PIO IV. IL CONCILIO TRIDENTINO.

Perchè là vita, questo combattimento, cui prezzo è l'immortale godimento

di Dio, diventasse meritoria, bisognava vi fossero e luce bastante a

illuminare la fede, e tenebre bastanti a offuscarla: senza di queste

l'evidenza avrebbe colpito l'anima di modo, che cessati sarebbero

l'equilibrio fra il bene e il male, e la possibilità del peccare, e

l'azione dell'uomo sul proprio destino, e il merito della santità[183].

Di qui il perenne conflitto dell'errore contro la cattedra della verità,

che fra il vecchio mondo osceno e il nuovo feroce fu eretta contro la

servitù del pensiero e conservata nella libertà del pensiero, la quale

non consiste nell'autonomia assoluta, ma nel non avere ostacoli a

riconoscere la verità, nell'esplicarsi l'intelletto nel campo

dell'intelligibile.

Ogni qualvolta si trovò lacerata da qualche grave eresia, la Chiesa

adunossi in Concilio attorno al successore «del gran viro, a cui nostro

Signor lasciò le chiavi»[184], onde proferire come appariva ad essa ed

allo Spirito Santo. Se fonte viva della vera civiltà è la fede divina,

importa conservarla nella sua purezza: i popoli di tutto il mondo

congiungere di credenze e di riti; ritemprare l'interno di questa

società col correggere i costumi e principalmente quelli del clero;

fuori difenderla dai nemici comuni, effondere fiumi di verità e di vita

sopra quanto v'ha di nobile, di bello, di generoso nella natura umana. A

tal uopo non s'introduce nulla di nuovo: le cognizioni umane, forse

l'intelletto nostro son altro che tradizione? Cristo medesimo non venne

a portare novità, ma a _rivelare_ ciò ch'era stato coperto. Anche la

Chiesa non fa che dichiarare oggi quel che credeva jeri; cangiando

soltanto l'espressione per rendere più chiara, più completa, più

esplicita una credenza sempre identica.

La definizione infallibile consta di materia e di forma. La prima è

prestata dall'episcopato; l'altra dal pontefice. Ogni vescovo parla nel

Concilio, qual testimonio della credenza della sua Chiesa: sicchè

l'accordo di tutti i vescovi significa l'accordo di tutte le Chiese. Il

papa, capo inseparabile dell'episcopato, non è il più profondo teologo,

il più erudito canonista, il più destro dialettico, nemmeno il più pio,

il più santo; ma quello che la preghiera di Cristo garantisce dagli

errori umani; che non inventa nulla, nè aggiunge forse tampoco un

pensiero al tesoro di tanti pensieri ivi raccolti, ma proferisce «Questo

è vero»: diffida del suo sapere, e perciò interroga, fa discutere, ma

non diffida della sua inerrabilità; esso convoca il Concilio, lo

presiede, lo sanziona, lo dichiara infallibile.

Gli spiriti negativi ridano pure di questi meriti: noi parliamo ai serj

e leali. E questi sanno che tutti i Concilj, da quel di Nicea fino a

questo tridentino, anche nella storia mondana furono le assemblee più

segnalate che la storia ricordi per la dignità de' personaggi raccolti,

per la grandezza delle quistioni che vi si agitarono, per l'elevazione

delle idee, superiori a limitazione di paese, di nazionalità, di tempo,

fondate su principj irrefragabili, e ispirate da una generosità non

d'astrazioni, ma effettiva nè mai smentita: vi si presero le decisioni

più gravi, più prudenti, più elevate: si fecero le istituzioni più savie

per la condotta della Chiesa, e le più rilevanti per la pace dell'anime

e la salute del mondo, e mai non fu necessario disdirsi o correggersi.

Questo rimedio, efficacissimo allorchè non era messa in quistione

l'autorità della Chiesa, l'udimmo proposto fin dal prorompere della gran

Riforma. I Protestanti dalle scomuniche del pontefice appellavano al

Concilio; i Cattolici confidavano basterebbe in siffatta adunanza

opporre il sentimento universale e antico alle opinioni particolari e

nuove; l'imperatore, il re di Francia, i principi di Germania, gli

ecclesiastici, Lutero, gridavano Concilio: ma lo desideravano lealmente?

I papali nol credevano necessario, quando sì di recente n'era stato

raccolto uno, e quando a tutte le nuove negazioni poteano opporre

asserzioni antiche e precise. Pure, incalzati dagli avversarj,

conoscendolo d'altra parte come il mezzo di cui la Chiesa si era sempre

valsa per reprimere le eresie e togliere gli scismi, vi assentivano. Non

trattavasi però più di dibattere quistioni parziali come a Costanza,

bensì l'essenza medesima della Chiesa; e in tanto bollimento degli

spiriti, quanto non era pericoloso il raccoglierlo, difficile il

contenerlo ne' limiti, e impedire che, al modo di quel di Basilea, non

si dichiarasse superiore al pontefice stesso!

Carlo V come imperatore potea desiderar l'umiliamento di questi papi

che, sempre repugnanti alla dominazione forestiera, aveano tenuto a

freno i suoi predecessori, e con Giovanni XXII aveano proclamato il

distacco dell'Italia dall'Impero, e con Giulio II la cacciata degli

stranieri. Ma d'altro lato, egli fiammingo e spagnuolo, re cattolico di

Spagna e capo del sacro romano Impero, non potea farsi eterodosso; re di

Napoli ed emulo di Francesco I, non potea nimicarsi il papa;

cosmopolita, non potea restringersi alla politica tedesca. Poi sentiva

scossa l'autorità; s'indispettiva che un frate cacciasse i suoi

sillogismi traverso alle smisurate ambizioni di lui; e che i principi

dell'Impero profittassero delle innovazioni religiose per emanciparsi

non meno da Cesare che da Pietro; e che sorgesse una diversione troppo

disastrosa quando i Turchi sovrastavano. Stette dunque cattolico anche

per calcolo, e con Leone X conchiuse un accordo pieno d'interessi

mondani; ma quando uscì vincitore dell'emulo Francesco a Pavia, non

sentendo più bisogno nè di Lutero come spauracchio dei papi, nè de' papi

come contrappeso alla potenza francese, mutò linguaggio; tacciò il papa

di voler solo tergiversare; un poco ancora che tardasse, egli stesso

adunerebbe il Concilio.

Francesco I di Francia pretese che il Concilio fosse libero di trattar

quanto e come volesse; e intanto l'imperatore ed esso re faceano da

particolari teologi promulgare decisioni su punti di fede, locchè più

sempre impacciava il già scabroso negozio. Maggiore ombra ne prendeva

Clemente VII, nato illegittimamente nè abbastanza legittimamente eletto;

sicchè cercò soprattieni e argomenti in contrario, dicendolo inutile e

pericoloso; inutile, perchè l'eresia di Lutero essendo condannata dagli

editti imperiali, bastava far questi eseguire; pericoloso, perchè

avrebbe aria di revocare in dubbio le prische decisioni della Chiesa, e

il convegno di tante teste torbide potrebbe al papa o all'imperatore

strappar concessioni, di cui tardi avessero a pentire. Se però

l'imperatore lo credeva conveniente, l'intimasse pure a nome del

pontefice, patto che gli eretici promettessero obbedirvi, i punti a

discutere si ponessero prima in iscritto, formando quel che oggi

chiamiamo ordine del giorno, onde perdere men tempo e non divagare[185].

Uberto Gàmbara nunzio pontificio spiegò più chiaro, che i Luterani

domandassero il Concilio, e promettessero sottoporvisi; dovesse

unicamente occuparsi della guerra col Turco e dell'estinguere l'eresia,

non già del riformare la Chiesa; si tenesse in Italia; vi avessero

suffragio quei soli, a cui spettava giusta i canoni. Con ciò Clemente

indisponeva anche i Cattolici; oltrechè per le ambizioni di sua casa

esigeva decime dal clero, e le appaltava; e avendole il clero di Ferrara

ricusate, egli pose l'interdetto sulla città. Anche i preti di Parma

aveano esclamato contro l'esorbitare degli esattori, ed ecco giungere

Vincenzo Canina commissario papale, e tutto in collera esporre i

cedoloni minacciosi: ma i preti s'ostinano al niego, anzi insorgono; il

popolo li seconda, e il commissario è ammazzato a strazio. Fatti simili

si riprodussero altrove.

Ruppesi poi la guerra per la Lega Santa, che condusse i Tedeschi a

saccheggiar Roma. Fra le condizioni poste allora da Carlo V alla

liberazione di Clemente VII fu la convocazione del Concilio; ma non

appena si sentì riappoggiato dalla Francia pel matrimonio della nipote

Caterina, il papa abbindolò indugi e pretesti.

Pure anche a Roma si era convenuti sull'opportunità d'un Concilio, non

più nella speranza che ravvivasse i rami disseccati, ma che di nuovo

succhio rinvigorisse il tronco indefettibile. Nel Concilio di Costanza

erasi veduta l'aristocrazia ecclesiastica[186] elevarsi contro il

monarcato papale, non accorgendosi che contro di essa agguerrivasi la

democrazia. Non volea però tagliare il nesso fra l'autorità e l'uomo che

la esercitava: bensì in quest'uomo discernere le azioni giuridiche dalle

abusive. Il papato è la maggiore delle autorità, assoluta,

irreformabile, indivisibile dalla persona che legittimamente n'è

investita: non si dee sceverare l'autorità dalla persona, bensì la

persona dagli abusi. Vedemmo come poi trascendesse il Concilio di

Basilea. Adesso si riuscirebbe a ricondur le pecore sotto un solo

pastore, come erasi fatto a Nicea?

La Chiesa professa essere unica depositaria e interprete della parola

divina, e quindi infallibile nel profferire ciò che tutti devono

credere; i Protestanti arrogano a ciascuno l'intender a suo senno le

sacre carte, all'autorità comune sostituendo la capacità individuale.

Questo radicale dissenso toglieva qualunque possibilità di accordo; già

a quel punto ciascuno aveva preso partito; le opinioni religiose eransi

rinterzate cogl'interessi politici; il mondo diviso in due campi,

umanamente irreconciliabili; talchè il sinodo, non potendo scendere a

transazioni nè decidere altrimenti da quel che avea fatto la Chiesa, sin

d'allora restava ridotto a «far una lunga e coscienziosa recensione del

sistema cattolico». Ma gli avversarj tergiversavano col solito artifizio

del chiedere troppo, pretendendo che il papa vi comparisse non qual

capo, ma qual membro, e che anche i novatori vi avessero voce

deliberativa, lo che equivaleva a dare già per ammessa la scissura. E

questi sotterfugi non cessarono più. Se i papi sollecitavano il

Concilio, diceasi, «Non v'è tempo ad allestirlo; affrettano a bella

posta perchè sieno scarsi gli intervenienti, e prevalgano affatto gli

Italiani, loro devoti». Se indugiassero, li tacciavano di non volerlo

che in parole, di fare scaturire difficoltà, d'adombrare ne' ragnateli.

