Frequente menzione ci è caduta d'un altro genere di eresie, che diede
molto a faticare al Sant'Uffizio e prima e dopo la protesta germanica.
La credenza nei demonj è antica quanto la civiltà, e senza perderci in
congetture fra i men noti popoli, sappiamo che i Greci riconosceano
buoni e cattivi demonj (_eudemones, cacodemones_), e chiamarono
_diabolos_ cioè calunniatore il maligno, e supposero gl'incubi e succubi
(_efialtes, ufialtes_), le apparizioni, gl'incanti. Platone nel IX della
_Repubblica_ ragiona degli streghi e delle pene da infliggersi ad essi,
e racconta d'alcuni che, ponendo sotto alle porte certe immagini di
cera, inducevano la sterilità, e malattie e morte. Aristotele nel IV
della _Metafisica_ enumera varj sortilegj. Ipocrate, se pur non accetta
le malattie demoniache, col confutarle attesta vi si credeva. Fra i
Romani già ne parlano le XII Tavole, poi tutti i classici, e che maghi e
streghe potessero operare al bene e più al male d'altri, che si leggesse
nell'avvenire per mezzo dell'ispezione delle stelle, delle mani,
dell'evocazione dei morti; che si uccidessero o amaliassero fanciulli
collo sguardo o con carmi[345]. A tacer altro, chi non conosce il filtro
di Virgilio, la Canidia di Orazio e l'Asino d'oro di Apulejo?
De' maghi troviamo lodata l'abilità fra popoli diversi; e doveano essere
acuti osservatori, che possedeano quel che agli altri mancava, l'arte di
crear circostanze capaci a modificare i fatti, e d'inventare stromenti
per operarne la trasformazione. Con grand'arcano e corredo d'impostura,
questi artifizj erano conservati e trasmessi, e ne derivarono le scienze
occulte, che costituivano la parte astrusa dell'umane cognizioni,
considerando la natura come una successione di portenti, e alla magia
attribuendone la spiegazione e l'attuazione di nuovi.
Ferita nel cuore dalla predicazione evangelica, la religione pagana
cercò un resto di vita col colpire fortemente i sensi e lo spirito
mediante gli arcani della chimica e della fisica, innestatile dalle
religioni orientali; e sposandoli alle cerimonie officiali del
politeismo, ne formò quella mistura, mezzo poetica o mezzo filosofica,
di forme greche, ebraiche, egizie, indiane, che caratterizza il
neoplatonismo, e che si presunse opporre al cristianesimo. N'erano fondo
le arti teosofiche, mediante le quali attribuivasi all'uomo potenza
d'entrare in comunicazione diretta colla divinità. Rese universali fra i
dotti, illusero anche alcuni de' Padri, tanto più in grazia de' racconti
biblici, ove ricorrono atti demoniaci, e del sistema di spiegar la
mitologia come una grande invenzione diabolica.
Erano dunque parto della civiltà antica quelle superstizioni che i
retori asseriscono rampollate dalle tenebre del medioevo: nel quale è
vero che presero importanza sciagurata a proporzione dell'ignoranza e
delle infelicità. Allora, magia significò l'arte di produrre effetti
straordinarj mediante un patto che l'uomo contraeva coll'ente maligno,
dandogli o qualche parte del proprio corpo, o tessere, o carte iscritte
col proprio sangue e fino col sacrosanto calice. Accettato questo
supposto, un fanciullo malato, una donna consunta, il subitaneo
arricchirsi, i temporali, fin il male più ordinario, l'amore e la
gelosia, e viepiù le combustioni spontanee, le allucinazioni, le
esaltazioni nervose, spiegavansi come effetto di arti occulte. È tanto
comodo, è tanto consono ai malevoli istinti lo attribuire a malvagità o
a potenza ineluttabile quel che viene da fatti nostri o dall'incolpabile
providenza.
Le rinnovate comunicazioni coll'Asia nelle crociate rinvalidarono queste
opinioni: poi le diffuse dottrine musulmane e il ridestato studio degli
antichi appoggiarono coll'autorità la credenza a relazioni immediate e
spontanee fra l'uomo e gli esseri soprannaturali, e che la magia possa
legare la potenza divina e la libertà umana, e rompere l'ordine morale e
fisico del creato mediante atti materiali spogli d'intelletto e d'amore.
Che l'uomo creda possedere maggior potenza di far male che realmente non
ha, casi giornalieri ce lo attestano; che i delitti si moltiplichino col
punirli, è troppo accertato a chi studia le malattie dell'intelletto e
le passioni; e che, a forza di sentire che una cosa si fa, alcuno
persuadasi di farla.
Sino a qual punto un uomo può operar sul corpo e lo spirito di altro
uomo per sola forza dell'immaginazione, spinta fin al punto ove arriva
la fede, non è ben chiarito: nè quanto le passioni, e massime la paura,
causa preponderante delle malattie nervose. L'ipocondria ci porta a
considerare le immaginarie nostre sofferenze come un prodotto della
volontà dell'uomo, o frutto di sua ira e vendetta. L'insensibilità di
certe parti o di tutto il corpo è spiegata oggi che si discernono due
ordini di nervi, gli uni che presiedono alle sensazioni, gli altri a
condur al cervello le impressioni di contatto. Ciò ne fa mettere da
banda la vulgare teoria della simulazione; e in generale, soppresse le
entità demoniache, oggi la magia si connette allo studio delle facoltà
dell'anima. Ma allora i casi strani in medicina, le bizzarrie nervose,
gl'isterismi, altri mali bisbetici, si dichiaravano demoniaci. Vedeasi
una propagare le sue convulsioni a un collegio, a un convento?
attribuivasi a fatucchieria quel che ora sappiamo esser istinto di
imitazione.
Questi mali curavansi coi pellegrinaggi e colle benedizioni; e in fatto
i rimedj della Chiesa avrebbero dovuto consistere in preghiere e
ammonizioni, al più nell'esorcizzare.
Ma gli esorcismi, se talvolta erano semplici cure psichiatriche, e colla
persuasione della loro efficacia servivano di vero rimedio all'inferma
fantasia, talvolta si eseguivano con una drammatica lotta fra il prete e
il diavolo, con terribili scongiuri e benedizioni gesticolate; sicchè
sbigottivano i pusilli, e in tutti convalidavano l'opinione degli
ossessi, possessi, circumsessi, indemoniati, invasati; insomma della
diretta efficacia de' demonj sugli uomini; e che il contatto e la
presenza delle cose sacre raddoppii i sofferimenti di costoro, la cui
intelligenza sfavilla talvolta di luce più viva, sicchè danno risposte
meravigliose, parlano latino, ebraico, vedono le cose lontane e le
future.
Di qui i tanti fatti di demonopatia e demonolatria, tante vittime del
maligno e di suoi ministri attivi; di astrologia, pronostici, sogni,
tutto il medioevo è pieno, e vi credeano il feroce Ezelino come il soave
Petrarca; il tirannico Federico II come le libere città domandavano da
quelli la prudenza de' loro atti; se ne mescola perfino la storia de'
papi. Toccandone di volo, diremo come Bennone, gran nemico di Gregorio
VII, in violentissime lettere alla Chiesa latina imputava questo di
mille indegnità, e principalmente d'esser negromante; Silvestro II papa
essere stato abilissimo in quest'arti, e da lui averle imparate
Benedetto IX e Gregorio VI, i quali giunsero al papato avvelenando i
predecessori; altrettanto aver praticato Gregorio VII, che non viaggiava
mai senza un suo libro di magie. Dimenticatolo una volta nel tornare da
Albano a Roma, commise a due suoi fedeli d'andarglielo a cercare, ma
guai se l'aprissero! La curiosità gl'indusse a disobbedire, e lettevi
alcune linee, ecco comparire frotte di demonj, chiedendo: «Cosa volete?
Perchè inquietarci? Comandate, o vi saltiamo addosso». I due sbigottiti,
non sapendo che farsi, dissero: «Abbattete coteste alte mura», e detto
fatto, le mura di Albano caddero sfasciate; e i due messi a gran pena
ebbero forza di strascinarsi alla città, segnandosi e raccomandandosi a
Dio.
Giovanni XXII, nella bolla del febbrajo 1317 diceva: «Alcuni residenti
nella nostra curia, non contenti di saper sobriamente secondo la
dottrina dell'apostolo, ma ebri di vanità, si avvilupparono nella
necromanzia, geomanzia, ed altre magiche arti, e vendono libri e
scritti. Essendo arti di demonj, devono evitarsi da qualunque cristiano.
Usano frequente specchi e immagini, consacrati secondo l'esecrabile loro
rito. Ponendosi entro circoli, evocano gli spiriti maligni, per
macchinare contro la salute degli uomini, o uccidendoli colla violenza
del carme, o inducendovi malattie di languore. Chiusero talvolta demonj
in specchi, circoli, anelli per interrogarli sul passato e il futuro.
S'intrigarono in divinazioni e sortilegj, talvolta adoprando Diane
(_sic_)...... E non esitano asserire che, non solo con cibi e bevande,
ma colla sola parola possono abbreviare o prolungare o spegnere la vita
degli uomini, e curar da qualunque morbo. Perciò, negletto il culto del
vero creatore, fidano ne' suffragi dei demonj, e li credono degni di
servizio e di onori divini, e a guisa degli idolatri gli adorano».
Tale credenza si manifestò in forma scientifica e in forma vulgare, e
l'una diede mano all'altra per dedurre da principj falsi spaventosi
effetti. Non tutti vogliono ricordare che, nel meriggio delle arti e
delle lettere, fra i godimenti della civiltà, in Italia come altrove
presero incremento le scienze occulte, alcuno dirà perchè le illusioni
meglio vivaci avvengono più spesso all'istante dello svegliarsi. Gli
scrittori più spregiudicati credeano all'astrologia, ai pronostici, ai
sogni. Il Pomponazzi, che impugna l'immortalità dell'anima, sostiene
(_De incantationibus_) gl'influssi dei pianeti, ai quali, non a demonj è
dovuta la facoltà, che alcuni hanno, d'indovinar l'avvenire; e secondo
il loro ascendente, l'uomo può scongiurare il tempo, convertire in
bestie, far altre meraviglie. Per iscoprire un ladro (egli insegna),
piglia un vaso, empilo d'acqua santa, accostavi una candela benedetta, e
proferisci: «Angelo bianco, angelo santo, per la tua santità, per la mia
verginità, mostrami chi ha tolto tal cosa», e l'effigie del ladro
apparirà al fondo del vaso[346]. Carlo VIII, chiamato, come sempre i
Francesi, a liberare l'Italia, acquistava fiducia alla sua spedizione
col far correre una profezia, promettitrice d'insigni vittorie. Nel 1501
a Lione di Francia un italiano di nome Giovanni, di gran costumatezza e
gravità, faceasi chiamare Mercurio per l'universale sapienza; menava
dietro moglie e figliuoli, vestiti di pannilini, con catena di ferro al
collo; vantavasi possedere tutta la scienza de' Greci, Latini, Ebrei, e
più in là; e saper interpretare gli arcani naturali, preconizzare il
futuro, tramutare i metalli, rendere felici le infauste, e infelici le
fauste cose. Salì in gran pregio appo il re di Francia per avergli
portato due insigni doni, una spada formata con centottanta spadini, uno
scudo con uno specchio mirabile, fatti sotto certa congiunzione di
stelle, che doveano produrre meraviglie. Il re adunò i fisici perchè
l'ascoltassero, ed essi attestarono che superava in sapienza tutti i
mortali: l'oro avuto egli distribuì a' bisognosi, contentandosi della
sua povertà[347].
Credettero all'astrologia il Campanella e il Fracastoro, Machiavelli e
Lutero: Melantone la difendeva contro Pico della Mirandola, mostrando
che molti casi erano stati predetti da congiunzioni di pianeti; e
durante la dieta d'Augusta egli consolavasi che imminente fosse la
caduta di Roma perchè in questa città il Tevere dilagò, da una mula
nacque un mostro coi piedi di gru, e nel territorio d'Augusta un vitello
con due teste.
Del valente astronomo Galeotto Marzio di Montagnana giace manuscritta
nella biblioteca di Padova una _Chiromanzia_ del 1476: accusato
d'eresia, fu obbligato a pubblica ammenda, bruciato un suo libro che
aveva portato in Ungheria e Boemia: cascando poi da cavallo fuor
d'Italia, s'uccise. Jacopo Zabarella padovano, il cui trattato di logica
fu adottato nelle Università di Germania, era invasato dell'astrologia:
e fece moltissime predizioni, e anche della propria morte.
