all'imperatore Rodolfo II, che glielo raccomandava, rispose il 26 marzo
1587, che non son poche nè leggiere le incriminazioni per le quali esso
fuggì d'Italia, colla qual fuga crebbe gl'indizj: non esser possibile
farne il processo, così lontano dai testimonj: pure, se egli confessi le
colpe e abjuri gli errori, manderà facoltà di assolverlo. Intanto
avverte l'imperatore che disconviene dalla virtù e pietà sua il tener a
servigio del suo corpo un uomo sospetto d'eresia e per questa
fuoruscito[308].
In Napoli, delle persone che aveano frequentato le conversazioni di
Vittoria Colonna e di Giulia Gonzaga[309] molte furono citate al vicario
dell'arcivescovo; e Giovanni Francesco d'Alviso di Caserta, e Giovanni
Bernardino di Gargano d'Aversa decapitati ed arsi, e confiscati i loro
beni nel 1564, in onta del privilegio di Giulio III. Se n'empì di
sgomento la città; molti migrarono: le piazze inviarono al duca d'Alcala
vicerè onde sincerarsi se rivivesse il disegno di istituire
l'Inquisizione spagnuola. Furono assicurati del no; sicchè, dice il
sempre servile Giannone, cessò ogni sospetto d'Inquisizione; restando i
Napoletani contentissimi della benignità e clemenza del re[310].
Ove si noti che i Napoletani non ricusavano l'inquisizione ordinaria
esercitata dai vescovi: anzi nel seggio di Capuana è detto[311]: «Si
faccia deputati, con ordine che devano andare a ringraziare monsignor
arcivescovo illustrissimo delle tante dimostrazioni fatte contro gli
Eretici e gli Ebrei, e supplicarla che voglia esser servito di far
intendere a sua beatitudine la comune soddisfazione che tiene tutta la
città, che questa sorte di persone sieno del tutto castigate ed
estirpate per mano del nostro Ordinario, come si conviene; come sempre
avemo supplicato, giusta le norme de li canoni, e senza interposizione
di Corte secolare, ma santamente procedano nelle cose di religione
_tantum_».
In quel regno l'Inquisizione si continuò ad esercitare per via
ordinaria, cioè dal vicario del vescovo, assistito dal braccio secolare:
ma qualora l'Inquisizione di Roma avesse ottenuto il beneplacito regio,
istruiva processi anche contro regnicoli. Tal fu quello contro il già
detto Caracciolo marchese di Vico, tale uno contro due vecchie catalane,
che non volendo abjurare il giudaismo, furono consegnate al tribunale di
Roma che le condannò a morte. Nel 1583 il cardinale Savelli in nome del
papa domandava, per cose toccanti il Sant'Uffizio, fosse inviato a Roma
Giambattista Spinelli principe della Scalea, e il vicerè ordinava fosse
arrestato e tradotto, se non desse malleveria di venticinquemila scudi
di presentarsi al Sant'Uffizio. Altrettanto nel 1585 con Francesco Conte
capitano dell'isola di Capri; e l'anno seguente con Francesco Amoroso
capitano di Pietra Molara.
Col procedere del tempo, il Sant'Uffizio prese ardimento maggiore nel
regno, e piantava processi senza il beneplacito regio. Vietollo Filippo
III: pure non valse a impedire che, per mezzo dei vescovi, si procedesse
talvolta direttamente, come fu nel 1614 in una famosa causa contro suor
Giulia di Marco da Sepino, terziaria di San Francesco, che col
misticismo copriva strane oscenità; favorita da gran signori e da
Gesuiti.
Regnando Carlo II, erasi istituita a Napoli un'accademia degli
Investigatori, preseduta dal marchese d'Arena, la quale proponeasi di
ravviar la buona filosofia. Diede ombra, e se ne tolse occasione di
ridestare il Sant'Uffizio; e sotto monsignor Gilberto vescovo della Cava
si eresse un tribunale in San Domenico, e iniziaronsi processi,
costringendo alcuni ad abjurare certe loro proposizioni.
Per impedire che mai l'Inquisizione operasse alla spagnuola, la città
nel settembre 1691 aveva istituito una deputazione di cavalieri, scelti
da tutti i seggi della città, che vigilassero contro ogni usurpazione
del Sant'Uffizio. Questi sporsero reclamo al vicerè, ma in quel tempo
ruppesi la guerra per la successione. Dopo la quale, venuto al trono
Carlo Borbone, nel 1746, ad istigazione del tanto lodato Benedetto XIV,
l'arcivescovo Spinelli tentò ancora introdurre il Sant'Uffizio, e
istituiti i magistrati, processò tre persone. Queste appellaronsi alla
suddetta commissione, la quale dall'arcivescovo domandò comunicazione
degli atti che concernevano quei detenuti, e poichè ricusò, portarono
l'affare al trono. Fu anche concitato il popolo colla solita paura del
Sant'Uffizio spagnuolo, onde tumultuò e insolentì contro l'arcivescovo,
e attese il re quando per la strada marina tornava da Portici. Udito di
che si trattava, Carlo smontò di carrozza, entrò nella chiesa del
Carmine, e in ginocchio colla spada nuda toccando l'altare, giurò, non
da re ma da cavaliere, che in Napoli non vi sarebbe mai l'Inquisizione.
E pubblicato un rigoroso editto il 29 dicembre 1746, annunziò sbanditi i
due canonici della curia che aveano tenuto mano a quel processo, ripreso
il vicario, licenziati il notajo e gli attuarj, levata l'iscrizione
_Sanctum Officium_. Il popolo mostrò la sua riconoscenza al re col
regalargli trecentomila ducati.
Allora solo cessarono le operazioni di quel Sant'Uffizio, che di tempo
in tempo avea processato qualche eretico, qualche fatucchiero, e che
ogni anno il giorno di san Pietro mandava delle paniere piene di oggetti
di stregherie e malefizj e superstizioni a bruciare pubblicamente sulla
piazzetta vicina alla cattedrale[312].
A chi conosce la storia, foss'anche solo la contemporanea, non farà
stupore che l'isola di Sicilia anche in fatto d'Inquisizione operasse
tutt'altrimenti da Napoli. Lasciam via le disputate origini apostoliche
delle chiese di quell'isola, ma fin da' primi tempi vi troviamo
amplissimi possessi della Chiesa romana. Il papa v'era anche
metropolita, e solo Leone Isaurico obbligò i Siciliani a dipendere dal
patriarca d'Oriente, istituendo due metropoli, Siracusa e Catania[313],
cui s'aggiunsero poi Taormina, Messina, Palermo. Si mantenne salva dagli
errori degli Ariani, dei Pelagiani, dei Nestoriani, tantochè san Leone,
mandando al Concilio di Calcedonia Pascasio vescovo di Lilibeo, lo dice
_fratrem et episcopum meum, de ea provincia quæ videtur esse securiorem;
e virum de securiore provincia fecimus navigare_[314]. Antichissimi pure
vi sono gli Ordini religiosi, alcuno dei quali sussiste fin oggi senza
interruzione.
Conquistaronla poi i Saraceni, che qualche moderno vuol dipingerci come
tolleranti e autori di gran civiltà, sino a rimproverare i Siciliani
perchè respinsero quel giogo e quella fede. Tali sentenze oggi si
chiamano liberalismo: ma tutta la storia e le leggende attestano quanto
i natii avessero a soffrire in fatto di religione[315]. Il conte Ruggero
normanno, che poi liberò l'isola, la chiama _habitaculum nequitiæ et
infidelitatis_[316]; e Urbano II il 1093 scriveva ai vescovi di
Siracusa: «La gente saracena entrata in Sicilia, quanti trovò cultori
della fede cristiana uccise o dannò all'esiglio od oppresse di
miserabile servitù, in guisa che quasi per trecento anni cessò di
venerare il suo Dio»[317].
Ecco perchè, come Gaufrido Malaterra racconta[318], all'avvicinarsi del
conte Ruggero a Troina, i Cristiani che rimaneano gli corsero incontro
con gran giubilo. Così a Palermo quel conte trovò l'arcivescovo cacciato
dalla cattedrale e ridotto nella povera chiesa di san Ciriaco[319]. Ciò
pruova che Cristiani sopravivevano ancora, comechè oppressi: teneano
qualche chiesa, ebbero fin la permissione di recare il viatico agli
infermi: e doveano esser non pochi ancora, se fu per loro istigazione, e
sulla promessa giurata del loro ajuto che Ruggero sbarcò a Messina, ed
ebbe uno di que' facilissimi trionfi, di cui ribocca la storia di
Sicilia[320].
Venuti in dominio i Normanni, che per politica venerarono i pontefici,
la Sicilia fu tornata al patriarcato romano; moltiplicaronsi chiese e
istituzioni, pure furonvi tollerati gli Ebrei e i Saraceni.