Voleva il papa far da sè? lo gridavano arrogante, e che pregiudicasse la

quistione della supremazia. Dirigeasi ai re e all'imperatore? diceano

volesse rovesciar su loro l'odiosità: accuse triviali d'ogni tempo in

simili occasioni.

Il Concilio era stato, nel 1537, intimato a Mantova: ma quel duca

pretendeva che il papa vi mantenesse una guardia militare per garantire

la sicurezza: e il papa non la volea per non acquistare aria di coazione

verso i congregati. Propose dunque alcuna città del Veneto, e si preferì

Vicenza: ricusata anche questa, vennero in campo Ferrara, Bologna,

Cambray, altre delle tante libere o soggette a principi indipendenti, e

per tutte trovavansi objezioni. Le più forti venivano dal patriotismo

tedesco che s'impennava contro ogni paese italiano: corsero otto anni

tra proposte e rifiuti, prima che si prescegliesse Trento, italiano

ancora, ma sui confini di Germania, e indipendente come principato del

proprio vescovo.

Questa città non era rimasta immune dal fomite luterano, e nel 1536,

principando il vescovo Bernardo Cles, ne derivò turbamento, dal quale si

colse pretesto per rivoltarsi contro i signori. Il vescovo tentò calmare

i capi dei valligiani, ma fallitagli l'impresa, dovette ricovrarsi a

Riva, mentre gli abitanti delle valli Sugana e di Non tentavano pigliare

Trento per forza. Le milizie del vescovo riuscirono a calmare la

sedizione, e molti de' rivoltosi furono decapitati, impesi, mutilati,

fitti in carcere.

Altrove accennammo quante premure adoprassero il Sadoleto,

l'Aleandro[187], il Morone[188] ed altri per ricondurre gli spiriti alla

concordia; ma oltre avere i Protestanti ricusato intervenirvi[189], ogni

passo era reso scabroso da puntigli dei principi cattolici e dei prelati

delle nazioni. Dopo un lungo predicarlo quando il papa non lo volea, poi

ricusarlo quando il papa l'accettò, e domandar che non ci fossero truppe

per non diminuire la libertà della discussione, poi volerne per la

comune sicurezza, il Concilio vi fu aperto al 13 dicembre 1545. Paolo

III, che sinceramente lo bramava[190], aveva all'uopo spedito in

Germania Ugo Rangone: poi a presiederlo come _angeli della pace_ mandò

Giammaria Ciocchi del Monte e Marcello Corvini, cardinali che poi

divennero papi, e l'inglese Reginaldo Polo che ne fu a un punto. Essi vi

fecero leggere un'ammonizione, qualmente il Concilio teneasi per tre

oggetti: 1º l'estirpazione delle eresie, non suscitate da loro, ma per

la negligenza nel difendere le buone dottrine e nello svellere la

zizzania: 2º emendar i corrotti costumi, dov'era manifesto che gli

ecclesiastici erano e depravati e depravatori; 3º provvedere alla guerra

civile fra i Cristiani e all'esterna co' Turchi.

La prima adunanza, con venticinque vescovi, si logorò in dispute sui

convenevoli, sul cerimoniale, sulle forme, sul modo di votare, perfin

sul titolo del sinodo: perditempi che noi vediamo rinnovarsi ogni tratto

in assemblee non di frati e cardinali, e che con cura puerile raccolse

frà Paolo Sarpi, come farebbe ora un gazzettiere. Nel 1547 scoppiano

febbri perniciose con petecchie, sicchè il medico Fracastoro dichiara

sovrastare gran pericolo di pestilenza, e che essendo egli chiamato a

curar le malattie ordinarie, non il contagio, si licenziava dal

servizio. I legati protestarono farebbero quel che i Padri risolvessero,

e di questi, ch'erano cinquantotto, quaranta opinarono per la

traslazione.

Era allora scoppiata guerra aperta fra la Lega Smalcaldica de' principi

protestanti, e l'imperatore, al quale mandaronsi d'Italia dodicimila

fanti e cinquecento cavalli, oltre ducento dal duca di Toscana e cento

da quel di Ferrara, condotti da famosi capitani, sotto la supremazia di

Ottavio Farnese; e seimila soldati, cerniti ne' possedimenti austriaci

di Napoli e Lombardia. Il costoro passaggio disturbava il Concilio, e

viepiù l'accostarsi di Maurizio di Sassonia, ardito nemico

dell'imperatore e de' Cattolici; laonde, dopo la settima sessione del 3

marzo 1547, se ne decretò la traslazione a Bologna. Quivi il Concilio

non avanzò i lavori, poi Giulio III, nel dicembre 1550, lo restituì a

Trento, ove nel 1551 e 1552 si tenne la XVI sessione, sciogliendolo poi

allorchè la guerra strepitò alle porte.

Moriva intanto Paolo IV, del quale tanto mal si disse[191], e del quale

noi vorrem qui solo ricordare la costituzione _Etsi romanum pontificem_,

ove condannò i diplomatici romani che inclinavano, blandivano,

corteggiavano per conseguire grazie o benefizj, e raccomandarsi per

avanzamenti. Aveva irritato le Corti col mostrare che muoversi e

minacciare ancor sapesse una podestà, che i Protestanti dichiaravano

morta, laonde le tresche di esse fecero che il conclave succeduto fu uno

de' più disputati[192], prolungandosi due mesi e mezzo fra ventidue

papeggianti, alcuni di gran merito. Per cattivarsi i vacillanti

Francesi, propendevasi a scegliere un papa di loro nazione, ma temeasi

non rinnovasse l'esiglio avignonese.

Giovan Angelo, della famiglia Medici milanese, per nulla attinente alla

fiorentina, era fratello di Gian Giacomo, capitano di ventura noto col

nome di Medeghino, che fattosi largo colla spada, come avviene in tempi

sciagurati, aveva conseguito il titolo di marchese di Marignano. Il

fratello prelato, valente giureconsulto, ottenne varj benefizj anche di

semplice titolo, e nel conclave del 1559 prevalse agli altri, e prese il

nome di Pio IV. Al vedere i ragguagli differentissimi degli ambasciadori

e residenti si capisce in quanto lieve conto abbiano a tenersi tali

documenti[193]. Per alcuni egli è pigro, ignaro degli affari; per altri

attivissimo, spicciativo, che vuol far da sè; uno lo dice sobrio e

avaro; altri che prodiga in fabbriche; chi l'accusa di lasciar fare

tutto dal cardinale Borromeo, uomo freddo, mal pratico delle cose del

mondo e senza risoluzione; un altro soggiungerà che assolve da qualunque

peccato, purchè si paghi; il cardinale d'Augusta asseriva avergli detto

in conclave di non essere lontano dall'assentire il matrimonio de' preti

e la comunione sotto le due specie.

Nel fatto egli credeva che l'autorità de' principi fosse allora

necessaria per sostenere quella dei papi, onde la sua politica fu più

universale che nazionale. Benchè aderente all'Austria come milanese, non

pigliò parte alla guerra; procurò a Roma anni quieti e provveduti; agli

ambasciatori dava udienza in Belvedere senza cerimonie; cavalcando

ascoltava chi gli parlasse; leggeva gli storici e poeti moderni. Per

assicurare il Vaticano ridusse a fortezza tutta la Città Leonina; al

palazzo aggiunse molti abbellimenti, e specialmente la Sala regia, ove

da Giuseppe Salviati fe dipingere i fasti dei papi, con epigrafi dettate

da un'apposita commissione: e fra questi l'atto di Federico Barbarossa

quando si prostra ai piedi di Alessandro III a Venezia[194].

Tra questi edifizj e gli armamenti contro de' Turchi e degli Ugonotti,

dovette spendere, con aggravio dei cittadini, che se ne vendicarono

colle satire: un assassino gli tirò un colpo, e messo al tormento, disse

averlo indotto a ciò il suo angelo custode.

Volle severo processo dei tre nipoti di Paolo IV, e li condannò a morte,

non eccettuando il cardinal diacono. Il supplizio d'un porporato era

novità che stupiva il mondo; tutti smaniavano di conoscere il processo,

ma nessun lo vide intero, nemmanco l'imputato nè il suo difensore; dal

che i maligni indussero che si servisse men tosto alla giustizia che ai

rancori della Spagna contro cotesto famiglia, ch'erasi vantata capace di

torle il regno di Napoli. Pio IV ebbe a dire allo storico Pallavicino

che niuna cosa eragli rincresciuta quanto tale condanna, ma avea dovuto

lasciarle corso per lezione de' futuri nipoti[195].

Eppure esso Pio non s'astenne dal favorire i nipoti, e fece generale

della Chiesa con mille scudi al mese Federico Borromeo figlio d'una

sorella, gli diede sposa una figlia del duca d'Urbino, gli ottenne il

principato d'Oria, e pensava investirgli il ducato di Camerino, ma nel

fior delle speranze lo perdette.

Quest'inaspettata fine fu un solenne avvertimento al fratello Carlo, al

quale, di appena ventitrè anni, lo zio papa aveva conferito

l'arcivescovado di Milano e ben tosto la porpora, sebben non ancora

negli ordini (1560). Quanti in lui s'accumularono benefizj e cariche!

egli legato _a latere_ di Bologna e Ravenna, poi d'Italia tutta: egli

abbate e commendatore di almen dodici chiese in varj Stati, arciprete di

Santa Maria Maggiore, penitenziere supremo della santa Chiesa,

protettore del regno di Portogallo, dei Cantoni svizzeri cattolici,

della bassa Germania, de' Francescani e Umiliati, dei canonici regolari

di Santa Croce a Coimbra, e de' cavalieri di Malta e del Cristo; sinchè,

unendovi il contado d'Arona sul lago Maggiore, e il principato d'Oria

nel napoletano, fruiva dell'entrata di almeno novantamila zecchini.

Avendo cognata una duchessa d'Urbino; maritata una sorella nei Gonzaga

principi di Molfetta, una nel principe di Venosa, una nel principe

Colonna vicerè di Sicilia, scialava principescamente, quando la morte

del fratello Federico lo concentrò ne' gravi pensieri della tomba, e

d'allora il nome di Carlo Borromeo indicò uno de' prelati che più

onorarono la Chiesa, e maggiormente faticarono nel riformarla.