Tiberio Rossiliano Sesto, astrologo calabrese, avea, per mezzo dell'arte
sua, preveduto un diluvio universale; fu confutato nel 1516 da frà
Gerolamo Armenini faentino, famoso inquisitore di quei tempi, ma fin
Clemente VII era ito abitare lungi dal Tevere, benchè il fisico Riccardo
Cervini mandasse più volte suo figlio, che fu poi Marcello II, a
rassicurarlo. Il tempo andò invece serenissimo, e così (scrive frà
Giuliano Ughi) fu molto dileggiata e schernita l'astrologia da quegli
che non pensavano che Dio fosse ai cieli superiore: ma quelli che
credevano che Dio fosse moderatore de' celesti movimenti pensarono esser
vera l'astrologia: talchè, secondo il corso dei cieli, tal diluvio
dovesse venire, ma che la misericordia di Dio l'avesse impedito»[348].
Singolare contesto di pregiudizj e buon senso!
E quando lo Stöfler di Tubinga pronosticò che, per la congiunzione dei
tre pianeti superiori, il mondo andrebbe a diluvio nel 1554, tutta
Europa si pose in pensiero di prepararsi uno schermo, e Carlo V ne stava
in apprensione, per quanto Agostino Nifo il tranquillasse.
Tutte le biografie son piene di strologamenti. Al Bembo erasi predetto
sarebbe amato e accarezzato più dagli estranei che da' suoi, e su questa
aspettazione egli regolava le proprie determinazioni. Una notte sua
madre sognò che Giusto Goro, loro avversario in un processo, lo feriva
nella destra mano; e di fatto costui, per istrappargli un libello che
andava a presentare al tribunale, gli diede una coltellata, sicchè poco
mancò gli tagliasse via l'indice della dritta. Una suor Franceschina
monaca di Zara gli avea vaticinato non sarebbe mai papa. Francesco
Guicciardini, mentre governava Brescia per Leone X, scrisse a Firenze
qualmente, in una pianura di quei contorni, vedeansi di giorno venir a
parlamento un gran re da una parte e un altro dall'altra con sei o otto
signori, e stati così un pezzo, sparivano; poi venivano a battaglia due
grandi eserciti per un'ora; e ciò accadde più volte a qualche
intervallo; e alcun curioso che si volle appressare per vedere cosa
fosse, dalla paura e dal terrore cascò malato, e stette in fin di
morte[349]. Benvenuto Cellini vede tregende e diavoli nel Coliseo, come
li vedeva Lutero dapertutto. Il Machiavelli consuma uno de' capitoli
sulle Deche intorno ai segni celesti che precorrono le rivoluzioni
degl'imperj, assegnando alle stelle le cause che egli aveva scovate dal
fondo della nequizia umana e col desolante pensiero del continuo
peggiorare della stirpe nostra. Caterina De Medici portava sul petto la
pelle d'un fanciullo, scannato a posta, che la preservava dagli
attentati contro la sua persona. Non cerco se il fatto fosse vero; era
creduto.
I frati si opponeano a tali superstizioni[350], e che la Chiesa le
combattesse appare, come da mille argomenti, così da un prontuario pe'
confessori, che stava manoscritto nella Palatina di Firenze, lavoro del
400. Ivi, fra le domande che il confessore dee fare al penitente, sono
divisate le seguenti: «Se ha dato fede a l'indovini, i quali vogliono
indovinare per lo guardare a cintole, a moccichini, a unghia di
fanciullo vergine, o margine ch'escono di piombo colato. — Se a
observato dì o tempi, cioè i dì egiptiachi, cioè di sancto Giovanni
dicollato; kalen di gennajo; il venerdì e sabato non fare bucato; non
far bollire il vino per aceto il venerdì, acciocchè sia più forte. — Se
a dato fede alle uova nate il dì dell'Ascensione. — Se a facto scrivere
l'antifona di sancta Agata in candela consumata al fuoco. — Se a li
anegli di piombo, che si fanno quando si dice il _Passio_. — Se a dato
fede a' sogni; se a' sogni chiamati di Daniello; se a canti d'uccelli;
se a bajar di cani; se a intoppo d'alcuno animale; se a li starnuti di
persona; se a sibillationi d'orecchie. — Se a creduto che gli animali
bestemmino il dì dell'epifania. — Se in prestare lievito o staccio, o
altra cosa dopo il tramontare del sole, a facto alcuna vana
observatione. — Se a colto erba, avendo fede che sia meglio colta in uno
dì che in un altro, e perchè? — Se a salutato la luna nuova. — Se si è
messo ferro in bocca, quando suona la prima campana il sabato sancto,
dicendo che giova a' denti. — Se crede che le donne si mutino in gatte,
e vadano in istregonia: se crede che succino sangue a' fanciulli. — Se a
dato mancia in kalen di gennajo. — Se a voluto indivinare del futuro,
per riguardare le linie della mano».
Altri colla cabala deliravano dietro ai numeri. Il Ponzetti fiorentino,
che fu tra' meglio reputati filosofi, e fatto cardinale da Leone X,
nella _Filosofia naturale_ vaneggia dietro alle proprietà del sette. È
formato da due e cinque, o da quattro e tre. Se viene da uno dispari e
da sei pari, procede dalla fonte di tutti i numeri, giacchè il sei è
generato e non genera. Se viene da due e cinque, la dualità è il primo
numero, giacchè l'unità non è numero ma principio, e cinque rappresenta
le cinque cause delle cose. Dio, lo spirito, l'anima del mondo, il
cielo, gli elementi. Viene da tre e quattro? Quattro è da uno e tre,
uno, unità e principio; tre, origine del primo cubo dispari.
Queste varie scienze dirigeansi ai beni che più il mondo agogna;
preveggenza del futuro, salute, oro, amore, vendette.
In quel sensualismo, tra cui smarrivasi la legge morale, l'oro diveniva
suprema potenza; e come Spagnuoli e Portoghesi lo cercavano nelle
viscere di migliaja d'Americani scannati, i re nello smungere i popoli
con nuovi arzigogoli di finanze o intrepidi furti, i letterati
mendicando, i soldati rapendo, i preti mercatando le cose sacre, gli
eretici usurpando i beni della Chiesa, così gli alchimisti
rintracciavanlo con fornelli e lambicchi, e andavano a imparare la
_grand'arte_ fra gli Orientali, o a strapparla dalla natura ne' monti
magnetici della Scandinavia.
Bernardo Trevisano, nato il 1406 da famiglia di conti, ispiratosi dagli
arabi Geher e Rases, spese da tremila scudi in esperienze d'alchimia;
poi si volse a quegli altri gran maestri Archelao e Rupescissa, e in
quindici anni di pruove, «tanto in ciurmadori che per sè» spese circa
seimila scudi per trovare la pietra filosofale, con cui i metalli
trasformavansi in oro. È bizzarro udire i varj stranissimi metodi che
imparò da medici, frati, teologi, protonotarj, ingannati o ingannatori.
Qual meraviglia se la fatica e l'ansietà gli diedero una febbre che durò
quattordici mesi, e fu per torgli la vita? Guarito appena, ode da un
cherico del suo paese che maestro Enrico, confessor dell'imperatore,
sapea preparare la pietra filosofale. Avviasi dunque per la Germania, e
con difficili mezzi introdottosi presso di quello, ne ebbe dieci marchi
d'argento e il processo, che era sifatto. Mesci mercurio, argento, olio
d'ulivo, solfo; fondi a fuoco moderato; cuoci a bagnomaria, rimenando
continuo. Dopo due mesi si secchi in una storta di vetro coperta
d'argilla, e il prodotto si tenga tre settimane sulle ceneri calde: vi
si unisca piombo, si fonda al crogiuolo, e il prodotto si sottometta
alla raffinazione. Quei dieci marchi doveano allora trovarsi cresciuti
d'un terzo, ma ohimè! al fine di tanto lavoro non erano più che quattro.
Il Trevisano desolato giurò abbandonare queste fantasie; sicchè i
parenti ne esultavano; ma dopo due mesi rideccolo al lambicco. Persuaso
però che gli occorressero i consigli di gran sapienti, andò a
interrogarli in Ispagna, in Inghilterra, in Iscozia, in Germania, in
Olanda, in Francia, e viepiù in Egitto, in Palestina, in Persia, sede di
quelle dottrine; a lungo si badò nella Grecia meridionale, visitava
principalmente i conventi, coi monaci più rinomati travagliando alla
grande opera. A settantadue anni, dissipato il ricavo del venduto
patrimonio, giunse senza denari a Rodi, ove tenea stanza un religioso,
rinomato in tutto levante come possessore del grand'arcano. Avuti da un
mercante veneziano ottomila fiorini e raccomandazioni, potè penetrare
fin a costui, che tre anni lo tenne in istudj e speranze onde preparare
il magistero per mezzo d'oro e d'argento, amalgamati a mercurio; alfine
gli aperse i secreti della scienza ermetica: cioè gli indicò che tutto
era frode, spiegandogli questo assioma, «Natura si fa giuoco di Natura,
e Natura contiene la Natura», il che significa in linguaggio comune che
per far oro ci vuol oro; e tutta l'alchimia non giunse mai a ottenerne
di più di quello che adoperò.
Perduta a settantacinque anni l'illusione di tutta la vita, il conte
Trevisano volle almeno giovare agli innumerabili adepti della scienza
ermetica, occupando i sette anni che ancor sopravisse a scrivere diversi
trattati su quella scienza. Il più celebre dei quali, intitolato _Il
libro della filosofia naturale de' metalli_, certo pochissimi vorranno
leggere nel tomo II della _Bibliothèque des philosophes chimiques_;
opera inutile anch'essa, giacchè, invece di confessare schietto i suoi
errori a scanso degli altrui, si rinvolse in modo, che molti cercarono
in esso la scienza ermetica, molti perseverarono a crederlo maestro
della grand'opera.
Non appartengono alla nostra nazione nè Teofrasto Paracelso, predicato
come testa divina, e creduto autore di miracolose guarigioni e di
trasformazioni ultranaturali; nè Cornelio Agrippa di Colonia,
consigliere dell'imperatore, deputato dal cardinale Santa Croce ad
assistere al concilio di Pisa, professore di teologia a Pavia, chiesto a
gara astrologo da re di corona, dal marchese di Monferrato, dal
cancelliere Gattinara, e che, entusiasta insieme e scettico, diede lo
stillato delle teoriche e delle pratiche delle scienze occulte. Ma a lui
possiam raffrontare il milanese Girolamo Cardano da Gallarate, vissuto
dal 1501 al 76, teosofo eppure scienziato illustre, di variatissima
erudizione, e fecondo di pensamenti strani ma indipendenti, talvolta
elevato come il genio, tal altra privo del senso comune, e come disse lo
Scaligero, suo nemico acerrimo, in molte cose superiore ad ogni umana
intelligenza, in altre inferiore ad un fanciullo. Lasciò le proprie
memorie, preziose come delle scarse che francamente rivelino il cuore, e
curiosa pittura d'uomo che viveva in un mondo poeticamente compaginato
dalla dottrina cabalistica. Se era invido, lascivo, maledico,
spensierato, n'aveano colpa le costellazioni ascendenti al suo
natalizio. Sentiasi però oggetto d'una predilezione speciale del Cielo:
poteva a sua voglia cadere in estasi, e vedere quel che gli piacesse;
degli avvenimenti era premonito in sogno e da certe macchie sull'unghie;
sapeva molte lingue senza averle imparate; più volte Iddio gli parlò in
sogno; più spesso un genio famigliare, lasciatogli da suo padre che
l'aveva tenuto per trent'anni; può in estasi trasportarsi da luogo a
luogo a sua volontà; ode quel che si dice lui assente, e prevede
l'avvenire. Appena ogni mill'anni nasce un medico par suo; nè rifina di
vantare le sue cure e l'abilità nel disputare. A volta a volta si ride
della chiromanzia, delle stregonerie, della magia, dell'alchimia,
dell'astrologia; pure le esercita per compassione: i fantasmi reputa
illusioni di fantasia scompigliata, pure è pieno d'apparizioni e di
spiriti; crede gl'incubi generare i bambini, e deporre il vero le
streghe nei processi. Eppure egli ha luogo durevole nella storia delle
scienze per osservazioni sottili ed argute, e per varie scoperte, fra
cui la _formola cardanica_ e la possibilità d'educare i sordimuti. In
fine, per avverare il pronostico fatto, lasciossi morir di fame.
