Un'altra volta egli compariva da viaggiatore, e

_Credula verbosum papam quia Roma creasti_

_Expedìt hoc cunctis dicere; Roma, vale._

Essendo vestito da Perseo, gli fu appicciato il distico:

Perseo che di Medusa il capo cese,

Cederà ancora il capo del Farnese.

Oppure:

_Papa medusæum caput est; coma, turba nepotum:_

_Persæu, cede caput; cæsaries periet._

Quando esso Paolo III trasferì il concilio, stampossi un _Pasquilli

carmen in Paulum III fugitivum a facie concilii Mantuani_:

_Quid est tibi, papa, quod concilium fugisti, et vos, cardinales, quia

conversi estis retrorsum?_

_A facie reformationis mota est curia, a facie reformationis veræ,_

_Quæ converteret papam in pauperem plebanum, et cardinales in miseros

capellanos._

Anche Paolo IV fu incessante bersaglio a satire, massime a cagione dei

nipoti: e il suo nome di famiglia Caraffa diè occasione a molte arguzie,

tanto che si dovette proibire di gridar per istrada bicchieri e caraffe.

Sotto Sisto V comparve Pasquino con una camicia tutta sudicia. E

chiedendogliene Marforio il perchè, rispondeva: «Perchè la mia lavandaja

è divenuta sorella di papa».

E perchè Sisto rimescolava colpe vecchie, si fecer dialogare le due

statue di san Pietro e Paolo. Il primo vedeasi in atto di partire cogli

sproni:

_San Paolo_: Dove vai?

_San Pietro_: Corro qualche pericolo. Temo esser chiamato in giudizio

perchè ho rinnegato il mio maestro.

_San Paolo_: Allora farò bene anch'io a cavarmela, perchè m'imputeranno

le persecuzioni che feci contro i Cristiani.

Ma Sisto non intendea scherzi, e faceva anche impiccare i satirici, onde

Pasquino dovette contentarsi d'esclamare che papa Sisto non la perdona

neanco a Cristo.

Venendo a tempi vicini, di Benedetto XIV disse Pasquino: _Vir bonus in

solio, Bonus vir in solio_. E di Pio VI che nello stemma portava aquila,

gigli, stelle, venti:

_Redde aquilam imperio, Gallorum lilia regi,_

_Sidera redde polo; cætera, Brasche, tibi._

In somma Pasquino è un arguto, che tien l'occhio al Vaticano, l'orecchio

al conclave, intelligenze nelle anticamere, spie nelle sale e nelle

alcove. Talvolta fu l'uom dabbene indignato de' vizj: tal altra lascia

fra il riso trapelare l'ira protestante come quando dice:

Il rosso gregge si divide in tre,

Mangia Dio, mangia plebe, e mangia re.

Si abusa del suo nome? egli esclama:

_Me miseram! copista etiam mihi carmina figit,_

_Et tribuit nugas jam mihi quisque suos._

Talora domanda un cappello di cardinale:

_Tandem, maxime pontifex, galerum_

_Pasquillo tribuas tuo roganti._

_Si sensu sine sum, rude atque marmor,_

_Complures quoque episcopos videmus_

_Ipso me mage saxeo creari._

Altre volte fa un confronto tra il papa e Cristo:

_Christus regna fugit: sed vi papa subjugat urbes._

_Spinosam Christus, triplicem gerit ille coronam._

_Abluit ille pèdes; reges his oscula præbent._

_Vendentes pepulit templo, quas suscipit ipse...._

_Ascendit Christus, descendit ad infera præsul._

Qualche volta con tenuissimi cangiamenti muta l'elogio in satira; come

quando essendosi scritto, _Orietur in diebus nostris justitia et pax_,

Pasquino vi antepose un _M_.

E altra volta: «Tu ridi, o passagero, perchè il vecchio Pasquino vedi

senza naso, senza labbra nè mani, e perduta ogni forma.

_Nempe vides quam Roma viros bene tractet honestos_

_Quos ea, si qui sunt hic, periisse cupit._

_Nam me quod nimius veri sum visus amator_

_Et mores urbis carpere sæpe malos_, ecc.

E il Marini cantava:

Non cercar tu che passi

Come favelli e scriva

Una pietra insensibile e scolpita

Che della mano e della lingua è priva.

Fora ancor poco a questa età cattiva,

Poichè tacion color che han voce e vita

Quand'io non sol parlassi

Ma parlando scoppiassi,

Per romper con lo scoppio e testa e braccia

A chi mi fa parlare e vuol ch'io taccia.