Rinunziato a quel cumulo di cariche, onde mortificare col suo esempio la

splendida dissolutezza dei principi secolari ed ecclesiastici di Roma

congedò ottanta persone di corteggio, non ritenendo secolari presso di

sè che nei bassi uffizj; da novantamila restrinse a ventimila zecchini

la sua spesa domestica; agli sfarzosi spassi, ai clamorosi convegni

consueti nel suo palazzo sostituì un'accademia settimanale di lettere e

morale, detta le _Notti Vaticane_; eccitò il papa a fabbricare Santa

Maria degli Angeli e la superba Certosa di Roma; molte chiese procurò

s'edificassero per tutta Italia e l'Università di Bologna. La

riconoscenza de' poveri conservò a Roma, nella cappella d'Araceli, la

borsa dalla quale è fama che distribuisse ai bisognosi in un sol giorno

quarantamila scudi, e in un altro ventimila.

Invece di trattenersi a Roma, come troppi vescovi soleano, o alle corti

o nelle nunziature, egli volle al più presto venire alla sua sede di

Milano. Da quarant'anni essa costituiva una commenda, che passava quasi

in eredità a cadetti di casa d'Este, i quali non vi risedevano mai,

mettendovi un vicario. In conseguenza la disciplina vi si era sfasciata;

nè pietà e costumatezza appariva nei preti, i quali, non che curare le

anime altrui, la propria negligevano, e si credeano dispensati dal

confessarsi perchè confessavano: secolareschi nel vestire, nelle

abitudini, nelle compagnie, trafficavano, e delle chiese e delle

sacristie si valevano come di portifranchi per sottrarre le merci e il

contrabbando alle imposte e alle perquisizioni; quand'anche non ne

faceano ritrovi per conviti e balli. Le solennità e le domeniche erano

occasione a bagordi, a feste indecenti e persino feroci; i monaci dati

all'ozio in convento, agl'intrighi fuori; le monache, in onta alla

clausura, uscivano a far visite e ne riceveano, e l'abilità non

manifestavano che in trine, confortini e manicaretti.

Attorniatosi di valent'uomini, Carlo si accinse a riformare la sua

arcidiocesi. Diceva l'uffizio a testa scoperta; leggeva la Scrittura a

ginocchio; poco parlava, pochissimo leggeva e neppure le novità, dicendo

che un vescovo non potrebbe meditare la legge di Dio se badasse a vanità

curiose.

Autorevole per parenti e congiunti in tutta Italia, per amici alla Corte

di Roma, per l'illustre nascita e la signorile magnanimità fra i nobili,

fra gli ecclesiastici per la dignità, fra il popolo per le ricchezze e

per l'uso che ne facea, fra i pii per la bontà e le macerazioni, e

armato di qualità penetranti e sovrane per convertire e costringere allo

spirito interno i Cattolici paganizzanti: vigoroso di corpo a sostenere

viaggi ed astinenze, e d'animo a reggere le opposizioni dei governatori,

le persecuzioni de' maligni, l'indifferenza de' beneficati, con que'

decreti che costano poco a farsi, ma molto a far eseguire disciplinò la

sua Chiesa, dalle materie più importanti fin alle minime di sacristia.

Una volta l'anno banchettava il governatore di Milano, e lo serviva d'un

cappone lesso, d'un arrosto, d'una torta squisita e null'altro. Teneva

frequentissime conferenze col suo clero; instancabile nell'impedire che

dalla vicina Svizzera l'eresia si dilatasse in Italia, perlustrolla come

legato pontifizio, vi rincalorì la parte cattolica, e fondò a Milano un

collegio Elvetico, che preparasse apostoli e parroci a que' paesi.

Vedremo quanti urti avesse col suo clero, inorgoglito dalla pinguedine,

e quanti conflitti di giurisdizione: onde il papa doveva ammonirlo

che bisogna talora non guardare solo alle cose in sè, ma

all'opportunità[196]; non riceveva alcun breve papale se non

iscoprendosi il capo: eppure egli fu sempre amico e difensore del

Sirleto e del Morone. Le lettere scritte da lui o direttegli

basterebbero a formare intera la storia del Concilio.

A trar il quale a compimento, principale impegno egli pose, e fece che

il papa ne ordinasse la riunione al 29 novembre 1560; ma le tornate si

cominciarono solo al 18 gennajo del 1562, per finirle il 3 dicembre

dell'anno successivo: al 26 gennajo 1564 usciva la bolla di conferma. Ed

è questo il Concilio più famoso della cristianità, e insieme la scuola

più ricca della diplomazia ecclesiastica, comprendervi teologi di prima

forza, ambasciadori di tutte le nazioni, varietà di pontefici, mutazione

di politica dell'imperatore verso la Chiesa, della Chiesa verso l'Impero

e d'entrambe verso le nazioni, e una pubblica giurisprudenza

liberale[197].

Quante fatiche per far accettare, da gente rivoltosa, un'autorità senza

appello, che parla e dev'essere creduta, che ordina e va obbedita! Fra i

tanti, spediti ad invitare i principi massimamente di Germania,

segnalossi il veneziano Gianfrancesco Comendone, limpido dicitore,

abilissimo negli affari più avviluppati e meno attesi, nè «la Corte

romana ebbe mai ministro più illuminato, più attivo, più disinteressato

e fedele: condusse a termine con rara perizia negoziati rilevantissimi

in tempi difficili; procacciossi l'amicizia de' principi senza

condiscendere alle passioni e agli errori di essi; infaticabilmente

adoprò ad assodar la fede e la disciplina della Chiesa, e con senno e

fermezza si oppose alle rinascenti eresie»[198]; nunzio in Inghilterra,

in Polonia, in Moscovia, poi ad Augusta; i suoi viaggi sono

leggiadramente descritti da Annibal Caro, al quale fu amicissimo, come a

Paolo Manuzio, a Basilio Zanchi, al Sirleto, ai migliori d'allora.

Cercava egli stabilire appunto l'autorità della Chiesa, e in lettera del

3 febbrajo 1561 al cardinale Borromeo da Berlino racconta il suo

colloquio coll'elettore di Brandeburgo.

«Sua signoria illustrissima aperse il breve, lesse la bolla, e poi mi

fece dire che delibererebbe, e mi darebbe risposta, il che fece alli

XXIIII.

«Questa risposta fu molto lunga, nè però conteneva altro, se non che

egli aveva accettata la salutazione del sommo pontefice con la riverenza

debita, e che ne lo ringraziava grandemente, che sin in Ungheria l'aveva

conosciuto d'ottima mente, e di somma benignità. Che sua signoria

illustrissima similmente nel grado suo aveva sempre atteso alla pace, e

che io non mi ingannava a riputarlo per tale, perchè s'era sempre

affaticato e tuttavia s'affaticava in questo; _nescire tamen an pacem

apud omnes gratiam ineat_; di che si doleva tanto meno, quanto non aveva

altro fine che la pace della _conscientia sua et verbum Dei_, per il

quale e non leggermente aveva accettata la confessione augustana, e che

sommamente desiderava a tutti gli uomini e specialmente _summo pontifici

veram agnitionem filii Dei_. Entrò poi sopra la presente indizione del

Concilio, e disse che, non appartenendo questo negozio a se solo, nè

alli principi soli convenuti in Namburg, ma a molti altri e principi e

Stati della Confessione Augustana, sua signoria non potea rispondere se

non quello di che di comune consiglio fosse risoluto: che dal canto suo

farebbe sempre ogni opera acciochè si venisse a concordia, sebbene, per

l'esperienza che aveva e della volontà de' principi e della causa in sè,

ci trovava molte difficoltà, come in più ragionamenti famigliari mi

aveva liberamente mostrato, sì perchè egli suole così sinceramente

trattare, sì perchè conosceva che io ancor così trattava con sua

signoria illustrissima; e che tenevo per certo che non solo io avessi

accettato tutto ciò in buona parte, ma ch'io dovessi continuare una

buona amicizia seco, per la quale si offeriva, ecc. Io risposi che sua

signoria illustrissima non s'ingannava punto del giudizio che faceva

della somma bontà, e sincerità di nostro signore, e che similmente sua

santità aveva sempre stimata sua signoria illustrissima desiderosa di

pace, anco innanzi che la conoscesse in Ungaria; soggiunsi poi, che,

sebbene la causa era comune a sua signoria illustrissima con molti

altri, non di meno era così comune, che apparteneva grandemente a

ciascuno separatamente, trattandosi della salute dell'anima, e tanto più

a sua signoria illustrissima, che per tal cagione sola diceva aver

consentito nella Confessione Augustana: il che, come aveva fatto da sè,

così poteva da sè, massimamente in un Concilio universale, cercare

_veram agnitionem filii Dei_, la qual cognizione nostro signore non solo

le pregava, ma per tal mezzo le procurava, come successor di colui al

quale era stato comandato che _aliquando conversus confirmaret fratres

suos_, con certissimo privilegio _ut non deficeret fides sua_,

impetratoli da Nostro Signore Gesù Cristo a questo fine: di modo che non

v'è il più sicuro rifugio che umiliarsi al giudizio constituito da Dio,

e seguire il lume che si conserva nella continua successione della sede

apostolica _et in perpetua et constanti patrum doctrina_. Finalmente

circa li discorsi fatti più volte meco da sua signoria illustrissima, le

resi grandissime grazie, dicendo che piuttosto la pregava ad iscusarmi

se liberamente gli avevo risposto quello che m'occorreva circa ciò,

perchè, quanto a persona pubblica, io non aveva a dirle altro, se non

che fosse contento di venire al Concilio, ed ivi, se per sorte avesse

alcuna difficoltà, l'esponesse ai Padri e: che tutto il resto io avevo

detto sempre esclusa questa pubblica persona, invitato dalla sua

signoria illustrissima; onde la pregava di nuovo a voler considerar bene

quello che si può e si deve, e a non approvare quei mezzi che non

porterebbono ora alcuno sollevamento, non che pace alla Chiesa, e

sarebbono perniciosi all'avvenire, distruggendosi con le condizioni che

essi dimandano per consentire al Concilio tutta quella certezza che

potremo avere in terra per discernere la verità cattolica dalla eresia,

la quale certezza e regola indubitabile è stata sempre appresso la sede

apostolica, e ne' Concilj universali, _legitime convocatis habitis et

confirmatis_.

«Questa fu la mia risposta sebben fosse detta con più parole, le quali

non riferisco così minutamente per non essere molesto a vostra signoria

reverendissima come anco non racconto ragionamenti avuti con l'elettore,

essendo stati molti e lunghi di tre o quattro ore continue al giorno,

perchè egli legge volontieri, e più volontieri ragiona di tutte queste

materie controverse; solo dirò brevemente a vostra signoria

illustrissima quello che tocca al presente negozio del Concilio. Le

difficoltà che egli nella risposta datami dice avermi esposte in altri

ragionamenti sono le medesime con le condizioni date dalli Protestanti

alla cesarea maestà: tuttavia egli si rende assai trattabile in molte.