Secondo i suoi libri, la materia è eterna, ma mutasi di forma in forma,
mediante due qualità primordiali, calore e umidità. Non può concepirsi
veruna porzione di materia senza forma; ogni forma è essenzialmente una
e immateriale, laonde tutti i corpi sono proveduti d'anima, ed è questa
che li rende suscettibili di movimento. Le anime particolari sono
funzioni dell'anima del mondo; nella quale stanno rinchiuse tutte le
forme degli esseri, come i numeri semplici nella decade, o come la luce
del sole, ch'è una ed eguale nell'essenza, infinita nelle diversità
d'immagini.
Tirava dunque difilato al panteismo: se non che sospendeva le
conseguenze, e variava egli stesso quanto all'unità dell'intelligenza.
All'uomo, organo di quest'intelligenza universale, attribuiva un
carattere distinto, la coscienza, e questa il mena a distinguere dal
corpo l'anima, di cui mostra l'immortalità mediante gli argomenti de'
predecessori; ma crede questo dogma abbia prodotto grandi mali, fra cui
le guerre di religione. La fisica sua fonda sulla simpatia generale tra
i corpi celesti e le parti del corpo umano.
Di tutte le scienze occulte favella con intima persuasione, altamente
riprovando quei professori inesperti, per cui vizio restano infamate,
mentre hanno certezza non minore che la nautica e la medicina. Per
vendicarle da tali ingiurie, e mostrare «come sieno manifesti i decreti
delle stelle in noi», esso non procede che per raziocinio e per
esperimento, e riduce quelle dottrine ad aforismi, distinti in sette
sezioni; donde s'intende come ogni paese, ogni colore, ogni numero
avesse il suo astro soprantendente. La magia naturale insegna otto cose:
prima i caratteri dei pianeti, e a far anelli e sigilli; secondo, il
significato del volo degli uccelli; terzo, le voci loro e d'altri
animali; poi le virtù dell'erbe, la pietra filosofale, la conoscenza del
passato, del presente, del futuro per tre viste; la settima parte mostra
gli sperimenti proprj sì del fare, sì del conoscere; l'ottava, la virtù
d'allungare molti secoli la vita.
E il Cardano non ne fa mistero. A chi soffre d'insonnia insegna
d'ungersi col grasso d'orso; a chi vuol far tacere i cani del vicinato,
tenere in mano l'occhio d'un cane nero. Vuoi i presagi da dedursi da
tutte le arti e dai casi naturali? vuoi la chiromanzia? e come dai sogni
ottener responsi? chiediglielo, e te ne istruirà con piena sicurezza.
T'istruirà a comporre sigilli per far dormire o amare, rendersi
invisibili, non istancarsi, aver fortuna; e ciò combinando quattro cose,
la natura della facoltà, della materia, della stella, dell'uomo che fa:
al qual uopo egli divisa la natura delle varie gemme e degli astri che
vi corrispondono. Fra i talismani il più potente era il sigillo di
Salomone. Una candela di sego umano, avvicinata a un tesoro, crepita fin
a spegnersi; e la ragione è che il sego è formato di sangue, nel sangue
risedono l'anima e gli spiriti, i quali entrambi concupiscono oro e
argento finchè l'uom vive, e perciò anche dopo morte ne rimane turbato
il sangue. Alle stelle conviene aver riguardo nella medicazione; e
infallibile esaudimento ottengono le preghiere a Maria, fatte il primo
aprile alle otto del mattino. Cento geniture egli formò d'illustri
personaggi, dall'oroscopo di loro nascita deducendo la causa delle loro
qualità. Che più? spinse l'audacia fin a tirare l'oroscopo di Cristo.
E responsi da lui impetravano insigni personaggi, tra cui Edoardo VI
d'Inghilterra; il primate di Scozia affidò le sue malattie a' costui
strologamenti; san Carlo il propose maestro nell'Università di Bologna.
Giambattista Della Porta, nato a Napoli il 1540 e morto il 1615, nella
_Magia Naturale_ espone tutte le fantasie d'allora intorno alle forme
sostanziali delle intelligenze, emanazione della divinità. Uno spirito
universale anima il mondo, unisce i corpi tutti, dà origine all'anima
nostra, si manifesta coll'antipatia e simpatia, opera sugli esseri
tutti, dagli insetti fin agli astri, i quali son animali immensi che con
ordine volano nello spazio infinito. Sol questo spirito universale
spiega gli avvenimenti della natura, e per esso gli astri influiscono
sul corpo umano.
Dall'Inquisizione chiamato a Roma, si scagionò, e venne dimesso con
ordine che in avvenire non s'impacciasse di far predizioni, avvegnachè
il vulgo ignorante non sappia discernere se derivino da dottrina o da
sovrumana potenza. Pure egli svelava le arti onde altri producevano
effetti creduti soprannaturali; e l'unguento delle streghe esser una
mescolanza d'aconito e belladonna, i quali per efficacia naturale
esaltano le fantasie.
Postel è uno de' più begli ornamenti del regno di Francesco I, il quale
gli affidò le cattedre di matematica e di lingue orientali, ove diede i
primi avviamenti alla filologia comparata. Ma lo tormentava l'idea d'una
religione nuova e universale, di cui egli stesso sarebbe il pontefice e
Francesco I il monarca, togliendo così la sconcordia dal mondo. Un
tratto s'invaghisce della mosaica, e si fa rabbino. A Roma trova che il
proceder dei Lojoliti è il più perfetto dagli apostoli in poi, e si fa
gesuita. A Venezia gli si presenta una donna di 50 anni, che lo ispira e
gli detta i trattati _De Vinculo Mundi_, _Della Madre Giovanna, o Delle
meravigliose vittorie delle donne_, e _Le prime nuove dell'altro mondo,
cioè l'admirabile historia et non meno necessaria et utile ad esser
letta et intesa.... parte vista, parte provata et fidelissimamente
scritta per Guglielmo Postello, primogenito della restituzione, e
spirituale padre della stupenda vergine venetiana, 1555_. Colà annunzia
l'apparizione di questa vergine veneziana, di cui la sostanza e il corpo
erano discesi in lui, e talmente fusi, che non egli viveva, ma ella
stessa, ond'egli non sentiva più la vita ordinaria, ma «sono in tal
dispositione che nè satietà nè bisogno del mangiare e bere non fan nulla
in me, imperocchè quasi tutta la natura del cibo se ne va in aria et si
disfa tal che a pena la centesima parte se ne va per la via naturale»;
asserisce esser «possibile che siano talmente aperti gli occhi di una
persona, che lei possa vedere localmente attraverso i corpi scuri, over
quello che nissuno altronde».
Marsilio Ficino, _De vita_, asserisce che è «assioma fra i Platonici, e
che sembra appartenere a tutta l'antichità, vi sia un demone a tutela di
ciascun uomo al mondo, e ajuti coloro, alla cui custodia è proposto.
Famigliare di casa Torelli di Parma era la figura d'una brutta vecchia,
la quale appariva sotto un camino quando dovesse morir uno della
famiglia».
Gli scrittori cattolici asseriscono che Lutero e Zuinglio aveano un
diavolo famigliare, e al diavolo portentosi fatti attribuiva Lutero.
Quel bisogno essenziale alla natura umana d'ampliare il mondo visibile
mediante la fantasia, bisogno maggiore in tempi o fra persone dove
l'istruzione non dilata la vista sulla storia e sull'universo, avea
creato o qui trasferito dall'Oriente quelle fate benevole, che
appiacevolivano i racconti e le fantasie, anzichè sgomentassero, quali
la Melusina, la Morgana, che il sabbato convertivansi in serpi, gli
altri giorni godevano della loro bellezza e d'una vita che partecipava
all'immortale. Anche il genio famigliare e i folletti mostravansi ora
amorevoli e serviziati, ora maligni ma in burle e arguzie. Un padrone
superbo comandò a un villano di trasportare a casa una quercia
grossissima, o guai a lui: l'impresa eccedeva le forze del misero, che
ne rimaneva desolato sinchè un folletto gli si esibì, e presa in collo
la pianta come un fuscello, la collocò traverso alla porta del padrone,
indurendola talmente, che nè accetta nè fuoco valsero a intaccarla,
sicchè fu forza aprire un'altra porta: ciò accadde per l'appunto
nell'anno di grazia 1532. Il padre inquisitore Girolamo Menghi di
Viadana, persuasissimo di tali fatti, de' quali riempie il suo
libro[351], fra altri aneddoti curiosi racconta d'un folletto,
famigliare ad un garzone sedicenne mantovano, che inseparabilmente
l'accompagnava or da servo, or da facchino, or da mastro di casa. Nel
1579 un altro in Bologna era innamorato d'una fantesca; se mai i padroni
la sgridassero, di moltissimi guasti disturbava la casa: e chi vuole,
guardi lo strano esorcismo con cui i padroni se ne liberarono. L'anno
appresso nella città medesima si rinnovò la scena con una fanciulla
trilustre: e il folletto giocava le più bizzarre burle; or rompere i
vassoj del bucato, or rotolare dalle scale grosse pietre, or di piccole
lanciarne a rompere i vetri, e nel pozzo gettare secchi di legno o di
rame e gatti. Un predicatore raccontò ad esso Menghi che, mentre
dispensava la parola divina in una città del Veneto, gli si presentò uno
stregone, accusandosi di tenere due spiriti in un anello, coi quali esso
il farebbe parlare; ma come egli esortollo a buttar via l'anello, ecco
gli spiriti a piangere e pregare ch'esso predicatore li ricevesse a
proprio servizio, promettendo farlo il maggior oratore del mondo: egli
con gravi scongiuri gli indusse a confessare che questa era un'orditura
per mettersegli accanto, farlo cadere in qualche eresia, ed acquistarlo
all'inferno.
Lo stesso Menghi riferisce che, quando i signori Veneziani mossero
guerra al duca di Ferrara, trovandosi Alfonso d'Aragona duca di Calabria
in Milano con molti illustri signori, tennero lungo ragionamento intorno
agli spiriti, ove diversamente fu da quei signori parlato e discorso,
recitando ciascheduno le loro opinioni; il duca asserì «esser cosa
verissima e non finzione umana quello che si parla di questi demonj, e
narrò che un giorno a Carrone di Calabria, gli fu narrato d'una donna
vessata da spiriti immondi. Egli se la fece condurre, ma niente
rispondeva nè movevasi come se fosse senza spirito. Il principe,
ricordandosi d'una crocetta che con certe reliquie portava al collo,
datagli da Giovanni da Capistrano, che fu poi santo, secretamente la
legò al braccio della spiritata; la quale subito cominciò a gridare e
torcere la bocca e gli occhi. Domandata del perchè, rispose, dovesse
levarle dal braccio quella crocetta perchè (diss'ella) ivi è del legno
della croce consacrata, dell'_agnus_ benedetto, e una croce di cera del
mio grandissimo nemico». Levate queste cose, ridivenne come morta. La
notte seguente andando esso principe a dormire, incominciò udire
fortissimi strepiti nel palazzo e nella propria camera, di maniera che,
chiamati alcuni servitori per sicurezza, vegliò fino a giorno; allora si
fece menare davanti la donna, la quale sorridendo interrogò il duca
s'egli avesse avuto spavento la notte passata: e riprendendola egli come
spirito infernale nojoso ai mortali, e addimandandole: «Ove eri tu
nascosto?» rispose lo spirito: «Nella sommità dello sparaviero che
circonda il tuo letto; e se non fossero stati quei cosi sacri che porti
al collo, con le mie mani io ti levavo di peso, e ti gettavo fuori del
letto. Anzi ti saprò narrare tutto quello che jeri ragionasti
coll'ambasciatore de' Veneziani, perchè il tutto ho udito e saputo». E
così fece; di maniera che quel signore d'indi in poi restò persuaso che
gli spiriti maligni andassero vagabondi tanto nell'aria, quanto nei
corpi umani.