Ai tempi di Guglielmo II trovossi una setta detta dei Vendicosi, cui
capo un tal Adinolfo di Pontecorvo, e fra' molti seguaci suoi è
mentovato il prete Sinnorito. Guglielmo procedette rigoroso contro
costoro; Adinolfo fu impiccato, i suoi discepoli bollati con ferro
rovente, il prete sospeso dal vescovo d'Aquino, malgrado le preghiere e
le lacrime del vescovo e degli abitanti di San Germano. Giovanni Ceccano
che ciò racconta[321] non ispecifica gli errori di costoro, bensì che
commetteano ogni male, ma di notte e non di giorno; neppur certi siamo
se fosse una setta religiosa.
Ai Normanni sottentravano gli Svevi, e indicammo come Federico II fosse
estremamente rigoroso ai Patarini, benchè condannato per eretico e
sospetto d'islamismo. Egli cacciò di Sicilia i Musulmani: ma come
ausiliarj opportuni perchè non ispaventati da scomuniche papali, li
radunò a Nocera de' Pagani presso Napoli. Da lui fu stabilita in Sicilia
l'Inquisizione fra il 1216 e il 1224, e l'archivio se ne conservava nel
Castellamare di Palermo, ma andò bruciato nel 1590 in un incendio che
causò la morte di cinquecento persone. Poi nel secolo passato il vicerè
Caracciolo, distruggendo il Sant'Uffizio, fe gettarne al fuoco quante
carte rimanevano: altre perirono negli incendj che la guerra causò a
Messina nel 1848, a Palermo nel 1860.
Così ci furono sottratte molte notizie, ma sappiamo che, quando l'isola
fu annessa alla Spagna nel 1479, Francesco Filippo de Barberis
inquisitore, andò a domandare a Fernando e Isabella la conferma del
diritto concesso dall'imperatore Federico II agli inquisitori di
appropriarsi un terzo dei beni confiscati agli eretici.
Frate Antonino da Rega domenicano, venne inquisitore a Palermo nel 1487,
e dinanzi agli altari dovettero giurargli obbedienza, il vicerè, il
municipio, gli uffiziali regj. Nel 1513 il Sant'Uffizio ottenne molte
delle attribuzioni di quello di Spagna; del resto in Sicilia l'autorità
papale era demandata ai re, in grazia della famosa Legazione
siciliana[322], sicchè non potea da Roma venir opposizione.
Numerosi Ebrei dimoravano in Sicilia, tollerati fin quando Fernando il
Cattolico, al 21 gennajo 1492, fe pubblicare anche colà il decreto che
li sbandiva, e pretendono che un decimo degli abitanti dell'isola
migrassero allora[323]: ma dovettero pagare tanto capitale, che
fruttasse quanto le tasse che soleano tributare annualmente.
Nel _Codex juris pontificalis auctore Francisco Candini_ (Palermo 1807)
al tom. IV, p. 397 sono esposte le competenze e le procedure degli
Inquisitori. Questi eran nominati col vicerè: dall'uno poteasi appellar
all'altro: giuravano serbar il secreto.
Sulle prime i Siciliani non mostrarono repugnare dall'Inquisizione
spagnuola, sì perchè temeano le opinioni nuove, sì perchè essa operava
mitemente. Come opportuno a impedire le esuberanze de' magistrati, tanti
ricorreano a quel tribunale che si dovette stabilire quali delitti non
vi si poteano portare. Molti, anche baroni, volean esserne officiali
perchè godean privilegio di foro. Gli inquisitori non risedeano
stabilmente nell'isola, ma vi comparivano solo a tempo: però arrolavano
_familiari_ e _foristi_, immuni dalla giurisdizione ordinaria;
accettavano denunzie segrete; agli accusati ricusavano il difensore e il
confronto de' testimonj, e i supplizj eseguivansi rari e senza pompa.
Pure il parlamento elevò la voce contro di questi, come fossero stati e
condannati alcuni non rei, ed estorte confessioni, confiscati beni.
Il re ascoltava i richiami, ma proseguiva, e i vicerè parteggiavano per
una istituzione spagnuola, monarchica e avversa a Roma. Allora poi che
vi si scopersero dei Luterani, il Sant'Uffizio s'applicò a reprimerli, e
prese tal fidanza da operare non solo come indipendente, ma superiore al
Governo[324]. Anzi col procedere del tempo giunse al punto da
scomunicare la gran corte e l'arcivescovo: e il governatore dovette
mandare mille armati contro il palazzo dove i padri inquisitori si erano
fortificati (1602).
Nella tremenda peste del 1624 a Palermo si infervorò la devozione
mediante il voto di celebrare l'immacolata concezione di Maria, festa
che si conservò sempre solennissima, sostenuta da alcuni cavalieri che
pronunziavano il _voto sanguinario_, cioè di sostenere anche colla spada
contro chi si fosse quel privilegio della madre vergine.
Non vi mancò lo spettacolo di Atti di fede, e il primo fu eseguito solo
il 9 settembre 1641 sotto il vicerè Corsetto, bruciando vivi
Giambattista Verron calvinista francese, Gabriello Tedesco, musulmano
battezzato e relapso, e Carlo Tavalara agostiniano laico calabrese, che
spacciavasi pel Messia, e inventò i Messiani.
Nel 1658 fu abbruciato pubblicamente frà Diego La Matina agostiniano,
che condannato dal Sant'Uffizio alla galera, colà pervertiva i suoi
compagni; poi valendosi della straordinaria sua forza, spezzò le
manette, e uccise l'inquisitore venuto a visitarlo. Non più che questi
due soli Atti son ricordati anche dai più ostili; poi nel 1724 il
supplizio di Gertrude Maria Cordovano, pinzochera benedettina, e
Romualdo laico agostiniano di Caltanisetta, rei di quietismo, bruciati
alla presenza del vicerè, de' grandi e de' magistrati. Fin nel 1781 vi
si bruciarono alcune streghe. Allora però Ferdinando IV, con dispaccio
27 marzo 1782, vedendo che quel tribunale non volea recedere dalle forme
sue abituali di processura, per le quali non restava assicurata
l'innocenza, lo aboliva, lasciando ai vescovi l'esercizio della
giurisdizione in materia di fede, sempre però colla licenza del vicerè,
e non mettendo il reo alle strette, ma denunciandogli l'accusa e
assegnandogli il difensore.
Nè le terre del papa restarono immuni da eresie. Fin dal 1521 abbiamo a
stampa senza luogo DIDYMI FAENTINI _adversus Thomam Placentinum pro
Martino Luthero theologo oratio, Ph. Melanctone auctore_, in-4º.
A Roma, quando più pareano prosperar le cose della Compagnia di Gesù un
«tal frate Agostino di nazione piemontese, di professione eremita
agostiniano, di fede in apparenza cattolico, copertamente però finissimo
luterano»[325], pensò giovarsi dell'assenza del papa, ito allora a
Marsiglia (1540), per ispargere l'eresia colle prediche, alle quali,
disinvolto e naturale predicatore com'era, traeva molte persone. Essendo
gli errori mescolati a molte verità, non se n'accorgeano esse, ma
uditolo alcuni gesuiti, «s'avvidero che in costui parlava Lutero, benchè
con lingua tronca, come chi vuol farsi intendere e non osa spiegarsi».
Dubitando il fesse per ignoranza, andarono a trovarlo per sincerarsi
delle sue intenzioni. Esso li rimbrottò d'ignoranza o malignità o
invidia, e continuò peggio: ond'essi pure dal pulpito tolsero a
discorrere delle indulgenze, dell'autorità del pontefice, del merito
della continenza, della necessità delle buone opere. Egli allora ricorse
a un'arte solita, qual fu di gettar su loro il sospetto d'eresie,
denunziando Ignazio come un lupo travestito da pastore, che avea sparso
per le prime accademie d'Europa gli errori, ed ora in Roma con alquanti
pari suoi facea l'ultime pruove: non volessero i Romani lasciarsene
ingannare più che non aveano fatto Alcalà, Salamanca, Parigi, Venezia,
dov'egli, convinto di marcie eresie, avea dovuto sottrarsi al fuoco col
fuggire.
La calunnia fa sempre effetto, e non che rifuggir dalle prediche de'
Gesuiti, la gente aspettavasi di vederli da un giorno all'altro condotti
al rogo, nè v'era chi osasse difenderli. In prima il santo rassegnossi
alla tempesta: di poi poc'a poco riavutosi, citò l'accusatore al
governator di Roma, ove in contradditorio convinse di bugiardi gli
avversarj, sostenuto da larghe e numerose testimonianze: e uscì sentenza
di piena assoluzione. Anzi quelli che erano stati accusatori vennero
riconvinti d'eresie: e il mal frate piemontese fuggì a Ginevra, ove
gittato l'abito, si fe predicante, e credesi fosse autore del _Summarium
scripturæ_.
Tommaso Lubero, che grecizzò il suo nome in Erasto, da Bologna il 1544
scriveva a un amico, che un frate dell'Osservanza predicando a Imola che
il regno di Cristo si acquista coi meriti nostri, un fanciullo gli
rinfacciò che bestemmiava Dio e Cristo. Il frate replicogli, non sapea
quel che dicesse, nè tampoco il _pater noster_; ma l'altro affacciogli
il detto, _Ex ore infantium et lactentium perfecisti laudem_, e si finì
col mettere il fanciullo in carcere[326].
