NOTE

[88] _Nuntiatura Germaniæ_, vol. IV.

[89] Varie lettere del Vergerio per promuovere il Concilio si trovano

nella preziosa raccolta di documenti che, per tesser una nuova storia

del Sinodo Tridentino, avea preparata il padre Alberto Mazzoleni, e che

ora in cinquanta volumi sta nella Biblioteca di Trento, rimanendone

ancora tre in quella di Bergamo.

[90] Codice della Biblioteca Vaticana, 3914, fol. 263 e seg.

[91] _Rob. Vancopius Paulo III; Vormatiæ 17 novembre 1540._

_Die V hujus mensis Vormatiam venit episcopus Justinopolitanus

Catholicorum et Protestantium commercio ac colloquio_ (_utrisque etiam

ad commessationes sæpius invitatus_) _quamdiu hic fuit usus est.

Putabatur a Germanis mandato christianissimi regis advenisse: ego ut id

credam adduci non possum: fatebatur tamen se a majestate sua mille

ducatis donatum, et ejusdem se servum esse._ Nell'Archivio Vaticano,

_Nunciatura Germaniæ_, VIII, 19.

[92] _Arch. Vat. Nunciat. Germaniæ_ XV, 306. Ivi stesso VIII, 281,

Giovanni Poggio al 5 febbrajo 1541 scrive al cardinale Santa Croce:

«Desidero saper da quella come mi ho da governar col Vergerio, esoso qua

sopra modo»,

[93] Nell'archivio di Firenze fra le carte Cervini, filza IV, fol. 118.