Il _Palagio degli incanti_, stampato coll'approvazione dell'inquisitore,
che lo commenda come «dilettevole per vaga et varia lettione et non meno
ferma che recondita dottrina», va zeppo di storielle di demonj, di
incubi e succubi, appoggiate ad autori accreditatissimi. Il più
romanzesco è d'un giovane che, regnante Ruggero in Sicilia, nuotando una
sera in mare, prese pei capelli una figura che gli veniva dietro,
credendola uno de' suoi compagni; ma alla riva trovatala una bellissima
fanciulla, l'ebbe seco, e ne generò un figlio, e vivea lieto di essa. Se
non che ella mai non parlava. Avvertito da un compagno ch'egli erasi
menato a casa un fantasma, colla spada minacciò uccidere il bambino se
essa non parlava: onde rotto il silenzio, ella gli disse che con questa
violenza perdeva un'eccellente moglie, e subito sparve. Il fanciullo
dopo alquanti anni trastullavasi in riva al mare, quand'essa lo prese ed
affogò.
Il libro è scritto dallo Strozzi Cicogna, al quale don Antonio Lavoriero
arciprete di Barbarano, che con la virtù di Dio faceasi obbedienti i
diavoli, narrò che un frate Egidio al duca di Ferrara manifestò un
tesoro, ma nol si potè mai estrarre perchè gli spiriti rompevano le funi
e spegneano i lumi: e che fece da esso don Antonio ascondere una moneta,
promettendo trovarla; e presi quattro ramoscelli d'oliva benedetta e
incisane la scorza, vi scrisse entro «Emanuel Sabaot Adonai, e un altro
nome che non si può rammentare», poi recitò il _miserere_, e quando fu
all'_incerta et occulta manifestasti mihi_, si sentì trarre verso la
porta del giardino, e giunto ov'era sepolta la moneta, le bacchette
voltarono la punta in giù, come fossero tirate. Non son i prodigi della
raddomanzia, che vedemmo asseriti ai dì nostri?
Lo stesso don Antonio gli narrò che, in Noventa sul Vicentino, a una
fanciulla mandavasi un fazzoletto del malato, ed essa il faceva venir
grande grande, poi piccolo piccolo; che se tornasse alla dimensione
primitiva significava guarigione; se no, morte. Egli le mandò il suo
fazzoletto, fingendo fosse d'un'inferma; nè la fanciulla se n'accorse,
perchè egli era esorcista; ma visibilmente lo fece ingrandire e
impicciolire, poi tornar di misura. Ed altre belle ne raccontò quel don
Antonio allo Strozzi[352].
Quelle ubbie antiche meriterebbero soltanto compatimento se fossero
rimaste nel campo della speculazione; ma la natura umana ha una
terribile inclinazione a tradurre le credenze in fatti. E così avvenne
delle streghe, uno dei tanti errori dalla civiltà antica trasmessici,
che il medioevo pascolò di leggende, nelle quali si confondeano il
misticismo e l'empietà, il tremendo e il buffo. Tale credenza fu
repulsata dai legislatori, fin da' rozzissimi Longobardi; e se
comminavasi qualche pena, consisteva nel sottoporre le maliarde alla
pruova dell'acqua fredda, mandando assolte quelle che non restassero a
galla; il che forse era un artifizio per salvarle tutte. Quanto alla
Chiesa, adducevasi un canone di papa Dámaso, che fu repudiato poi, per
falso, dove sono attribuiti a mera illusione i traslocamenti delle
streghe; sicchè alcuni teologi dichiaravano peccato mortale ed eresia il
credere ai notturni congressi[353]. Eppure il padre Cóncina, nella vasta
sua teologia pubblicata dopo il 1750, accettava i prodigi delle streghe
e dei concumbenti come sentenza comune[354].
Sul fine del Quattrocento, secondo Antonio Galateo, credevasi che alcune
malefiche ungendosi si trasmutino in animali, e vaghino o piuttosto
volino in lontani paesi, menino carole per paludi, s'accoppiino a
demonj, entrino ed escano a porte chiuse, uccidano animali[355].
Tale opinione non che cadere, si estese col rinascimento degli studj, e
viepiù nel secol d'oro, e frà Bernardo Rategno da Como, nel 1584, dice
che le streghe non sussistevano _tempore quo compilatum fuit Decretum
per dominum Gratianum... Strigiarum secta pullulare cœpit tantummodo a
centum quinquaginta annis citra, ut apparet ex processibus
Inquisitorum._ Gli errori del vulgo appoggiandosi su quelli de'
persecutori, e invadendo i persecutori stessi, ne derivò un'orrida
congerie di pubblica forsennatezza, che fu un'altra manifestazione della
reviviscenza del paganesimo. E si divulgò che le streghe, masche,
buonerobe, o con che altro nome si chiamassero, _andassero in corso_,
tenesser congreghe in certi luoghi, come al monte Tonale in Lombardia,
al Barco di Ferrara, allo spianato della Mirandola, al monte Paterno di
Bologna, al noce di Benevento..., e sotto la presidenza di Erodiade o
Diana si dessero a balli e a sozzi amori, trasformandosi in lupi, gatti
e altre bestie. Empietà e lascivia formano il fondo di quelle tregende;
in onta alla Chiesa vi s'imbandisce lautamente al sabbato; vi si
vilipende ciò ch'essa ha di più venerando, le croci, le reliquie, il
sacrosanto pane; frati in tonaca e pievani in piviali vi menano carole.
Eravi qualche vecchia di bruttezza insigne, con alcun marchio
particolare? guardava stizzosa una società che la guardava beffarda?
avea risposto con imprecazioni ad insulti fattile? Bastava per
sospettarla strega. Moltissime processate aveano confessato, «Abbiam
veduto il diavolo, Siam andate a cavalcione della scopa alla tregenda,
Vi conoscemmo il tale e la tale»: come dubitare della loro veridicità?
Poi non erano state condannate? e oserebbesi dubitare di cosa giudicata?
Se l'uomo può impetrare dal diavolo le colpevoli gioje che non osa
chiedere a Dio; se v'è modo di patteggiare con una potenza estraumana,
perchè sol pochi v'avrebbero ricorso! Si venne dunque persuadendosi che
molti fossero, e massimamente donne, e formassero tra sè una specie di
società secreta, con capi e adunanze, e piaceri carnali, e voluttà di
vendette.
L'anzidetto frà Bernardo Rategno, zelante inquisitore, ci lasciò un
libro _De strigiis_[356], dove si scandalizza di chi le revochi in
dubitare. Le masche (così egli) fanno congrega principalmente la notte
del venerdì, rinnegano in presenza del diavolo la santa fede, il
battesimo, la beata Vergine; conculcano la croce, prestano fedeltà al
diavolo toccandogli la mano col dosso della loro sinistra, e dandogli
alcuna cosa in segno di ligezza. Qualvolta poi tornano al giuoco _della
buona compagnia_, fanno riverenza al diavolo, che assiste in forma
umana. Nè vi vanno già per illusione, ma corporalmente e sveglie e in
sentimento, a piedi se la posta è vicina, se no sulle spalle al demonio;
il quale talvolta le abbandonò a mezzo del cammino, onde si trovarono
fuorviate: tutte cose che constano dalle loro _spontanee_ confessioni
agli Inquisitori per tutta Italia. Anzi, «a chiuder del tutto le labbra
agli avversarj», adduce esempj di se stesso, che istruendo processi in
Valtellina, ebbe deposizioni da uomini d'intera fede, i quali veramente
le aveano vedute. Ognuno poi a Como sapeva che, un cinquant'anni
innanzi, in Mendrisio Lorenzo da Concorezzo podestà e Giovanni da
Fossato indussero una strega a menarli al giuoco; essa gli esaudì, e
videro le congregate; ma il diavolo accortosi di loro, li fece battere
in malo modo[357]. Riducono poi la cosa ad evidenza l'esserne bruciate
tante, e l'avervi i papi stessi consentito.
Ed è pur troppo vero che l'Inquisizione gravò sopra i siffatti con
legali carneficine, delle quali ingloriavansi gli autori, come di
sanguinose battaglie gli eroi.
L'intenzione di far il male era incontestabile, e ben meritavano castigo
persone che si valeano dell'efficacia della loro scienza sovra lo
spirito di altre ignoranti o paurose. La potenza delle streghe derivava
da patti col demonio: era dunque un'empietà, e la Chiesa dovea punirla,
come prendeva a curare quelli che il diavolo invadeva, o che erano
involontarj stromenti di esso al male. Ne seguivano poi veri misfatti,
che rivoltavano la coscienza pubblica per la bassezza dei mezzi, e ne
spaventavano l'immaginazione per l'orrore dei moventi.
Quando nella Germania la proclività al misticismo diffuse il timor delle
streghe, Innocenzo VIII nel 1484 le fulminò di severissima bolla, dietro
la quale si moltiplicarono e processi e supplizj. Perocchè
all'indebolirsi della fede, si dovette invigorire, come sempre succede,
la forza coattiva sotto la forma dell'Inquisizione; nei processi eransi
assottigliati i legulej; introdotta, benchè riprovata dal diritto
canonico, la procedura secreta, colla quale non è chi non possa andar
condannato. L'uomo, e più la donna, abbandonati al terrore della
solitudine e a processanti incalliti allo spettacolo del dolore, e
ponenti gloria e talvolta guadagno nell'accertarli rei, come se ne
poteano sottrarre? Non pochi dunque, nella persuasione di dover a ogni
modo morire, e che, se anche campassero, rimarrebbero in un obbrobrio
peggior della morte, confessavano spontaneamente, e restava convalidata
l'opinione delle loro colpe.
I processanti medesimi erano superstiziosi quanto i processati, teneano
per norma di far entrare la strega nella stanza a ritroso, onde veder
lei prima d'esser da lei veduti: badare ch'essa non li toccasse, «e
portare del sale esorcizzato, della palma ed erbe benedette, come ruta
ed altre simili»[358]. Un altro insegna che, se il paziente non regge
all'odor del solfo, dà indizio di essere indemoniato. Poi lo facevano
denudare, radere, purgare, chè mai non avesse sul corpo o dentro alcun
malefizio che impedisse di rivelare la verità. E la taciturnità fu
sempre il malefizio più valutato nelle vecchie procedure, come è uno de'
maggiori inciampi nelle odierne.
Proponevansi talvolta rimedj efficaci, ma non prudenti. Se un vampiro
venisse a suggere il sangue, l'autorità faceva bruciare il cadavere, e
il male cessava; ce ne assicura lo scettico Montaigne. Ad una signora
mantovana che credevasi ammaliata, il medico Marcello Donato dispose che
tra gli escrementi si facessero comparire chiodi, piume, aghi: ella,
credendo averli cacciati di corpo, sanò; sì; ma dunque il fatto era
vero; la donna avea visto quegli oggetti, nè potea più dubitarne, e la
persuasione sua trasfondeva in tutti i suoi conoscenti, e questi ai
loro.
Ogni codice sancì pene contro le stregherie. Già il famoso giureconsulto
Bartolo consigliava al vescovo di Novara di far morire a lento fuoco
una, imputata d'aver adorato il diavolo e con sortilegi mandato a morte
dei fanciulli[359]. Una legge veneziana del 1410 proibisce severamente
le malie; gli schiavi che, interrogati in proposito, si ostinassero al
silenzio erano minacciati di tortura. Lo statuto di Mantova, che durò
quanto la dominazione dei Gonzaghi, cioè fino al 1708, impone che i
malefici, incantatori, fatucchieri, e chiunque fa incantagione, o dà
pozioni per sottoporre il cuore altrui, e trarre all'amore o ad altro
fine pernicioso, in modo che uomo o donna sia rimasta malefiziata, e
condotta all'insania o a malattia e morte, sieno bruciati; se nessun
effetto ne seguì, vadano alla frusta e al taglio della lingua, ed
espulsi dal territorio: chi ha l'abitudine di tali atti in secreto o in
pubblico, sia arso: possa chiunque denunziarli, e si creda a chi con un
testimonio di buona fama giuri d'aver visto, o con quattro testimonj
giuri che tal è la pubblica voce. Si eccettua chi faccia tali
incantagioni all'intento di guarire. Non avrei che a cercare per
moltiplicar gli esempj di simili leggi.
In Italia quest'errore era comune, e nella diocesi di Como Bartolomeo
Spina asserisce che oltre mille in un anno se ne processavano, e più di
cento bruciavansi[360].
Dinanzi a tanto numero di processi e di vittime, l'uomo è preso da un
terribile sgomento della propria ragione, interrogandosi se tutto fu
menzogna o delirio; tutto invenzione di tribunali, invasi da quella sete
di sangue, che non di rado si scambia per sete di giustizia.