Polidoro Virgilio da Urbino (1555) autore di varie opere d'alquanta
erudizione e scarsa a critica, accompagnò in Inghilterra il cardinale
Adriano da Corneto, e da Enrico VIII ebbe l'incarico di scrivere una
storia d'Inghilterra, che fu poi stampata a Basilea nel 1534, indi nel
1535 dedicata ad esso re. Vuolsi che di questo adottasse gli errori
benchè ecclesiastico, e che tornato in patria, li conservasse nel
silenzio[327].
Frà Luca Baglione perugino, nell'_Arte del predicare_ (1562), tra molti
atti proprj racconta che, inveendo in una, non dice quale, città contro
gli eretici, un di costoro gli tirò un'archibugiata, da cui Iddio però
preservollo; e un'altra volta assalito da più di quindici sifatti in
istrada, potè difendersene colla sola parola di Dio[328].
Meno trascorreva l'Inquisizione romana, ma pur troppo allora al
gentilesimo delle voluttà e dell'ingegno si credette riparare con quello
della severità e de' supplizj, fin a sminuire e la sicurezza del vivere
e la franchezza del pensare. Già dai tempi di Leon X, poi sempre in
appresso si andava insinuando ai papi che l'eresia bisognava reprimerla
colla forza; che «il fuoco della ribellione non si smorza se non col
gelo del terrore e con la pioggia del sangue»: non già colle
persuasioni, ma colle crociate e coi roghi essersi repressi i Patarini
nel secolo XII.
Nel 1533 fu eretto a Roma un famoso processo, nel quale molti si
ritrattarono. Non così Giovanni Mollio da Montalcino, minorita, che fra
la gioventù dell'Università di Bologna diffondeva le dottrine
zuingliane, con tanta riuscita, che un gentiluomo esibivasi pronto a
levare seimila soldati qualora si recasse guerra al papa[329]. Il Mollio
processato non volle ricredersi, anzi difendeva le sue dottrine e
imputava la tirannide ecclesiastica, dalla sentenza appellandosi al
giudice eterno. Pertanto fu strangolato a Roma, poi arso in Campo di
Fiori con un Perugino.
Sotto Paolo III trattandosi del come riparare all'eresia, il Caraffa,
cardinal teatino, suggerì la prima delle famose Congregazioni di Roma,
quella del Sant'Uffizio, mentre prima operavasi debolmente, dandosi le
cause a giudicare or al maestro del Sacro Palazzo, or al vicario di
Roma, or al collegio de' cardinali o a qualche commissione particolare.
E fu creata colla bolla _Licet ab initio_ del 21 luglio 1542:
preponendovi esso cardinale Caraffa, il Cervini, il Ghislieri, che
divennero papi Paolo IV, Marcello II, Pio V: tanto quel grado era
importante. L'uffizio componeasi di Domenicani; in alcun paese, di
Francescani; mai di Gesuiti, i quali anzi impetrarono ampie facoltà per
assolvere gli eretici[330].
Il Caraffa, divenuto Paolo IV, diede all'Inquisizione insolita vigoria,
volendo che non più dipendesse da ciascun vescovo, ma da essa
Congregazione, autorizzata a giudicare inappellabilmente in fatto
d'eresia di qua e di là dall'Alpi. Laonde pose in ogni città «valenti e
zelanti inquisitori, servendosi anche di secolari zelanti e dotti, per
ajuto della fede, come verbigrazia dell'Odescalco in Como, del conte
Albano in Bergamo, del Muzio in Milano. Questa risoluzione di servirsi
di secolari fu presa perchè, non solo moltissimi vescovi, vicarj, frati
e preti, ma ancora molti dell'istessa Inquisizione erano eretici»[331].
Singolare confessione!
Esso papa, in punto di morte, chiamatisi attorno i cardinali, raccomandò
loro specialmente questo _santissimo tribunale_. Sisto V lo ampliò
portando a dodici i cardinali di questo, e dandogli facoltà per tutto
l'orbe cattolico. Ne è prefetto il pontefice, ed ha giurisdizione sulle
persone di qualsiano grado, condizione, dignità, senza riserva di
privilegi locali o personali: ed obbliga i magistrati ad eseguire i suoi
decreti, sotto pena di scomunica.
Gli competeva d'inquisire gli eretici o sospetti d'eresia e loro
fautori; i maghi, malefici, incantatori, astrologi, che patteggiano col
demonio; chi proferisce bestemmie, qualificate ereticali, sebben fosse
in impeto di rabbia o per ignoranza, e chi si opponga al Sant'Uffizio ed
a' suoi ministri. Sospetto d'eresia è chi lascia sfuggirsi proposizioni
che offendano gli ascoltanti; o fa atti ereticali, come abusare de'
sacramenti, battezzare cose inanimate, per esempio, calamite, carta
vergine, fave, candele; chi strapazza immagini sacre; tiene, scrive o
legge libri proibiti; o si allontana dal vivere cattolico col non
confessarsi, mangiar cibi vietati e simili. Così la poligamia, il furto
di sacre particole, la sollecitazione a peccato in confessione, la finta
santimonia, la lettura di libri ereticali, oltre un'infinità di casi
minori, quali sarebbero il sostenere che la santissima vergine non sia
stata concepita senza la macchia originale, o usar litanie non
approvate, o celebrare messa e ascoltar confessioni senz'esser
sacerdote.
Che le procedure dell'Inquisizione, per quanto ci facciano orrore, non
fossero che le consuete basti a provarlo l'esser pubblicamente stampati
i suoi codici[332], secondo i quali, a ciascun reo è destinato un
procuratore, persona intelligente e di retto zelo, che con lui possa
comunicare e ne faccia le difese; di tutti gli atti e le deposizioni si
tenga protocollo; «i vicarj saranno avvertiti di non permettere che i
notari diano copia degli atti del Sant'Uffizio per qualsivoglia causa,
salvo al reo, e solamente quando pende il processo, senza il nome de'
testimonj, e senza quelle particolarità, per le quali il reo potesse
venir in cognizione della persona testificante»[333].
Allora si esacerbarono i sospetti. E per verità se la Riforma,
filosoficamente considerata, era uno slancio dello spirito umano verso
la libertà, un voler pensare e giudicare secondo la testa propria
intorno a fatti e idee che fin allora si erano accettati dall'autorità,
ne conseguiva che divenissero sospetti tutti i pensatori, in qualunque
senso pendessero. I principi, accortisi che al religioso teneano dietro
sovvertimenti politici, fecero causa comune con quella Roma, che aveano
guardata con gelosia, e dapertutto fu invigorita l'Inquisizione, con
privilegi e indulti si allettavano fraternite d'uomini e donne a
servirle di famiglia. Chi denunzia un abuso, chi implora una riforma, è
preso di mira, ha taccia di perturbatore: si piglia ombra di quanto in
prima passava inappuntato; una devozione vivissima, un non ordinario
rigore di pratiche religiose somigliano raffacci alle rilassatezza
comune; la cautela ne' modi e nelle parole passa per ipocrisia; la
franchezza per insolenza: fin il tacere s'interpreta per dissimulazione
pericolosa. Sono martirj che non ignora chiunque nell'età nostra sentì o
pensò.
L'Inquisizione estendeasi anche agli Ebrei, non per punirli, ma per
impedire propagassero i loro errori, nè commettessero quegli enormi
delitti, di cui fremevasi allora credulamente, come credulamente si
freme oggi delle stragi del Sant'Uffizio. Il buon Sadoleto, intitolato
il Fénelon italiano, in una lettera al cardinale Farnese si lamenta
perchè gli Ebrei sieno trattati troppo cortesemente a Roma, e protetti
da Paolo III. Ma Paolo IV usò con essi rigorosamente, e volle fossero
ristretti entro il ghetto. Gliene presero ira, e forse ebbero gran parte
nell'eccitare contro di esso papa la plebe romana, che ne abbattè la
statua e bruciò il palazzo dell'Inquisizione.
A Pio IV successe col nome di Pio V frà Michele Ghislieri, alessandrino
di Bosco, di religione rigorosa, d'integerrima vita. Non andava che a
piedi; come generale dei Domenicani redense molti conventi dai debiti;
si segnalò nell'alta Italia per zelo inquisitorio; e l'opposizione che
trovò dapertutto rivela non tanto l'allargarsi delle opinioni riottose,
quanto il ricalcitrare alla violenza. Avuto spia che a Poschiavo, paese
italiano e di diocesi comasca, ma nel civile appartenente ai Grigioni,
si stampassero libri ereticali destinati all'Italia, e che alcune balle
erano state spedite ad un negoziante di Como, frà Michele le sequestrò.
