[183] Renan esclama: «Padre celeste, tu non hai voluto che questi dubbj
ricevessero una risposta chiara, affinchè la fede al bene non restasse
senza merito, e la virtù non fosse un calcolo. Una rivelazione evidente
avrebbe assimilato l'anima nobile all'anima vulgare; l'evidenza qui
sarebbe stata un attentato alla nostra libertà. Tu volesti che la nostra
fede dipendesse dalle interne nostre disposizioni. In tutto quanto è
oggetto di scienza o di discussione razionale, tu hai data la verità ai
più ingegnosi: nell'ordine morale e religioso giudicasti deva
appartenere ai più virtuosi. Saria stato ingiusto che l'ingegno
costituisse qui un privilegio, e che le credenze, che denno essere il
ben di tutti, fossero il frutto d'un ragionamento più o men bene
condotto, di ricerche più o meno fortunate. Sii benedetto pel tuo
mistero! benedetto d'esserti nascosto, d'aver riservata la piena libertà
de' nostri cuori» _Avenir de la Métaphysique_.
[184] DANTE, _Pd._, XXIV.
[185] Alberto Mazzoleni, monaco nel famoso convento di Pontida presso
Bergamo, vissuto dal 1695 al 1760, avea raccolto cinquanta volumi di
documenti intorno al Concilio di Trento, sui quali ideava scriverne di
nuovo la storia, _possibilmente confermata con autentici contemporanei
documenti_. Morì senza farne nulla, e la sua collezione fu venduta al
trentino Antonio Mazzetti, che potea comprare ma non sapeva adoprare, e
che morendo lasciolla alla città di Trento, ove ancora aspetta chi ne
profitti. Tre volumi restano nella biblioteca di Bergamo.
Il primo volume di essa collezione contiene _Præludia Clementis VII ad
celebrationem generalis concilii_, e son lettere e bolle di esso papa
all'imperatore e al re dei Romani, altre di Paolo III, del cardinale
Polo, del Coeleo, del Vergerio, del quale principalmente molte ne sono
lunghe, e piene di zelo e d'abilità nel rimuovere le difficoltà.
[186] Gherardo Dacherio intitolò l'opera sua _Historia magnatum in
Constantiensi Concilio_.
[187] Un intero volume della collezione Mazzoleni è di lettere
dell'Aleandro legato in Germania, o a lui, sopra le condizioni della
Chiesa e della Germania.
Ulrico di Hutten, che aveva secondato cogli scritti la guerra di Lutero,
sorreggendola pur colla spada
_Ut prius ingenio, nunc peragente manu,_
non dissimulava d'aver teso ogni sorta d'insidie all'Aleandro:
_Integer hinc Aleander abit: dubium hoc tamen illi_
_Qui semel effugit semper ut effugiat..._
_Quod potui, facete insidias, servare recessus,_
_Complectique omnes obsidione vias,_
_Cessatum nihil est. At Cæsaris agmine tuti_
_Evadunt. Credas sic voluisse Deum._
[188] Nei _Monumenta Vaticana, historiam ecclesiasticam sæculi_ XVI
_illustrantia_ (Friburgo, 1861) è una serie di lettere scritte dal
Morone al cardinale Farnese da Germania nel 1540, 41 e 42. Fra altri è
notevole questo passo: «Il duca Guglielmo di Baviera mi ha fatto dir per
certo che i Protestanti sono risolutissimi non voler mai riconoscer la
sede apostolica: ed avanti ogni cosa faranno protesta che, se in alcuna
cosa consentiranno alla religione antica, lo vogliono fare per autorità
e comandamento dell'imperatore, non perchè obbediscano o vogliano
riconoscere in alcun modo la superiorità di nostro signore e della
Chiesa romana» (Ratisbona, 13 aprile 1541).
Riponeasi dunque la libertà nell'obbedire all'imperatore fin negli
articoli di fede!
Altra volta il Morone suggerisce quel che poi fu fatto col Collegio
Germanico. «Per esser queste Sette in tanto aumento, poche persone si
fanno ecclesiastiche, ed ognora più poche; e da qui nasce il negletto
della religione, non essendo chi la curi. E perchè questi vescovi e
capitoli tengono le scuole assai grandi de' putti, ma di questi, come
sono cresciuti, la minor parte, anzi pochissimi vogliono farsi
sacerdoti, vedendo l'obbrobrio nel quale sono i capi chericali; e per
contrario, come sanno un poco di lettere, diventano luterani per la
copia de' loro libri stampati in lingua latina e tedesca; mi pare
ricordare si potrebbono mandare, da diversi luoghi, alcuni putti in
Italia, quali fossero distribuiti ne' luoghi ben disciplinati, come
sarebbe appresso qualche buoni monasteri e buoni prelati, e fossero
instituiti innocentemente nelle lettere e costumi cristiani» (Innspruck,
18 gennajo 1542).
Trattando della pace, il re di Germania diceva al Morone come essa fosse
impedita solo dalle pretensioni di Francia: aver l'imperatore offerto al
re cristianissimo di cedergli il Milanese, purchè lo ricevesse come
feudo dell'Impero, e quegli non l'aver voluto a tal patto. E
soggiungeva: _Rex Galliæ appetit monarchiam; et si haberet ducatum
Mediolani, vellet habere Florentiam et Regnum Neapolitanum, et regere
totam Italiam; quia bene scit, ut libere loquar, quod, qui habent
dominium Mediolani, facile mutant animos aliorum Italorum_ (Spira, 10
febbrajo 1542).
Altre lettere ha l'Archivio Vaticano (_Nuntiatura Germaniæ_, vol. VII),
dal Morone scritte da Boemia nel 1537 al Recalcato e a Paolo III, contro
il quale dice si pubblicano continue invettive, come causa della pace
turbata e del differito Concilio.
Altre ancora al Duranti, al cardinale di Santafiora; e in tutte persuade
a mitezze, a concessioni, pur mostrando come i Riformati sieno tra loro
dissenzienti. «Fra Luterani ed altri eretici sono alcuni principi,
alcuni dotti ed alcuni popolari. Li principi seguitano l'eresie, alcuni
per desiderio d'esaltazione sua, come il duca di Sassonia e il langravio
d'Assia, e per deprimere la casa d'Austria: alcuni per arricchirsi de'
beni ecclesiastici, come esso langravio e quasi tutti gli altri, il
numero de' quali non bisogna contare. Li dotti prevaricano per vera
malizia, ed oltre che sono istigatori delle passioni de' predetti
principi, cercano ancora del proprio comodo ed onor del mondo. Li
popolari, tra' quali sono molti cittadini per tutta la Germania ricchi
ed onesti, sono stati sedotti ed ingannati; e di questi alcuni
s'avveggono dell'error suo, ma per vergogna non ritornano, come
Norimberghesi, Lubeccensi ed altri; alcuni stanno ancora nell'error suo,
persuadendosi far bene» (Lettera 18 aprile 1540 da Gand). Crede che il
Concilio provvederà a tutti costoro; e che intanto si favorisca a tutta
possa la Lega Cattolica. Nella convocazione del Concilio, «con quel
santo desiderio e petto veramente apostolico, e carità paterna, sua
santità potrebbe alquanto discostarsi dalla solita forma, cioè invitar
di nuovo i Luterani con ogni benignità, affezione ed esortazione, ed
anco preghi; imitando sua santità Colui, del quale ha il nome, il quale
_omnia omnibus factus erat ut omnes lucri faceret_. La qual cosa se
movesse Luterani a venir al Concilio, sarebbe cagione della lor salute:
se ancora non giovasse con loro, sarebbe però grata a Dio ed utile e
onorevole a sua santità, e cagione di maggior confusione ad essi
Luterani».