Non pochi ai dì nostri si persuadono della potenza di alcuni a produrre
in altri il sonno magnetico e il sonnambulismo. Sappiam noi se
quest'arte non si conoscesse anche allora? Certo negli incantesimi
entravano quelle che ancora chiamansi erbe delle streghe o magiche, e
son generalmente solanacee e narcotiche: e il Porta e il Cardano
indicano l'oppio, il giusquiamo, la belladonna, la datura, lo stramonio,
il laudano, la mandragora. Inzavardati che si fossero con estratti di
tal qualità, nella comatica estasi vedeano diavoli, tregende, altre
immagini, abituali ne' discorsi e nelle fantasie d'allora: figuravansi
trasportati, e soffrire, e godere realmente. Anche dissipato il sogno,
poteano rimaner persuasi fosse stato reale, attesa la credenza comune;
tanto che il ripeteano, e ne convincevano se stessi; e il confessavano
quando o l'astuzia d'un processante o lo spavento della tortura ne
turbasse la mente.
Il Bodino, giureconsulto di prima schiera, il cui libro _de Republica_
anticipava i concetti del Montesquieu, fece una _Dæmonomania_ dove
annovera i delitti de' maghi, cioè: 1º rinegano Dio, 2º lo bestemmiano,
3º adorano il diavolo, 4º gli dedicano i figliuoli, 5º glieli
sacrificano, 6º li consacrano al demonio fin dall'alvo materno; 7º
promettono allettar al suo servizio quanti più potranno; 8º giurano nel
nome del diavolo e se ne gloriano, 9º commettono incesti e nefandità,
10º uccidono, cuociono, mangiano persone, 11º e principalmente cadaveri,
massime d'impiccati, 12º fan morire mediante veleni o sortilegi, 13º fan
perire le bestie, 14º e così le frutte e i cereali, 15º si copulano
carnalmente col diavolo.
Non cerchiamo se fosser veri questi delitti; erano creduti, ed esso
Bodino s'avventa contro quelli che negano le streghe, principalmente il
Viero; e se nel confutarli s'irrita oltre misura, egli ne chiede scusa
perchè è impossibile, a chi per poco sia tocco dall'onor di Dio, l'udir
tali bestemmie senza incollerirsi.
I fatti dunque sussistevano; erano fuor del naturale; le cause venivano
esibite dalla scienza e dalle opinioni del tempo; l'autorità, interprete
della pubblica opinione, doveva cercare ed esaminar questi accusati;
l'esame si facea secondo la giurisprudenza d'allora; e il castigo era,
non dico giusto, ma legale.
E che perfettamente legali fossero reputati i processi
dell'Inquisizione, n'è pruova l'averne stampato i codici, gli
_arsenali_, le _pratiche_, anzichè tenerli arcani; e del resto qual
necessità di nasconderli, poichè procedevano non altrimenti che tutti i
tribunali, tutti i giudizj?
Eliseo Masini[361] parlando di maghi, streghe e incantatori, contro cui
deve procedere il Sant'Uffizio, dice: «Perchè simili sorta di persone
abbondano in molti luoghi d'Italia ed anche fuori, tanto più conviene
essere diligente; e perciò s'ha da sapere, che a questo capo si riducono
tutti quelli che hanno fatto patto, o implicitamente o esplicitamente, o
per sè o per altri col demonio;
«Quelli che tengono costretti (com'essi pretendono) demonj in anelli,
specchi, medaglie, ampolle o in altre cose;
«Quelli che se gli sono dati in anima ed in corpo, apostatando dalla
santa fede cattolica, e che hanno giurato d'esser suoi, o glien'hanno
fatto scritto, anco col proprio sangue;
«Quelli che vanno al ballo, o (come si suol dire) in striozzo;
«Quelli che malefiziano creature ragionevoli o irragionevoli,
sagrificandole al demonio;
«Quelli che l'adorano, o esplicitamente o implicitamente, offerendogli
sale, pane, allume o altre cose;
«Quelli che l'invocano, domandandogli grazie, inginocchiandosi,
accendendo candele o altri lumi, chiamandolo angelo santo, angelo
bianco, angelo negro, per la sua santità, e parole simili;
«Quelli che gli domandano cose ch'egli non può fare, come sforzare la
volontà umana, o saper cose future dipendenti dal nostro libero
arbitrio;
«Quelli che in questi atti diabolici si servono di cose sacre, come
sacramenti, o forma e materia loro, e cose sacramentali e benedette, e
di parole della divina scrittura;
«Quelli che mettono sopra altari, dove s'ha da celebrare, fave, carta
vergine, calamita o altre cose, acciocchè sopra essi si celebri
empiamente la santa messa;
«Quelli che scrivono o dicono orazioni non approvate, anzi riprovate
dalla Santa Chiesa, per farsi amare d'amore disonesto, come sono
l'orazione di san Daniele, di Santa Maria, di sant'Elena; o che portano
addosso caratteri, circoli, triangoli ecc. per essere sicuri dell'armi
de' nemici, e per non confessare il vero ne' tormenti, o che tengono
scritture di negromanzia, e fanno incanti, ed esercitano astrologia
giudiziaria nelle azioni pendenti dalla libera volontà:
«Quelli che fanno (come si dice) martelli, e mettono al fuoco pignattini
per dar passione e per impedire l'atto matrimoniale;
«Quelli che gittano le fave, si misurano il braccio con spanne, fanno
andare attorno i sedazzi[362], levano la pedica, guardano o si fanno
guardare sulle mani per sapere cose future o passate, ed altri simili
sortilegi»[363].
Sarebbe troppo bel privilegio dell'errore se non trovasse
contraddittori; e ne trovò, per quanto generale, la credenza ne'
notturni congressi. Samuele De Cassini tolse a provare che il demonio
non trasporta effettivamente queste donne, e solo in esse produce
un'estasi, per la quale credono volare o trovarsi fra la moltitudine; ma
Giovanni Dadone domenicano sostenne che il volo talora avvenga
realmente[364]; e con lui opinano frà Bartolomeo Spina maestro del sacro
palazzo[365], frà Silvestro Priero suddetto, e Paolo Grillandi legista
fiorentino che dapprima le aveva negate[366], e fino Gianfrancesco Pico
della Mirandola[367]. Frà Leandro degli Alberti, vulgarizzando un costui
libro, racconta: «Essendosi scoperto l'anno passato qui quel tanto
malvagio, scellerato e malefico giuoco _della donna_, dove è rinnegato,
bestemmiato, e beffato Iddio, e ancor conculcata con i piedi la croce
santa, dolce refrigerio dei fedeli cristiani e sicuro stendardo, e dove
ancor vi sono fatte altre biasimevoli opere contro della nostra
santissima fede; il perchè essendo stato integramente investigato e
ponderatamente conosciuto, e ancor proceduto giuridicamente dal savio e
providente censore ed inquisitore degli eretici, furono da lui
consegnati al giudice molti di questi maladetti uomini, i quali, secondo
il comandamento delle leggi, fece porre sopra d'un grandissimo monte di
legne, e bruciarli in punizione delle loro scelleraggini ed anco in
esempio degli altri. Or così di giorno in giorno procedendosi per
estirpare e svellere questi cespugli di pungenti spine di mezzo delle
buone e odorifere erbe de' fedeli cristiani, cominciarono molti con
ingiuriose parole a dire non esser giusta cosa che questi uomini fossero
così crudelmente uccisi, conciossiachè non avevano fatto cosa per la
quale dovessino ricevere simile guiderdone; ma ciò che dicevano di detto
giuoco, lo dicevano o per sciocchezza e mancamento di cervello, ovvero
per paura degli aspri martirj. E non pareva verisimile che fossero fatti
dagli uomini tanti vituperj all'ostia consacrata, nè alla croce di
Cristo, e alla nostra santissima fede. E questo facilmente potevasi
confermare, perchè molti di loro prima avendolo detto, di poi
costantemente lo negavano. Per questi biasimevoli ragionamenti di giorno
in giorno crescevano nel popolo simili mormorii, la qual cosa intendendo
lo illustre principe signor Gianfrancesco, uomo certamente non manco
cristiano che dotto e letterato, deliberò di voler intenderne molto
integramente, e con sottili investigazioni conoscere così il fondamento
come tutte le altre minime cose che erano formate sopra di esso, prima
intervenendovi e ritrovandosi alle esaminazioni di quelli avanti
dell'inquisitore, poi interrogandoli da sè a sè, parte per parte di
detto scellerato giuoco, e degli abominevoli riti e profani costumi e
scomunicati modi e maledette operazioni che ivi continuamente si fanno,
e non solamente da uno di quelli, ma da gran numero; e ritrovandoli
accordarsi nelle cose di maggior importanza, cioè sommersi in tanti
sozzi vizj, siccome vero servo di Gesù Cristo, acciò che ciascuno si
deva ben guardare dalle fraudi dell'antico nostro nemico, ed ancora per
poterlo meglio in ogni luogo perseguitare, si pose a scrivere di questa
rea, scellerata e perversa scuola del demonio...».
Gianfrancesco introduce la _strega_ a dialogar con uno che non vi crede
(_Apistio_), e che affaccia objezioni di buon senso a tutte le
confessioni di quella, mentre il giudice (_Dicasto_) adopera le formole
giuridiche per provare che non sono illusioni, e sostenere la verità
delle deposizioni di lei intorno al trasporto reale delle persone, ai
sozzi banchetti, alle nefande nozze, all'abuso del sacrosanto pane. Da
altri processi egli raccolse d'un prete Benedetto, innamorato del
diavolo in carne col nome d'Armellina, i cui piaceri esso preferiva a
qualunque altro, e con costei discorreva fin per le piazze, sembrando
mentecatto agii altri che non la vedeano; per amor di lei non battezzava
i bambini, non consacrava le ostie, e all'elevazione le alzava
capovolte, così eludendo i sacramenti. D'altri ancora egli sa, talmente
presi d'un demonio in forma di donna, che voleano abbandonar piuttosto
la vita; finchè quella gran fiamma ne era cacciata coll'altra fiamma
d'una catasta di legna. E questi fatti sono tanto comuni che confessano
andare alla tregenda oltre due migliaja di persone.
La strega del Pico conviene d'aver mandato la gragnuola sui campi di
suoi malevoli, uccisone il bestiame, succhiato il sangue di sotto le
ugne de' bambini, finchè morivano se essa medesima non vi prestasse
rimedj, insegnatile dal demonio. L'incredulo insiste principalmente sul
perchè dal demonio non domandasse denari; ed essa risponde averne anche
avuti, ma che scomparvero, e l'attrattiva maggiore consistere sempre ne'
piaceri del senso. Il demonio permetteale tutti gli atti di cristiana,
ma mentre assisteva ai divini uffizj dovesse sottovoce protestare come a
menzogne, stralunare gli occhi, far atti di scherno, e trattasi di bocca
la particola, conservarla per le profanità della tregenda.
Paolo Grillando inquisì una donna che, mentre era riportata a casa dal
diavolo amante, udì sonar l'_ave_ della mattina, ond'esso fuggì
lasciandola sul terreno, ove fu trovata ignuda. Un marito spiò sua
moglie tanto, che s'accorse dell'ungersi e dello scomparire, e a
rinforzo di bastonate obbligatala a confessare, volle menasse lui pure
alla tregenda: ivi sedutosi a mensa, tutto trovava insipido, onde chiese
del sale, inusato ai loro banchetti. Avutone dopo lunga istanza,
esclamò: «Lodato Dio che finalmente il sale è venuto»; e bastò
quell'esclamazione perchè tutto andasse in dileguo, ed egli rimase colà
ignaro del luogo, finchè la mattina da pastori sopravenuti seppe ch'era
presso Benevento, a cento miglia dalla patria sua. Dove tornato, fece
processar la moglie e condannare[368].
Altri fatti egualmente certi aveva in pronto Bartolomeo Spina predetto.
Una fanciulla, che dimorava colla madre a Bergamo, fu una notte trovata
a Venezia nel letto di un suo parente; chiesta del come, vergognosa
raccontò aver visto sua madre ungersi, e trasformata uscir dalla
finestra; ed ella volle far esperimento dell'unto stesso, e seguì la
madre, e la vide tender insidie al fanciullo parente; di che ella
spaventata invocò il nome di Gesù, e tosto ogni cosa disparve;
l'inquisitore ne fe processo, e la madre alla tortura confessò il tutto.
Antonio Leone, carbonajo di Valtellina, dimorante a Ferrara, narrava
d'un marito che parimente vide la moglie untarsi, ed uscir per la gola
del camino, ed egli imitatala, la raggiunse in una cantina: essa, come
il vide, fece un segno pel quale tutto sparì, ed egli rimasto colà, fu
côlto per ladro: se non che si scolpò narrando il fatto, pel quale la
moglie fu mandata al supplizio[369].