Era vescovo di Como Bernardino Della Croce, ma Carlo V non volea dargli
il _placet_ perchè amico di Paolo III e de' Farnesi: laonde governava il
capitolo comasco, che spalleggiato dal governatore Gonzaga, volea
fossero restituite; e non riuscendo, il popolo ne levò rumore; i
fanciulli presero a pietre frà Michele mentre entrava nel monastero,
posto ne' sobborghi; ond'egli a fatica ricoverossi in casa
dell'Odescalchi, che apparteneva alla compagnia della Croce di Como, e
il governatore gli ordinò andasse a Milano per amor di quiete. Egli
obbedì, ma poichè i canonici andarono a Roma, v'andò egli pure, fu la
prima volta che vide la città che dovea poi divenir sua. Anche a
Morbegno in Valtellina ordì processo di eresia contro Tommaso Planta
vescovo di Coira, senza citarlo, nè nominare i testimonj; sicchè i
Grigioni gli fecero vietare di procedere contro chicchefosse, se non con
loro licenza: e perchè egli, obbedendo sulle prime, rinnovò poi le
processure, il popolo a pena si tenne che non gli mettesse le mani alla
vita.
Ebbe poi ordine d'inquisire Vittore Soranzo vescovo di Bergamo, il quale
in conseguenza fu sospeso, ma dopo due anni rintegrato. Maggiori indizj
trapelavano contro Giorgio dei Conti di Medolago; ma la costui potenza
avrebbe impedito ogni attentato dell'inquisitore, se a questo non fosse
venuto in sussidio Giovan Gerolamo Albani. Per costui opera il Medolago
fu preso: ma la signoria veneta lo fece levare a forza dalle carceri del
Sant'Uffizio, e trasferire nelle sue, nelle quali morì. L'opposizione
allora obbligò il Ghislieri a partire di Bergamo, del che si dava colpa
a Nicolò Da Ponte, nobile veneto, allora proveditore di quella provincia
e più tardi doge, il quale perciò venne in odore di luterano.
Quell'Albani, valentissimo giureconsulto, godea di alto favore presso la
signoria; ma quando due suoi figliuoli, nella chiesa di Santa Maria
Maggiore, uccisero il conte Brembati, egli, come loro complice, venne
per dieci anni relegato in Dalmazia. Il Ghislieri però, divenuto papa
Pio V, non volle ricevere il Da Ponte, mandatogli ambasciadore dalla
serenissima, e ai figliuoli dell'Albani conferì il titolo di
gentiluomini romani, e al padre il governo della Marca d'Ancona, poi il
cappello cardinalizio che, non senza eventualità di salir papa, portò
degnamente fino ai novantasette anni.
Dapertutto allora si infervorarono le procedure. Ogni causa ha tristi
avvocati, che credono servirla col mostrare ch'essa ha molti nemici; e
in quella generalità di denominazione che esclude la critica e la
discolpa, avvolgono le persone che meno lo meritano. Così allora
avvenne, e nella inflessibilità del suo zelo vedemmo Paolo IV gittare
prigioni il cardinale Morone, i vescovi Egidio Foscarari di Modena,
Tommaso Sanfelice della Cava, Luigi Priuli di Brescia, imputati di
nutrire opinioni ereticali, o mal difendere le ortodosse, mentre non
chiedeano che una riforma, la quale restituisse alla Scrittura
l'autorità, usurpata dalla tradizione, e che si correggessero i costumi.
E dovettero scagionarsi.
Anche don Gabriele Fiamma veneto, canonico lateranese e vescovo di
Chioggia, autore di poesie spirituali, predicando a Napoli il 1562, fu
accusato d'eresie, e al Gonzaga signor di Guastalla scriveva: «Jer sera,
per commissione del cardinale Alessandrino furono pigliati tutti i miei
libri, e notata ogni minima polizza. Questo non m'è grave, venendo la
commissione da quel dabbene e religiosissimo signore e dal santissimo
tribunale dell'Inquisizione: ma ben mi dolgo che gliene sia data
occasione da alcuni maligni ed invidiosi miei emuli»[334].
Fu allora che l'accademia di Modena andò dissipata come dicemmo, e molti
membri di essa migrarono. Il decreto del 1558, per cui tutti i frati che
fossero usciti di convento obbligavansi a tornarvi e sottoporsi al
castigo meritato, indusse molti a fuggire in Olanda e a Ginevra; e se
credessimo a Gregorio Leti[335], più di ducento buttaronsi eretici.
Il Tiepolo, ambasciador veneto a Roma, descrive un Atto di fede eseguito
colà contro quindici persone: sette andarono condannate alle galere come
testimonj falsi: sette eretici abjurarono; uno relapso fu rimesso al
fôro secolare, ed era «don Pompeo de' Monti, di sangue assai nobile,
fratello del marchese di Cortigliano, e stretto parente del cardinale
Colonna»[336]. Ai 27 settembre 1567 descrive l'Atto dove furono bruciati
il Carnesecchi, del quale parleremo poi a disteso, e un frate di
Cividale di Belluno, oltre diciasette che avendo abjurato, furono chiusi
in prigione perpetua o in galera, o multati in denaro per la fabbrica
che dee farsi d'un ospedale per gli eretici. Fra questi contava sei
gentiluomini bolognesi.
Ai 28 maggio 1569 un altro Atto, in presenza di ventidue cardinali, dove
quattro impenitenti furono dannati al fuoco; dieci abjurarono, tra'
quali Guido Zanetti di Fano. Costui nel 1537, essendo a Londra, comprò
molti libri d'eretici, e bevutone le massime, tornò in Italia l'anno
dopo, prese usata con varj eretici di qui e di fuori, e vantavasi d'aver
la maggiore raccolta di libri eterodossi che fosse in Roma. Udendo poi
che a Curia Sabella erano stati presi varj eretici, fuggì a Napoli nel
1545, donde a Venezia, benevolmente accolto e sussidiato da Donato
Rullo, e frequentava Latanzio Ragnone ed altri apostati. Passò quindi in
Sassonia, conobbe l'elettore, il duca Giovanni Federico e il landgravio
d'Assia, e fingendosi un capitano di Enrico VIII d'Inghilterra, prese
servigio nel loro esercito contro l'imperatore. Girando la Germania,
conobbe i principali eresiarchi, visitò più volte la tomba di Lutero,
rivide Venezia, poi l'Inghilterra, e v'assistette al ristauramento della
religione cattolica, fatto dalla regina Maria e dal cardinale Polo.
Reduce in Italia, non cessò la domestichezza col Carnesecchi, con
Endimio Calandra, Pietro Martire, l'Ochino ed altri. Informatone il
Sant'Uffizio, sotto Pio IV fu arrestato a Venezia il 23 febbrajo 1561,
ma per istanze fatte dalla regina Elisabetta alla Repubblica, fu
disciolto. Sopravenuti nuovi e maggiori indizj alla Inquisizione romana,
il luglio 1566 fu preso a Padova, e condotto a Roma, confessò trentotto
capi d'eresia, professati fino dal 1537, onde fu condannato. Avendo però
fatto pubblica abjura il 20 maggio 1559 in Santa Maria sopra Minerva,
dategli penitenze, il giorno stesso che il Cellario fu messo a morte,
egli restò condannato alla prigione (dice il residente veneto) «parte
perchè dicono che per lui si ha avuto notizia di molte cose importanti,
parte perchè non è mai stato abjurato, e però non si può aver per
relapso, se ben ha continuato nell'errore tanti anni, e li canoni non
levano la vita a chi è incorso in errore per la prima volta».
Verso il 1568 molte lettere, nella corrispondenza del Bullinger,
raccontano dell'Inquisizione atrocità, quali la voce pubblica le
esagera. A Mantova essersi arrestato un parente del duca, e poichè
questo ne sollecitava la liberazione, avergli l'inquisitore risposto che
non riconosceva alcun duca nel suo uffizio: bensì mostravagli le chiavi
del carcere; se voleva, nel togliesse per forza: egli nol rilascerebbe
mai. A Roma (dicono) non va giorno che non si bruci, si soffochi, si
decolli; piene tutte le prigioni, e se ne devono fabbricare di nuove
sempre. Dopo bruciato il Carnesecchi, arrestaronsi il barone Bernardo di
Angola e il conte di Pitigliano, che sollecitati a lungo, alfine
abjurarono, e il primo fu condannato a carcere perpetuo, e alla multa di
ottomila coronati; l'altro a mille, e chiuso per sempre in una casa di
Gesuiti. Che a Valenza un nobile, denunziato per opinioni religiose, e
dopo lunga detenzione messo alla tortura, spirò fra i tormenti; del che
indignati, i cittadini insorsero, assalirono i preti, qual trucidando,
quale cacciando. Che a Milano un nobil giovane, accusato di luterano e
condannato alla forca, ebbe sentenza d'esservi tratto a coda di cavallo;
mezzo strangolato, perseverando a non ricredersi, fu arso a lento fuoco,
poi esposto ad essere sbranato dai cani[337].