[189] Il cardinale Contarini il 29 maggio 1541 da Ratisbona al
segretario del papa scriveva:
«Volendo far l'uffizio debito verso Dio e debito ad un buon ministro di
sua beatitudine, sono astretto di significare a vostra signoria
reverendissima tutto quello che a me pare che il bisogno ricerca si
facci. Prima gli significo che questa eresia luterana è così infissa
negli animi di questi popoli di Germania, dico non solamente dei
protestanti, ma di quasi tutti i popoli cattolici, che tengo certo che,
quando bene in questa dieta si facesse una concordia cristiana con
consenso di tutti i principi e teologi protestanti li quali qui si
trovano, non potremmo dire di aver fatta provisione, ma solamente di
aver fatti i fondamenti della provisione. Io dico a vostra signoria per
certo che, essendo questa setta cosa nuova, e i popoli essendo
naturalmente avidi di novità; essendo questa setta così larga, perchè
leva l'obbligo della confessione, di udir la messa ed altri uffizj
divini, leva l'obbligo delli digiuni, di astinenza da carne, di servar
festa ecc., è molto popolare e plaudita: e però è pericolo grandissimo
che tutta Germania presto v'entri, e così la Fiandra; e molti in Francia
e _in Italia_ la desiderano... Però importa avanti tutto che qui in
Germania si facesse una buona riformazione e buona provisione cristiana,
la quale consiste che li vescovi, con la vita e con la diligenza, con
predicatori e precettori idonei procurassero che la fede cattolica fosse
insegnata, siccome fanno i Protestanti, li quali non mancano in punto
alcuno di diligenza in predicare, in leggere, in ampliare la loro
setta.... Certamente se non vi si mette più pensiero di quello si ha
posto per l'addietro, la cristianità sta in maggior pericolo per questa
setta, che per l'arme del Turco. Questo ne potria privare del temporale,
ma quella ne priva del temporale e dell'essenziale della fede: però
bisogna ponervi tutti li spiriti, non sparagnare cosa alcuna, altrimenti
ne avremo da render gran ragione a Dio. Oggi siam vivi, e domani siamo
morti: e il viver da uomo, non che da cristiano, consiste in far il
debito suo, ben operare nella persona che Dio ne ha imposto. Consideri
vostra signoria reverendissima che dovemo far noi cristiani, noi
prelati, alli quali Iddio ha date tante dignità, tante comodità comprate
dal sangue di Cristo e dalla sua passione, e così indegnamente, così
ingratamente, poi possedute e godute da noi». _Collez. Mazzoleni, tomo_
XII.
Il Polo gli rispose che niun legato per lo innanzi avea sostenuto con
tanta dignità il nome della sede apostolica, non solo quanto alla virtù
dell'azione ed alla carità in pro di tutti, ma anche quanto alla sodezza
della dottrina.
[190] Fra le lettere di monsignor Della Casa, conservate nell'archivio
di Parma, n'è una al cardinale Farnese del 17 dicembre 1543, dove
enumera tutti i vescovi del dominio veneto, ai quali ha trasmesso
l'avviso, da parte del papa, di andar al Concilio di Trento _sanza
dilatione_, e le rispose che da ciascuno ottenne. «Corfù andrà; Veglia,
Curzola e il coadjutor di Papho andranno, e Terracina. Sebenico credo
sia partito per Roma. Cesarino si scusa di essere ammalato di sorte e in
parte che non può cavalcare, e credo che sua signoria dica il vero.
Papho è di età di 84 anni e di corpo non sano, e della mente qualche
volta non con quella perfezione che ha avuto da giovine, nè mi par
possibile che vada... Il vescovo di Nona è tanto povero, che a pena ha
che vivere. Civital dice che è povero et infermo. L'eletto di Spalatro
dice che non sà se sua santità vuole che vadi esso o l'arcivescovo suo,
ma che sempre sarà pronto ad obbedire alli comandamenti di sua santità.
L'arcivescovo di Cipri è vecchio e corpolento molto, e tal che mal
volentieri si potrebbe condur mai a Trento, e però con ogni reverenza
prega vostra signoria reverendissima a supplicar sua santità che si
degni admetter la sua scusa che certo sarebbe metterlo a grave pericolo
della vita».
E così degli altri: e davvero vi appare un tono di veridicità, che non
lascia credere fosse semplice finzione il desiderio del papa che si
tenesse il Concilio. Anzi il Lagomarsino nelle note alle lettere di G.
Poggiano vol. II, reca documenti certissimi e vivissimi della premura
sincera di Pio IV per ciò.
Per un saggio delle ragioni pro e contro, riferiamo, fra tanti, questa
informazione al papa, di cui trovammo copia in più d'un archivio:
«Essendomi venuta occasione di parlar con alcuni delli deputati dalla
maestà cattolica a consultar la materia del Concilio Generale, ho
compreso (come per altre mie ho detto) che per loro proprio interesse
cercano di persuadere a detta maestà che non sia bene il celebrare detto
Concilio di presente, colle ragioni che appresso sieguono, le quali ho
volute ragguagliar per darne notizia alla santità vostra et ho soggiunto
nella fine quelle risposte che allora mi soccorsero di dire.
«Primamente considerano se il Concilio è rimedio opportuno e necessario
per estirpare le eresie e mettere concordia nella santa Chiesa.
«Discorrono poi sopra la forma, che se gli deve dare.
«Finalmente propongono le difficoltà sopra la esecuzione.
«Attorno il primo caso, dicono che non solo non è rimedio necessario e
opportuno, ma o impossibile o almeno senza speranza, che possi produrre
alcun buon frutto per le ragioni infrascritte:
«Che gli eretici non vogliono che la santità di nostro signore sia di
superior portata a detto Concilio, perchè non sia giudice e parte.
«C'hanno sempre apertamente protestato di non volere intravenire senza
aver voce diffinitiva come li vescovi.
«Non potendosi concedere le suddette due cose come empie, dicono che non
vorranno intravenire, e non intervenendo non ubbidiranno ai decreti.
«Che invitandoli o citandoli, e non comparendo, se poi si vorrà
procedere contra di loro, con l'ajuto e forza degli altri principi, non
sarà il rimedio per via del Concilio, ma per via dell'armi, la quale
affermano che sarà di pregiudizio irreparabile alla maestà cattolica per
le cause che, sotto il capitolo della esecuzion d'esso Concilio, saranno
comprese.
«Per la forma, dicono che è d'avvertir se si dee aprire nuovo Concilio,
o continuare il già cominciato a Trento.
«Soggiungono poi, che par che sia più necessario per rispetto della
riforma degli abusi, che per la controversia della dottrina, e però
trattandosi tuttavia la riforma in Roma, vogliono che sia opera vana a
celebrar il Concilio.
«Finalmente mostrano di dubitare che, ogni volta che cosa si tratti che
possa dispiacere a vostra santità, subito si debba fare una sospensione,
o traslazione d'esso Concilio, di che ne potria seguire una
dissoluzione, di peggior esempio che non fu quella di Trento, e con
mostrar pure di confidare nella molta pietà e constanza di vostra
beatitudine, mettano in dubbio, che la vita è incerta, che potria
seguire una sede vacante, o succeder elezione d'un altro pontefice: di
diversa volontà, per il che potria nascere scisma e maggior travaglio
nella cristianità.
«Sopra la esecuzione mettono poi in considerazione a sua maestà (di
Spagna) che, collegandosi con vostra santità, coll'imperatore, re di
Francia et altri principi per questo effetto, verrà a provocarsi contra,
non solo tutta la Germania, ma tutti gli altri principi e nazioni
eretiche, onde l'imperatore potrà facilmente venir ad accordo coi suoi e
similmente il re di Francia, per non veder la rovina de' lor sudditi, e
allor tutto il travaglio e tutta l'inimicizia resterà sopra le spalle di
detta maestà cattolica.
«Alle predette ragioni in questo modo risposi, mettendo primamente in
considerazione, che il Concilio non si celebra solamente per speranza
che gl'ostinati e perduti eretici si possino racquistare, ma perchè sono
infiniti popoli, i quali non sono talmente confermati e sepolti nelle
eresie che non si possino ridurre a sanità, al che fare è unico rimedio
il Concilio.
«Non s'avvedano ancora che il tollerare i pertinaci e reprobi non è
altro che nutrire il veleno, che va poi spargendosi, infettando i buoni,
e che contra tali ostinati e pestiferi non è altro rimedio che unire
contra di loro le forze di tutti i principi cristiani, e questo frutto
non può nascere che dal solo Concilio.
«Della riforma, che dicono che più s'ha di bisogno da trattar nel
Concilio che della controversia della dottrina, è da meravigliarsi che
tal giudizio se ne facci. E prima si nega che non sia più bisogno
trattar della controversia della dottrina, avendo gli eretici posto
controversia in tutti i santissimi sacramenti, e nei principali
fondamenti della cristiana religione, come è noto. E poi si soggiunge
che, avegna che con molta diligenza si tratti la riforma in Roma, la
quale in ogni tempo e luogo che si facci con pio zelo e prudenza è
sempre buona, non per questo si leva l'autorità e occasione del Concilio
di trattare una riforma generale e particolare, così intorno all'ordine
ecclesiastico, come ancora agli abusi de' principi o signori, che più
s'arrogano e s'usurpano l'autorità che lor non si deve.