Nel 1592 erasi stabilito di farla finita con questo garrulo mozzicone e

gettarlo in Tevere. Trovavasi allora a Roma Torquato Tasso, e suggerì:

«Nol fate. Dalla polvere nella ripa del fiume nasceranno infinite rane,

che gracideranno notte e giorno per vostro dispetto». Gli si diede

ascolto, onde Marforio ne mandò le congratulazioni a Pasquino. E questo

rispondea: «Di fatto m'avean messo in querela col sant'Uffizio. Comparvi

davanti ai cardinali, e pensa come mi conciarono! Senza un secondo

Torquato, la bocca di Roma era chiusa per man de' Barbari. Per fortuna

la ragione disarmò l'ira, e la satira dee la vita alla poesia».

Sotto Urbano VIII de' Barberini, Pasquino esclamava:

Ohimè, non ho più un quattrino,

Tutto il mio è del Barberino.

Ed essendosi levato il tetto di bronzo dal Panteon per fondere la

cattedra di san Pietro, disse: _Quod non fecerunt barbari, fecerunt

Barberini_. Quando esso papa emanò una bolla contro il tabacco, Pasquino

esclamò: _Contra folium quod vento rapitur ostendis potentiam tuam, et

stipulam siccam persequeris_.

Sotto Alessandro VII, Pasquino prese, come spesso i buffoni, la parte

del prepotente, schernendo il papa degli insulti fattigli da Luigi XIV,

or in colloqui coll'abbate Luigi, or in sindacato dove i conservatori di

Campidoglio assumono per segretario Marforio, Pasquino per procurator

fiscale, don Gregorio per usciere; e dopo molte cose serie e molte

beffarde, conchiudesi con sette avvisi: 1º che tutti i cittadini abbian

un esemplare della storia romana, per ricordarsi le geste degli avi,

aspirarne l'amor della libertà, e ricordarsi che cacciarono i Tarquinj

dalla città; 2º che siano obbligati di legger la storia primitiva della

Chiesa, notare il diritto che avea il popolo d'eleggere i papi e di

partecipare al governo temporale; 3º di non chiuder gli occhi ai

disordini degli ecclesiastici; 4º ridersi delle bolle fabbricate per

avvilire il popolo e sottomettere i laici ai preti; 5º stare uniti in

santa fraternità, perchè sulla discordia si fondò la sua schiavitù; 6º

render al papa ogni rispetto e obbedienza come sovrano spirituale; 7º

guardarsi dal pagare soldati quando i papi volessero far guerra e

cambiar la croce in spada.

Oltre la pasquinata, che diceva di lui, _Maxime de se, magna de

parentibus, mala de principibus, pessima de cardinalibus, nihil de Deo_,

moltissimi sonetti conosco per la morte d'Alessandro VII, e un de'

migliori è questo:

Papa Alessandro settimo sanese

Di casa Chigi, qui sepolto giace

Che sopra dodici anni e più d'un mese,

Mal grado suo, non vide Italia in pace.

Con finto zelo e con pietà fallace

Molto al mondo promise e nulla attese.

Disse che i suoi starebbono al paese,

Ma a capo all'anno si trovò mendace.

Vantò di sollevar lo stato oppresso,

Disse voler premiar li dotti e buoni,

Far tornar Roma al suo primiero sesso.

Ma niuno più di lui senza occasione

Mille gabelle impose, e niun quant'esso

Distrusse Roma ed ingrandì bricconi.

Un papa il ciel ci doni,

Che riducendo quel ch'ei disse in atto,

Si guardi poi dal far quel ch'egli ha fatto.

Questo sonetto trovo nella Magliabecchiana mss. cl. VII. 309; dove sono

moltissime pasquinate, o in raccolte, o sparse: fra cui _Risate di

Pasquino con l'abbate Luigi per l'aggiustamento di Pisa circa le

differenze tra il re di Francia e la casa Chigi_.

Ultimamente stampossi _Pasquin et Marforio, histoire satirique des

papes, traduite et publiée pour la première fois par_ MARY LAFON (Parigi

1861). È poco meglio che copia di un articolo dei _Mémoires de

littérature par M. De S...._ (t. II, p. II, p. 200, Aja 1717),

aggiuntevi mentosto pasquinate che satire contro i papi, tolte da Hutten

e da altri. Per esempio, sotto Giulio II mette il dialogo, spiritoso per

verità ma ben lungo, fra questo papa e san Pietro alla porta del

paradiso, che è attribuito a Erasmo o a Fausto Anderlino, e che noi

mettemmo in nota al Discorso XIV. Esso Hutten ha pure il _Pasquillus

exul_, dialogo con Ciro; ove finge che, abbandonando affatto la città,

stanco di aspettare, nè più nulla sperando dal papa, solo occupato ad

impinguare i suoi ben numerosi, gli espone il secreto della creazione

dei trentun cardinali, della promulgazione delle indulgenze, e del

progetto della crociata, che in fatto era un'operazione politica e

finanziera per ristaurar l'erario, e dar al papa la maggioranza nel

conclave.