Una le pare ragionevolissima, che i loro teologi abbiano voto in

Concilio, e più volte n'ha parlato meco efficacissimamente, e però jeri

dopo la risposta datami tornò nel medesimo ond'io, vedendolo così

ardente in questo, e tutto posto in certe sue ragioni civili, lo pregai

a dirmi come, concedendosi ciò alli confessionisti, si potrebbe poi

ragionevolmente rispondere alle altre sêtte, quando esse ancora

dimandassero di aver voto. Egli confessò che si dovesse negare a tutti

gli altri, perchè non hanno, come i confessionisti, _expressum verbum

Dei_. E replicando io che tutte le sêtte parimenti pretendono questo

_verbum Dei_, soggiunsi esser necessario che ci sia stato provveduto da

Dio d'un giudice certo in terra, secondo che vediamo nell'antica e

perpetua forma del governo della Chiesa. Egli, benchè non mi rispondesse

altro per allora, non di meno mostrò di non restar soddisfatto, ed oggi

ha fatto sedere a tavola un suo dottore, e di nuovo ha mosso questo

ragionamento, dicendo che nessuna setta può dimandar ragionevolmente

d'aver voto, perchè, oltre l'esser false, non hanno le controversie sue

immediate contro l'autorità della Chiesa romana, come ha la Confessione

Augustana, la quale principalmente cerca di levare gli abusi, e

restituire la purità dell'evangelo. Io allora dissi, che una tal ragione

era appunto buona per accrescere in ciascuna setta questa eresia di più,

quando non n'avessero prima, essendo che ciascuna di essa avrebbe gran

difficoltà con l'accusare ed opporsi alla sede apostolica, ovvero di

acquistar voto in Concilio, o almeno di sottrarsi al giudizio di quella.

Ed a tal proposito si ragionò lungamente de' Calviniani e del gran

numero loro, e delle cerimonie che esso elettore ama e fa osservare

grandemente, e che costoro levano affatto; e poi degli ordini della

Chiesa e della volontà di Nostro Signore in riformarla, dove sia di

bisogno: e per certo mi pare che questo principe senta stimolo e rimorso

nella coscienza, onde licenziandomi io per andare in Lusazia al marchese

Giovanni suo fratello, mi ha detto sospirando queste formali parole,

_Profecto, reverendissime domine, vos injecisti mihi multas et magnas

cogitationes_»[199].

E il 4 marzo dell'anno stesso:

«Sua signoria illustrissima mi fece istanzia a fermarmi due giorni

ancora, perchè desiderava mostrarmi le reliquie e le cerimonie della sua

Chiesa. Io, schifando di andare alla messa di uomini non consacrati,

andai al dopo pranzo, e vidi tutte le reliquie benissimo tenute, e molte

statue d'argento e vasi e croci d'oro sin del tempo di Carlo Magno, e

donati da quell'imperatore, come io credo, alla chiesa di Magdeburg. V'è

ancora una rosa, donata a suo avo da papa Nicola V. La sera poi con

grandissima fatica impetrai licenza per il dì seguente, e la mattina per

tempo sua signoria illustrissima venne a vedermi, e mi fece grande

istanza a supplicare sua santità che gli volesse donare un poco del

legno della santissima croce, da riporre in una croce, che m'aveva

mostrato d'oro e di cristallo bellissimo, e subito ritornò ne' suoi

soliti ragionamenti, dicendo, la più espediente via di finire queste

discordie esser forse che si eleggessero di tutte le nazioni uomini

buoni che ne fossero giudici, e mi domandò se questo partito mi pareva

buono. Io dimandai a sua signoria illustrissima chi sarebbe colui che

eleggesse questi uomini buoni, e lo pregai a considerare come questo non

si può condurre in alcun modo ad effetto ma quando ancora si potesse,

che tali uomini non avrebbono altra potestà che umana, dove nelli

Concilj legittimi la Chiesa ha sempre tenuto e conosciuto l'assistenza

dello Spirito Santo; finalmente che nessuna cosa sarebbe più incerta, e

più vana dell'autorità della Chiesa, se fosse permesso contro li

magistrati ecclesiastici questa eccezione della bontà, e questa via di

fuggire il giudizio sotto pretesto di volere uomini buoni; e che manco

d'ogni altro doveano ciò pretendere coloro, i quali non attribuiscono

alcuna cosa alle opere nostre. Con questi e simili ragionamenti sua

signoria illustrissima m'intertenne tanto, che io non potei partire se

non dopo pranzo. In fine mi diede una lettera per nostro signore, e io

mi licenziai.

«Nella licenzia, sua signoria illustrissima mi aveva apparecchiati molti

presenti e di molto momento, li quali io ricusai, pregandola che, in

luogo di quelli, mi concedesse due grazie: l'una, che avendo io portato

all'illustrissima sua moglie per nome del vescovo Varmiense il libro

della sua confessione, sua eccellenza fosse contento di leggerlo;

l'altra che facesse restituire alcuni luoghi tolti a certi poveri

cartusiani, che restano ancora in Francoforte sull'Odera. Sua signoria

illustrissima mi promise di fare in ogni modo l'uno e l'altro e si

contentò che io mi astenessi dal resto»[200].

I Concilj erano composti d'uomini, e chi conosce gli scompigli de'

parlamenti moderni, massime ne' paesi che vi son nuovi, la smania di

ciaramellare, l'aggrovigliare delle quistioni, il sofisticare sulle

parole, le mozioni, gli emendamenti, il trionfo dell'abilità sopra la

ragione, l'aspirare alla insulsa popolarità degli applausi o alla

lucrosa riconoscenza dei grandi, facilmente supporrà gli stessi sconci

nel sinodo di Trento; quantunque assistito dallo Spirito Santo;

quantunque maestosa assemblea e composta de' Cattolici più rinomati per

lettere, santità, abilità d'affari. Epperò rammemoriamo l'evangelico,

_Quæcumque dixerint vobis servate et facite: secundum vero opera illorum

nolite facere_[201].

Infinite dispute vedemmo nascere dapprima; se farlo, dove farlo, quando

farlo; se convocar lo dovesse il papa o l'imperatore; chi

parteciparvi[202], chi presedervi; come conseguire che rimanesse

abbastanza libero per tutti. Radunato che fu, o tarda il nunzio d'una

gran potenza, o se n'ammala un altro; o bisogna perdere tempo a far un

decoroso incontro a un ambasciadore, a un legato, a un cardinale; poi a

disputare qual posto gli spetti, e se dargli o no l'incenso e la pace:

qual re commemorare pel primo nelle prediche e nelle orazioni: punti

intricatissimi in età puntigliosissima sul cerimoniale. Or un incidente

obbliga a differire la tornata; or muore il papa; or in Germania la Lega

Smalcaldica rompe guerra: or in Francia gli Ugonotti insorgono contro i

Cattolici: or c'è festa e _Te Deum_ perchè i miscredenti furono

sconfitti, e ricuperato un paese, dove vennero ribenedette le chiese,

ridesta la letizia degli organi e delle campane, restituiti i beni ai

prelati, i conventi alle corporazioni, bruciate le Bibbie vulgari,

rannodati i matrimonj coi riti antichi. Ora si fa lutto e penitenza

perchè altre contrade caddero sotto i Protestanti, abbattendo altari e

immagini, violando monache e reliquie, trucidando preti, contaminando

calici e battisteri, espilando i sacri arredi e convertendoli in denaro

da soldar nemici di Cristo. Le vittorie degli uni e degli altri erano

accompagnate da migrazioni in folla, da esigli, da processi, da

spettacolosi supplizj. Tutto ciò ritarda o scompiglia le tornate e le

risoluzioni: si scioglie il Concilio; quando riapresi si disputa se

considerarlo come nuovo, o come sèguito del primiero.

I prelati, invitati con istanza, non venivano: o bisognava dunque

prorogar l'apertura, e allora diceasi che il papa l'allungava a bella

posta; o aprivasi, e allora si gridava che gl'intervenienti erano

scarsi, che v'avea soli italiani, che non era rappresentata l'intera

cristianità. Professando la massima riverenza alle somme chiavi, il re

di Francia protestava contro il Concilio, adunato mentre il papa stava

in izza con esso, e quando il numero de' cardinali francesi trovavasi

tanto assottigliato. I principi si lagnavano della lentezza: eppur

questa veniva dalle loro pretensioni e brighe, poichè di certe riforme

si sbigottivano, e voleano far servire il Concilio a intenti loro

particolari; Spagna ad isgomento de' Belgi ribellati, Francia e Impero a

deprimere o ad accarezzare Ugonotti e Luterani. Poi l'imperatore

domandava, non solo la riforma del papa e sua Corte, de' breviarj,

legendarj, sermonarj, ma la comunione sotto le due specie; Spagna volea

si dichiarassero d'instituzione divina i vescovi, non emanazione del

poter papale, e perciò indipendenti; Francia sosteneva i decreti di

Basilea e la superiorità de' Concilj sul pontefice, e per bocca del

cardinale di Lorena chiedeva il matrimonio de' preti, l'uso del calice,

la liturgia vulgare, finchè i sovvertimenti di Francia non indussero ad

accostarsi ai papali.

Di somma difficoltà riusciva il ridur l'imperatore Ferdinando a

contentarsi che non sì spingessero le riforme sin dove egli avrebbe

amato per quetare i suoi Tedeschi, e perciò mostrare ch'egli avesse

ottenuto soddisfazione, senza per questo derogare ai diritti de' legati

o del pontefice. A tal uopo il Morone che, come presidente, ebbe tanto a

faticare su tali pretensioni, senza il solito treno burocratico va ad

Innspruck, s'affiata coll'imperatore, e ripiana ogni cosa. In simile

modo il cardinale di Guisa propose un abboccamento fra il papa e il re

di Francia e quel di Spagna, che tolse di mezzo altre difficoltà. Allora

potè procedersi in sei mesi, più che non si fosse fatto in molti anni, e

si ottennero le tanto contrastate riforme de' vescovi, de' cardinali,

della curia, de' principi.

Poi rampollavano difficoltà sulle espressioni: chi non le credeva

grammaticalmente latine, chi troppo ricercate per la gravità delle

materie, chi invece troppo disadorne per un secolo che «prendeva a

schifo la dottrina se non era condita in eleganza, sicchè molti

letterati aveano minor affezione alle verità celestiali per vederle fra

le invoglie grossolane della rozzezza scolastica»; sottentravano gli

emendamenti, e il sofisticare ogni parola, come quando non si volea

chiamare _augustissimo_ il sacramento perchè questo titolo si dà agli

imperatori secolari.