[94] Ottonello Vida, che dal Caracciolo, nella vita di Paolo IV

manoscritta, è detto «locotenente del Vergerio nella scola eretica», e

che è noverato nell'Indice tridentino fra gli autori proibiti di prima

classe, ad esso Vergerio scriveva confortandolo perchè tornasse alla sua

diocesi, offrendosi disposto di andarlo a trovar in Germania, «non con

intenzione di venire un'altra volta in peregrinaggio a cercare con

infiniti incomodi e pericoli di quelle comodità e riposi, che poi ci

tengono in continua soggezione e servitù: ma io mi era disposto, come

geloso dell'onore, e della salute di vostra signoria e della nostra

insieme, di venire a trovarla per rimoverla da quel fiero pensiero, il

quale n'ha condotti tanti a perdizione, e col quale mi pareva ch'ella si

fosse partita d'Italia; cioè di volere invecchiare nelle speranze delle

Corti. Ma ora, che ella mi scrive di aver ben considerato il caso suo,

e, poste sulle bilancie le ragioni dell'una e dell'altra parte, aver

deliberato di al tutto chiuder l'orecchie a' canti delle Sirene delle

Corti e del mondo, e di ridursi nel suo tranquillo porto, io mi trovo

tanto di lei soddisfatto, quanto io mi trovai mesto e sconsolato al suo

dipartire, quando ella mi lasciò in Ferrara. E perchè molte fiate

avviene che l'uomo si dispone a voler fare qualche buona opera, e poi,

da qualche nuovo accidente disturbato, cessa, e da quel buon

proponimento si rimuove, però, quantunque non sia da temere che ciò

nella costanza di vostra signoria abbia a cadere, pur non mi rimarrò di

ancora ammonirla e ripregarla, che per l'amor di Gesù Cristo voglia con

pronto effetto eseguire ciò, che per ispirazione divina è stato da lei

saviamente deliberato; e voglia sopratutto considerare, che, avendola il

signor Dio, dal quale procede ogni podestà e autorità, proposta alla

cura di questo suo gregge, non si può addurre, nè immaginare ragione

alcuna, per la quale ella debba o possa mancare da tal ufficio, e

contravvenire alla volontà sua. Egli ci ha fatti nascere tutti in questo

mondo negoziosi, e a ciascuno secondo il suo stato ha assegnato

l'ufficio suo, e posta dinanzi agli occhi la via, alla qual abbiamo a

camminare verso la salute nostra. Dobbiamo adunque ciascuno di noi

esercitare nell'ufficio nostro, ed isforzarne di far bene la parte

nostra, e persistere, come dice l'apostolo, nella vocazione, che Dio ci

ha chiamati; e chi far vuole altramente, lasciar il suo, per occupar

l'altrui ufficio, e uscir del suo proprio sentiero, questi perturba

l'ordine di sua divina maestà, ed erra fuor di strada, come vagabondo e

perduto; nè mai pervenirà a quel fine, al quale è stato da Dio creato.