Al 24 febbrajo 1585 il residente veneto a Roma informava d'una
_pubblicazione_ di diciasette inquisiti dal Sant'Uffizio, presenti molti
cardinali e grandissimo numero di persone. Degli inquisiti tre furono
mandati al fuoco come relapsi in manifeste eresie: altri come
fattucchieri e stregoni, che abusavano de' sacramenti per loro
scellerità, furono sentenziati alla pubblica esposizione, altre al
carcere e altre pene. Fra i condannati «alla morte di vivo fuoco»
contava Jacobo Paleologo di Chio, già domenicano, che errò lungamente
per Germania; in Transilvania fu rettore del ginnasio di Clausenburg, e
adottò gli errori di Buduy, unitario talmente eccessivo, che Fausto
Soccino medesimo lo riprovò. Arrestato per richiesta di Gregorio XIII,
fu il Paleologo menato a Roma, come fu vicino al patibolo domandò tempo
per riconciliarsi e venne ricondotto in prigione, ove si crede sarà
fatto morire senza il fuoco vivo. Degli altri due, uno fu strozzato,
come relapso ma pentito; l'altro «come pertinace morì nel fuoco a poco a
poco, con una continua fermezza alla presenzia di gran parte di questa
città».
Udimmo la Olimpia Morata deplorare la morte di Fannio. Nato a Faenza da
oscuri parenti, cominciò egli a studiare la Scrittura seriamente sopra
una traduzione, e ostentando i benefizj della parola di Dio, ne
disputava in tal guisa, che fu preso prigione dal Sant'Uffizio. Quivi
intenerito da colloquj colla moglie e la famiglia, ritrattossi e fu
messo in libertà. Ma ben tosto ne sentì tal rimorso, che risolse di
farne amenda col professare apertamente le nuove dottrine, e mosse per
la Romagna predicando senza velo; se gli fosse impedito di annunziare in
pubblico il Vangelo, sì lo faceva in secreti colloqui con chi volesse
ascoltarlo, beato quando potesse alcun convertire. Arrestato a
Bagnacavallo, fu condannato alle fiamme. Se non che mandato a Ferrara,
ebbe occasione di convertire altri, meno tormentato che non sotto i
Domenicani, talora veniva trattato meglio, talora peggio; quando solo,
quando in compagnia; pur sempre costante a soffrire per Cristo. Molti
andavano ad ascoltarlo, ed esso esortavali alla libertà de' figli di
Dio. La moglie, le sorelle tentarono di nuovo distrarlo dalle sue
convinzioni, ma egli rispondeva: «Il Signore non vuole ch'io rineghi lui
per il bene della mia famiglia».
Quando a Paolo III succedeva Giulio III, venne l'ordine di metter a
morte Fannio. A quel che gli recò l'annunzio, diede un abbraccio, e
ringraziandolo, «Io accetto con gioja la morte, caro fratello, per la
causa di Cristo»: e continuò a edificare i compagni coll'esporre la
felicità di un tal morire. Domandato a chi affidasse i suoi figli:
avesse compassione di essi e della sua cara moglie, rispose: «Li lascio
al miglior de' custodi, Nostro Signor Gesù Cristo». Offertagli la vita
se si disdicesse, professò non desiderare di sfuggir alla morte. E
continuava spiegando diversi passi della Scrittura, recitando sonetti
suoi sopra la giustificazione, e chiesto come mai fosse sereno mentre
Cristo soffrì le ambasce dell'agonia, «Cristo (ripigliava) nell'orto e
sulla croce soffrì le torture dell'inferno al quale noi eravamo
condannati. Ma dopo che egli tolse i peccati nostri, a me non resta che
a rallegrarmi, sicuro che la morte del mio corpo sarà passaggio ad
un'eterna vita».
Così parlava poco prima d'esser condotto sulla pubblica piazza di
Ferrara. Presentatogli un Crocifisso, disse: «Vi prego di non turbarmi
presentandomi un Cristo di legno, mentre io l'ho vivente nel mio cuore».
A ginocchi pregò divotamente e ardentemente Iddio di illuminare le
offuscate menti dell'ignorante moltitudine. Egli stesso accomodò il
capestro col quale doveva essere strozzato, e morì col nome di Gesù
sulle labbra, nel settembre 1550. Il suo cadavere fu bruciato dove ne
avvenne la morte.
Gli scritti che lasciò danno testimonio delle sue opinioni, colle
objezioni degli avversarj e le risposte di lui. E sono due trattati
delle proprietà di Dio, due della confessione, due del modo di conoscere
Gesù e il fedele dall'empio; cento sermoni sopra gli articoli della
fede, dichiarazioni sui salmi, dichiarazione su san Paolo, dispute
contro l'Inquisizione, consolazioni ai suoi parenti sopra i casi suoi,
avvisi delle cose della sua vita[338].
I Riformati, che ci conservarono il nome de' loro martiri, descrivono la
fierezza de' supplizj subiti da Domenico Cabianca bassanese, da frà
Giovanni Mollio professore di Bologna già detto. Pomponio Algeri di
Nola, arrestato a Padova, fece una luminosa difesa, allegando la
Scrittura e le Decretali contro gli errori della Chiesa romana; ma per
quanto i Veneziani bramassero salvarlo attesa la sua valentìa, fu
condannato ad arder vivo. Stando in carcere a Venezia, descrisse in una
bella lettera, la spirituale consolazione concessagli[339]. Francesco
Gamba di Como, convinto d'essere stato a Ginevra ed aver partecipato
alla sacra cena coi Riformati, fu condannato alla forca; prima
forandogli la lingua acciocchè non parlasse.
Goffredo Varaglia cappuccino piemontese, andato per convertire i
Valdesi, si lascia convertire invece da loro; addetto al legato papale a
Lione, lo abbandona per passare a Ginevra, donde muove a predicare il
Vangelo nella Val d'Angrogna. Côlto, fu tradotto a Torino, e ucciso il
29 marzo 1588; e nel suo processo è detto, tante essere le persone a lui
consenzienti, che l'Inquisizione non avrebbe abbastanza legna per
bruciarle.
Bartolomeo Bartoccio, che ritirato a Ginevra, professava in pace la
Riforma, come mercante capitava a Genova, dove conosciuto, fu arrestato
e arso a Roma, e morendo esclamava _Vittoria, Vittoria_.
A Piacenza nel 1553, Paolo Palazzo cantore, propenso ai Luterani, fu
tratto in carcere a San Domenico, e dopo alquanti giorni liberato per
favore di molti. Nel 1557 l'inquisitore carcerò Matteo Dordono e
Innocente Nibbio notaj, che pentiti, fecero pubblica amenda e penitenza,
e tornarono _con gran disonore_ a casa. Taddeo Cavalzago, citato per
luterano, fuggì a Ginevra, sicchè restò bandito. Prete Simone ch'era
vissuto seco lungamente, arrestato e cercando fuggire di carcere si
ruppe una coscia, e dovette far penitenza de' suoi errori. Alessandro
Cavalgio fu preso per aver tratto di convento una sorella e maritatala.
Altri assai nobili si scopersero fautori dell'eresia, e ne pagarono il
fio; molti esularono, e i loro beni furono attribuiti al principe. Nel
1558, prete Riccio, che avea conversato, mangiato, bevuto con Luterani e
ajutatili a fuggire, s'un palco fu sferzato dall'inquisitore frà Valerio
Malvicino, e dovette palesare quanto aveva operato contro i decreti del
sommo pontefice; seco due altri cittadini: Giuseppe De Medici, pure
sferzato, confessò ciò che avea creduto o fatto di contrario alla
cattolica fede; e un notajo Giuseppe, di avere scompisciato la pila
dell'acquasanta, ferito di spada alcune divote immagini e le braccia e
coscie di san Rocco[340].
Somiglianti processure potremmo indicare in tutte le città d'Italia, e
ce ne verrà la trista opportunità. In Lombardia si rese tremendo frà
Pietro Angelo da Cremona; tra le cui vittime ricordano Francesco
Cellario di Mantova figlio di Galeazzo, minorita dell'Osservanza, che
già era stato inquisìto a Pavia. Milano era sottoposta alla Spagna, che
cercò introdurvi la sua inquisizione; ma la città deputò alti personaggi
al re, al Concilio di Trento, al papa, e ottenne di non aggiungere
questo agli altri mali ond'era oppressa. Bensì vi fu piantata
l'Inquisizione alla romana, ed una compagnia di quaranta cavalieri,
portanti una croce in petto e aventi a capo il padre inquisitore, nel
giorno di san Pietro Martire adunavasi nel suo oratorio, e al vangelo
tutti sguainavano le spade, in segno di zelo e di costanza nel tener
pura e propagare la fede e obbedire ciecamente al Sant'Uffizio; durarono
fino al 1770. Compagnie consimili si formarono dapertutto, e con zelo
indiscreto non solo investigavano l'eretica pravità, ma la trascuranza
delle pratiche religiose; fiutavano le cucine al venerdì; sofisticavano
ogni parola sfuggita ai professori; insomma avviavano ai procedimenti
delle polizie odierne; superiori a queste solamente in quanto
supponevano andarne di mezzo non l'interesse momentaneo d'un principe o
d'una fazione, ma la salute delle anime.