Non occorre ripetere che i Protestanti, i quali avean prima appellato al

Concilio, or lo repudiavano come non indipendente, come pregiudicato; e

i profughi d'Italia lo osteggiavano di tutta forza. Ma anche

internamente moveasi querela che la discussione non fosse libera[203],

che tutto venisse da Roma già disposto e deliberato, e, come celia frà

Paolo, lo Spirito Santo viaggiasse in valigia per le poste; che i

prelati troppo s'affaccendassero intorno alla grandezza pontifizia; che

il Concilio fosse menato a senno degli Italiani.

Italiani era una qualificazione generica, come quelle che inventansi a

designare i partiti, e applicavasi a chiunque caldeggiasse le

prerogative romane. Vero è che l'importanza che la Chiesa attribuisce a

ciascun uomo pei meriti suoi proprj, non per la nascita, dovea far

preferire la votazione per testa, anzichè per nazione: dal che derivava

la prepollenza degli Italiani; e agli ottantatrè prelati di tutti

insieme gli altri paesi stavano a fronte centottantasette de' nostri. I

presidi del Concilio, al 1 giugno 1563, scrivendo al cardinale Borromeo

per informar il papa degli andamenti, fra il resto dicevano: «Come

consta di tre nazioni principali, che sono Italiani, Spagnuoli e

Francesi, così è diviso in tre fazioni, che hanno ciascuna la sua mira

ed il suo fine, onde sempre si muovono con le loro passioni e loro

interessi. Gl'Italiani, se non tutti, perchè sono di maggior numero

assai, hanno sempre l'occhio al servizio di vostra santità ed alla

conservazione della Corte di Roma, nè, per cosa che si proponga loro,

sia di qual sorte si voglia, ponno indursi a pensare in essa altro, per

abbracciarla o schifarla, che il servizio o il pregiudizio di sua

santità e della Corte».

Gli Spagnuoli tendono a rialzar i vescovi a scapito del papa e de'

cardinali, cui vorrebbero ridurre a semplici consiglieri del papa, e

obbligati star a Roma a cura delle loro chiese. I principi avrebbero

gradito assai questo abbassamento de' cardinali, laonde se ne stava in

grande apprensione. I Francesi magnificano il Concilio volendo farlo

superiore al papa, a imitazione del Basileense. Li seguono i pochi

Tedeschi che ci sono, ed anche «parecchi Italiani, i quali, come sanno

meno e sono più poveri, facilmente si lasciano tirare dalla ignoranza e

dal bisogno molte volte a quello che non dovrebbero».

In realtà però la discussione dogmatica fu diretta dai gesuiti Lainez e

Salmeron spagnuoli, e con loro Le Jay ginevrino, rappresentante del

cardinale Truchsess vescovo d'Augusta; uno dei tre presidi era inglese,

il cardinale Polo; nè erano italiani Andrea De Vega, Volfango Remio,

Genziano Hervet, luminari di quell'adunanza. Vero è che, i vescovi

forestieri ogni tratto uscendo di carreggiata, era duopo mandarne di

italiani, più poveri e men pretensivi, e valersi de' Gesuiti, i quali

allora mostraronsi più che mai, quel che alcuno li chiamò, i granatieri

della santa sede.

Oltre di questi, componeano l'assemblea uomini insigni, quali di rado si

trovano.

Stava fra i presidi il cardinale Morone, di cui a lungo ragionammo; e

perchè il papa mancava di denari, egli persuase i cardinali a

obbligarvisi, e vi diede regole che poi servirono al Concilio per norma

nel regolare i seminarj.

Ad altri già lodati aggiungiamo l'eruditissimo Seriprando vescovo di

Troja, già secretario al celebre cardinale Egidio da Viterbo; il

Bertani, autore d'un commento a san Tommaso, e d'un trattato sulla

podestà del papa; Alvise Lippomano (-1559) e Girolamo Accolti; Ercole

Gonzaga, fatto vescovo di Mantova da Leon X a quindici anni, a ventidue

cardinale da Clemente VII, segnalato per prudenza negli affari,

applicazione, pietà.

Di Lorenzo Campeggi bolognese, vescovo di Feltre poi di Bologna, nunzio

in Inghilterra pel divorzio d'Enrico VIII, e alla dieta d'Augusta

(-1539) fu figlio Alessandro, cardinale e vescovo anch'esso di Bologna,

dove abbellì San Petronio, introdusse i Gesuiti, e favorì Agostiniani e

Cappuccini; prolegato ad Avignone, vi combattè i Valdesi, e quando il

Concilio fu trasferito momentaneamente a Bologna, esso il ricevette in

casa sua, dove stavano quattro altri vescovi della famiglia stessa

(-1554).

In Agostino Valier, vescovo di Verona, non sapeasi se più ammirare la

rara erudizione o la coscienza intemerata; scrisse cenventotto opere, ma

pochissime ne pubblicò, fra cui una storia di Venezia; impugnò la

barbarie scolastica e il timore delle comete; nella _Rethorica

ecclesiastica_, più volte ristampata, fu il primo che indicasse una

fonte delle false legende, qual fu l'esercizio che ne' monasteri davasi,

di comporre amplificazioni sul martirio di qualche santo, e dove gli

scolari particolareggiavano ed esageravano, come si suole in tali

componimenti, senza darsi briga della verità. I migliori venivano

conservati negli archivj dei monasteri, e trovati più tardi, passarono

per atti autentici.

Per un Aurelio di Bari, vescovo di Budua in Dalmazia, di cui frà Paolo

tesoreggiò le lepidezze; pel Bollani, che, avendo consumata la gioventù

in negozj secolareschi, a venticinque anni passò dalla pretura al

vescovado di Brescia digiuno di studj sacri[204], splendeano il

giureconsulto bolognese Ugo Buoncompagni, consigliere di san Carlo,

splendidissimo, e che pur ricusò tante volte legati, e pensioni, e

infine divenne papa; i cardinali Salviati insigni per virtù e

beneficenza e massime Antonio Maria che fondò ed ampliò spedali e un

collegio per gli orfani; il cardinale Vincenzo Giustiniani genovese,

generale dei Domenicani, dei quali spedì moltissimi ad apostolare le

Indie, la Cina, il Giappone, e che stampò le opere di san Tommaso, e fu

gran difensore del Carranza; frà Camillo Campegio pavese (-1569)

domenicano, che pubblicò _De hæreticis_ ZANCHINI UGOLINI _senæ

arminensis jc. cl. tractatus aureus cum locupletissimis additionibus et

summariis_[205].

Daniele Barbaro d'ordine pubblico scrisse la storia veneta; fece poesie

filosofiche lodatissime col titolo di _Predica dei sogni_; fondò in

Padova l'orto botanico e l'accademia degli Infiammati, tradusse e

commentò Vitruvio; lasciò bellissimo ragguaglio della sua ambasciata a

Edoardo VI d'Inghilterra. Ivi pure Giannantonio Volpi e Antonio

Minturno, letterati di prima schiera; Onorato Fascitello vescovo

d'Isola, autore di lettere e poesie lodate; Marcantonio Flaminio e il

vescovo Vida, che erano salutati Catullo e Virgilio redivivi; Isidoro

Clario gran giureconsulto; Taddeo Cucchi di Chiari, che emendò la

versione della Bibbia vulgata a confronto del testo ebraico e greco,

senza trascurare l'esegesi dei Protestanti; Lodovico Beccadelli insigne

letterato, amico del Bembo, del Contarini, del Polo, dei quali scrisse

la vita, amministratore di diversi vescovadi, poi vescovo egli stesso di

Ragusi, e prevosto di Prato ove morì in odore di santità.

Primo Del Conte milanese, un de' primi compagni di san Girolamo Miani,

spedito in Germania per opporsi all'eresia, dopo tornato era cerco a

gara ne' conventi per leggere di teologia e di lingue orientali,

adoprato dal Volpi vescovo di Como per combattere gli eretici in

Valtellina, e fatto arbitro della scelta de' professori di belle lettere

a Milano e a Como, servì a preparare materie pel Concilio, al quale

assistette come teologo del cardinale Visconti vescovo di Ventimiglia.

L'insigne giureconsulto cardinale Paleotto continuamente era consultato

dai Padri, e scrisse gli atti del Concilio, dei quali molto si giovò il

Rainaldi.

Il calabrese Guglielmo Sirleto, biblioteca ambulante, parlava francese,

latino, greco, ebraico, sicchè fu detto che da trecento anni non s'era

veduto cardinale più dotto, e non fu eletto papa per tema che gli studj

nol distraessero di troppo. Sepoltosi nella Biblioteca Vaticana, colà

pose affatto l'animo in ajutar le opere altrui, mentre di sue niuna

pubblicò; provedeva testi e argomenti ai campioni del sinodo, onde il

cardinale Seriprando scrivevagli da Trento, le opinioni sue sopra le

quistioni agitate esservi riuscite gratissime, e conchiudeva che, stando

a Roma, egli dava maggior ajuto e faceva maggior servizio al sinodo, che

se ci venisse con cinquanta prelati[206]. Eppure non isdegnava

raccogliere attorno a sè i bambini che capitavano in piazza Navona co'

fasci della legna, e istruirli nel catechismo.

Sfoggiavano nelle prediche i più insigni oratori; Alessio Stradella di

Fivizzano, Francesco Visdomini ferrarese, Bartolomeo Baffi da Lucignano.

Cornelio Musso piacentino, affatto giovane, a Pavia faceva lezioni sopra

le epistole di san Paolo, quando sorse un altro a interpretarle in senso

diverso, e trovò assenso, e ne seguirono tumulti, finchè il cardinale

Campeggi, legato a Bologna, fe cacciare i novatori, e raccomandò il

Musso a Paolo III, che lo chiamò a Roma. Quivi a San Lorenzo in Damaso

succedette all'Ochino, contro del quale scrisse discorsi e dispute,

mostrandolo falso ecclesiastico, e cercava anche in privati colloquj

convertirlo. Il primo giorno della quaresima 1548 predicava in San

Pietro di Bologna, quando un Servita levossi a fargli objezioni. Il papa

lo pose vescovo di Bitonto e lo volle alla Corte, affinchè in latino

predicasse ogni giorno sul Vangelo in camera o alla tavola sua;

trattenimento già ben diverso da quelli del tempo di Leon X, e dove,

finito il sermone, si cominciavano le objezioni, che l'oratore

combatteva, il quale disputò spesso con un chierico, che poi divenne Pio

IV, e che l'adoprò all'istesso uffizio.

