CELIO CURIONE. LE PASQUINATE.

Da Giacomo Roterio, detto Curione perchè di Chieri, e da Carlotta

Montrolier, dama d'onore della duchessa Bianca di Savoja, nobil casa che

avea possessi in Moncalieri, nacque Celio Secondo, ultimo di ventitrè

figliuoli. Rimasto orfano a nove anni, fu posto a Torino presso la zia

Maddalena, e frequentava l'Università sotto Giorgio Carrara, Domenico

Macaro, Giovanni Breme e il milanese Sfondrato che poi fu cardinale.

Quivi conobbe i libri e le dottrine de' Protestanti, e invaghitosene

concertò di fuggire in Germania con Giovanni Cornelio e Francesco

Guarini. Scoperto in val d'Aosta, il cardinale Bonifazio, vescovo

d'Ivrea, lo fece chiudere nella fortezza di Caprano, e dopo due mesi nel

monastero di san Benigno per esser indirizzato nella vera fede. Ma egli,

impuntandosi viepiù nella sua, burlavasi de' frati; a certe reliquie

ch'e' veneravano sostituì una Bibbia; alfine sottrattosi, girò varie

città, poi fermossi a Milano, e vi ottenne una cattedra. Milano era

allora malmenata dagli Spagnuoli, sicchè molti ritiravansi in campagna,

fra i quali la famiglia Isacchi a Barzago in Brianza, la quale lo

ospitò, e gli diede sposa una figliuola.

Quando gli parve poterlo senza pericolo, il Curione tornò in patria a

raccogliere l'eredità de' fratelli, di cui solo una sorella sopraviveva.

Assistendo in Castiglione alla predica di un Domenicano torinese che

malmenava Lutero, asserendo che in Germania trovasse favore sol per la

licenza di costumi che permetteva, ed esponendone leggermente le

dottrine, Celio gli gridò, «Voi mentite»; e cacciò a mano le opere di

questo. Scontò tale uscita con rigorosissima prigionia a Torino: ma

quivi fingendosi rassegnato alla meritata pena e sofferente, ottenne dal

carceriero gli legasse una gamba sola, poi dall'una all'altra alternasse

la catena; nel qual mutamento riuscì a sostituire una gamba finta, e

così svincolato potè sottrarsi. Sono storielle, riprodotte anche ai

giorni nostri, e colle quali si volle spesso mascherare romanzescamente

la corruzione d'un custode o la sollecitudine di un amico. Ma allora

come adesso se ne levò rumore; il fatto fu attribuito a magia, sicchè il

Curione si credette obbligato a riferirne le miracolaje

circostanze[176], e vantandosi diceva: «Per questo fatto io non feci

voto di visitar Compostella o Gerusalemme, che sono idolatrie; nè di

castità, la quale Dio solo può dare; ma mi consacrai tutto a Gesù

Cristo, unico liberator nostro».

Ricoverossi a Salò; presto ottenne una cattedra a Pavia, e sebbene

trapelasse come sentiva, mai per tre anni non si ardì arrestarlo, perchè

gli studenti vegliavano a sua difesa. Insistendo però il papa acciocchè

il senato milanese togliesse di mezzo quello scandalo, il Curione si

raccolse a Venezia, indi a Ferrara, ove la duchessa Renata gli diede

raccomandazioni, per le quali conseguì a Lucca una cattedra. Ma perchè

il papa non cessava di domandare glielo consegnassero, la repubblichetta

il consigliò di mutar aria. Entrato negli Svizzeri, fu maestro e rettore

alla scuola di Losanna, poi di Basilea nel 1547, donde più non si

scostò, per quante offerte ricevesse. Una volta ardì ritornare a Lucca

per prendervi la moglie e i figliuoli; ma mentre si riposava a Pescia,

ecco il bargello del sant'Uffizio presentarsi per arrestarlo. Egli non

si perde d'animo, ma afferrato un coltello da tavola, profitta della

sorpresa degli sgherri e si salva.

Molte opere di libertà protestante lasciò, fra cui sono una rarità

_Pasquillorum tomi duo_[177], raccolta di pasquinate e satire varie,

edite dall'Oporino nel 1544. Di là venne la reputazione delle

pasquinate, e diversi scritti, si pubblicarono con titoli simili, e

principalmente il _Pasquino in estasi_. A Basilea egli stampò _De

amplitudine regni_ Dei, dove sosteneva che il numero de' salvati è molto

maggiore che quel de' dannati, onde gli fu gridata la croce addosso dal

Bullinger, dal Vergerio, da altri, tacciandolo di pelagiano. Trattò

_Della antica autorità della Chiesa di Cristo_; stese varj opuscoli, fra

cui una «Lettera ai fratelli, i quali pel regno di Babilonia sono

sparsi»; parafrasò l'inizio del vangelo di san Giovanni; pose una

prefazione di dodici pagine a _Le cento et dieci diuine considerationi

del s. Giouani Valdesso ne le quali si ragiona delle cose più utili, più

necessarie et più perfette della christiana professione_, ch'egli forse

avea tradotte, e che, sebbene senza data, pajono stampate dall'Oporino o

dal Guarino[178].