«Il dubbio della sospensione o traslazione è mosso con poca pietà e
molto leggiermente, perchè non s'ha da presuporre che un Concilio,
congregato con l'autorità, apostolica, invocato lo Spirito Santo, debba
trattar cosa che possa dispiacere al vicario di Cristo, il quale ha da
giudicare detto Concilio, e il giudizio suo è sempre guidato dal
medesimo Spirito Santo.
«Nè debbono similmente cader in considerazione le male venture delle
sedi vacanti, nè d'altro caso tristo che possa avvenire, ma s'ha da
sperarvi ogni bene.
«Per la esecuzione d'esso Concilio, con poca ragione si muovono a
proporre la provocazione de gl'eretici contra il re cattolico solo, e
fanno gran torto all'imperatore e re di Francia dandoli biasimo
d'inconstanti, e non fedeli amici; che piuttosto si deve tener per
certo, che unendosi insieme con legame sì santo per causa tanto pia, non
debbano mancare di soccorrersi l'un l'altro, massimamente che si
tratterà del lor proprio benefizio, desiderando tenere i lor popoli
quieti, et evitar le ribellioni, onde, come collegati di sangue e come
ristretti poi col vincolo dello Spirito Santo, non solo non lasceranno
tutto il travaglio sopra le spalle del re cattolico, anzi piuttosto,
essendo egli il più potente principe de' cristiani, lo ajuteranno a
conseguir sempre gloriosa vittoria e si potranno poi voltare le forze
contra gl'infedeli.
«Sia vostra santità avvertita che, l'anno del 43 alli XV d'aprile, in
Augusta fu fatta una dichiarazione da tutti gli elettori, baroni e Stati
del sacro Imperio, nella quale rimettevano tutte le controversie della
religione alla definizione del Concilio generale di Trento, promettendo
di sottomettersi sempre et ubidire, e lo arcivescovo elettore di Magonza
ne fece una pubblica patente, la quale è ora in mano del reverendissimo
don Diego Mendozza con molte altre scritture del Concilio, c'ha da
consegnare a sua maestà; e come si mostra molto divoto servitore della
beatitudine vostra, offerisce tutto ciò che può a servigio di lei».
[191] L'Indice de' libri proibiti condanna come falsa la _Epistola
consolatoria et hortatoria Pauli IV ad suos dilectos filios_. Velli
Francesco fece due _Difese del gloriosissimo pontefice Paolo IV dalle
calunnie di un moderno scrittore_; libro proibito con decreto 10 giugno
1658.
[192] Su quel conclave si ha nell'archivio di Firenze una relazione di
Bartolomeo Concina al duca Cosimo, tutta interessi mondani e maneggi per
_guadagnar voti_ e levarsi d'innanzi _obstaculi_, con nessun riflesso
alla santità del grado. Ippolito, cardinal di Ferrara, il 3 dicembre
1539, scrive al duca raccomandandosi caldamente; grandi speranze avere,
e, soggiunge di man propria: «Supplico vostra signoria a bruciarla
subito che l'avrà letta, e a conservarmi nella buona grazia sua, ecc.».
Ma il duca favoriva il Medici, che riuscì.
Noterò un altro aneddoto: che esso duca scrisse una risposta al Farnese,
ma non potendosi mandargliela per nuovi rigori messi al conclave, la
pose fra le bottiglie. Rottasene una, la inzuppò in modo che non fu più
leggibile.
Questo Ippolito d'Este, figlio d'Alfonso duca di Ferrara e di Lucrezia
Borgia, nato il 24 agosto 1509, istruito nella politica da suo padre,
giovanissimo fatto prelato, andò in Francia, dove Francesco I lo colmò
di onori, e gli ottenne il cappello cardinalizio nel 1538, poi lo fece
arcivescovo di Lione nel 1540, ma le tante dignità non vel lasciarono
dimorare. Giovanni Desgouttes lionese dedicò una traduzione
_dell'Orlando Furioso_, come il Cieco di Ferrara avevagli dedicato il
_Mambriano_, poema di lazzi comici e situazioni impudiche. Ippolito fu
al Concilio di Trento, dopo il quale venne nominato vescovo di Autun, il
qual posto cangiò poi coll'abadia di Flavigni e il priorato di
Saint-Vivant: poi ripreso l'arcivescovado di Lione, per la cui diocesi
fece pubblicare il _Breviarium recognitum ac innumeris pene mendis summa
diligentia et fide repurgatum_, 1547. Lione era sede d'una stampa ricca
e licenziosa, e Francesco I tentò reprimerla. Stefano Dolet, dotto
tipografo, fu appiccato e bruciato a Parigi come eretico, e molti
Ugonotti che secretamente predicavano, furono scoperti, nè salvaronsi
che colla fuga. Quando in quella città s'incontrarono Enrico II e
Caterina De Medici grandi feste si fecero, descritte in italiano e in
francese dal poeta lionese Maurizio Séve, e i mercanti italiani vi
fecero rappresentare _la Calandra_ del cardinale Bibbiena. Ippolito era
stato protettore di Benvenuto Cellini, che molto ne parla: lasciò
splendidi edifizj sì in Francia, sì a Roma a Montecavallo e a Tivoli.
Mentre tornava al Concilio di Trento, il cardinale Ippolito fu assalito
da cinquanta cavalieri dell'esercito del Condé, che gli tolsero il
ricchissimo corredo, e cavalli e muli, dicendo che tanta magnificenza
non s'addiceva al successor degli apostoli. Moltissime cariche ed uffizj
egli sostenne, finchè, rinunziati tutti i benefizi a favore di Luigi
d'Este suo nipote, morì il 2 dicembre 1572 a Roma, e il Mureto ne recitò
l'orazione funebre, ove ritrae que' tempi, infelicissimi per la Francia,
quando «uomini perversi, profittando della giovinezza di re Carlo,
credansi permesso ogni peggio, e difondeano tra il popolo dottrine
pericolose e criminali in fatto di religione: e non solo aveano imbevuto
di lor massime la classe inferiore, ma infettato lo spirito di molti
principi. Gli scritti di Lutero, di Calvino, d'altri empj, erano esposti
pubblicamente e correano per le mani, mentre quelli di Gerolamo,
d'Agostino, di Gregorio, d'Ambrogio escludevansi dalle biblioteche e
dalle librerie. Fin alla Corte si teneano numerose assemblee di eretici,
prendendovi parte persone della casa del re. Dapertutto non s'udivano
che abbominevoli canzoni; e le loro esecrabili bestemmie contro Dio e i
santi non cessavano di contaminar le orecchie cristiane».
[193] Il famoso pubblicista Francesco Lottino di Volterra, scrive: «Io
posso testificare come di cosa veduta con gli occhi proprj, che
l'elezione del papa procede da Dio solamente; perciocchè io mi sono
trovato in molti conclavi et ho avuta occasione di sapere la mente,
posso dire, quasi di tutti i cardinali, et ho conosciuto chiaramente
come la maggior parie di loro alla fine elegge il papa contra ogni sua
voglia, senza che vi sia nè forza, nè ragione alcuna che li muova; se
non che in quel punto, pare i cardinali si ritrovino fuori di sè, e che
l'uno sia tirato dalla paura dell'altro, e vadino poi tutti insieme dove
non voriano andare, e nondimeno non sappino negare a chi gli mena.
Intanto che a tempi miei si sono queste contrarietà vedute, che alcuno
odiato a morte generalmente da tutti, è stato da quelli medesimi che
l'odiavano creato papa, et alcun altro amato da tutti e del quale si
aveva per sicura l'elezione, non perciò aver potuto arrivarvi. Di modo
che si vede che Iddio è padrone dell'elezione del papa, e che, o per sua
giustizia meritando così i nostri peccati, ci dà talora un pontefice
cattivo, o per la sua pietà e bontà ce ne dà uno buono. Ma perchè
nondimeno è comune opinione, che l'industria civile habbia la parte sua
in simile elezione, e voi particolarmente lo credete, ho messo insieme
alcuni ricordi su ciò».
Questo, fra mille altri passi, può contraddire a quanto raccolsero i
satirici, e più estesamente Giovanni Giorgio Fueslino, _Conclavia Romana
reserata_, e testè il signor Petrucelli Della Gattina, _Hist.
diplomatique des Conclaves_.
[194] La scritta dice: _Alexander papa III, Federici I imperatoris iram
et impetum fugiens, abdit se Venetiis. Cognitum et a senatu
perhonorifice susceptum, Othone imperatore filio navali prœlio a Venetis
victo captoque, Federicus pace facta supplex adorat, fidem et
obedientiam pollicitus. Ita pontifici sua dignitas venetæ reipublicæ
beneficio restituta_ MCLXXII. Quest'ultima frase fu tolta quando
nacquero dissidj colla repubblica veneta. Il fatto medesimo trovasi
dipinto a Venezia nel palazzo ducale. Tanto il liberalismo del medioevo
era diverso dall'odierno, che si scandalizza al vedere il rappresentante
della forza e dello Stato, curvarsi dinanzi al rappresentante della
giustizia e del popolo. Vedi la nota 16 del discorso III.