Basta il buon senso più triviale a spiegar questi fatti; ma non tutti
così chiari sono quelli che adducono gli apologisti, l'insistenza dei
quali convince che v'aveva contraddittori. Nel 1518 il senato veneto,
disapprovando le esorbitanze degl'inquisitori nella Valcamonica,
rinomatissima per tale fastidio, revocò a sè i processi, e statuì che in
tali materie i rettori delle città si unissero agli ecclesiastici.
Combatterono l'opinione vulgare il francescano Alfonso Spina[370], il
cavaliere Ambrogio Vignato giureconsulto lodigiano[371], Gianfrancesco
Ponzinibio giurista piacentino, negando possa il demonio generare come
incubo o come succubo, e i voli delle streghe e le tregende esser
illusione[372]. Andrea Alciato[373] scrive: «Era venuto un inquisitore
nelle valli subalpine per inquisire le streghe; già più di cento n'avea
bruciate, e quasi ogni dì nuovi olocausti a Vulcano ne offeriva, delle
quali non poche coll'elleboro piuttosto che col fuoco meritavan essere
purgate; finchè i paesani colle armi si opposero a quella violenza, e
recarono la cosa al giudizio del vescovo. Egli, speditimi gli atti,
chiese il mio parere»; e fu diretto a sottrarre queste sciagurate ai
supplizj; dichiarò siffatta credenza non esser che di donnicciuole; e
perchè (domandava) non potrebbe il demonio aver preso le sembianze di
esse donne? e come mai scompare tutta la tregenda all'invocare Gesù?
A Pietro Borboni arcivescovo di Pisa, che consultò i dotti di
quell'Università se il fatto di certe monache ossesse fosse naturale o
soprannaturale, Celso Cesalpino, famoso naturalista rispondeva,
esponendo a lungo i portenti attribuiti alla magia, senza mostrare
impugnarli; di poi argomentando con Aristotele, asserisce esistere
intelligenze medie fra Dio e l'uomo, ma non poter queste comunicare con
noi[374]. Forza era conchiudere non poter essere reali gli esaminati
invasamenti: ma egli, per riguardi al tempo, non dichiara se non che non
sono naturali, e volersi applicarvi i rimedj della Chiesa.
Traviata così l'opinione del vulgo e dei dotti, farà più dispiacere che
meraviglia il vedere membri rispettabilissimi della Chiesa trascinati
dalla corrente. Nel 1494 papa Alessandro VI, avendo udito in _provincia
Lombardiæ diversas utriusque sexus personas incantationibus et
diabolicis superstitionibus operam dare, suisque veneficiis et variis
observationibus multa nefanda scelera procurare, homines et jumenta ac
campos destruere, et diversos errores inducere_, commette agli
inquisitori di perseguitarle. Pure egli avea vietato a questi
d'intrigarsi di sortilegi, malie, fatucchierie, se non v'intervenissero
abuso di sacramenti o atti contro la fede. Nel 1521 Leone X,
all'occasione de' molti sortilegi scopertisi in Valcamonica, parlava
agli inquisitori della Venezia d'una genia perniciosissima che rinnega
il battesimo, e dà il corpo e l'anima a Satana, e per compiacergli
uccide fanciulli, ed esercita altri malefizj[375]. Nel 1523 Adriano VI
al Sant'Uffizio di Como scriveva essersi trovato persone d'ambo i sessi,
che prendono a signore il diavolo, e con incantagioni, carmi sacrilegi
ed altre nefande superstizioni guastano i frutti della terra, e si
licenziano ad altri eccessi e delitti[376].
Riferisce il padre Carrara, nella storia di Paolo IV L. II § 8, che in
quel tempo i demonj fecero l'estremo di loro possa, come chi si sente
alle strette. Fra gli altri nel 1558 invasero un luogo pio d'orfanelle
in Roma, di modo che il papa istituì una congregazione di ragguardevoli
prelati, alla cui testa il cardinale decano Bellay e G. B. Rossi
generale dei Carmelitani, perchè riconoscesser il fatto e cogli
esorcismi riparassero la repentina perturbazione di quelle zitelle. Una
maga africana abitante in Transtevere pretendea guarire un certo Cesare,
sellajo pontifizio, che diventava acatalettico, e credeasi indemoniato;
ma voleva averne la permissione dal papa onde non incorrere le pene da
esso minacciate contro le superstizioni. Il padre Ghislieri non solo
negò tal licenza, ma fe carcerare la strega, e sebbene non si riuscisse
a provarla rea, la esigliò, e il sellajo affidò agli esorcismi del padre
Rossi. Questi lo conobbe veramente indemoniato; e ordinò alla madre di
lui facesse minute indagini per casa, massime nelle coltrici, e sotto i
limitari delle porte, ove gli streghi sogliono riporre lor malefizj; e
di fatto sotto un mattone si trovò un pentolino sudicio e polveroso, e
in esso un battufolo di carte e cenci, un circoletto di capelli biondi
come l'oro, con un lento nodo, due unghie di mulo, due penne di gallina
piegate a triangolo: due aghi fitti in un cuore di cera; un ritaglio
d'unghia umana, grani di cicerchia e d'altri legumi; e nel fondo tre
carte piegate; in una delle quali una rozza effigie d'uomo, trafitto da
due dardi incrociati a modo di X; nell'altra 13 nomi ignoti,
probabilmente di demonj; nella terza era scritto «Cesare, come qui sopra
passerai, per dieci anni in gran pena starai» e parole inintelligibili.
Subito il pentolino fu messo nell'acquasanta, indi riposto in luogo
sicuro; e intanto Cesare si trovò liberato, e tornò florido e
tranquillo. Tutto ciò il padre Carrara, per attestar come il mondo fosse
contaminato da diavolerie, e come vi rimediasse il santo rigore di Paolo
IV.
Gregorio XV inveiva contro coloro che fanno malefizj, donde, se non
morte, seguono malattie, divorzj, impotenza di generare, altri danni ad
animali, biade, frutti ecc. e vuole che i rei siano immurati. Secondo il
serio storico De Thou, diceasi che Sisto V avesse pratica col demonio, e
patto di darsegli, purchè fosse papa e pontificasse sei anni. Di fatto
ebbe la tiara, e per cinque anni segnalossi con azioni che sorpassano
l'elevazione dello spirito umano. Al fine cadde malato, e il demonio
venne a intimargli il patto. Sisto incollerito lo rimbrottò di mala
fede, giacchè soli cinque anni erano corsi; ma il demonio gli disse: «Ti
ricorda che, trattandosi di condannar uno che non avea l'età legale,
dicesti _Gli do uno de' miei anni_?» Sisto non seppe qual cosa
rispondere, e si preparò a morire fra i rimorsi.
Vero è che il De Thou non sta garante del fatto, potendo esser
invenzione de' malevoli Spagnuoli[377]. E Sisto V emanò nel 1585 la
lunghissima bolla _Cœli et terræ creator Deus_, con cui condannò la
geomanzia, idromanzia, aeromanzia, piromanzia, oneiromanzia,
chiromanzia, necromanzia; il gettar sorti con dadi o chicchi di frumento
o fave; il far patto colla morte o coll'inferno per trovare tesori,
consumar delitti, compiere stregherie; al demonio ardere profumi e
candele, come pur quelli che negli ossessi e nelle linfatiche e
fanatiche donne interrogano il demonio sul futuro; le donne che entro
ampolle serbano il diavolo, ed untesi con acqua od olio la palma o le
unghie, lo adorano; quindi proibisce tutti i libri d'astrologia, il
prendere l'ascendente, descrivere pentagoni, e le altre superstizioni
allora in credito. Dove si noti che que' nomi sono gli indicati già da
Porfirio[378], e che ne risultano due fatti: primo, il generalizzarsi di
tali pratiche, quasi un'ebollizione dello spirito satanico al tempo
della Riforma; secondo, la persistenza di esse, malgrado le cure della
Chiesa.
Nel 1598 Clemente VIII era nel 63 anno di vita e settimo del
pontificato; due numeri climaterici pel 7 e il 9, sicchè il popolo ne
aspettava disgrazia, ed egli ripetea d'averne soli 62, aspettando che
l'influenza passasse.
A Paolo V un astrologo dichiarò vivrebbe poco; ond'egli licenziò il
cuoco e lo scalco, circondavasi di precauzioni, non ardiva ricever alcun
memoriale da sconosciuti, e dapertutto vedea veleni e insidie, finchè fu
guarito da un rimedio omiopatico, cioè da un consulto d'astrologi che
dichiarò esser trascorso il tempo dell'influsso minaccioso.
Nel 1588 il cardinale Agostino Valier, lodatissimo vescovo di Verona, in
una pastorale compiangeva come «si trovino alcuni, sebbene di vile e
bassa condizione che hanno fatto patto coll'inferno, cioè col demonio
infernale, attendendo a superstizioni, incanti, stregherie, e simili
abominazioni».
Il vescovo Bonomo, nei decreti per la diocesi comense, vieta l'usar
figure e anelli magici per medicar uomini o bestie, le stregherie, le
fasciature, il trattar ferite e morbi colla recita di certe formole, il
raccoglier felci e loro semi in dati giorni e ore, e maghi e indovini
siano puniti dal vescovo come pure le maliarde che affascinano e
uccidono fanciulli, inducono sterilità e gragnuola.
San Carlo nel primo suo concilio provinciale ordinava che maghi,
malefici, incantatori, e chiunque fa patto tacito o espresso col diavolo
sia punito severamente dal vescovo, ed escluso dalla congregazione dei
fedeli[379]. Nel suo rituale stabilisce le penitenze che devono
applicarsi a maghi, per 5 anni; a chi getta tempeste, anni 7 in pane ed
acqua; a chi canta fascinazioni, tre quaresime; a chi fa legature e
malie, due anni. Egli avea vietato che nessuno in predica dicesse il
giorno della fin del mondo[380]: e nel V concilio provinciale mette: _Ad
nuptias matrimoniaque impedienda vel dirimenda eo cum ventum sit, ut
veneficia fascinosve homines adhibeant, atque usque adeo frequenter id
sceleris committant, ut res plena impietatis, ac propterea gravius
detestanda; itaque ut a tanto tamque nefario crimine pœnæ gravitate
deterreantur, excomunicationis latæ sententiæ vinculo fascinantes et
venefici id generis irretiti sint_.
Nella Mesolcina, valle italiana appartenente ai Grigioni, abbondavano le
streghe, che faceano malie, affascinavano fanciulli, inducevano
temporali, e adunavansi ai sabbati, ove dal diavolo erano sollecitate a
calpestar la croce. San Carlo, visitando come legato pontifizio que'
paesi, mandò a farne processo; e si trovò il male ancor peggio
dell'aspettazione; centrenta streghe abjurarono, altre furono arse, fra
cui Domenico Quattrino prevosto di Rovereto, che da undici testimonj era
stato visto alle tregende menar un ballo coi paramenti da messa, e
recando in mano il santo crisma[381].
Il padre Carlo Bescapè, sotto gli 8 dicembre 1583, descriveva al suo
superiore il supplizio d'alcune fra queste, «In un vasto campo costrutto
un rogo, ciascuna delle malefiche fu sopra una tavola dal carnefice
distesa e legata, poi messa boccone sulla catasta, ai lati della quale
fu appiccato fuoco: e tanto fervea l'incendio, che in poco d'ora
apparvero le membra consunte, le ossa incenerite. Dopo che il manigoldo
l'ebbe avvinte alla tavola, ciascuna riconfessò i suoi peccati, ed io le
assolsi: altri sacerdoti le confortavano in morte, e le affidavano del
divino perdono.... Io non basto a spiegare con qual intimo cordoglio, e
di quanto pronto animo abbiano incontrato il castigo. Confessate e
comunicate, protestavano ricevere tutto dalla mano di Quel lassù, in
pena de' loro traviamenti; e con sicuri indizj di contrizione
offrivangli il corpo e l'anima. Brulicava la pianura di una turba
infinita, stivata, intenerita a lacrime, gridante a gran voce, Gesù! e
le stesse miserabili poste sul rogo, fra il crepitar delle fiamme
udivansi replicare quel santissimo nome; e pegno di salute aveano al
collo il santo rosario.... Questo volli io che la tua riverenza sapesse,
perchè potesse ringraziar Iddio, e lodarlo per li preziosi manipoli da
questa messe raccolti»[382].