«E per dir di vostra signoria (benchè ella meglio di me tutte queste

cose intenda) ella è stata prima da Dio, che da alcun papa, eletta

vescovo di Capodistria. L'ufficio del vescovo è essere vigilante sopra

l'anime de' suoi diocesani, e guardarle, e ben custodirle dai pericoli

del mondo, e dalle insidie del maligno spirito. Oltre che, anche egli

deve prima custodire la sua, come ciascuno di noi la nostra, e perciò i

vescovi dal Salvator nostro son chiamati pastori. Il buon pastore non

lascia mai le sue pecore incustodite e senza guida, per andare in

lontani paesi a guardare l'altrui. Egli si sta con loro giorno e notte,

sollecito e vigilante, e mette la vita per loro ne' pericoli, e sempre

provvede che elle non siano contagionate da morbi, depredate da ladri,

divorate da lupi, e siano difese dal caldo e dal gelo, ed abbiano sempre

buoni pascoli, e copia di buone erbe e buone acque, e tutto ciò che fa

loro di bisogno. Il che come potrà quel pastore, che non le ama, non le

vede nè mattina nè sera, e non le conosce? Come farà egli l'ufficio, al

quale Dio l'ha chiamato? Bisogna adunque che, così il vescovo come

ciascuno altro, anzi più esso che ciascun altro (perchè ha da regger

anime redente col sangue del Figliuol di Dio) attenda al suo proprio

ufficio, e si sforzi con ogni studio di farlo bene, e di adempire la

volontà del sommo fattore, nè si metta a seguire il maluso de' nostri

tempi, e di que' vescovi, i quali, vinti dall'avarizia e dall'ambizione,

di niuna cosa manco si pensano che di stare alle residenze, e cercare la

salute dell'anime a loro commesse, e poi non potendosi altramente

difendere, in escusazione allegano la mala consuetudine, come faceva

quel buon prelato, amico di vostra signoria, il quale, molto in vero

accortamente, da questa imputazione si difendeva dicendo, che egli non

intendeva d'essere obbligato di stare al suo vescovato, perciocchè,

quando egli fu creato vescovo, non era questa usanza che i vescovi

facessero residenza alle diocesi, anzi tutti solevano stare a Roma (come

si fa oggidì da molti) a procurare altri onori e beneficj; e che,

essendo eletto a quei tempi e sotto quella fede, non gli pareva onesto

che questa (siccome egli diceva) nuova legge dovesse far pregiudicio

alla libertà sua: e aggiungeva aver udito, che con questa ragione alcune

buone monache avevano similmente ottenuto di poter vivere a lor modo,

senza pericolo d'essere riformate: perciocchè anche esse dicevano

d'essere entrate ne' monasteri, a' tempi che si viveva in più libertà; e

che non era tanto gran miracolo se alcuna di loro aveva qualche volta

pratica con un uomo. Vane sono e troppo apertamente sciocche (acciò che

io non dica empie) queste escusazioni: conciossiachè non si possa

chiamar consuetudine la depravata usanza, per la quale si contravviene

all'ordine del sommo opifice; onde cessano similmente quelle altre

ragioni, che scrivete, di quei nostri cardinali, che pajono nella prima

vista un poco vere e urgenti: cioè, che sia meglio vostra signoria

attenda alla riformazione di tutta la Chiesa, la quale ora ne ha

bisogno, che alla conservazione della sola sua diocesi. Ognuno sa che

tutte le patrie e diocesi di cristianità hanno i lor vescovi, i quali

sono tenuti aver cura ciascheduno della sua: hanno poi i vescovi i suoi

metropolitani, l'officio de' quali è procurare tra le altre cose, che i

vescovi a loro soggetti se ne stiano alle residenze loro, e custodiscano

diligentemente i loro greggi. I metropolitani anch'essi hanno sopra di

loro il sommo pontefice, l'officio e cura del quale è universale sopra

tutta la Chiesa di Dio; la quale poi egli come supremo e sempiterno

capo, col suo santo spirito regge e governa. Questi officj, siccome sono

tutti distinti e separati l'uno dall'altro, così deve ciascuno conoscere

il suo, e a quello intendere gli spiriti, e indirizzare tutte le

operazioni sue: che così l'ordine richiede, da Dio instituito, nè deve

alcuno contravvenir a questo ordine, nè lasciar il suo per ingerirsi

nell'altrui officio, che ciò sarebbe, come ho detto di sopra, guastar

l'ordine, e riprendere Dio, e mostrar di saper ordinar le cose meglio di

lui; il che è non solo inconveniente ma abbominevole, che, come dice

l'apostolo, se il piede dicesse al capo, Io voglio esser capo, e la mano

all'occhio, Io voglio esser occhio, così similmente discordassero gli

altri membri; non potrebbe l'uomo sostentarsi, nè durare in vita.

«Il governo della Chiesa universale appartiene al sommo pontefice: il

quale, perciocchè è gravissima impresa, è stato ben istituito (benchè se

ne dica da' Tedeschi in contrario) ch'egli abbia tanti cardinali al

lato; col consiglio e ajuto de' quali possa provvedere a tutti i bisogni

di quella, e adempiere l'officio suo. Ma saria ben necessario che questi

cardinali e assistenti del sommo pastore, e consiglieri suoi nel governo

universale della santa Chiesa, fossero anche essi assidui e diligenti a

quell'officio; e nelle consultazioni quotidiane si sforzassero di

preporre sempre le cose utili alla conservazione e augumento della santa

sede, e di investigare de' rimedj contra l'armi d'infideli, contra le

eresie, e contra le discordie de' principi cristiani: e perciò

bisognerebbe che tutti fossero uomini di santa vita e di singolar

dottrina, e non avessero nè vescovadi, nè particolar carico d'alcuna

diocesi, perciocchè avendolo, bisognerebbe che anche essi stessero alle

loro residenze, e attendessero a quella cura. Ma posto che il sommo

pastore nè per sè, nè con l'altrui consiglio potesse o sapesse fare

tutto ciò che si converrebbe, e che per tal difetto le cose della fede e

della Chiesa di Cristo patissero delle scisme e degli incomodi: in tal

caso sarebbe ben il dovere, che, se per fare una generale provvisione

gli arcivescovi e i vescovi e gli altri prelati fossero chiamati come ad

un consiglio, dovessero allora lasciare le loro diocesi, al meglio che

potessero custodite, e prontamente tutti convenire al luogo destinato;

dove, secondo che fossero dallo Spirito Santo ajutati, avessero a

provvedere a quell'urgente bisogno. Ma altramente non dovriano mai da se

stessi, e senza esser chiamati e con comandamenti costretti, abbandonar

la cura de' loro popoli.