San Carlo, da Roma il 10 dicembre 1563, scrive al doge di Genova che
procuri l'arresto di frate Antonio da Cortemiglia conventuale,
grandemente sospetto d'eresia. In questa città l'Inquisizione era già
stabilita nel 1253, quando mandò a morte maestro Luco. Tre anni dopo,
frate Anselmo capo inquisitore pubblicò certe provvisioni contro gli
eretici, le quali volea facessero parte degli statuti della repubblica,
e perchè i consoli ricusavano, egli obbligolli, minacciando di scomunica
la città. Più tardi vi fe scuola Lucilio Vanini, e pare da lui
apprendesse Cesare Conte pittore, che catturato dal Sant'Uffizio il
1632, moriva nelle segrete del palazzo ducale.
I buoni uomini della valle di Chamonix, a' piedi del Monbianco, nel 1462
condannarono al fuoco diverse persone, accusate d'eresie, d'apostasia,
di magia, e una donna che avea avuto commercio carnale col demonio, fu
fatta sedere per tre minuti s'una lastra rovente, poi data al fuoco. A
Ciambery i frati mendicanti non poteano andar in volta senza sentirsi
fischiare e fin battere.
Altra lettera di san Carlo del 15 aprile 1575 ci informa che il vescovo
di Vercelli fu tacciato d'eresie per una pastorale dove esortava il suo
popolo all'orazione della sera: ma attesta de' buoni sentimenti di esso,
e si consola che l'accusa siasi volta contro uno scritto, giacchè le
parole dette a voce possono facilmente riferirsi alterate; e ritiene che
il santo padre non solo non l'imputerà, ma cercherà gli autori
dell'accusa per punirli.
L'Inquisizione ne' paesi del Piemonte fu moderata da Emanuele Filiberto,
volendo che le sentenze non sortissero effetto se non col concorso del
senato, dopo udito il pubblico ministero, ma la prescrizione cadde in
dimenticanza. Esso Emanuele Filiberto fece prescrizioni minute e
rigorose per l'osservanza de' precetti della Chiesa: si trasferiscano in
città i monasteri femminili sparsi in campagna; non si permettano
canzoni lascive nè contro l'onore e lo stato degli ecclesiastici: al
tempo stesso che metteva un economato pei benefizj vacanti, e facea gli
ecclesiastici concorrere alle pubbliche gravezze.
In Sardegna, Valente arcivescovo di Cagliari verso il 687, in un'opera
_De erroribus hodierna tempestate grassantibus_, tolse a provare che
erasene sempre conservata immune quell'isola[341]. E tale durò: ma verso
il 1560 s'ha memoria d'un processo fatto a Sigismondo Arquer
cagliaritano, avvocato del fisco, per opinioni religiose, d'ordine
dell'arcivescovo Parraques; risultò innocente, pure non si desistette
dal perseguirlo, ond'egli credette cercar salvezza in Ispagna. Ma quivi
come luterano dogmatizzante venne preso dall'Inquisizione di Toledo, e
morto con altri nell'Atto di fede del 1571. Abbiamo di lui _Sardiniæ
brevis historia et descriptio_[342], alla cui fine si legge che colà
_sacerdotes indoctissimi sunt, ut raros inter eos, sicut et apud
monachos, inveniatur qui latinam intelligat linguam. Habent suas
concubinas, majoremque dant operam procreandis filiis quam legendis
libris._
Sarebbero queste parole la causa o l'impulso del suo processo?
Mentre noi andiamo spigolando con improba fatica avrebbe un'abbondante
messe chi potesse cercare gli archivj del Sant'Uffizio a Roma. Ai giorni
nostri furono spalancati per violenza due volte; durante il dominio
francese dopo il 1810, poi nella rivoluzione del 1848, eppure nessuno
seppe trarne profitto per la storia e per la verità. Finchè ad altri ciò
sia concesso, ci siam valsi e ci varremo di frà Caracciolo, che
scrivendo una vita di Pio IV, rimasta manoscritta, potè aver sottocchio
i processi di quel tribunale. Perpetuo lodatore di questo, e inesorabile
cogli erranti, qui gli cediamo le parole perchè riferisca molti fatti,
che in tono diverso noi abbiamo divisati. Parlato dunque di quanto
avvenne in Venezia e a Milano, prosegue:
«Como, come più vicino a' paesi settentrionali, solea essere tragetto di
eretici, perciocchè da Germania mandavano balle di libri eretici, come
si scuoprì poi nel 1549 per mezzo del Santo Ufficio di Roma, e di frà
Michele Ghisliero, perciocchè si trovarono molte balle di libri mandate
da Germania per spargerle in Como, Cremona, Vicenza, Faenza, San
Ginesio, e in Calabria: al che fu rimediato opportunamente dal Santo
Officio di Roma con porre in ogni città valenti e zelanti inquisitori,
servendosi anco talora di secolari zelanti e dotti per ajuto della fede,
come dell'Odescalco in Como, del conte Albano in Bergamo, del Muzio in
Milano, Pesaro, Venezia e Capo d'Istria, ecc. Questa risoluzione in
servirsi de' secolari fu presa, perchè non solo molti vescovi e vicarj e
frati e preti, ma anco molti delli stessi inquisitori erano eretici,
come confessò il Vergerio, quando nella prima esamina fu malamente
assoluto da loro.
«Furono per molti anni in Bergamo alcuni principali eretici, o veri, o
sospetti, processati di eresia: _in primis_ Vittorio Soranzo vescovo di
Bergamo, il suo vicario, il prevosto chiamato don Nicolò Assonica, e
altri di minor conto; il vescovo in particolare fu tenuto per eretico
fino, e fu quello, che ebbe ardire di mandar gente armata per carcerare
frà Michel Ghisliero, allora inquisitore in quelle parti, il quale aveva
solennemente formato un processo contro di lui, molto prima sospetto.
Questo vescovo già un pezzo fa aveva incominciato ad infettare la sua
città e diocesi, e se il Santo Ufficio di Roma non l'avesse fatto
processare, non bastava forza veruna a reprimerlo, perciocchè era egli
potentissimo in Venezia e in Bergamo; ma il Santo Officio per mezzo di
frà Michele lo processò, e avutolo nelle mani lo carcerò nel castel
Sant'Angelo; alla fine convinto d'eresia fu privato del vescovado, e si
morì in Venezia infelicemente. N'ebbe tanto piacere il cardinal teatino
(Caraffa), che costui fosse stato processato, che di qua cominciò a
porre affezione a frà Michele Ghisliero, e ad esaltarlo in modo tale,
che di poi fu papa.
«In Modena gli eretici fecero più faccende che in nissuna parte
d'Italia. Quivi fu il vicario del cardinal Morone, chiamato Bianco de
Bonghis, molto sospetto d'eresia. Vi fu Antonio Gadaldino libraro
modenese, eretico marcio con tutta la sua famiglia. Vendè costui molti
volumi _Del beneficio di Cristo_, libro pernicioso, che insegnava la
giustificazione _ex sola fide et ex merito Christi imputativo_ alla
luterana. Questo è quel libro così caro agli eretici, che fu da loro
stampato molte volte, e il detto Gadaldino non solo lo vendè, ma anco lo
ristampò. Vi fu Bonifazio Valentino modenese eretico, a cui scrisse
Adriano, segretario del cardinal di Fano, una lettera di condoglianza
per la morte di Lutero, e per la morte di due frati in Modena, chiamati
frà Reginaldo, e frà Alasio eretici. Il Santo Officio ebbe in mano
questa lettera, e processò il detto Adriano segretario. Questo Bonifacio
manteneva commercio con i Tedeschi eretici, da' quali aveva appreso
lettere, ed egli fu che infettò la terra di Nonantola. Vi fu Alessandro
Milano modenese, luterano anch'egli; vi fu un frà Bernardo Bertoli,
predicatore pernicioso, mandato a Modena a predicare per opera di Luigi
Priuli e dal cardinal Polo e dalla marchesa di Pescara. Fu detto ch'era
discepolo del cardinal Polo, per il che tutti tre ne furono processati,
e il detto frà Bernardo ne stette carcerato in Roma, ed abjurò. È vero
che Morone fu inquisito anch'egli come vescovo di Modena, perchè
l'avesse mandato a predicare nella sua Chiesa; ma esso si salvò
scusandosi che il cardinal Polo ed il Priuli gliel'avevano approbato. In
Modena fu parimente dal cardinal Morone mandato a predicare un frà
Bartolomeo Pergola. Costui, per opera del Soranzo vescovo di Bergamo fu
invitato a Roma, che andasse a parlare a Morone: Morone l'invitò a
pranzo, ragionò con lui, e lo conobbe per luterano: ebbe in Roma il
libro _Del beneficio di Cristo_ da un certo Guido da Fano: predicò molte
eresie a Modena, ma poi Morone l'indusse a ritrattarsi. Di questo
Pergola fa menzione il Muzio in una lettera che scrisse al cardinal di
Carpi e al cardinal di Napoli, cioè al nostro Caraffa sommo inquisitore,
ed a Lattanzio Fosco suo auditore, avvisando loro che costui, che era
frate de' conventuali di San Francesco e valente predicatore, era
capitato quell'anno a Pesaro, e che nove anni prima, cioè nell'anno
1542, quando appunto in Roma fu fondato il Santo Officio, aveva
predicato cose scandalose in Modena, ma che si scusava dicendo che il
suo predicare era stato approbato dal Miranda, lettore di teologia, e
dal Beccadello inquisitore; con tuttociò fu fatto ritrattare in pulpito:
e il Muzio facendo buon giudizio di lui, non gli fu data altra pena, che
privarlo per nove anni della predica. Il cardinal Cortese modenese,
ancorchè religioso benedettino di grande stima per bontà e per lettere,
fu nondimeno senza rispetto alcuno inquisito dal Santo Officio per aver
letto e approvato il libro _Del beneficio di Christo_. Fu anche in
Modena un prete Domenico Morando, maestro di casa del cardinal Morone,
eretico e fautore degli eretici: vi fu un Francesco Camerone, e un
chiamato Farzirolo modenese, processati di eresia: vi fu il prete
Gabriel Faloppia, eretico luterano pessimo, e un altro detto il Gozapino
calzolaro, e D. Girolamo Regio prete modenese, eretici, e Ludovico
Castelvetri modenese eretico, che se ne fuggì in Germania. Vi fu
un'accademia tutta infetta, de' quali era capo un cappellano di Morone
eretico, detto don Girolamo di Modena: vi furono Giovanni Borgamazza e
Giovanni Bertano modenesi eretici; mastro Giovanni Maria Manelli con
altri molti sospetti di eresie. Erano costoro di tanto numero e potere,
che mandavano ajuto di denaro a quei di Germania. Qui finisco di dire
della città di Modena, di cui fu vescovo il cardinal Morone sospetto,
processato, e carcerato tant'anni per molti e gravi capi di eresia, se
bene fu assoluto poi a tempo di Pio IV. Circa quel libro _Del beneficio
di Christo_, oltre quello che n'ho detto di sopra, fu il suo autore un
monaco di San Severino in Napoli siciliano, e discepolo di V. Valdes; fu
revisore di detto libro il Flaminio, anch'egli gravemente infetto; fu
stampato molte volte, ma particolarmente a Modena _De mandato Moroni_;
ingannò molti, perchè trattava della giustificazione con dolce modo, ma
ereticalmente, attribuendo ogni cosa alla sola fede, e falsamente
esponendo le parole di san Paolo nell'epistola _ad Romanos_, avviliva
l'opere ed i meriti, e perchè questo è quell'articolo, nel quale
inciamparono gran parte de' prelati e de' frati di quell'età, però ebbe
grande spaccio, e fu da molti approvato: solo in Verona fu conosciuto e
reprobato: dopo molti anni fu posto nell'indice de' libri proibiti da
Paolo IV, e poi da Pio IV e da Clemente VIII.