Somma lode gli si attribuiva per avere sbandite dal pulpito le

sottigliezze scolastiche, le declamazioni ridicole, le ostentate

citazioni d'autori profani, onde far luogo a un predicare sodo, devoto,

conforme al Vangelo. Girolamo Imperiali lo chiama l'Isocrate italiano, e

non mancargli nè la robustezza di Demostene, nè l'ubertà di Cicerone, nè

la venustà di Curzio, nè la maestà di Livio; a lui si dedicarono opere;

a lui monsignor Della Casa un'ode sull'eloquenza: Bernardino Tomitano,

medico e retore dell'Università di Padova, compose un ragionamento

intorno all'eloquenza di esso e gli fece coniar una medaglia portante un

cigno e la leggenda _Divinum sibi canit et orbi_: ai cardinali Contarini

e Bembo «pareva nè filosofo, nè oratore, ma angelo che persuadesse il

mondo».

Questo «Crisostomo italiano» fu scelto a far l'orazione inaugurale del

Concilio; la quale riuscì «piena di sottile artifizio, sparsa di

retorici colori, come se tempestata fosse di rubini e diamanti; vi avea

consumati dentro tutti i preziosi unguenti di Aristotele, d'Ippocrate,

di Cicerone, e tutti i savj precetti di Ermogene». Quest'encomio di un

gazzettiero di quei tempi, Ortensio Lando, la condannerebbe abbastanza

s'anche non avessimo l'orazione stessa, forse troppo malmenata dagli

avversarj, certamente lontana dalla dignità conveniente all'assemblea

più augusta che da molti secoli si fosse radunata. Ai tre nunzj dava

lodi, dedotte dal nome di ciascuno; apostrofava l'eco dei monti

tridentini, e (talmente la mitologia era incarnata) citava l'esempio de'

poeti, che fanno tener concilio agli Dei, e invitava i prelati a

rendersi a quel sinodo, come i prodi di Grecia al cavallo di Troja.

Era stabilito che i teologi dicessero il parer loro, traendolo dalle

sante Scritture, dalla tradizione apostolica, dai sinodi, dalle

costituzioni e autorità de' sommi pontefici e dei santi padri, e dal

consenso della Chiesa cattolica, tutto con brevità, eliminando le

quistioni inutili e le contenzioni pertinaci. Niuno crederà si

procedesse sempre alla quieta; spesso i legati dovettero richiamare i

campioni alle leggi della carità e della modestia; ma insomma era

conflitto interno; tutti partendo dai punti ammessi, e finendo

coll'accordarsi nelle decisioni.

Spetta alle storie particolari lo svolgere di quella _Iliade_ l'elemento

umano, le lotte, i partiti, i maneggi; quel che realmente importa è il

riferir la sentenza finale, il _visum_ est, in cui s'accordano tutte le

genti, le età, le passioni. Anche dall'esame della esteriorità esce la

convinzione che, se sopra alcune decisioni parve operar la politica, le

più furono suggerite da persuasione e coscienza, dettate con elegante e

lucida evoluzione di forma; ravvicinando il mistero all'umana ragione

per quanto è possibile; accarezzando anche il sentimento, mentre i

Protestanti lo vilipendevano. Anzi che a confutare Lutero e gli altri,

si tolse a dirigere l'intera cristianità, fatta civile e ragionatrice,

con rigorosa e perentoria dichiarazione delle dottrine, rimovendo ogni

contraddizione o divergenza; ricusando ogni transazione, ogni confusione

ne' termini e limiti delle definizioni: alla quale stupenda precisione

giovavano le abitudini scolastiche, unite alla rinnovata cultura

classica. Laonde, come la luterana era la sintesi di tutte le eresie,

così il tridentino fu la sintesi di tutti Concilj, che aveano definito

sopra qualsifosse argomento.

Le decisioni sono formolate o in via di trattato, che presenta il dogma

stesso anche particolareggiato, col titolo di _Decretum_ o _Doctrina_: o

in sentenze concise, assolute, col titolo di _Canones_ che proscrivono

errori di fede; o in prescrizioni disciplinari, detti _Decretum de

reformatione_.

E per quanto i presenti nostri Discorsi evitino di essere dottrinali,

non ci pare poter qui ommettere di esporre il complesso delle credenze

cattoliche in ciò che differenzia dalle parziali.

Sui punti capitali della divergenza si erano pronunziate già le prime

sessioni, così da tôr di mezzo le ambiguità, mediante le quali per un

pezzo erasi cercato di rannodare i dissidenti.

Sull'essenza di Dio i nostri cadevano d'accordo con le chiese

_ortodosse_ dei Protestanti.

L'uomo fu creato libero di sua volontà, in modo che la colpa de' suoi

peccati su lui tutta ricade.

Il peccato originale fu riconosciuto non con decreto dottrinale, ma

condannando chi lo negasse: aggiungendo che, col dirne affetti tutti gli

uomini, non comprendeasi la Beata Vergine, per riverenza alla bolla di

Sisto IV sull'immacolata concezione di lei, controversa fra Scotisti e

Tomisti[207]. Per quel peccato l'uomo perdè la giustizia e santità

primitiva; si attirò lo sdegno e la vendetta di Dio; fu degradato

d'anima e di corpo, e soggetto alla morte. Sì il peccato, sì le sue

conseguenze trasmettonsi alla figliolanza, per modo che nessun uomo può

compire verun alto accetto a Dio, nè diventar giusto se non per la

mediazione di Gesù Cristo[208]. La libertà è infiacchita, non perduta;

laonde le azioni umane non son perfette, ma non tutte son peccaminose.

Conservavasi insomma la libertà morale, troppo provata dalla facoltà che

ha l'uomo di ingannarsi e di fare il male: l'arbitrio, per cui è libero

all'uomo di entrare ne' disegni della redenzione, com'era libero di non

uscire dal disegno primitivo della creazione.

Al contrario i Protestanti dicevano che l'uomo è predestinato alla

salute o alla perdizione: le parole di libertà, di libero arbitrio non

trovarsi nella santa scrittura, ed esser invenzione degli Scolastici; è

Dio che opera tutto, il bene come il male; gli uomini nascono col

peccato, colla concupiscenza, cioè con avversione positiva alla legge e

coll'odio di Dio, senza timore nè fiducia in lui, non possedono più nè

intelligenza, nè desiderio del regno di Dio; i peccati attuali non sono

che manifestazioni del peccato ereditario.

Secondo i Cattolici, il peccatore vien richiamato alla grazia per pura

misericordia divina, in vista dei meriti del Redentore, e per mezzo

della rivelazione evangelica: lo Spirito Santo ne risveglia le facoltà

assopite, traendolo ad arrendersi all'impulso celeste. Se il peccatore

vi ascolta, primo effetto n'è la fede nella parola di Dio, e

nell'asserzione che Dio amò il mondo fino a dargli il proprio Unigenito.

In quall'abisso di corruzione giaceva il mondo, se non potè esserne

tolto che per intervento del Figliuol di Dio! E alla misericordia di

questo si volge l'uomo, sperando ne' meriti di esso; e vedendone

l'infinita carità, suscita qualche scintilla d'amore, donde abominio al

peccato, e pentimento; al quale venuto con libero consenso, rimane

giustificato; cioè lo Spirito Santo diffonde nell'anima la grazia

santificante e l'amor di Dio; sicchè rinnovellato, il Cristiano produce

opere buone e meritorie, e diventa partecipe del regno celeste. Ma della

sua giustificazione non acquista certezza, salvo che sia per ispeciale

rivelazione.

Cooperano dunque l'uomo e Dio; Iddio sveglia il peccatore, prima che

questi possa meritarlo, nè tampoco desiderarlo: ma il peccatore deve

corrispondervi liberamente, e allora solo vien rialzato. Lo Spirito

Santo non opera in maniera necessitante, ma alla propria onnipotenza

mette per limite la libertà dell'uomo, la quale dal peccato originale

non rimase distrutta.

Qui (l'andiam ripetendo) consisteva la differenza fondamentale dei

Protestanti: professando essi che il peccatore, spaventato di non poter

adempiere la legge che ode predicarsi, vi vede però che Gesù Cristo

toglie i peccati del mondo, e che la fede giustifica per sè stessa.

Abbracciasi dunque ai meriti del Salvatore, in virtù dei quali Iddio

dichiara giusto e santo il fedele, sebben nol sia, e sebbene continui a

portar la macchia originale, di giunta agli altri peccati. La fede

giustificante non rimane sola, ma vi si congiunge la santificazione,

manifestandosi colle opere buone. La giustificazione e la santificazione

non devono però confondersi, altrimenti non si otterrebbe la certezza

della remissione de' peccati e dell'eterna salute. L'opera della

rigenerazione appartiene tutta allo Spirito Santo, di modo che ogni

gloria ricade su Dio, nulla sull'uomo.

Così i Luterani; Calvino invece pone un intimo nesso fra la

giustificazione e la santificazione: e Dio operar solo in quelli che

predestinò _ab eterno_. Posto che il peccato originale abbia distrutte

affatto le facoltà dell'uomo, non si fa più luogo a libera cooperazione,

nè tampoco a capacità di ricevere l'azione divina. Laonde la

giustificazione è un giudizio, col quale Iddio libera l'uomo dalle pene

del peccato, non dal peccato stesso: pei Cattolici invece comprende e la

remissione del peccato e delle pene dovutegli, e la santificazione mercè

l'atto divino giustificante.

I Protestanti ripudiano la distinzione tra fede viva e morta. E credendo

che, anche dopo la giustificazione, perdura nell'uomo quell'essenza

peccaminosa, non possono ammetter opere grate al Signore. Ben vennero

talvolta a dirle necessarie, ma in qual senso io non intenderei.

Dopo discussioni che attestarono quanta varietà d'opinioni corresse su

proposito sì capitale[209], il Concilio riconobbe che i nostri peccati

ci sono rimessi gratuitamente per la misericordia divina; non sono

soltanto _coperti_, ma cancellati dal sangue di Gesù Cristo; la cui

giustizia è non solo imputata, ma attualmente comunicata ai fedeli per

opera dello Spirito Santo. Ma poichè pur troppo la carne si ribella allo

spirito, perciò la giustizia nostra non è perfetta, e quindi divien

necessario il gemito continuo dell'anima pentita.