E tutt'altro che pasquinate sono il dialogo tra Vadisco e Pasquino:

_Apophtegmata Vadisci et Pasquinei de corrupto statu Ecclesiæ_; il

_Pasquillus extaticus_, ed altre composizioni.

Gli è per quest'ultima che annettesi il marmo beffardo al nome di Celio

Curione, del quale vuolsi sia la raccolta _Pasquillorum_, comparsa a

Basilea il 1544.

Questa comincia da una poesia _De se ipso et origine sua_, ove Pasquino

narra lui esser Lica che portò ad Ercole, da parte di Dejanira, la fatal

camicia, onde perdè la vita; ma prima di spirare lanciollo in aria:

ricaduto sopra uno scoglio del mar d'Eubea, suscitava tante tempeste,

che Nettuno col tridente ne lo cacciò, onde salvossi in terraferma, ed

or rimane a Roma, dove una turba di pedagoghi ogni anno gli rende i

dovuti onori.

Non v'è titolo propriamente onde attribuir quella raccolta al Curione, e

neppure il _Pasquillus theologaster_ diretto a Lutero; bensì è di lui il

_Pasquilli extatici de rebus partim superis, partim inter homines in

christiana religione passim hodie controversis cum Marphorio colloquium_

(Basilea 1544). Poi _Celii Secundi Curionis Pasquillus extaticus, una

cum aliis etiam aliquot sanctis pariter et lepidis dialogis, quibus

præcipua religionis nostræ capita elegantissime explicantur; omnia quam

antea cum auctiora, tum emendatiora,.... adjectæ quoque sunt quæstiones

Pasquilli in futuro concilio a Paolo III indicto disputandæ, lectu

jucundissimæ_ (s. l. et a.).

Forse col titolo di _Pasquino in estasi, ragionamento di Marforio e

Pasquino_, il dialogo fu scritto originariamente in italiano, qual si

trova manoscritto nella biblioteca ducale di Gotha, poichè v'è qualcosa

che manca nelle stampe latine, come il passo relativo a Giovanni Valdes,

che daremo qui sotto.

Comparve poi a Ginevra _Pasquillus extaticus, non ille prior sed totus

plane alter auctus et expositus_; e _Pasquino in estasi, nuovo e molto

più pieno che 'l primo, col viaggio all'inferno colla falsa data di

Roma, nella bottega di Pasquino a l'istanza di papa Paulo Farnese_.

Sebben quest'ultima frase sia evidentemente falsa, indicherebbe però

fosse anteriore al 1549, e vi stanno in appendice _Questioni di Pasquino

da disputare nel Concilio di Trento, che mostrava di voler fare il

papa_.

È un de' libri che più corsero attorno in quel tempo, e di quelli che

sogliono fare il maggior danno, pervertendo il buon senso e la morale

col mettere il riso al luogo delle ragioni, e ridur l'uomo al grado di

scimia. Diamone l'analisi.

_Marforio._ «Che c'è di nuovo, Pasquino? Tu sei bello e smagliante.

_Pasquino_. Come chi ha veduto il re del cielo. Non sai che, dopo il

colloquio coll'Eterno, Mosè sfolgoreggiava?

_M._ Il so, ma che? Forse le pietre van oggi in cielo?

_P._ Perchè stupirne, quando ci van tuttodì monache, abati, preti,

vescovi, papi, coi ventri dieci volte più pesanti di me?

_M._ Oh per lo meno son uomini e non sassi.

_P._ Non sai che quei che governano il mondo e la Chiesa han l'orecchio

duro, sicchè bisognan pietre per toccarli, e massime per cacciar quello

sciame di adulatori che vi ronza attorno?

_M._ E chi t'ha dato a te quest'incarico? N'hai licenza dal papa?

_P._ La necessità mi forza a parlare. I nostri contemporanei hanno gran

bisogno d'udir la verità: quei che potrebbero dirla taciono; bisogna

dunque che parlin le pietre, come comanda il Vangelo».

Qui vien a raccontare come, stando in una grotta presso il Coliseo,

s'addormentò, e gli apparve un globo di fuoco, di mezzo al quale un

vecchio Jerosataniel, capo de' veri veggenti, il quale gli esibì di

mostrargli il cielo. «Ma oggi v'ha due cieli, uno eterno, ove Cristo

salì, ove andranno i fedeli, ove Dio, cinto di angeli, giudicherà noi

tutti; l'altro, fatto di man d'uomo, e compaginato abbastanza male dal

papa». Pasquino chiede di veder quest'ultimo: gran città, dove entrava

una folla di cattivi angeli, carichi di suppliche, petizioni, corone,

rosarj, cera da bolle, argento, oro, sigilli, immagini, scapulari,

pietre preziose; altri n'uscivano portando la pace, la guerra, i nembi,

il fulmine, la tempesta, e tutto ciò che gli uomini creduli amano e

temono. Una sola porta serve ai mortali, fatta di marmo grossolano, e

che ha per ornamenti la donazione di Costantino e i trofei dei papi,

quando umiliavano i re, e metteano il piede sulla testa degli

imperatori.