Gran ciceroniano, fe molti lavori filologici, ampliò il dizionario del

Nizolio, pubblicò le opere del famoso ellenista Guglielmo Buddeo; fece

il _Thesaurus linguæ latinæ_ e commenti ad Aristotele: tradusse in

latino venti libri delle storie del Guicciardini[179]. Molte sue lettere

sono a stampa, altre manoscritte nella biblioteca di Basilea, dirette a

regnanti e a primarj riformatori, Bullinger, Musculo, Cardano, Erasto,

Gesner, Sturm, Brenzio, Borrhaus, Vadian, Paleario, Gribaldi, Castalion,

Melantone. Quest'ultimo in una lettera grandemente ne loda il nobile

stile, applicandogli quel verso di Omero:

Σοὶ δ’ἔνι μὲν μορφὴ ἔπεων, ἓνι δὲ φρὲνες ἐσθλαί.

Di Erasmo diceva che _sursum, deorsum, huc atque illuc agebatur... inter

cœlum papisticum et christianum_.

In casa accoglieva giovani italiani, che voleano farsi educare nel

libero culto, fra' quali fu Giovan Battista Bernardini di Lucca. La

figlia Violante diede in moglie allo Zanchi, altro fuoruscito italiano,

e la vide morire nel 1556, e nella biblioteca di Basilea vi son lettere

affettuosissime di lui e dello Zanchi su quella perdita, tutta speranza

di ricongiungersi ad essa. Nella chiesa di Strasburgo le fu posto

l'epitafio: _D. O. M. S. Violanthi Curioni C. S. C. itali f., conjugi

sanctiss.: clariss. ob singularem probitatem, industriam, candorem,

fidem, amorem, admirabilem in longiss. et graviss. morbo constantiam,

patientiam, pietatem incomparabili: Hieronymus Zanchius italus optime

merenti mæstiss. p. tertio puerperio eoque infausto, ad Christum Jesum

quem sincera coluit religione cupidiss. concessit, cum quo vivit beata

illam expectans diem qua suo corpori reddita, integra immortalitate

fruetur. ann. sal._ MDLVI. XIII _nov. ætat. suæ an_. XXII.

Tre altre figliuole, che erano di sedici, diciasette, diciotto anni,

perdette il Curioni nella peste del 1564, e di esse deplora la morte con

cuor di padre in lettere manoscritte, lodandone l'ingegno, le virtù,

l'affetto [180]. Allora condusse la moglie a Zurigo, dove essa, colle

tante famiglie italiane rifuggite, potesse consolarsi parlando la lingua

nativa, dacchè più non poteva usarla colle figliuole. Tornato poi a

Basilea, vide morirsi anche il figlio Orazio, ch'era professore di

medicina a Pisa, e che latinizzò alcuni sermoni dell'Ochino.

Pendettero nel medesimo senso gli altri figliuoli Angelo ed Agostino, il

qual ultimo, morto nel 1566, avea scritto la storia de' Saraceni e

dell'America. Eran nati a Lucca e aveano fatto gli studj in Italia col

fratello Leone, il quale sposò Flaminia dei Muralto di Locarno, restò

prigioniero in Francia al tempo delle guerre civili, in Polonia tenne

splendida posizione e fu ambasciadore presso varie Corti.

Celio Secondo morì il 25 novembre 1569, e fu deposto con gonfio

epitaffio[181] nella cattedrale col resto di sua famiglia; dove la

moglie lo raggiunse al 12 maggio del 1587. Spirito di eccessiva

sottigliezza, dicono i suoi correligionarj, non sapeva restringersi alla

semplicità della Scrittura, e lasciava che la sua immaginativa

trascendesse i limiti della rivelazione[182]. Per togliere il sospetto

di antitrinitario, nel suo testamento, che sta manuscritto nella

biblioteca municipale di Basilea, confessa creder in Dio Padre, nel

Figliuolo unigenito suo, e nello Spirito Santo suo, e di abbracciare

Gesù Cristo, vero figliuolo di Dio e vero uomo, come l'unico mediatore

fra Dio e noi.

Gli eretici d'Italia, vol. II · 第 32 / 88 题