«Lucca fu molto appestata di questo morbo, perciocchè in quella città
tennero scuola Pietro Martire, dopo che si fuggì da Napoli, e vi ebbe
per compagni il Tremellio ferrarese, lettore di lingua ebrea, Celso
Martinengo lettor di lingua greca, e Paolo Lazisio veronese, lettore di
lingua latina, e costoro vi trovarono Girolamo Zanco, tutti pessimi
eretici, e vi stettero fino al 1542, quando, per paura del papa che
ritornava da Bussè, se ne fuggirono tutti in Germania insieme con
l'Ochino.
«Siena e Firenze furono assai piene di eretici. Quella produsse
l'Ochino, e Lattanzio Morone (Ragnone?) eretichissimi; questa ebbe frà
Pietro Martire Vermilio, che infettò Napoli, Firenze e tutta
l'Inghilterra: ebbe ancora il protonotario Carnesecchi, il quale fu
segretario di papa Clemente VII. Il cardinal Teatino fu il primo che lo
processò, poco dopo che fu fondato il Santo Officio in Roma. Poi nel
1546, per qualche speranza che diede di conversione, fu rilasciato non
già dal cardinal Teatino, ma da altri, che non occorre qui nominare;
però si doleva il cardinal Teatino della troppa lentezza e perniciosa
benignità verso gli eretici. Quindi andò a Firenze sua patria, e ritornò
al vomito tanto fieramente, ch'egli dell'entrate di molte badie
manteneva molti agenti di eretici in varie città d'Italia. Costui
insieme con Pietro Martire appestò Firenze in modo tale, ch'io udii più
volte dal signor Pietr'Antonio Bandini, padre del cardinale Bandini,
queste parole: _Innanzi al Santo Officio, non vi era straccio di fede in
Firenza._
«Bologna fu in molto pericolo, perchè vi erano alcuni eretici
principali, tra' quali fu un certo Giovanni Battista Scoto, il quale
aveva amicizia e appoggio di persone potentissime, come di Morone, Polo,
marchesa di Pescara, ecc., raccoglieva denari a tutto suo potere, e li
compartiva tra gli eretici occulti e poveri, che stavano in Bologna.
Abjurò poi nelle mani del padre Salmerone per ordine del legato di
Bologna e del Santo Officio.
«Fiesole, oltre alla vicinanza di Firenze, era anco sospetta per il suo
vescovo eretico.
«San Geminiano ebbe Michelangelo Tramontano luterano, e un medico detto
il Travano suo maestro. In Perugia insegnò l'eresia il detto medico
Travano, il quale ebbe per discepolo un prete detto Crescio e il
Tramontano soprascritto.
«In Viterbo fe residenza il cardinal Polo legato di Romagna, anch'egli
molto sospetto e processato, e nella sua Corte vi erano molti eretici.
Furono infette ancora molte monache del monasterio di Santa Caterina di
quella città, come anche in Firenza, i monasteri intieri erano infetti.
«In Volterra fu un frà Andrea molto sospetto, e amico di persone
sospette.
«Così stava malconcia la povera Italia, e così furono scoverte, e sanate
le sue occulte e pestifere piaghe per opera del Santo Officio di Roma.
Sentirono grand'orrore di così gran male, e grande allegrezza di così
efficace rimedio le persone buone e zelanti della fede: e principalmente
il cardinal Teatino, inventore e autore di tanto bene, ne stava ogn'ora
più contento, e ne ringraziava Dio benedetto: anzi con quel suo
intrepido cuore si diede animo a processare anco i prencipi d'Italia,
che erano macchiati di quella pece, come furono Ascanio Colonna duca di
Palliano, Vittoria Colonna marchesa di Pescara, Renata del real sangue
di Francia, cioè sorella d'Enrico III duchessa di Ferrara, Caterina Cibo
duchessa di Camerino, Giulia Gonzaga contessa di Fondi e altri. Così si
vide adempita nel Santo Ufficio quella potestà datagli da Dio
_evellendi, disperdendi, dissipandi et destruendi_; e solea dire il
Caraffa in famigliar ragionamento, _che la principal mira del Santo
Ufficio e de' papi deve essere dare addosso ai grandi, quando sono
eretici, perchè dal loro castigo dipende la salute de' popoli._
«Napoli e molte altre città, e terre del regno furono molto appestate di
eresie dal V. Valdes, e da quei tre suoi principali discepoli, cioè da
Pietro Martire, Ochino e Flaminio, i quali poi diventarono maestri di
molti altri. Vi fu anche un certo Siciliano apostata di sant'Agostino,
chiamato poi in abito di prete don Lorenzo Romano. A costui non bastò
fare scuola in Caserta, e in molti altri luoghi di Terra di Lavoro, ma
anche, per diventare più valente eretico, andò a posta in Germania per
conferire con que' ministri, e ritornò di là non solo luterano, ma anche
pessimo sacramentario zuingliano. Ora fondato il Sant'Ufficio in Roma,
di giorno in giorno si scoprivano più terre infettate di eresie, e
veramente se si ritardava più a fondar il tribunale del Sant'Officio in
Roma, dal quale ebbero forza e efficacia gli altri inquisitori
dell'Italia, difficilissimamente si poteva più rimediare al gran fuoco
acceso in tutto quel regno. In Napoli per opera di V. Valdes,
dell'Ochino, di Pietro Martire, e del Flaminio, e altri lor compagni, se
ne appestarono tanti, e particolarmente molti maestri di scuola, che
arrivarono al numero di tre mila, come si conobbe poi quando si
ritrattarono. In Calabria vi fu quell'Apollonio Merenda, il quale dopo
avere infettate molte terre, e particolarmente la Guardia, San Sisto, la
baronia di Castelluccio, accostatosi a Roma diventò cappellano del
cardinal Polo. La Puglia ebbe molti maestri di mala dottrina, e
specialmente Odone da Monopoli, don Giovanni Paolo Castroffiano maestro
di scuola, e compagno di Ludovico Manna eretici pessimi. In Terra di
Otranto vi fu Ladislao, auditore dell'arcivescovo di Otranto e compagno
di Ludovico Manna eretico, e l'istesso arcivescovo fu gravemente
processato, e si disse che aveva mandato Ludovico Manna a leggere alla
sua Chiesa d'Otranto pubblicamente, e che aveva commercio di lettere con
Martin Bucero, e che fu amico del V. Valdes, e leggeva i suoi libri, e
che tenne gran tempo in casa il Giannetto, eretico marcio, che se ne
fuggì poi in Ginevra. A questo arcivescovo impedì il cappello di
cardinale il nostro Caraffa. Ora stando le cose in questo modo, e
sentendo in Napoli e per tutto il regno gran principio di rovina, e
dall'altra parte vedendosi per l'esempio di Roma, quanto gran remedio
fosse il Sant'Officio, si cominciò a pensare di mettere il tribunale
dell'Inquisizione anche in Napoli.