[195] Pio V fe riveder quella causa, e dichiarata ingiusta la condanna,
fe tagliar la testa ad Alessandro Pallentieri, orditor del processo; e
bruciare il processo medesimo, col che tolse alla posterità di rivederlo
in supremo appello.
[196] Lettera del 16 settembre 1569.
[197] Dei due più famosi storici italiani del Concilio parliamo altrove.
Vedasi LE PLAT, _Monumentorum ad historiam concilii tridentini pot.
illustrandam spectantium amplissima collectio._ Lovanio 1782.
Il Manzi ha posto moltissime cose nuove sul Concilio nella II edizione
di Lucca della _Miscellanea_ del Baluzio.
LODOVICO DUPIN, _Hist. du Concile de Trente_, fu proibito nel 1725; come
nel 1746 M. JEAN AYMON, _Lettres anecdotes et mém. historiques du nonce
Visconti au Concile de Trente_.
Il padre Bergantini avea raccolti molti documenti per appoggiare la
storia di frà Paolo, in favor del quale scrisse contro il Pallavicino,
sotto il nome di Giusto Nave. Sul Mazzoleni vedi la nota 3 qui sopra.
Il libro VII delle Decretali di Clemente VIII comprendeva il Concilio di
Trento, ma fu soppresso. _Libri symbolici ecclesiæ catholicæ conjuncti,
atque votis, prolegomenis, indicibusque instructi, opera et studio_
FRID. GUIL. STREITWOLF et RUD. E. KLENER, 1843, contengono i tre simboli
universali, i decreti e canoni del Concilio tridentino, la confession di
fede di Pio IV, e il Catechismo romano.
Varj scrissero questi ultimi anni la storia del Concilio, fra cui Alzog,
Döllinger, il conte di Melun ecc. L'eruditissimo padre Theiner si era
ultimamente proposto di farne un lavoro tutto nuovo, giovandosi degli
Archivj Vaticani, da lui custoditi, e andando a investigar in tutti gli
altri. Doveano essere di gran lume i processi verbali delle adunanze. Ma
era bell'accorgersi che vi si metteano fuori opinioni inesatte, come
succede nell'improvisare e nella controversia, e che la malafede poteva
imputare a chi le disse, e trarne argomenti contro la verità e contro
l'inerranza delle decisioni.
Negli archivj di Venezia e di Toscana (e così avverrà degli altri) noi
leggemmo relazioni di ambasciadori, che quasi giorno per giorno
riferiscono le discussioni e decisioni. Per semplice saggio, e come
relativo a quanto nel testo accenniamo, caviam un cenno da lettera 3
febbrajo 1545 del Pandolfini residente toscano.
«Intendesi da Trento che il reverendissimo cardinale di quella città era
venuto in una congregazione ultimamente, con dar certo scritto, e parlar
a lungo sopra la reformazione della Chiesa che questo pareva riguardasse
la persona del papa e gli abusi della Chiesa romana, e saria stato
facilmente confermo, se il reverendissimo di Monti non vi si fosse
gagliardamente contrapposto, adducendo molti luoghi della Scrittura alli
ragionamenti suoi. E si tien che, dubitando esso reverendissimo Monti
non la poter mantenere in benefizio del papa, sotto colori del nocumento
di quell'aria sia per far instanza appresso sua santità della licenzia,
ecc.».
Ad un'altra lettera è inserto: «Del Concilio, io son pure nella mia
prima opinione che non si farà niente, ma ogni cosa si risolverà sopra
li frati e preti: se Dio non manda qualche vento aquilonare, che
rinfreschi tutti, ed ecciti qualche scintilla, che certo ve ne son
molte, ma non hanno ardire nè anche possono far niente, perchè non si
può parlare eccetto di quello che è interrogato e proposto dalli legati,
i quali hanno apertamente detto che il Concilio è del papa, e non si ha
a trattare altro che quello piace e pare a sua santità. Sopra la qual
cosa non è ancora stato risposto, perchè non pareva ancora il tempo: ma
si vedono ben molti che volevano, ed in vero avriano fatto succedere:
ma, come ho detto, se Dio non manda altro ajuto non si farà niente.
Questa mattina, che s'è fatta la sessione (seconda, 4 febbrajo) non s'è
recitato altro nel decreto che il simbolo che canta la Chiesa, con una
certa escusazione per gli abati, quali sono in cammino di Francia, di
Spagna e di Roma. Frate Ambrosio Catarino ha recitato l'orazione: certo
mai saria creduto che questo uomo tanto fervore e ardire avuto avesse:
ha detto liberamente, non toccando però niuno, confortando tutti alla
libertà del Concilio, che si parli senza rispetto; il che però non si
potrà mai fare, se prima non vengono più in numero».
E notizie quotidiane riceveva il duca Cosimo dal Concilio, al quale
teneva come proprio ambasciadore Giovanni Strozzi; poi Jacobo Guidi
vescovo di Penne. Nell'Archivio di Stato toscano son notevoli in tal
fatto le corrispondenze di Bernardo Daretti nel 1546, di Pier Francesco
del Riccio ai Nº 47, 48, del Carteggio Universale, e viepiù i
manoscritti Cerviniani, che versano su quel sinodo e sugli affari di
Germania al tempo di Marcello Cervini che poi fu papa; dove son lettere
del Vergerio, del Moroni, di altri e un infinità di opuscoli di
circostanza. Avremo a parlarne ove della Toscana.
[198] La bella vita del Comendone, scritta in latino da A. M. Graziani
fu ben tradotta in francese dal Flechier (Parigi 1669). S'attribuisce al
Comendone un discorso sopra la Corte di Roma, che esiste in più copie
manoscritte nella Biblioteca Palatina di Firenze, non accennato dal suo
biografo, ma degno di lui. Loda questa singolar repubblica, ordinata per
vantaggio della religione. Ma ora (dice) si fanno ecclesiastici e
prelati prima che neppur intendano l'uffizio a cui sono eletti. I
pontefici traviarono dal loro scopo divino, volendo viver come i
principi secolari, e affezionarsi alle cose che non son nostre che per
pochi anni. La potestà de' papi dev'esser illimitata, necessità che
apparve negli scismi, e che consta dalla storia e dai Concilj come
volontà di Dio. Ma la sensualità produsse nella Chiesa molti difetti,
come le astuzie, il favorir i parenti, il negligentare il governo, il
cercar la grazia dei principi. A coloro che credono alla Chiesa non
convenga aver signoria, oppone che Dio al popol suo diede signori i
sacerdoti; che le ricchezze e l'autorità sin di far guerra sono
antichissime; disapprova i governi che o tolgono i beni o vietano di
lasciarne di nuovi a Roma, la quale è come l'arringo di quanti hanno
speranze e attività nel resto del mondo. Gli abusi rivela con forza
pacata e intrepida. Mostra come cose futili, per esempio l'impor nomi
gentileschi ai figliuoli e l'ammirar gli eroi gentili, rivelassero quei
traviamenti che poi apparvero manifesti; sicchè era stato prudente Paolo
II quando li riprovò. Segue a dire come la Chiesa fosse passo passo
guidata a usar mezzi, che parrebbero poco convenienti; e se prima subiva
il martirio, dappoi dovette ricorrere a mezzi secolareschi: ma questi
riuscirono a scredito dell'autorità e diminuzione anche de' beni.
Venendo ai rimedj, pone per primo la emendazione della Corte pontificia:
il viver gli ecclesiastici secondo il loro stato, ridur le cose verso il
proprio fine della religione, e costituirla nella forma sua prima, di
aristocrazia universale. Vede la gran difficoltà della riforma se la si
fa dai prelati; come supporne tanti così buoni, da emendar abusi
inveterati? se da altri, ove trovar ancora tante persone degne di tal
uffizio? poi come spossessar tanti di uffizj che spesso sono perpetui?
Eppure bisogna far tutto il possibile, e cominciare la purga dalla testa
e dal petto: ma come i difetti entrarono nella Chiesa a poco a poco, non
è probabile che la sanità ritorni in un subito.
[199] Esso Comendone da Nauenburgo, l'8 febbrajo 1561, scrive allo
stesso cardinale Borromeo a Roma.