Nel 1586 Daniele Malipiero senatore veneziano fu arrestato come
negromante, e così i nobili Eustachio e Francesco Barozzi, e condannati
all'abjura. Questo Francesco, di cui si hanno varj trattati matematici e
filosofici, persistette al niego, finchè promessogli salva la vita e la
roba, confessò aver praticato diavolerie con profanazione d'olj santi e
d'altri sacramenti; costretto le intelligenze con circoli; fatto la
statua di piombo conforme alle regole di Cornelio Agrippa: aggiunse che
sapea far venir persone dalle estremità del mondo; con una lamina
fabbricata sotto l'ascendente di Venere, costringere a voler bene, e
stare preparandone altre sotto l'influsso di diversi pianeti per
conseguire oro, dignità, onorificenze; confidarsi di poter con sortilegi
istruire in tutte le scienze il proprio figliuolo; avere scoperto il
senso de' geroglifici esistenti sulla piazza di Costantinopoli, secondo
i quali al 1590 doveva estinguersi la casa Ottomana e la potenza de'
Turchi; trovandosi in Candia durante una lunghissima siccità, vi fece
piovere, ma insieme versossi tal gragnuola, che devastò i campi ch'esso
v'aveva. Perocchè egli era abbastanza ricco, ma pe' vizj e il disordine
spesso si trovava sprovisto. Fu condannato a dar pochi danari con cui
far crocette d'argento, e a praticare alcuni atti di pietà, «esortandoti
anche a tener sempre acqua benedetta nella tua camera per difesa contra
tanti spiriti infernali, con i quali hai avuta famigliarità»[383].
Egualmente o peggio andavano le cose fuori d'Italia. In Francia,
regnante Francesco I, centomila persone furono condannate per
fatucchiere[384]; e da seicento accusate nel 1609 sotto Enrico IV. Son
vulgatissimi i fatti delle ossesse al tempo del giansenismo, cioè nel
gran secolo del gran re, ma non vogliamo tacere che, nel processo del
gesuita Girard del 1731, dodici giudici sopra trentuno lo condannavano
al fuoco per magia e incesto spirituale; ma l'appello cassò la sentenza.
Dite altrettanto dell'Inghilterra e della Germania; e da Soldam, che
recentemente trattò dei processi di stregheria[385], raccogliamo che a
Nördlingen, cittaduola di seimila abitanti, dal 1590 al 1594 furono arse
trentacinque streghe.
I Riformati usavano altrettanto, anzi più ferocemente de' Cattolici.
Lutero domandava che i maghi fossero dati a morte, nel triplice
interesse della religione, della morale, della sicurezza pubblica. Le
stregherie non erano punite che correzionalmente a Ginevra, ma Calvino
vi stabilì il fuoco, come lesa maestà divina in supremo grado; e in
sessant'anni cencinquanta individui furono bruciati per tale
delitto[386].
Così durò anche il XVII secolo, e il 21 luglio 1612 a Firenze una donna
fu condannata ad esser appesa alle forche, bruciatone il cadavere,
confiscati i beni, come convinta e confessa d'aver avuto commercio
nefando con un demonio che chiamava Bigiarino, il quale in forma di
caprone la portò più volte ai sabati al noce di Benevento; ella stessa,
trasformata in gatto, succhiò il sangue di molti ragazzi. Provavano il
fatto molte madri, attestando che certe malattie di lor figliuoli furono
guarite da questa strega, mediante segni e parole inintelligibili: e
poichè i fatti parean meno credibili, i giudici sottoposero la rea alla
tortura probatoria, nella quale essa confermò tutte quelle
fantasie[387]. L'ottobre 1664, nel monastero di Santa Scolastica del
Borgo a Buggiano si sentiva uno spirito battente, e «presero le monache
ardire di scongiurarlo: e da parte di Dio gli comandarono che dicesse
chi fosse e quali erano le sue pretensioni, ma questo non rispose se non
per via dei soliti picchi, che faceva per segno del sì, e lasciando di
picchiare per segno del no»[388].
Diego Guscalone palermitano, commesse molte scelleraggini in patria,
fuggì in Ispagna e quivi processato dal Sant'Uffizio per sortilegj,
fuggì nelle Indie, e vi servì da cappellano, poi con fedi false e abito
di agostiniano, e col nome di frà Bernardino da Montalto tornò in
Italia, e prese usata con frà Domenico Zanconi fermano, priore
agostiniano, e arnese a lui somigliante. Convinti d'aver con sortilegj
tentato sedurre una donna, furono espulsi, e ricoveraronsi in quel di
Macerata. Ebbe sentore della loro abilità necromantica Giacinto Centini,
nipote del cardinale Centini che era stato a un punto di divenir papa
nel conclave dove fu eletto Urbano VIII. Esso gli interrogò se suo zio
potrebbe salir al papato, e dopo arcani malefizj n'ebbe risposta che sì.
Per accelerar questa fortuna ordirono molti sortilegj, combinandosi con
altri più esperti in tali vanità; e formarono una statuetta di cera,
collo struggersi della quale dovea consumarsi anche la vita del papa.
Ciò fu nel 1631. Ma frà Domenico denunziò la cosa al Sant'Uffizio di
Roma, sicchè i colpevoli furono arrestati, e formatone processo,
Giacinto fu condannato a morte con un frà Cherubino che riuscì a
fuggire, e con frà Bernardino, mago principale; frà Domenico a 39 anni
di galera; altri a più o men lungo carcere; tutti facendo pubblica
abjura (1635). Il cardinale, sospettato complice, si scolpò, ma poco
sopravisse.
Ancora la cabala ed altre vanità astrologiche dirigevano le cure de'
medici anche meno pregiudicati[389], e l'illustre L'Hôpital cancelliere
di Francia, diceva che a Roma dominavano i matematici e gli
astrologi[390]. Paolo Taggia, dottissimo modenese, scriveva al Gualdo di
Padova: «Il matrimonio continua nella congiunta disgiunzione, tuttochè
non cessino le orazioni, i digiuni, le elemosine e gli esorcismi. Questo
solo v'è di buono che consta del legame e incanto, sì nel giovane come
nella giovane; onde possiamo sperare assai tosto buon fine[391]». Il
valente matematico Cavalieri, nella _Ruota planetaria_ pretese rivelar
ciò che fanno nelle loro sfere le stelle, e come in bene e in male
influiscano; il Borelli dettò una difesa dell'astrologia per Cristina di
Svezia; Marcantonio Zimara di Otranto, famoso medico, pubblicò _Antrum
magico-medicum, in quo arcanorum magico-physicorum, sigillorum,
signaturarum et imaginum medicarum, secundum Dei nomina et
constellationes astrorum, cum signatura planetarum constitutarum, ut et
curationum magneticarum, et characteristicarum ad omnes corporis humani
affectus curandos, thesaurus locupletissimus, novus, reconditus etc._,
con un trattato del conservar la bellezza, e uno del moto perpetuo
senz'acqua nè peso.
Il Capecelatro, ch'è de' migliori storici napoletani perchè versato
negli impieghi, entrando a descrivere la sollevazione di Masaniello
trova che quegli scompigli furono «causati da cattiva influenza di
stelle, o pure dall'eclisse del sole, succeduto di mezzogiorno nel segno
di leone la precedente estate, il qual segno domina Napoli, predetto da
Paolo Cocurullo celebre astrologo, di minacciarle rivoluzione e ruina
con suo grave incomodo e danno». Egli stesso avverte che tal
sollevazione avvenne nel secolo XVII dopo Cristo, nel XVII anno dopo la
famosa peste, nel XVII mese del governo del duca d'Arcos, nel VII anno
dopo il 1640, nel VII mese dell'anno, VII giorno del mese, VII giorno
della settimana, VII ora del giorno. Durante quella si disse che gli
Spagnuoli mandavano streghe ad incantare i posti; la gente arrestò tre
vecchie, ad una delle quali mozzò tosto il capo, le altre pose in
carcere per essere tormentate; e mandaronsi sacerdoti a esorcizzare que'
posti.
Con Caterina De Medici era passato in Francia Cosmo Ruggeri astrologo e
mago, che in quella corte acquistò fama per oroscopi, talismani, filtri
da ispirar amore o da far morire; e Caterina l'adoprava forse a ciò,
probabilmente a spiare. Per accusa di cospirazioni torturato e messo
alla galera nel 1574, poi liberato; sotto Enrico IV fu arrestato di
nuovo perchè teneva una figura di cera di questo, e la pungeva ogni
giorno, ma le istanze di cortigiani e di gran dame fecero sospendere il
processo. Pubblicava ogni anno almanacchi; fu fatto abbate di San Malò,
e ch'è più strano, storiografo; in morte ricusò le consolazioni
religiose, dicendo che non v'ha altri diavoli che i nemici, i quali ci
tormentano quaggiù, nè altro Dio che i principi, i quali possono farci
del bene; onde il suo cadavere fu trascinato al mondezzajo[392].
Il Concini fiorentino, occhio dritto dell'altra regina di Francia Maria
De Medici, ed elevato al grado di maresciallo d'Ancre, fu colla moglie
condannato a morte come mago[393]. Essa marescialla nel 1611 avea fatto
venir in Francia un Montalto medico ebreo, il quale avea ricusato le
offerte fattegli di professare a Bologna, a Messina, a Pisa, e fin di
succedere all'insigne Mercuriale. La relazione con costui distolse la
marescialla dalle pratiche cristiane: e le furono trovati due libri, uno
intitolato _Cheinuc_, cioè costumanza, specie di catechismo; e l'altro
_Machazor_, specie d'almanacco stampato a Venezia per gli Ebrei
spagnuoli. Si provò ch'essa usava esorcismi, oblazioni, sagrifizj
secondo il rito giudaico, facendoli notte tempo in chiese di Parigi,
donde principalmente udivansi i gridi d'un gallo, oblazione consueta fra
gli Ebrei nella festa della riconciliazione. Tutto ciò era provato coi
soliti modi.
Non meno convinta fu di arte magica. Si trovò una lettera ove
interrogava una certa Isabella, creduta fatucchiera, se per l'arte sua
avesse conoscenza di alcuna cosa che riguardasse lei o la sua famiglia.
Trovaronsi libri in caratteri strani, e una scatola con cinque tondi di
velluto, i quali si sa adoprarsi per aver efficacia sulla volontà dei
grandi. Ella avea fatto venire dei frati Ambrosiani da Nancy, i quali
effettivamente erano istrioni, per assisterla nel sagrifizio del gallo;
inoltre degli amuleti da metter al collo: e figure di cera che custodiva
in cataletti. Son pure descritte le arti e gli esorcismi di quegli
Ambrosiani, che in tali occasioni allontanavano i servi: e fra queste
arti era il benedir l'acqua santa il giorno dell'Epifania: lo che doveva
esser non senza mistero, non avendo ella saputo renderne ragione.
Don Domenico Manuele Gaetano conte di Ruggero, maresciallo di campo del
duca di Baviera, generale, consigliere, colonnello d'un reggimento di
fanteria, comandante a Monaco, e maggior generale del re di Prussia,
nato a Pietrabianca presso Napoli; istrutto d'orefice, nel 1695 fu
iniziato all'alchimia tramutatoria probabilmente dal famoso Lascaris, da
cui ebbe la cintura bianca e la gialla per fare l'argento e l'oro, ma in
piccola quantità. Alla loro scarsità ed efficacia supplì colla
ciarlataneria, annunziando poter tramutare metalli a josa, e facendone
esperienza su pochissimi, ottenne credito. Scorsa Italia, fece per
quattro mesi eccellenti affari a Madrid, donde l'inviato di Baviera
l'indusse a passar dall'elettore, che allora stava governatore a
Brusselle. Vi eccitò ammirazione; e Massimiliano, posta piena confidenza
nelle magnifiche promesse d'esso, gli concesse cariche e titoli e
sussidj per seimila fiorini: poi scopertolo bugiardo lo fece buttare in
fortezza. Dopo due anni riuscito a fuggire, comparve a Vienna nel 1704,
e qualche projezione gli avvenne sì destramente, che tutta la Corte ne
rimase stupita; l'imperatore Leopoldo sel prese a servizio: ma la morte
di questo avrebbe intercisa la sua fortuna se non fosse stato assunto
dall'elettor palatino, al quale e all'imperatrice egli promise in sei
settimane dare settantadue milioni o la sua testa. Prima del termine
egli fuggì con una signorina; ed eccolo a Berlino, acquistandovi favore
col dirsi perseguitato dall'Austria; e re Federico, sentito il consiglio
di Stato che non trovò da opporsegli, ne accettò le proposizioni. Con
grand'apparato di testimonj fece alcune trasmutazioni, constatate
rigorosamente, e promise fabbricare polvere di projezione quanta
basterebbe a far sei milioni di talleri. Bisogna crederlo espertissimo
giocoliero chi veda quanti ingannò, e gli onori che ottenne; pure la
promessa al re non venendo ad effetto, questi il regalava a miseria;
alfine avvertito de' costui precedenti, lo fece chiudere a Custrin, e
non avendo saputo adempiere la promessa, fu processato, e come reo di
maestà impiccato a Berlino il 29 agosto 1709, coperto d'un vestone
d'orpello, con forca dorata. Federico ebbe vergogna d'essersi lasciato
ingannare prima, o d'averlo punito sproporzionatamente, e non volle che
più quel nome si menzionasse.