Quanto al merito delle opere, la vita eterna è una grazia

misericordiosamente promessa, e una ricompensa data alle buone azioni,

il cui valore proviene dalla grazia santificante. Il libero arbitrio non

può dirigerci alla felicità eterna se non mosso dallo Spirito Santo, ma

i precetti, le esortazioni, le promesse e le minacce del Vangelo

mostrano abbastanza che noi operiamo la salute nostra pel movimento

delle nostre volontà, ajutate dalla Grazia. Sebbene (dice il Concilio)

le sacre carte stimino tanto le buone opere, e Gesù Cristo prometta che

fino un bicchier d'acqua dato a un povero non resterà senza ricompensa;

e l'apostolo attesti che un momento di sofferenza in questo mondo

produrrà un compenso eterno di gloria: pure il cristiano si guardi dal

fidare e glorificarsi in se stesso, anzichè nel Nostro Signore, la cui

bontà è sì grande, che vuol che i doni che ad essi fa sien meriti

loro[210].

Insomma i peccati ci sono rimessi per pura misericordia e pei meriti di

Gesù Cristo: la giustizia, che è in noi per lo Spirito Santo, la

dobbiamo a una liberalità gratuita: le buone opere nostre sono

altrettanti doni della grazia. Dopo di che Bossuet trova strano che i

Protestanti siansi separati da noi per questo punto, tenuto per

essenziale su que' primordj, mentre in appresso le persone sensate

cessarono di considerarlo per tale[211].

La Chiesa per opere buone intende gli atti morali dell'uomo giustificato

in Gesù Cristo, ossia i frutti della volontà corretta, e dell'amore

ispirato della fede. Meritorie chiamansi quelle che dalla nostra libertà

sono prodotte nella virtù di Gesù Cristo. E quando si dice che il

Cristiano deve meritar la vita eterna, s'intende che dee rendersene

degno mediante il Salvatore. Vi sono opere buone al di là dei precetti;

opere suprarogatorie, che possono ommettersi senza ledere la legge

suprema della carità.

Ma quando i Protestanti asserivano l'inutilità delle opere in generale,

intendeano in particolare i sacramenti; i quali invece dai nostri sono

tenuti per necessarj, e furono prefiniti a sette, giusta l'insegnamento

di Pietro Lombardo, appoggiato alla tradizione. Il fine de' sacramenti,

a detta dei Protestanti, è di assicurare i fedeli che la colpa fu

rimessa, consolarli, e liberarli dal timor della legge: come la

circoncisione, sono mere testimonianze dei divini decreti sull'uomo; il

battesimo e la cena recano frutto sol in quanto chi li riceve ha fiducia

nel perdono de' peccati. Il matrimonio non serve a ciò, nè l'ordine: il

battesimo non dovrà riceversi che da chi è capace di comprenderlo: la

confermazione non è che una replica del battesimo: all'estrema unzione

surrogavasi la cena, per confortare l'uomo, sgomentato dal silenzio

eterno di quell'infinito sconosciuto ove sta per cadere. Più repudiavasi

la confessione: può essa farsi per domandar consiglio o per sollievo

della coscienza, ma l'assoluzione non può venire dal prete, sibbene da

Dio. Nella cena dapprincipio ammisero che il corpo e sangue di Gesù

Cristo fosse distribuito sotto le specie di pane e vino; ma Carlostadio

impugnò la presenza reale, poi con maestria Zuinglio ed Ecolampadio.

Anzi Zuinglio voleva i sacramenti mere cerimonie, e non possedere vera

fede chi ha bisogno delle loro consolazioni.

Secondo i Cattolici, pei sacramenti comincia la vera giustizia, o

perduta si recupera, essendo segni sensibili, istituiti da Dio, con

virtù non solo di significare ma di produrre la santità e la giustizia.

I simboli dell'antica alleanza non conferivano la virtù giustificante,

per cui si congiungesse l'uomo a Dio: bensì lo fanno i sacramenti[212];

opera operata da Dio, sebbene non escluda l'attività umana,

richiedendosi la disposizione a riceverla.

Al fatto morale della giustificazione bisogna concorrano il tribunale di

Dio e quello dell'uomo. È Dio che rimette col mezzo de' suoi ministri,

sol esso potendo cancellare la colpa, e restituire all'anima i diritti

alla celeste eredità: ma il perdono non si dà se prima l'uomo non abbia

pronunziato contro se stesso il verdetto di colpabilità, riconoscendosi

degno di castigo. L'umano dev'essere tribunale di giustizia e di pena:

il divino, di misericordia e di grazia, dopo che col pentimento fu

mitigato. Se non che la coscienza non condanna propriamente se stessa,

ma è semplice testimonio dell'atto giuridico di Dio che si esercita

sopra il colpevole: il quale per altro può aderirvi o repugnarvi;

restaurare l'ordine coll'espiazione, o perturbarlo col resistere al suo

autore.

Nella consacrazione il pane e il vino si trasmutano nel vero sangue e

corpo di Gesù Cristo. In conseguenza il nostro essere si trasforma nella

unione col Redentore che vive in noi.

Erasi proclamata tal verità quando il nominalismo, panteismo mistico,

confondeva Dio coll'uomo, sicchè la Chiesa viemeglio espresse la

distinzione, e colla solennità del _Corpus Domini_ celebrò il Cristo

veramente esteriore all'uomo, e che all'uomo s'avvicina per sua bontà.

Per mera regola disciplinare si partecipò l'eucaristia sotto una sola

specie; e il fedele sa che Cristo è tutt'intero sotto entrambe le specie

e sotto ciascuna, e la vitale comunione con lui non dipende dalla

materialità del sorbir anche un poco di vino[213].

Il Concilio definì il matrimonio essere vero sacramento; la Chiesa aver

potuto di propria autorità costituire impedimenti dirimenti, cioè che ne

rendano nullo ogni effetto umano e divino; spettare ai giudici

ecclesiastici le cause matrimoniali, concernenti il vincolo e la

validità dell'atto[214].

È dunque non solo insana ma ribalda la legge, che snatura il sacramento

delle anime fino a ridurlo a contratto di corpi: e fa che un sindaco,

per semplice autorità municipale, imponga a una fanciulla, educata al

pudore e alla gelosia del fior più prezioso, d'abbandonarsi ad un uomo

sol perchè così fu civilmente stipulato, in nome della libertà della

carne, e senza quella benedizione che rende comandato l'amore e sacra la

generazione. Questo, che lo stesso Mirabeau dichiarava il più grande

attentato del potere politico contro il potere religioso, avvia alle

libere unioni e ai liberi abbandoni. Fortunatamente gli uomini son meno

servili che i legislatori; meno della pubblica opinione ascoltano la

coscienza, e così temperano nell'applicazione le brutalità dei despoti o

i sofismi de' parlamenti.

La Chiesa è istituzione umana e divina ad un tempo. Questa parola nelle

Scritture è sempre attribuita a una società visibile: Cristo le promise

che non verrà mai meno: e poichè non è visibile che per la professione

della verità, uopo è che sempre professi la verità. Ciò implica ch'essa

è infallibile, e che niuno può allontanarsi da' suoi insegnamenti[215].

Per esser ammessi nella Chiesa invisibile basta un battesimo spirituale;

per vivervi basta un alimento interiore: ma la Chiesa visibile, appunto

perchè tale, col battesimo di spirito ne richiede uno materiale; col

nutrimento della parola di Gesù Cristo, richiede il nutrimento del corpo

di Gesù Cristo, e che il sagrifizio come il sacramento cada sotto i

sensi. Il sacrifizio e il sacerdozio son congiunti in ogni legge; ed

essendo visibile il sacrifizio nel Nuovo Testamento, tale dev'esser pure

il sacerdozio, al quale per divina istituzione sia data podestà di

consacrare, offrire, ministrare l'eucaristia, e rimettere o no i

peccati. In esso sacerdozio divino, per molti ordini si sale dai minori

ai maggiori ministeri; e tra i maggiori son i diaconi e suddiaconi, tra

i minori gli accoliti, gli esorcisti, i lettori, gli ostiarj. Nella

sacra ordinazione è conferita la grazia: e perciò l'Ordine è uno de'

sacramenti, e imprime un carattere indelebile, sicchè è condannato chi

dice che gli ordinati possono tornar laici: o che tutti i Cristiani

abbiano eguali facoltà spirituali. Nell'ordinazione de' vescovi,

sacerdoti ed altri gradi, non occorre il consenso o l'autorità di

magistrato secolare, e non son ministri ma ladroni quelli che ascendono

ai ministeri ecclesiastici per chiamata o istituzione del popolo e della

potestà laica. È data dal Cielo la vocazione al ministero ecclesiastico,

al dispensare la parola e i sacramenti: ma deve in terra esser

riconosciuta e sanzionata; per operare nel pubblico ministero della

Chiesa bisogna esser autorizzati secondo un simbolo, che gli uomini

effettuano giusta le disposizioni di Cristo, cioè un sacramento. La

visibilità della Chiesa implica un'ordinazione ecclesiastica che, da un

vescovo all'altro, da un sacerdote all'altro, risalga fino a Cristo. Per

tal legame i vescovi derivano dagli apostoli; ed abbisognando di unità

per raccogliere tutti i fedeli in una effettiva convivenza, bisogna

abbiano un capo, istituito da Cristo, visibile com'è visibile la Chiesa;

e a cui tutti obbediscano, perchè tutti membri d'un corpo stesso.

La Chiesa possiede, comunica e interpreta i libri santi, e da essa gli

accettiamo come opera divina, anche prima che lo spirito di Dio si sia

manifestato nel leggerli; gli accettiamo, come dice un gran santo,

perchè la Chiesa ce li dà[216], quand'anche o vi appaja minore

l'ispirazione profetica, come per esempio, ne' libri storici de'

Maccabei; o la critica, come nell'epistola di san Giuda, che sembra

allegare qualche libro apocrifo, qual è quello di Enoch[217].

Cattolici e Protestanti si accordavano nel considerare la Bibbia, e

specialmente il Nuovo Testamento, come la fonte della verità; e però

importava fissare il numero e la lezione de' libri canonici[218]. Se non

che gli uni ne attribuivano l'interpretazione alla Chiesa, gli altri

all'individuo. Pe' Cattolici l'infallibilità della Chiesa venne

identificandosi con quella del clero e del papa: pe' dissidenti il

rispetto verso il libro arrivò a dare miracoloso carattere alla lettera,

e direi fino ai punti vocali introdotti dai rabbini del medioevo; per

essi la Bibbia è incerta, perchè di traduzione umana; la nostra è

d'autorità divina.

La Chiesa fu fondata mediante la predicazione, cioè la parola; nè la

parola perdette l'autorità quando venne scritta. Quanto la Scrittura è

dunque venerata la parola tramandata a voce. Della verità di questa è

testimonio l'esser accettata da tutte le Chiese cristiane fin

dall'origine: non potendosi credere che provenga d'altra fonte che dagli

apostoli. La tradizione è dunque la credenza costante e universale della

Chiesa, depositata ne' monumenti storici: onde vien detta il criterio

per interpretare la santa Scrittura. Custode di questa come della

tradizione è la Chiesa.