Il vecchio che la custodiva, udito che era Pasquino, nol volle ricevere,

dicendo che quello cielo non era fatto per buffoni e mimi.

La guida lo consolò, dicendogli conosceva una breccia, aperta da Lutero

e Zuinglio secondo i precetti di Paolo, per demolire questo cielo.

All'entrata sventolavano due bandiere, portanti detti evangelici: «Nel

silenzio e nella speranza sarà la vostra forza. — Venite a me voi che

soffrite e faticate, e v'ajuterò». Accostandosi al difficile accesso,

incontrano un vecchio, dalla barba lunga, sulla cui tunica eran ricamate

le lettere V. D. M. I. Æ. (_Verbum Dei manet in æternum_). Questi non

vuol lasciar entrare Pasquino se non l'esamina sulla fede. E gli

domanda: «Chi è il capo della Chiesa, Cristo o il papa?»

— Tutt'è due» risposi io.

— Dunque la Chiesa è bicipite, eh?

— No no, celiavo: non ebbe mai e non ha che un solo capo, Gesù Cristo;

chi gli mette sulle spalle anche quello del papa, ne fa una specie di

Cerbero».

Il vecchio lo bacia, e lo mena verso gli altri, chiamandolo fratello.

Colà trova Federico di Sassonia, eccellente principe che aperse tutte le

porte al Vangelo: Zuinglio, Capitone, Ecolampadio, altri Tedeschi, e

molti Svizzeri, alquanti Francesi abbastanza Italiani, e qualche

spagnuolo. Fra gli Italiani erano Gerolamo Galateo di Venezia, che

undici anni soffrì con costanza, e morì pel Vangelo nelle tenebre d'un

carcere. Vide anche uno spagnuolo, nobil cavaliere di Cesare, ma

cavaliere di Cristo ancor più nobile, Giovanni Valdes _vir summa

religione, fide, eruditione, qui Neapoli diem obiit supremum, egregiis

relictis ad hoc cœlum excidendum istrumentis_.

Continuando vede come le mura che difendevano quella città erano di

rosarj, tonsure, barbe, cingoli, sandali, pazienze, zoccoli, pesci, ova,

mitre, cere, bolle, il tutto cementato con olio e seta: e v'avea quattro

porte; la superstizione, l'ignoranza, l'ipocrisia, l'orgoglio. Ma tutto

era minato, senza che se n'accorgessero i monaci che custodivano.

Entrato, esamina il quartiere dove stavano monaci ed eremiti, de' quali

storpia beffardamente i nomi, poi le monache, poi i confessori, e i gran

dottori che faticavano a trasportar dal Vecchio e dal Nuovo Testamento

ciò che s'affaceva alla Chiesa loro, le decime, le mitre, gl'incensi, i

sacrifizj de' leviti, lasciando via le mogli col dir che la nuova legge

permette solo le concubine e peggio. Invece di evangelisti, scorge una

folla di dottori e redattori di decretali e bolle sull'infallibilità del

papa.

Quand'ebbe veduto questo ed altro, pregò il vecchio di ricondurlo

quaggiù; e credette inutile veder l'inferno, dacchè avea veduto il cielo

dei papi.

È principalmente all'occasione del conclave che la lingua di Pasquino

taglia e fende, valendosene amici e nemici a sostenere od abbattere i

varj candidati. Quelle satire riferendosi a fatti e persone

specialissime, han poco interesse dopo passatane l'occasione. La più

antica che si conservi, credo sia quella dopo la morte di Clemente VII

nel 1534.

_Dialogo fra Pasquino e san Pietro imprigionato

in Castel Sant'Angelo._

_Pasquino._ Or che par vero che Clemente è morto,

Sali fuora, buon Pietro, di prigione,

E va gridando al cielo e alle persone

Tutto il mal che t'ha fatto, e quanto torto.

Non star serrato più: prendi conforto,

Ch'ora per tutto si farà ragione,

E tal che infino a qui fatto ha il barone,

In sulle forche si vedrà di corto.

E via dice i più villani improperj contro Clemente «che ha spogliato la

Chiesa e 'l mondo e Cristo», e conchiude:

Pietro norma ti sia d'andar più saldo,

Che ne facci un miglior, non un ribaldo.

Gli eretici d'Italia, vol. II · 第 42 / 88 题