«I nostri padri scoprirono l'eresie in Napoli, essendo il nostro Ordine,
per dirlo con le parole dell'Adriani, accerrimo persecutore dell'eresie,
e che fa professione di difendere la fede cattolica. Il modo con che
furono scoperti dai nostri fu questo. Si ha da sapere, che Raniero
Gualante, e Antonio Cappone, per la pratica che ebbero col V. Valdes e
con l'Ochino, furono anch'essi macchiati un poco di quella pece: ma
perchè si confessavano dai nostri a San Paolo, ne stavano coperti, si
fecero riferire da loro tutto quello intendevano da quelli occulti
eretici.
«In questo modo vennero a conoscere i nostri il mal seme che coloro
seminavano, e le secrete conventicole di uomini, di donne che facevano,
le quali da loro scoverte, e scritte dal cardinal Teatino in Roma, quei
capi eretici se ne fuggirono via tutti da Napoli. Per la fuga del padre
Bernardino Ochino scrisse il cardinal Teatino una bella e lunga lettera
latina, tutta composta di parole della sacra Scrittura, nella quale,
parte allettandolo (perchè vi era rimasta ancora qualche speranza di
lui) parte rimproverandogli l'apostasia, e il pericolo dell'anima sua e
di tante altre da lui ingannate, cercò di ridurlo a penitenza. Ma fu
indarno, perchè, sebbene egli non così subito si fuggì d'Italia,
nondimeno non solo non volse obbedire al cardinal Contareno, il quale
piacevolmente raccogliendolo, l'esortò a presentarsi _sponte_ in Roma,
ma quel che fu peggio, se ne fuggì in Ginevra, e diede voce che il
Contareno stesso aveva approvato il suo pensiero, e di là cominciò a dir
male della Corte di Roma e della Chiesa cattolica, come san fare gli
eretici: il quale disordine successe per la troppa piacevolezza del
cardinal Contareno, perchè doveva pigliarlo prigione quando fu a casa
sua, e non aspettare che si partisse.
«Ora prima che l'Ochino se ne fuggisse, andò a casa della duchessa di
Camerino, chiamata Catarina Cybo, e quivi si spogliò l'abito, e si
sfratò, e poi se ne fuggì in Ginevra. Aveva egli particolare strettezza
con quella signora, e con quella di Pescara; onde costei ne fu poscia
inquisita e molestata».
Dovevano esser frequenti gli attentati contro Inquisitori, giacchè Pio V
nel 1569 fe una bolla terribile (_Si de protegendis_) contro quei
privati o pubblici di qualunque grado, che uccidano, battano, caccino,
atterriscano inquisitori o testimonj, o faccian offese a protocolli,
istromenti, carceri.
Col tempo, come sempre accade, si mitigarono i rigori; l'Inquisizione
ebbe a cercare tutt'altri delitti che d'eresia, e nell'età del punto
d'onore le diedero molto a fare le censure ed assoluzioni pei duelli e
chi vi assisteva; ma il nome e le forme sopravvissero fin all'età de'
nostri avi[343]. E nel 1789 il padre Pani commissario del Sant'Uffizio
stampò a Faenza (nessun tipografo di Roma accettandolo) un libro _Della
punizione degli eretici e del tribunale della santa Inquisizione_, ove
questa difende come niun s'aspetterebbe nell'anno della convocazione
dell'assemblea di Francia.
Per l'andazzo che ha la Curia romana di conservare i formularj antichi
anche quando i tempi vi repugnano, al modo stesso che l'Inghilterra
conserva la vendita delle mogli ed altri titoli, di cui la realtà è
abolita, nel 15 settembre 1841 frà Filippo Bertolotti inquisitore
generale a Pesaro emanava un editto, ove imponeva l'_obbligo
strettissimo_ di denunziare al Sant'Uffizio i delitti di sua
giurisdizione, sotto pena di scomunica: cioè rivelare coloro che son
sospetti o diffamati di eresia, o di aderire a riti di Giudei,
Maomettani, Gentili; che facciano atti da cui si presuma che abbiano
patto col demonio; o esperimenti di necromanzia o di altre magie con
abuso di sacramenti; che amministrino la confessione, la comunione
senz'essere sacerdoti; abusino del sacramento della penitenza; tengano
conventicole in pregiudizio della religione; proferiscano bestemmie
ereticali; contraggano matrimonio avendo un'altra moglie o essendo negli
Ordini sacri; impediscano in qualunque modo il Sant'Uffizio; facciano o
divulghino satire contro il pontefice o il clero, o dove siavi
profanamento di parole sacre; tengano o diffondano scritti e stampe
ereticali senza la dovuta licenza; mangino o diano mangiare cibi
proibiti senza necessità o licenza; inducano alcun cristiano ad
abbracciare altra fede, o impediscano a Turchi ed Ebrei di battezzarsi.
Chi non denuncia non potrà esser assolto se prima nol faccia: e ordina
che quest'editto stia affisso nelle botteghe, osterie, librerie[344].
L'anno poi che Garibaldi e Cialdini strepitavano alle porte di Roma, nel
seminario Romano (_VI kal. sept._ 1860) furono proposte certe tesi a
difendere tra cui,
CCVI _Institutum sanctæ Inquisitionis, prout a romanis pontificibus
profectum est, nulla ex parte reprehendi potest._
CCVII _Perperam Protestantes Ecclesiam calumniantur, quasi a primæva sua
mansuetudine defecerit._
CCVIII _Non minus enim veteri ætate, quamvis temporibus quæ
Protestantium originem subsecuta sunt, romani pontificis solliciti
admodum fuerint ne iis in locis, quæ immunia ab hæresi extiterant,
hæretici libere cultum profiterentur, aut civilia jura quibus solummodo
catholicæ religionis cultores frui poterant obtinerent._
CCXI _Romani pontifices perpetue inficiati sunt aut ullum jus ab
hæreticis afferri posse pro libertate (in religionis culto profitendo)
obtinenda, aut ipsam societatis conditionem posse eamdem libertatem a
catholico principe postulare._
CCXII _Iidem romani pontifices sua agendi ratione in gravissimis
adjunctis ostenderunt, meram sollumodo tollerantiam ad graviora mala
vitanda inductam, reprehendi non posse._
Chi non l'ha visto personalmente si immaginerà qual trionfo chiassoso e
facilissimo menassero allora i rivoluzionarj nell'imputare al dominio
papale la persistenza del Sant'Uffizio e nell'abolirlo ne' paesi
sottrattigli; liberazione nella quale i popoli s'accorgeano che non
troppo ci corre fra un poliziotto prete e un secolare. Quando si fremerà
in avvenire alle leggi Pica e Crispi, alle fucilazioni moltiplicate e
alla forca conservata, gioverà ripetere che le istituzioni non vanno
condannate per gli abusi che se ne facciano, e bisogna giudicarle in
relazione coi tempi. Perocchè oggi la giustizia è il diritto armato;
allora l'Inquisizione era il bene armato; lo Stato or protegge la
giustizia; l'Inquisizione volea proteggere la moralità: opinioni varie a
norma dei tempi, mentre noi imploriamo che da tutti, e secolari ed
ecclesiastici, sia riconosciuta l'incompetenza assoluta della forza in
materia di fede. Quanto alle forme, pur troppo non possiamo nè imputarne
solo i tempi passati, nè ingloriarne il nostro. Perocchè, a tacere quel
che abbiam veduto noi stessi, in atti meno fieri o meno numerosi per
verità, leggasi in Louis Blanc la storia o piuttosto la giustificazione
del Terrore in Francia. Dopo fatto arricciar i capelli non meno colla
narrazione di que' massacri, che co' suoi tentativi di scagionarli,
conchiude: «Tutti i fanatismi si rassomigliano, e _non è meraviglia_ se
il fanatismo politico venne offrire la sua parte di vittime all'opera di
distruzione del fanatismo religioso. Una cosa certa: che la maggior
parte (!) furono colpiti perchè _creduti_ realmente colpevoli...... Come
in altri tempi si credette degno del fuoco chi non ammetteva la presenza
reale, così allora si credette degno di morte (intolleranza meno
incomprensibile) chiunque si rivoltava contro il principio
dell'eguaglianza e della fraternità umana».
Il più fanatico apologista del Sant'Uffizio potrebbe scrivere una frase
più assoluta? Ed egli si domanda: «In quai tempi, in qual paese lo
scatenamento delle passioni politiche e il cozzo degli interessi non
condussero a calpestare, i diritti dell'umanità, ed estendere oltre
misura il dominio della morte? Gli esempj si presentano in folla, e
anche senza aprir i registri dell'Inquisizione, o risalire a quella che
chiamano età di barbarie, se ne trovano fin nella storia inglese» e qui
narra l'orribile persecuzione mossa in Irlanda nel 1689.