In Piemonte[394] nel 1710 un Bocalaro di Caselle fu tanagliato e ucciso
per aver fatto un'effigie di cera onde procurar la morte del re; nel
1718 giustiziato il canonico Duret per aver cercato tesori con
incantesimi; furono chiusi nel castello di Miolans un marchese Risaja
per arti magiche, un panierajo che avea rubato un'ostia per valersene a
sortilegi, un Francesco Freylino, che accusò se stesso ed altri di malìe
contro il principe, finchè in articolo di morte confessò aver finto
tutto ciò per conseguire qualche impiego; nel 1723 fu decapitato in
Aosta il conte Andrea Dupleoz per avere con fatucchierie attentato alla
vita della moglie.
Ma le scienze progredendo portavano spiegazione naturale a molti,
riputati fin allora miracoli; la medicina additò le analogie di assai
casi; la giurisprudenza persuadevasi non dover bastare alle condanne la
confessione del reo; il fatto che più colpiva, cioè l'accordo delle
varie deposizioni, si trovava ridursi alle sole generalità, delle quali
tutti aveano inteso parlare, e perchè, le interrogazioni dirigendosi in
tal senso, spesso non restava che di rispondere sì o no.
Poichè vuolsi coraggio ad affrontar quella despota che dicesi l'opinion
pubblica, lodiamo coloro che assalirono intrepidamente l'ubbia popolare.
Vanno principali fra questi i gesuiti Adamo Tauner e Federico Spee, se
non che il trattar essi la quistione per via di testi e canoni ad uso
dei dotti, non apriva gli occhi plebei. Primo recò la querela davanti al
pubblico il roveretano Girolamo Tartarotti[395] negando le tregende, e
ribattendo specialmente Martin Delrio: eppure non solo accettò, ma
sostenne la verità della magia; col che concedendo l'immediata potenza
del demonio, non avea motivo a ricusargli la potestà di trasferire anche
le maliarde, e riducevasi a conchiudere che, nei casi speciali,
ripugnava al buon senso il credere a queste, e sovratutto al loro
numero. Gian Rinaldo Carli e Scipione Maffei[396] estesero quella
negativa ad ogni immediata arte diabolica, ma allora il Tartarotti
protestò che, tacciando d'illuse le streghe, non aveva inteso gittar
dubbio sulla potenza del demonio; tanto la ragione umana fatica a
sottrarsi alle opinioni nelle quali fu educata. Il padre Zaccaria,
annunziando l'opera del Tartarotti, disapprova il negar le magie. «In
una città m'accadde di udir un medico spiritoso, il quale negava che si
dessero indemoniati, tutto attribuendo alla fantasia di chi si crede
offeso... Ma perchè mai tanto impegno di relegare dentro l'inferno i
demonj?»[397]
Direbbesi che questo rincrescimento del gesuita si riproduca negli
apostoli odierni d'un bugiardo incivilimento. «Fra gli esseri altra
volta maledetti, che la tolleranza presente ha ritirato dall'anatema,
senza dubbio Satana è quello che più ha guadagnato in questo progresso
delle dottrine e dell'universale incivilimento; mentre il medioevo, che
poco intendeasi di tolleranza, lo fece a poter suo maligno, tormentato e
fin ridicolo». Così scrive Renan, il quale, dopo tolta a Cristo la
divina aureola, dice che, rispettando la celeste scintilla dovunque
appaja, non vorrebbe pronunziar sentenze d'esclusione per non
avviluppare della condanna qualche atomo di bellezza! Ma quella è una
falsità storica come tant'altre di esso autore, perocchè il feroce
medioevo spinse la sua bontà fin ai dannati; assegnò un giorno ove lo
stesso Giuda ha riposo; nell'angelo del male riconobbe le traccie della
più bella creatura di Dio, e lo fece rispettoso all'innocenza,
sottomesso alla santità; neppure negogli la speranza di redenzione.
E davvero di vilipendere l'età passata come avrà coraggio chi veda
altrettanto credula la nostra, che, su fatti accertati non meno di
quelli, fonda altre teoriche? Senza quello sforzo di cui pochi sono
capaci, di trasportarsi in altra età così poco somigliante, per ispiegar
quelle credenze basti osservare alcune particolarità della nostra, cui
nessun forse dei difetti, degli errori, dei delitti del medioevo mancò,
senz'altra diversità che dell'ora.
Gli uomini han bisogno di adorare e obbedire: se non adorano e
obbediscono Dio, sommo bene, volgono l'adorazione al diavolo, ispirator
del male. Quindi la cura di questo di sviare da Dio e dal suo Cristo,
perchè allora si verrà a lui. E a ciò tendono i tre capitali errori
dell'evo nostro, panteismo, materialismo, razionalismo. Se tutto è Dio,
non c'è più incarnazione; nè se tutto è materia; nè se escludasi ogni
mistero che trascenda i limiti della ragione. Così tornasi al fatalismo
e alla servitù de' tempi anteriori a Cristo; stronizzando il quale, si
eleva Satana.
Dapprima non si fece che negar Cristo: presto si venne al culto del suo
nemico, per quel bisogno che la venerazione interna ha di manifestarsi
col culto esterno; e rinacquero le evocazioni, i prestigi, gli oracoli
dell'età pagana, con quel che chiamano spiritismo.
Fu dopo le rivoluzioni del 1848 che si annunziarono gli strani fenomeni
di tavole giranti; cioè, che per mezzo di certi tocchi, acquistano
movimenti diversi. Dapprima si credettero puramente meccanici, poi vi si
ravvisò un'intelligenza, e quindi uno spirito che ne fosse cagione.
Questo spirito si suppose esser un riflesso dell'intelligenza degli
astanti o del _medium_, come s'intitolarono le persone che quasi a
volontà provocavano tali fenomeni: ma poi se ne ottennero di
indipendenti dal pensiero e dalle cognizioni degli astanti, e fin in
contraddizione colle idee, colla volontà, coi desiderj loro. Si dovette
dunque ravvisarvi un essere invisibile, e per convincersene bisognava
entrar in conversazione con quello. Ciò s'ottenne mediante certi colpi
che per convenzione significassero sì o no o lettere dell'alfabeto; col
che le tavole _giranti_ divenivano _parlanti_.
Le risposte indicarono trattarsi di spiriti appartenenti al mondo
invisibile.
Alla lentezza di quel procedimento si provide col munir una gamba del
tavolino d'una matita, che scrivesse; poi si scoprì che, se quello
spirito agiva s'un corpo, poteva anche muover immediatamente il braccio
d'un uomo, e s'ebbero i medium scriventi, che, sotto l'impulso di
spiriti, vergavano involontariamente parole.
Arrivati a ciò, non s'ebbe più limiti: comparvero medium evocatori,
medium risanatori. I primi ottengono comparse di spettri, fosforescenze,
suoni articolati, scritture spontanee, il subitaneo fermarsi di tutti i
pendoli d'una casa, l'insensibilità di tutto o di alcune membra. Gli
altri guariscono, non trasmettendo il proprio fluido come i
magnetizzatori, ma il fluido appurato degli spiriti.
Verso il 1855 tutta la colta America e l'Europa furono riempite di
questa comunicazione dell'uomo con enti immateriali, intelligenti, mal
definiti. I fatti men naturali furono attestati da testimonj oculari,
ripetuti dai fogli, riprodotti a volontà, discussi, classificati,
ragionati: d'ogni parte si accorse a vedere il signor Home; si
studiarono le teorie del signor Kardec; i fenomeni si produssero in
luoghi sì diversi, con tanti testimonj e con tali circostanze che più
non bastò negarli: neppur si potette crederli meri effetti meccanici o
fisici, e tanto meno prestigi di giocolieri; e il riso degli scettici, e
le frasi convenzionali dei dottrinarj non valendo a infirmare i fatti,
s'insinuò la persuasione che c'intervengano spiriti.
Dall'Inghilterra e dalla Francia lo spiritismo tragittò in Italia,
massime dopo la guerra del 59, se ne stabilirono cattedre, convegni per
esercitarlo e predicarlo: le evocazioni si fanno mediante preghiere
mentali, elevazioni a Dio: si ottengono guarigioni miracolose; gli
adepti credono ad ossessioni di cattivi spiriti, liberate dai buoni:
v'ha apostoli sotto la forma moderna di giornali, e libri cercati
coll'avidità di romanzi. Nelle opere recenti ove lo si sostiene e
propaga, son riconosciuti come predecessori dello spiritismo
nell'antichità gli oracoli, le pitonesse, i genj, e nel medioevo i
fatuchieri, i maghi. È dunque un ritorno alle beffate antiche credenze
di oracoli e pitonesse: e l'apostolo dello spiritismo non esita a
chiamarlo un ridestamento dell'antichità[398]. I credenti furono forse
in tanto numero quanto coloro che ne ridevano: e anche passato quel
primo furore, molti rimasero fedeli a questa credenza.
Saran dunque o anime e angeli buoni, o diavoli. Ma i primi non sono a
disposizione dell'uomo peccatore; tanto più che Dio proibì le
evocazioni[399], sicchè chi vi obbedisce gli è ribelle. Neppur
potrebbero essere le anime dannate, sulle quali l'uomo non può.
Conclusero anche illustri vescovi[400] siano gli spiriti che ne
circondano, e che cercano i modi d'ingannarci.
Noi non ne parliamo che incidentalmente per ispiegare o render ragione
delle eresie demoniache del secolo XVI, beffa testè o imprecazione degli
spiriti forti. Il negare il sopranaturale satanico porta a negare il
divino, e i santi padri attribuirono ai demonj molti fenomeni fuor di
natura; onde non a torto a questi ricorrono i teologi odierni per
ispiegare i fatti dello spiritismo. Del quale si dice che convertì
molti, recandoli a credere esista qualcos'altro che la materia: ma più
traviò insegnando non solo assurdità, ma errori veri; or la
trasmigrazione, or la temporarietà delle pene, or l'indifferenza de'
culti, adesso come nel medioevo se ne traggono titoli di fede e titoli
d'empietà, pretendendo alcuni dimostrare con ciò che esistono le anime e
la vita postuma; altri facendo da quegli spiriti dichiarare che Cristo
non è Dio. E tali dottrine si fan professare da David, da san Tommaso,
da san Paolo, da san Giovanni evangelista, da Dante, dal La Mennais, dal
curato di Ars. E pretendesi sia un modo di rivelazione nuovo, che
cambierà le religioni, e ne recherà una nuova, la quale insomma non
potrebb'essere che il culto del demonio.
Queste opinioni ne' secoli passati furono combattute colle armi d'un
tempo che credeva, e che tutto applicava al supremo affare della salute
eterna; adesso colle armi d'un tempo che non crede neppur alle verità
positive, e che mai non fissandosi su nulla, abbatte la credenza di jeri
coll'abbracciarne oggi un'altra, che domani avrà posta nel
dimenticatojo. Il risultato più generale è la negazione del
cristianesimo: la carità è annunziata per unico mezzo di salute, donde
l'indifferenza delle credenze e delle pratiche: intanto crescono i casi
di pazzia, crescono i suicidj; si difonde il disprezzo pel cattolicismo
e l'odio per Roma e dopo idolatrato il dio del bello, poi il Dio della
libertà, eccoci a venerar il Dio del male, che, vinto sul Calvario, non
vedendosi ormai più frenato dal cristianesimo, vien a farsi adorare in
vece dello Spirito Santo[401].