— Alli 5 febbrajo comparvero quattro molto onorati gentiluomini, due
mandati dall'elettore Palatino, e due dal duca di Sassonia, con la
guardia degli alabardieri e molto numero d'altre persone, e dissero
avere in commissione dalli principi di accompagnarci all'andare e al
ritornare. Furono essi ringraziati, e pregati da noi a volere loro
ancora montare nei cocchi ch'erano preparati, ma essi volsero andare a
piedi appresso li cocchi nostri. Li due mandati dall'elettore Palatino
furono il suo maresciallo e il dottor Hemmio primo secretario; gli altri
due del duca di Sassonia, Wolfango Koller, consigliere e capo, il quale
si trovò al Concilio in Trento, ed il dottor Francesco Cram, slesita,
suo consigliere. Li predetti principi erano congregati nella stufa loro
ordinaria molto grande, nella quale non erano altri che principi, figli
di principi, ambasciatori, consiglieri, secretarj, cancellieri. Stavano
i principi, all'entrare dei nunzj, in stufa tutti in piedi e senza
berretta con quest'ordine. Sopra una banchetta, li due elettori: un poco
discosto sedeva sopra uno scanno il conte di Hostain, ambasciatore
dell'elettore di Brandeburg, e così parimenti un poco lontano sedeva il
duca Wolfango di Neuburg: appresso a lui il duca di Wirtemberg, poi il
marchese Carlo di Baden, poi il figlio del landgravio, il quale neanco
il giorno innanzi era stato in consiglio, poi Giovanni Giorgio palatino.
Fu dato in mano d'ognuno il breve colla bolla del Concilio: ognuno
l'accettò, e ci dissero poi unitamente, stando però loro ancora in
piedi, che noi sedessimo, mostrando il banco messo a posta per noi,
coperto di velluto. Rispondemmo noi, _Sedeant celsitudines vestræ_, e
così il sentare (_sedere_) di tutti ad un tempo e farsi un grandissimo
silenzio fu una medesima cosa. Onde cominciò il vescovo Delfino a
parlare, esponendo puntualmente quanto si contiene nella qui annessa
scrittura: dopo il quale il vescovo Commendone soggiunse quelle parole
che similmente saranno con questa: e come egli ebbe finito, li due
elettori dissero fra loro alcune parole, le quali fecero francamente
comunicare al duca Wolfango di Neuburg e al duca di Wirtemberg, e dappoi
il Misquir, cancelliere dell'elettore Palatino, rispose a nome di tutti
li principi con queste formali parole: _Illustres principes
intellexerunt ea quæ exposuistis nomine pontificis romani, et quia
negotium est arduum, nolunt nunc resolvere; convenient inter se, et
postea dabunt responsum; interim cuperent ut, quæ vos legati pontificis
dixistis, ea scripto eis deferatis._
«Qui fu risposto che sua santità aveva largamente dichiarata la mente
sua nella bolla del Concilio, oltre che aveva scritto a sufficienza alla
maestà cesarea, e che però noi non avevamo ordine di moltiplicare in
scritture.
«Qui di nuovo un cancelliere andò intorno parlando ai principi, e poi ci
rispose: _Illustres principes intellexerunt vestrum responsum, et vos in
eo non urgent._ Dopo queste parole noi ci licenziammo, e dalle medesime
persone fummo accompagnati fino a casa, dove non stemmo un quarto d'ora
che comparsero tre gentiluomini mandati dai principi, li quali dissero
queste formali parole: _Magnifici domini principes, quamdiu vos fuistis
apud illos non viderunt hæc verba_, Dilecto filio, _quia tecta erant:
sed postquam viderunt se appellatos filios a romano pontifice, quem illi
non agnoscunt pro patre, remittunt vobis literas; respondebunt
nihilominus ad ea quæ vos dixistis_.
«Fu risposto che s'era scritto loro come si scrive agli altri principi
cristiani, e che della medesima forma han usato di scrivere sempre li
predecessori di sua santità. Quelli posero li brevi tutti, senza però le
bolle del Concilio, sopra una tavola, e se ne andarono. Come noi
restammo, e come ci trovammo di mala voglia, il pensarlo alla sapienza
di vostra signoria illustrissima; perchè manco vedevamo che poter fare,
poichè erano partiti già de' principi con questa deliberazione già
fatta, onde tanto meno si poteva ritrattare. Aspettammo dunque d'essere
chiamati, ma in luogo di essere chiamati, la mattina alli VII comparvero
dieci consiglieri de' principi, capo de' quali era Mesquir, consigliere
primario dell'elettore Palatino. Questi furono ricevuti da noi con ogni
umanità, e il secondo fra loro, che era Giorgio Cracovio, consigliere
dell'elettore di Sassonia, persona, siccome qui è fama, assai dotta e
bene esercitata nelle lingue, fece l'ufficio di risponderci a nome delli
principi, chiamandoci nel principio _Reverendi Domini_, e le parole
furono in questa sustanza. Che li principi non dubitavano essere in
tutte le nazioni persone pie e buono, i quali desiderassero che la luce
del vangelo e la purità della dottrina fosse restituita, _et tetri
abusus tollerentur_, i quali il pontefice romano nella sua giurisdizione
doveva già aver purgati; ma esser cosa manifesta a ciascuno quali sieno
stati i pensieri di loro signorie, e particolari interessi, _et quantum
romana ecclesia superstitionis et erroris effuderit evangelio_; per le
quali cose essi principi erano stati forzati _ab ordinaria potestate
decedere, lucem quærere et puritatem doctrinæ haustam ex ipso verbo Dei,
quam nunc certe et indubitate sequuntur, juxta primam Confessionem
Augustanam_. Ma quanto tocca alla presente legazione nostra, era parso
a' principi di dare questa risposta alle cose che avevamo detto per nome
del pontefice romano: _Primo, mirari se, qua spe fretus, romanus
pontifex ausus sit mittere legationem ad illos: non agnoscere se ejus
potestatem, neque in aliis, neque in indictione Concilii: unum se
dominum in terris agnoscere, cæsaream majestatem._ Si dolsero poi che
fosse imputato loro d'essersi divisi in molte sètte, dicendo di seguire
una sola Confessione Augustana, e che avevano suoi dottori e teologi che
la difendono, come noi abbiamo potuto leggere ne' loro libri, _et quod
illi debuissent habere vota in Concilio_. In fine che, come noi
sapevamo, erano stati qui gli ambasciadori cesarei, e che li principi
gli avevano risposto _ut supplices referrent cesareæ majestati quid de
hac tota re principes sentiant_. Ma quanto alle nostre persone private,
se non fossimo venuti _nomine pontificis_, n'averiano usata ogni
amorevolezza e cortesia per rispetto d'essere veneziani, osservando i
principi quella illustrissima repubblica, e per rispetto nostro
particolare, laudandoci con molte parole: che però come private persone
offerivano in nome de' principi tutto quello in che le loro celsitudini
ci potessero gratificare.
«Come egli ebbe finito, noi due conferimmo insieme circa la risposta, e
di comune consenso il vescovo Commendone rispose così: e Che nostro
signore aveva mandato suoi nunzj alli principi di Germania per l'officio
che teneva di pastore universale, e per la carità sua verso ognuno, con
quell'animo e a quel fine che era stato esposto l'altro jeri alle loro
celsitudini, e che però non vedevamo perchè alcuno se ne avesse a
maravigliare. Che il Concilio era stato inditto da sua santità secondo
la forma ed il modo perpetuamente osservato nella Chiesa per
inspirazione dello Spirito Santo, non si potendo conservare nè, dove
fosse bisogno, restituire l'antica disciplina dei nostri padri, se non
colle medesime vie tenute da loro. Quanto al non aver essi principi
altro superiore che la cesarea maestà, non è loro nascosto qual
proporzione sia nella repubblica cristiana fra sua maestà ed il sommo
pontefice, e qual sia l'osservanza di sua maestà cesarea verso sua
santità, e quale ancora sia stato sempre l'animo de' pontefici verso
quest'inclita nazione, specialmente circa le cose dell'imperio. Quanto
alla riforma, lisciando ora di parlare de' predecessori per non esser
troppo lungo, specialmente la santa memoria di Pio IV, dal principio del
suo ponteficato ha atteso alla riforma e datole buon principio, anzi
tanto più volentieri ha convocato il Concilio, quanto ha giudicato
espediente che in esso Concilio si faccia questa riforma universale.