Tal sarebbe il sunto delle dottrine ove dissentono i Protestanti dai

Cattolici, e quando Bossuet ne fece l'esposizione, enumerando le sole

verità decretate dal Concilio di Trento, senza badare alle temerarie

curiosità della scolastica, nè fermarsi ad objezioni fatte a dottori

particolari, o contro punti nè universalmente, nè necessariamente

ricevuti, gli avversarj stupirono di trovarsi così poco discosti.

Alcune volte non potendo i Padri accordarsi nell'espressione di qualche

articolo, gli diedero forma negativa; condannarono cioè la proposizione

contraria; il che non implica che si abbia sempre per vera tutta la

positiva opposta.

Altri punti sono espressi in termini generali, il che è ben diverso da

termini vaghi od ambigui: questi o non han senso, o nessun senso

preciso; i generali non portano l'estrema evidenza, ma sono chiari fino

a un certo grado, cioè fin dove lo davano le parole della Scrittura e

dei santi padri. Tal sarebbe la quistione d'un punto tanto controverso,

quant'è il purgatorio. Anime giuste possono uscir dal mondo non

interamente purificate; ora lo Spirito Santo proferì che niente d'impuro

entrerà nella città santa[219] e la Chiesa ha dalla tradizione di tutti

i secoli che l'intero purificamento se ne fa dopo morte[220] per mezzo

di pene non definite, le quali da preghiere dei vivi possono esser

alleviate o assolute. Il Concilio si limita a definire che le preci dei

vivi possono suffragare pei defunti, senza entrar in particolarità nè

sulle loro pene, nè sul modo onde vengano purgati; locchè non era

precisato dalla tradizione; solo chiarendo che sono purificati per Gesù

Cristo, essendolo per le preghiere ed oblazioni fatte in suo nome.

Così, anche dopo usciti dalla Chiesa visibile, perdurano i nodi che non

siansi volontariamente spezzati, e i defunti formano ancora una Chiesa

con noi, insieme cogli angeli e con Cristo. Solo i dannati resteranno

separati dalla sorgente dell'ordine e della vita, tormentati

dall'angoscia d'una irreparabile divisione; divisione nelle facoltà

dell'anima lottanti; divisione fra l'anima e il corpo non pacificati;

divisione coi consorti; divisione colle creature tutte; divisione fin

dalla morte che indarno invocheranno.

I santi estesero in terra il regno di Dio, talchè i loro benefizj qui

perdurano, e ci lasciarono modelli; ma inoltre continuano ad operare

come protettori, pregano Dio per noi, e noi gli invochiamo anche pei

fratelli purganti. Ogni culto religioso però deve terminarsi a Dio come

a suo fine necessario; e l'onor che la Chiesa rende alla beata Vergine e

ai santi può chiamarsi religioso, perchè si riferisce necessariamente a

Dio; si ricorre alla intercessione di loro come di persone più

aggradevoli a Dio; e qualunque sia la forma d'invocarle, sempre si

riduce al _pregate per noi_. A Dio si offre il santo sacrifizio facendo

menzione dei santi affinchè degninsi pregare per noi[221].

Dietro alla parte dogmatica doveasi discutere la gerarchica.

L'episcopato, sebbene di istituzione divina, deriva le sue prerogative

dal papa? pur riconoscendo che il papa fu istituito da Cristo,

l'autorità sua è comune solidalmente a tutti i vescovi? La residenza e

l'istituzione dei vescovi, per quanto spetta alla potestà di

giurisdizione, è di ragion divina? o, ciò che importa lo stesso, fin

dove son essi indipendenti dal papa? E le chiavi furono date a Pietro

solo?

A promuovere di tali quistioni lo scioglimento più favorevole

all'autorità pontificia diedero opera attivissima i Gesuiti, e

principalmente il loro generale Lainez «con affetto così grande, come si

fosse trattato della propria salute» (SARPI). Allo zelo di sant'Ignazio

egli univa la scienza delle cose della fede, e nel Concilio

recitò il discorso più famoso, asserendo la plenipotenza papale

(dell'infallibilità non era quistione), con autorità e storia e

argomentazioni dissipando quante objezioni mai si erano elevate, e

affermando che la potestà della giurisdizione al papa solo sia data, e

da lui ogni altra derivi. Se ne risentirono e i vescovi, dei quali

attenuava le prerogative, e i dottori che pendevano alle massime

proclamate a Costanza[222]; e gli storici che sostenevano aver i vescovi

considerata la loro istituzione di giure divino, e quindi indipendente

dal papa, quanto all'origine sebbene a lui, come a capo supremo e unico

di tutta la Chiesa, fosse subordinata quanto all'esercizio. Così esser

continuato fin quando, dopo il Mille, le congregazioni cluniacese,

cistercese ed altre nate allora, operarono che molte funzioni proprie

de' vescovi fossero concentrate a Roma; poi dopo il 1200 nati gli Ordini

mendicanti, viepiù restrinsero l'esercizio dell'autorità episcopale, che

adesso tentava restaurarsi, e che invece trovavasi annichilata da una

congregazione nata jeri, che (diceano) non è ben secolare nè ben

regolare. Pure anche tra i vescovi, molti, anzichè inuzzolirsi

d'ingrandire la propria a scapito dell'autorità pontifizia, sentivano

necessario di salvarla all'ombra di questa; e i principi, vedendo la

propria autorità messa a repentaglio dalle dispute teologiche,

provedeano men tosto a sottigliare sui limiti del potere ecclesiastico,

che ad appoggiarvisi.

Laonde prevalse la parte devota all'autorità pontifizia, almeno nella

forma negativa, quanto al non essersi definito ciò che la parte

contraria avrebbe voluto intorno alla ragion divina della superiorità

de' vescovi a' preti; e restò consolidata quella supreminenza del papa,

che erasi voluta crollare; egli solo interpretasse i canoni, imponesse

le regole della fede e della vita. Pure è notevole che, nel Concilio di

Trento, non trovi una frase sola che rechi qualche nuovo vantaggio ai

papi: nè tampoco le espressioni del fiorentino e del lateranense, tanto

favorevoli al primato de' pontefici e alla loro superiorità al Concilio,

non vennero ripetute, appena i prelati francesi si opposero alla formola

che pareva asserirle; e asserisce il Pallavicini che il papa stesso

rispose, non doversi definire se non ciò che unanimemente piacesse ai

Padri. Così sopravvissero due partiti; quello più compatto, questo più

attivo: nè l'uno, nè l'altro uscendo dal cattolicismo, e riconoscendo

che le decisioni dell'episcopato, riunito attorno al suo centro, sono

infallibili in materia di fede; altrimenti sarebbe possibile che tutta

la congregazione dei fedeli errasse: è così che l'organo supremo, per

cui mezzo la Chiesa si pronunzia, non può mancare all'uffizio di questa,

che è la custodia del vero[223].

Restavano le deliberazioni che riguardavano le riforme dei principi,

cioè il rivendicare le prerogative, usurpate da questi. Il disputare sui

confini delle due autorità poteva metter in pericolo tutto quanto già si

era stabilito intorno alla fede; i principi stessi che, contro i

Protestanti, aveano sostenuto la Chiesa acciocchè non fosse assorbita

nello Stato, or sull'esempio de' Protestanti voleano non solo non

restituirle, ma sottrarle anche altre facoltà, che dicevano mal

convenire al potere spirituale.

Dalla disputa scabrosissima i legati seppero sguizzare domandando tempo

a riflettervi: poi venuta la chiusura, presentarono un decreto generico,

ove proferivano scomunicato il principe che concedesse campo al duello,

ed esortavano l'imperatore e i sovrani a mantenere le ragioni e le

immunità della Chiesa, ed operar che i vescovi risedessero con dignità e

quiete, e rinnovarono tutte le costituzioni antiche sulla libertà

ecclesiastica.

E si dichiarò terminato e chiuso il Concilio; e Pio IV ne confermò

solennemente i decreti, poi fe stendere una _professione di fede_, che

doveano sottoscrivere tutti gli ecclesiastici e dottori. In questa, dopo

il simbolo costantinopolitano, esprimendo il dogma più positivamente che

nel Concilio, si pronunzia intera fede al simbolo apostolico e ai

sacramenti istituiti da Gesù Cristo, che tutti conferiscono la grazia;

si accettano le decisioni del Concilio di Trento circa il peccato

originale, e la giustificazione; nella messa pei vivi e pei morti

offerirsi il vero sacrifizio propiziatorio; nell'eucaristia star

realmente e sostanzialmente il corpo e sangue di Cristo, nei quali si

converte tutta la sostanza del pane e del vino; e Cristo tutt'intero

riceversi sotto l'una o l'altra specie; credersi nel purgatorio e nella

validità dei suffragi; invocarsi i santi, i quali intercedono per noi, e

doversene onorare le reliquie; tenere e venerare le immagini di Cristo,

di sua madre, de' santi; la Chiesa cattolica, apostolica, romana esser

madre e maestra di tutte; Cristo averle lasciato la facoltà delle

indulgenze sommamente salutari ai fedeli; promettersi obbedienza al

pontefice, vicario di Cristo e successore di san Pietro; infine ricevere

tutto ciò che era stato lasciato per tradizione e definito nei Concilj,

specialmente nel tridentino. È in somma una risoluta protesta contro gli

errori che anche dappoi germogliarono.

La Riforma, a cui era mancato il pretesto dacchè uscirono gli oracoli di

quell'assemblea generale cui essa aveva continuamente appellato, rimase

una manifesta ribellione; e dagli oppositori che si staccavano ed

isolavano, la Chiesa non potea difendersi che col fortificarsi entro le

barriere della fede antica. Fra' Cattolici non occorreano transazioni,

nè quasi dibattimenti; e restando solo a porre in chiaro l'intero

sistema della fede cattolica, vi si eliminò una serie di discrepanze, di

modo che la teologia trovossi ridotta a scienza positiva, sgombra dalla

dialettica, che nelle decisioni di fede può esercitarsi sui diversi modi

di spiegar la verità, purchè non travalichi i punti essenziali, che

tutti difendono in comune, e nulla vi mescoli di dubbioso. I dettami

tridentini, divenuti credenza cattolica, resero omai superfluo ogni

altro Concilio; e come chi risana da pericolosa malattia, la Chiesa

cattolica parve rinvigorita, e tutta si applicò a migliorare se stessa e

la società[224].

Gli eretici d'Italia, vol. II · 第 45 / 88 题