungendo, _Per quanto il
comporta la giustizia_: e voi, giudici, se v'è raccomandato alcuno senza
questa formola non vi badate; e seguite il cammin dritto della
giustizia, dal quale nessun di noi vi indurrà a deviare. — Pubblicò un
editto sul vestire, la casa e il vivere degli ecclesiastici. Cessarono i
giuochi, i bagordi, i teatri, i tornei: si frequentano i sacramenti, i
divini uffizj e le prediche; si visitano gli spedali; si tolsero o
diminuirono i dazj e le gabelle; si escluse ogni tassa dai benefizj
ecclesiastici; nessun riguardo alla potenza o alla grazia, ma solo alla
virtù e alla religione: quei che vedono con quanta riflessione e
prudenza si diano i vescovadi, giudicano che saria ben migliore lo stato
pubblico se altrettanto si fosse fatto per l'addietro: giacchè Pio
impone agli uomini il sacerdozio, non le pensioni. Ridestò il costume di
celebrare nella basilica di San Pietro e nelle cappelle Sistina e
Paolina.... Preghiamo solo Iddio che ci conservi quest'ottimo suo
vicario».
Fin qui il Poggiano. La severità non diminuiva nel santo papa la mite
semplicità. Con un compagno avea piantata per trastullo una vigna,
dicendo: «Del vino di questa nessun di noi berrà». Or ecco comparirgli
l'invecchiato compagno con un barlotto, e offrirglielo rammemorandogli
quel detto, e «Allora vostra santità non era ancora infallibile».
Quand'era inquisitore viaggiando da Milano a Soncino, come soleva,
sempre a piede s'imbattè in un servitorello, che, compassionandone la
stanchezza, gli fece deporre sul suo somiere la fratesca bisaccia, e
gliela recò fin alla destinazione. Pio se ne sovvenne, e mandatolo a
cercare, gli conferì un uffizio in palazzo.
Ed è notevole come questo intollerante, questo amico di Filippo II
abbondasse tanto di carità. Gli oggetti dell'amor suo erano minacciati
da coloro ch'erano oggetti della sua indignazione; perseguitava questi
per amor di quelli, siccome il pastore che respinge il lupo: potrà dirsi
altrettanto delle persecuzioni de' Protestanti?
Ad uno che si lagnava chè il caldo di Roma non lascia lavorare, «Chi
poco mangia e poco beve (disse) non sente l'arsura dell'estate».
Sentendosi morire, Pio visitò le sette chiese, baciò la scala santa _per
congedarsi da quei sacri luoghi_. Nei dolori esclamava: «Signore; cresci
i patimenti, purchè cresca la pazienza». La sincerità della sua
devozione fece che, malgrado l'austerità, il popolo l'amasse vivo, morto
lo venerasse: Bacone meravigliavasi che la Chiesa non noverasse fra i
santi questo grand'uomo; e di fatti egli fu l'ultimo papa
canonizzato[411].