«Quanto alla Chiesa romana, che essa non pure non ha offuscato
l'evangelio, ma che è sempre stata maestra e regola della dottrina
cristiana e lume della verità, e che a lei sono ricorsi sempre tutti i
padri antichi fin dal tempo degli apostoli, e che da lei devono
riconoscere i Germani l'esser cristiani, _a qua primam evangelii lucem
acceperunt_. Quanto alle parole dette l'altr'jeri della verità delle
moderne opinioni, essere stato semplicemente detto il fatto, secondo si
vede nelli medesimi scritti de' loro teologi, che essi ci adducevano
piene di molte nuove opinioni e contrarie l'una all'altra. Quanto alla
fermezza e certezza che dicevano avere della loro opinione, che la
novità e il dissentire dal resto della Chiesa, _et ab ordinaria
potestate discessisse_, come essi medesimi dicevano, doveva almeno
levare loro questa tale certezza, e renderli dubbj massimamente in cosa
che importa la salute e la perdizione eterna, e che a san Paolo vaso
d'elezione, ancor che, come esso afferma, _accepisset evangelium, non ex
homine sed per revelationem_, non di meno gli fu per rivelazione
comandato che _ascenderet Jerosolimam, et conferret evangelium suum cum
apostolis, ne forte in vanum curreret, aut cucurrisset_: il che fece lo
Spirito Santo non per bisogno ch'esso Paolo n'avesse, ma a perpetuo
esempio e dottrina di tutti i posteri. Finalmente che si ricordassero di
quelle parole del Vangelo: _Quoties volui congregare filios, etc._
«Poi quanto alle nostre persone particolari, che ringraziavamo le loro
celsitudini grandemente, e che ne terresimo perpetuo particolare
obbligo, offerendoci all'incontro, ecc., e essi senza fare altra replica
si partirono.
«Di tutto questo successo, per quanto si può congetturare, e per quanto
ci è stato anco accennato da alcuni consiglieri di principi, è stato
autore il duca di Wirtemberg. All'incontro il duca Augusto, per varj
segni che si hanno, inclina a pace temporale e spirituale più di
qualunque altro; onde ha fatto far complimenti con ciascuno di noi, ed
ha preso destra occasione di partirsi, avanti che ci sia stato risposto,
ancora che toccasse a lui d'essere l'ultimo, come più vicino a Nauburg.
«Le cose sopra questa materia venuteci in considerazione degne della
notizia di V. S. Ill. sono le infrascritte. Li principi, al comparir
nostro dinanzi a loro, non ci diedero la mano all'usanza tedesca, perchè
questo atto arguisce pace e buona volontà, la quale non è in loro verso
la santa romana Chiesa. Mentre che noi parlavamo, almeno dieci persone
scrivevano, ed il duca di Wirtemberg aveva il suo libretto in mano, e
notò alcuni passi. Ci hanno accettati, uditi e onorati sotto nome di
nunzj della sede apostolica; ci hanno risposto a quello che abbiamo
detto in nome di sua santità cortesemente, e non sono devenuti a parole
nè a modi ingiuriosi nè derisorj; cose che molti giudicavano dover
succedere in contrario; hanno rimandato le lettere, non la bolla del
Concilio, atto da tutti giudicato più inetto che altro, sebbene è segno
di molta mala volontà, e d'animo grandemente alienato, perchè ognuno
vede che hanno consentito a quello che importa più, accettando e
ritenendo la bolla del Concilio. Per questo esempio siamo in pericolo
che nessun principe nè città protestante accetti li brevi. Dall'altra
parte è gran cosa che, etiam senza vedere li brevi di sua beatitudine,
siamo accettati, onorati e uditi come nunzj di lei, ci sia lasciato far
l'ufficio che avevamo in commissione, cioè d'invitare al Concilio,
mostrando la necessità di esso, e dichiarando la pia mente di sua
beatitudine, e che ci sia finalmente risposto, se non ad vota, almeno a
proposito. Ora quanto al convento, la causa principale d'esso è stato
l'avere giudicato li principi che certo si sia per celebrare il Concilio
generale, e l'aver conosciuto molta necessità d'accordarsi almeno
appartatamente in qualche forma di fede, acciocchè quest'accordo dia
loro qualche reputazione. Però non hanno trattato cosa che importi se
non questa. Il fine non è stato a lor modo, perchè Giovanni Federico
duca di Sassonia vuole stare alla semplice confessione, data del 30
all'imperatore Carlo V, fatta da Lutero; il resto de' principi vogliono
la predetta Confessione insieme con l'apologia del Melantone, e questo
perchè, avendo inclinato a Zuinglio, e sparsi semi assai della venenosa
insania sua nelle cose che ha scritte, vengono in questo modo a non
essere condannati li sacramentarj, che sono fra questi principi più che
notorj, come l'elettore Palatino, il duca di Wirtemberg, il marchese di
Baden. Per le quali cose il sopradetto duca Giovanni Federico, non solo
non ha voluto consentire, ma è partito in collera contro li principi
chiamati sacramentarj, e ha insomma fatto un gran rumore. Noi da più
segretarj e consiglieri de' principi, che sono venuti spesso a visitarci
e a pranzo con noi, abbiamo inteso insomma quanto al Concilio, non ci
essere alcuna inclinazione, e che i principi tengono la bolla del
Concilio essere continuazione espressa, specialmente per quelle parole
_omni suspensione sublata_, e che di questo hanno trattato con gli
ambasciatori cesarei. Di più i medesimi consiglieri ci hanno più volte
detto che nessuno prelato di Germania anderà a Trento...»
[200] Il Comendone al Borromeo da Anversa, a' 9 giugno 1561, scriveva:
«In Londra la vigilia del _Corpus Domini_, all'ora del vespero, una
saetta arse la torre ed il resto della chiesa di san Paolo, che è la
principale di quella città: e qui gli Inglesi, in luogo di riconoscere
la loro impietà, dicono che Dio distrugge i tempj dell'idolatria passata
in quel regno; come anco in Sassonia i teologi, interpretando malamente
il fuoco che si vide il dì degli Innocenti nel cielo per tutte quelle
provincie, predicavano alli popoli che Dio li minacciava, perchè non
custodivano bene la purità del Vangelo rivelata a loro, e che il Papa,
il Turco ed il Moscovita ne farebbono la vendetta, se non si emendavano,
e ciò hanno anche scritto e stampato, con la forma del medesimo fuoco
che ivi pubblicamente si vedeva, ed io n'ebbi una con queste parole a
Wirtemberg: il che scrivo a vostra signoria illustrissima acciocchè
conosca da questo ancora la perversità di costoro, che non si contentano
di ridurre tali segni alle cause naturali senza rivolgersi punto a Dio,
ma gli alterano nel medesimo modo che le Scritture, contro l'autore
d'essi segni e Scritture, cercando con ogni via di confermare
gl'infelici popoli nell'eresia».
[201] Matteo, XXIII, 3.
[202] Marco Mantova Benavides, dotto giureconsulto e professore a
Padova, scrisse un libro _Del Concilio_, dove esamina quali persone
abbiano diritto d'intervenirvi, e che qualità ad esse convengano;
deplora che molti cardinali e prelati sì poco intendano di studj, o
soltanto di filosofia e lettere, anzichè di canoni e scritture; esamina
poi i varj Concilj precedenti, e quistiona se il Concilio sia superiore
al papa. E benchè non risparmiasse i disordini degli ecclesiastici, ebbe
lodi da Paolo III e applausi da Roma.
[203] _Nell'Ordo et modus in celebratione sancti et generalis concilii
tridentini observatus, a r. p._ ANGELO MAZZATELLO _ejusdem concilii
secretario descriptus_, parlando _de congregationibus generalibus_, è
scritto: _Licet unicuique quam maluerit summa libertate opinionem vel
tueri vel destruere, dummodo ea quæ catholicum decet dicatur et tandem
confirmetur. Evenit aliquando ut, aliquo minus catholice loquente, multi
assurgerent conclamantes, Hæc non sunt dicenda, Hæc hæresim sapiunt vel
similia: usque adeo ut nonnumquam aliquibus clara voce dictum fuerit:
Iste est hæreticus, Iste debet a congregatione expelli. Quæ verba fuere
summa ratione ab illustrissimis Legatis reprehensa, ne libertas loquendi
patribus adempta esse videretur_.
[204] GRADONICO, _Brixia sacra_, p. 366.
[205] Mantova, 1567. Questo Zanchino era stato inquisitore nell'Emilia
il 1302, e morì il 1340. Dice: «Per più spedita istruzione del religioso
ed onesto frà Donato di Santa Agata minorita, inquisitore nella
provincia della Romagnola, che, occupato nelle cose divine, e insistendo
agli studj delle sacre carte, non può attendere alla dottrina del
diritto canonico e civile, per poter più di questi pienamente essere
istruito, e sapere quel che convenga senza sviare dalla scienza della
giustizia nelle sentenze o nel processo, io Zanchino di Ugolino, senese
della porta di San Pietro d'Arimino, minimo avocato, figlio spirituale e
devoto di esso signor inquisitore, feci questo compendioso trattato
sopra gli eretici, ecc.» Vedi QUETIF.
Il Campegio fece pure un'opera _De privata potestate rom. pontificis
contra Matthiam Flacium Illyricum_, stampata solo nel 1697. Anche
Vincenzo Patina di Quinzano (-1575) scrisse _Fragmenta contra hæreses_
(Mantova, 1557), e le altre cose lodate.
[206] LAGOMARSINI nelle note al Poggiano, maestro di san Carlo, che fu
poi cardinale.
[207] Principale sostenitore dell'immacolata Concezione fu il ripetuto
cardinal Polo col cardinale Pacecco.
[208] Merito chiamano i teologi la bontà naturale o soprannaturale delle
azioni dell'uomo, e il diritto che egli acquista per esse ai premj
divini, in grazia delle divine sue promesse. Si dà merito di condegnità,
quando c'è una proporzione fra il valor dell'azione e la ricompensa
annessavi: altrimenti non c'è che merito di convenienza (_de congruo_).
Quello non può fondarsi che s'una promessa formale di Dio, questo sulla
fiducia nella sua bontà, mera grazia e misericordia (San Paolo _ad Rom_.
VIII, 48).
Daniele dice a Nabucco: «Riscatta colle limosine i tuoi peccati». Qui
s'avrebbe un altro merito; il perdono delle colpe qual guiderdone delle
buone opere. Così è scritto che Dio fece del bene alle levatrici
egiziane perchè lo temettero (_Exod._ I, 20). Secondo san Giacomo, la
meretrice Raab fu giustificata per le sue buone opere (_Ep._ II, 25). In
questi ed altri casi non v'era condegnità o proporzione fra le opere e
il premio, e nemmen promessa: è la bontà di Dio che non volle lasciarle
senza premio: era merito di convenienza.
L'uomo non può meritar la prima grazia attuale, altrimenti essa sarebbe
premio d'azioni fatte senza di essa e meramente naturali. Nemmeno la
prima grazia abituale può essere meritata _de condigno_; ma può l'uomo
meritarla _de congruo_ per via d'opere buone fatte col sussidio della
grazia attuale. Sant'Agostino insegna che il dono della perseveranza non
può l'uomo meritarlo _de condigno_, perchè Dio non l'ha promesso ai
giusti: ma i giusti posson meritarlo _de congruo_ colle preghiere e la
fiducia.
[209] L'Ochino scrive: «Io mi ricordo che, trovandomi a Roma, il
cardinale Contareno da Spira aveva scritto al papa e a certi cardinali
come infra loro cattolici avevano accettato l'articolo della
giustificazione per Cristo, ma non già confessato alli Protestanti: e
che desiderava sapere se lor pareva che pubblicamente l'accettassero.
Ora il cardinal Fregoso mi disse: Domani si farà concistoro, e si
proporrà lo articolo della giustificazione per Cristo; saremo da
cinquanta cardinali, delli quali almanco trenta non sapranno che cosa
sia questa giustificazione; e degli altri venti la maggior parte la
impugneranno; e se qualcuno la vorrà difendere sarà tenuto eretico».
Sicchè si può vedere che cosa è la nostra chiesa, poichè nel supremo
tribunale, dalli primi capi, si ha a propor per cosa dubbia il primo e
principal articolo della fede, e di più sarà rifiutato».
_Risposta di messer Bernardino Ochino alle false calunnie e impie
bestemmie di frate Ambrosio Cattarino_, 1546.
Gran rumore si mena di tale asserzione, ma a noi non pare vedervi che un
de' paralogismi soliti nelle polemiche. È di fatto che i Padri stavano
indecisi sui termini, paventando di restar sorpresi per qualche parola
sfuggita o frantesa. Nell'epistolario di Reginaldo Polo v'è una lettera
che Nicolò Ardinghello, a nome del cardinale Farnese, scrive al
Contarini; aver il papa ricevuto la conclusione fermata fra sei
deputati, sopra la giustificazione, e non l'aver letta in concistoro
perchè esso Contarini avea raccomandato di tener secrete queste
trattative, onde non turbare la concordia. Sua santità considerava che
le risoluzioni del colloquio non faceano autorità e sono _citra
conclusionem_, ma pure guardasser bene di non lasciarsi sfuggire cosa
cui potessero appigliarsi gli eretici; si cercasse che «le parole debbin
in ogni cosa essere ben chiare e non comuni a più sensi»; che «li
articoli siano boni di senso e chiari nel parlare; nè sotto speranza di
concordia si lasci trasportare non solo ad acconsentire in quanto al
senso ad alcuna determinazione che non sia del tutto cattolica, ma
_etiam_ nella esplicazione delle parole fugga ogni dubbietà, e non
comporti che si pretermetta di esprimere il tutto, e tanto chiaramente
che non vi sia pericolo di esser gabbato dalla malitia degli avversarj».
Il Laynez nell'opera _De imputatione justitiæ_ (Trento 1546)
conchiudeva: _His itaque dictis circa ipsam decreti doctrinam, addam me
vehementer desiderare ut, in publica atque ordinaria synodo, huic
negotio justificationis imponatur extrema manus: atque ob id præsertim,
quia cum ego, sicut et alii generales, jam missurus sim permultos
concionatores ad varia Italiæ loca, vellem ut ex præscripta formula idem
omnes de justificatione dicerent._
[210] Sess. XIV, c. 8. È la frase di sant'Agostino, che Dio corona i
proprj doni coronando il merito de' suoi servi.
Vedasi il nostro vol. I pag. 309.
[211] Il dottore Pusey, nella recente famosa sua lettera «La Chiesa
d'Inghilterra porzione della una, santa, cattolica chiesa di Cristo, e
mezzo di restituirne la visibile unità, Irenicon ecc., Londra 1866»
dice: «Quanto alla giustificazione, non v'è un solo capitolo del
Concilio di Trento che noi Anglicani non siamo tutti disposti a
sottoscrivere, nè alcun anatema d'esso Concilio su tal proposito che
contraddica alla dottrina della Chiesa anglicana». E soggiungeva:
«Paragonando la mia credenza con quella esposta dal Concilio di Trento,
fui persuaso che le espressioni di cui si valse, colle spiegazioni di
dottori cattolici, private bensì ma autorevoli fra' Cattolici, non
condannino quel ch'io credo, nè esigono ch'io ammetta cose che non
ammetto... Nulla vi ha che non possa essere spiegato in modo
soddisfacente per noi, qualora tale spiegazione ci venga data con
autorità; cioè non solo da semplici teologi, ma dalla medesima Chiesa
romana».
Ma poi inveisce contro la Chiesa cattolica con pregiudizj vulgari: il
primato del papa deriva non da diritto divino ma da ecclesiastico: vuol
distinguere nella Chiesa un insegnamento _dottrinale_, ch'e' loda e
riconosce, e un _sistema pratico popolare_, fonte di superstizioni e
assurdi e in contraddizione col primo, e che trova quasi autoritario e
idolatrico, e causa perchè i Protestanti stiano lontani dalla Chiesa
cattolica.
Non è così. Il papa crede quel che crede l'infimo de' Cattolici: la
Chiesa, attenta a condannare ogni errore, non tollererebbe certo un
sistema pratico, opposto all'insegnamento dottrinale.
[212] Se con Lutero si ammette che i sacramenti danno la grazia
unicamente coll'eccitar la fede, ne consegue che pari virtù possedessero
anche quelli della legge antica, i quali invece erano puro segno della
grazia, mentre quelli della nuova la contengono e la producono.
[213] La comunione sotto le due specie era domandata con instanza da
molti paesi, ed anche dalla Francia: talchè, nel pericolo di perder un
tanto paese, inclinavasi a condiscendere. Ma li cardinali spagnuoli vi
si opponevano: il cardinale Sant'Angelo diceva sarebbe un dar a'
Francesi un calice di veleno, e ch'era meglio lasciarli morire, che dar
rimedj tali: il cardinale della Cueva, che, se l'autorità della santa
sede il concedesse, egli andrebbe sulla scalea di San Pietro a gridar
misericordia: il cardinale Paceco rifletteva che adesso francesi,
tedeschi, spagnuoli vanno alle medesime chiese, mentre allora, variando
in rito sì principale, si troverebbero separati, e ne verrebbe scisma e
nimicizia. Il cardinale Alessandrino (frà Michele Ghislieri) argomentava
che il papa nol poteva concedere; non perchè glie ne mancasse
l'autorità, ma per incapacità di quei che domandavano tal grazia.
Perocchè, o questi tengon per necessario il calice, o no. Se no, a che
volere dare scandalo colla differenza? Se sì, dunque son eretici e
incapaci di grazia. Il ricever il calice credendolo necessario è male
ereticale: e il papa non può dar facoltà di fare il male. Il cardinal
Rodolfo Pio di Carpi rifletteva che, ottenuta questa domanda, Francia ne
poserebbe un'altra, e il matrimonio de' preti, e l'uso della lingua
vulgare ne' sacramenti, ed altre materie, che tutte aveano altrettanta
ragione. In fatti il papa stette al niego.
[214] È perentoria la sentenza della sess. XXIV, cap. _de Reformatione_.
«Coloro i quali, altrimenti che alla presenza del parroco o d'altro
sacerdote, autorizzato dal parroco istesso o dall'ordinario, e di due o
tre testimonj, si attenteranno di contrarre matrimonio, la santa sinodo
li rende del tutto inabili a contrarre in tal guisa, e siffatti
contratti decreta esser irriti e nulli».
Dunque _in faccia alla Chiesa_ non esiste matrimonio se non è contratto
nella forma prescritta da essa; mentre oggi in Italia la legge non
riconosce se non l'atto civile. Che il matrimonio non sia sacramento, ma
semplice contratto civile, lo sostenne principalmente, fra i nostri, il
De Dominis. Contro del quale e del Lannoy cominciò un trattato il famoso
Gerdil, mostrando che la sua natura intima ed essenziale, come la
istituzione, distinguono il matrimonio dai contratti civili e naturali.
Fu pubblicato postumo nel 1803, e riprodotto nel 1860 allorchè tal
quistione rinacque.
[215] Sant'Agostino definisce la Chiesa _populus fidelis per universum
orbem dispersus_. Dopo lo scisma orientale, fu definita l'assemblea di
persone unite dalla professione della fede cristiana e dalla
partecipazione agli stessi sacramenti, _sotto la suprema condotta del
papa, primo vicario di Cristo_. Le parole in corsivo sono taciute dalla
Chiesa greca. La protestante chiamasi congregazione dei santi, in cui il
Vangelo rettamente s'insegna, e rettamente s'amministrano i sacramenti.
_Confessio Augustana_, art. 7. I Sociniani dicono, la Chiesa visibile è
l'adunanza di quegli uomini che tengono e professano la dottrina
salutare. _Catechismo Cracoviano_ pag. 108.
[216] È il preciso opposto del razionalismo del XVIII secolo, e per
esempio di Tollotson o di Buttler, che dicevano: Chi desidera veramente
far la volontà di Dio, non può lasciarsi ingannar da vane pretensioni di
rivelazione. Se gli si propone una dottrina come venuta da Dio, esso _la
giudica_ secondo le cognizioni che possiede della natura divina e delle
sue perfezioni; vi è conforme? la ammette. Altrimenti la repudia, se
anche un angelo calasse dal cielo per fargliela accettare.
[217] G. Volkmar, nel _Zeitschrift für wissenschaftliche Theologie_,
1861, parlando delle epistole canoniche, sostiene che i libri di Enoch
non comparvero se non verso il 132 d. C. In conseguenza le due epistole
di san Pietro e quella di Giuda che li citano son posteriori, e vanno al
145: Papio, che si serve della prima epistola di san Pietro, non potè
scrivere avanti il 155-170: e perciò cade la testimonianza sua a favore
de' libri di san Giovanni. E così via. Ma il libro del profeta Enoch,
opera apocrifa, tenuta molti secoli per perduta, fu scoperto in
Abissinia al fine del secolo scorso, e tradotto s'un manoscritto etiope
della biblioteca Bodlejana (Oxford 1821), e n'è dimostrata
l'anteriorità. Vedi dott. RICARDO LAWRENCE, _Mashasa Enoch Naby the
booky_ ecc., e il Ghiringhello nella _Vita di Gesù Cristo_ p. 413. Il
vero è che l'autenticità dell'epistola di san Giuda non dipende per
nulla dall'età del libro di Enoch, giacchè non lo cita come libro, nè
dice scriptum est: ma cita solo parole che la tradizione attribuiva ad
Enoch, e che poterono passare nell'apocrifo di Enoch, togliendole dalla
stessa tradizione, e fors'anche dalla lettera di Giuda che le avea
registrate.
[218] La distinzione de' libri in antico e nuovo Testamento fu fatta da
Tertulliano, appoggiandosi a san Paolo che scrive: _In lectione veteris
Testamenti: idoneos ministros nos fecit novi Testamenti._ Ad Corint.
III, 14, 6. Il greco dice διαθήκη, voce equivalente all'ebraica
_berith_, che significa o taglio o alleanza o economia. Quarantasei sono
i libri del Vecchio Testamento, cioè _Genesi, Esodo, Levitico, Numeri,
Deuteronomio, Giosuè,_ il libro de' _Giudici, Rut,_ il primo e secondo
di _Samuele_, il primo e secondo de' _Paralipomeni_, il libro d'_Esdra_,
il libro di _Neemia, Tobia, Giuditta, Ester, Giobbe,_ il _Salterio_, i
_Proverbj_ di Salomone, l'_Ecclesiaste_, il _Cantico de' Cantici_, la
_Sapienza_, _l'Ecclesiastico, Isaia, Profezie e lamentazioni di Geremia,
Baruc, Ezechiele, Daniele, Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea,
Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zacaria, Malachia,_ primo e secondo de'
_Macabei_.
I libri del Nuovo Testamento son ventisette: cioè _I quattro evangeli, I
fatti apostolici, Le quattordici epistole di Paolo, Le sette lettere
cattoliche,_ una di san Giacomo, due di san Pietro, tre di san Giovanni,
una di san Giuda o Taddeo, l'_Apocalisse_.
Questa serie è data già dal Concilio III Cartaginese del 397, e
riprodotta dal tridentino, che non pose divario pe' libri
deuterocanonici.
[219] _Ad Ephes._ v, 27; _Apoc._ XXI, 27.
[220] Nel vangelo di san Matteo XII, 32 si dice che «a quello che avrà
parlato contro lo Spirito Santo non fia rimesso nè in questo secolo nè
nel futuro». Dunque ci ha peccati che saranno rimessi nell'altra vita.
Sant'Agostino, oltre quel che ne riferiamo alla nota 7 del discorso XV,
ha un trattato _de cura pro mortuis gerenda_: nella Città di Dio S. XXI,
c. 24 scrive: _Pro defunctis quibusdam vel ipsius ecclesiæ vel quorundam
piorum exauditur oratio:_ nell'Enchiridion § 29, c. 110: _Cum sagrificia
sive altaris, sive quarumcumque eleemosynarum pro baptizatis defunctis
omnibus offeruntur, pro valde bonis gratiarum actiones sunt: pro non
valde malis, propitiationes sunt; pro valde malis, etiamsi nulla sunt
adjumenta mortuorum, qualescumque vivorum consolationes sunt._
Vedi VINCENZO DE VIT, _Come si possa difendere la Chiesa cattolica nelle
sue preghiere pei defunti, incriminate dagli eterodossi._ Prato 1863.
[221] Sess. XXV, cap. 3. _Et quamvis in honorem et memoriam sanctorum
nonnullas interdum Missas Ecclesia celebrare consueverit, non tamen
illis sacrificium offerri decet, sed Deo soli qui illos coronavit; unde
nec sacerdos dicere solet o offero tibi sacrificium, Petre vel Paule,
sed Deo de illarum victoriis gratias agens, eorum patrocinia implorat:
ut ipsi pro nobis intercedere dignentur in cœlis, quorum memoriam
facimus in terris._
[222] Eppure uno dei campioni d'allora, il Gerson, così poco favorevole
al primato romano, dichiara eretico _eum qui negaret statum papalem
institutum esse a Deo supernaturaliter et immediate, tamquam habentem
primatum monarchicum et regalem in ecclesiastica hierarchia._ (_De statu
ecclesiæ_ cons. 1). È forse la formola più comprensiva, e da preferirsi
anche a quella del Bellarmino.
[223] BOSSUET, _Hist. des variations_, lib. XV.
[224] Dianzi a Trento celebrò il terzo centenario di quel sinodo, e a
Roma fu coniata una medaglia coll'iscrizione CONCILIVM MAGNVM TRIDENTI
INCOATVM AN. MDXLV ABSOLVTVM ANNO MDXLIII ECCLESIÆ SALVS. RX AN.
MDCCCLXIII TRIDENTI TERTIIS FESTIS SÆCVLARIBVS.