«Il Salvator nostro, il quale ha il governo sempiterno della santa

Chiesa, ci ha promesso di sua bocca di mai non l'abbandonare, anzi di

starsene con lei fino alla consumazione de' secoli, e s'egli mantiene la

fede e l'obbligo, nè cessa dal suo officio, meno devono i terreni

pontefici mancar dal loro, per supplir agli altrui difetti. Che se,

mancando il sommo pontefice dal suo officio, volessero i metropolitani

assumer essi il carico del governo universale, e lasciare la cura de'

vescovi e delle diocesi a loro soggette, e i vescovi similmente

lasciassero il governo de' loro popoli; e i privati mancassero delle

buone opere; e così cessasse ciascheduno dal suo officio, chi non vede

che ciò sarebbe deformare, non reformare lo stato della Chiesa

universale? Siccome all'incontro, se tutti i particolari stessero nel

loro officio, l'universale stato sarebbe perfetto, e non avrebbe bisogno

d'altra riformazione.

«Facciamo adunque noi tutto ciò che possiamo per adempire quell'officio,

al qual Dio ci ha deputati, e preghiamo nelle orazioni nostre sua divina

maestà (siccome egli ci ha insegnato) che similmente dagli altri si

faccia sempre la volontà sua: perciocchè non avrà alcuno da rendere

ragione nel supremo giorno, se non del suo officio e della sua

negoziazione; non avrò io, nè alcun altro da render conto del vescovato

di vostra signoria, nè essa avrà da render ragione delle operazioni del

papa, nè de' re, nè de' cardinali, ma ben delle sue e di quelle dei suoi

diocesani, se per colpa, o negligenza di lei saranno pericolati, o

infettati di qualche morbo, e usciti dalla via diritta. Sicchè, per fare

omai fine, mandate, monsignor mio, ad effetto la santa deliberazione

vostra, e non vogliate, per far l'officio altrui, lasciare il vostro;

per giovar a persone strane, offendere la patria vostra; per seguir i

signori e i re del mondo, abbandonare il signor del cielo e il re delle

anime nostre.

«La patria nostra, molte volte ne' tempi passati si è doluta di essere

stata abbandonata, e per lunghi intervalli di tempo destituta dalla

presenza de' suoi vescovi, i quali, perciocchè erano forestieri e di

lontani paesi, potevano pretendere qualche adombrata scusa, ma non vera.

Ma voi, al quale Domenedio ha dato in governo quella città, che è

medesimamente patria vostra, nella quale siete da tutti i buoni tanto

amato e stimato; non avete ragione nè escusazione alcuna di dover stare

da lei lontano; anzi dovete, tutto acceso di doppia carità, stare

assiduamente alla residenza vostra; e con la presenza e con la vostra

buona dottrina e col buono esempio, consolare, ammaestrare e confermare

nella via di Dio e nelle buone operazioni i nostri compatrioti, a noi e

di sangue, e di benivolenza tanto congiunti, siccome cominciaste a fare

negli anni passati, che molte fiate con le prediche e buone ammonizioni

vostre ci empieste tutti d'una gran consolazione e speranza. E ora

perchè mancare, o monsignore, di quel santo vostro principio? Ma spero

nel signore Iddio, che non mancherete più lungamente, e che eseguirete

senza dimora alcuna la deliberazione vostra: e io per nome di tutta la

città nostra supplichevolmente prego vostra signoria che così voglia

fare, e che voglia eziandio prendere in buona parte tutto ciò, che io ho

qui troppo presuntuosamente scritto..... »

[95] Lettera piissima di Flaminio a suo cugino Cesare. Roma 15 febbrajo

1544.

[96] _Nec enim puduit eum, scelus omnium turpissimum, sed per Italiam

nimis notum atque Græciam, celebrare laudibus._ SLEIDAN, _De statu

religionis et reipublicæ, all'anno 1548._

[97] «Pare a me che grande ingiuria mi sia stata fatta quando il legato

Della Casa mandò in Capodistria con molto scandalo di tutto quel popolo

i pubblici sbirri cercando per tutta la casa mia. Io aveva di que'

libri, e mandò a far questo rumore appunto in tempo ch'io era al

Concilio di Trento». _Le otto difensioni del Vergerio._

[98] VERGERIO, _Ritrattazione_.

[99] E 'l contrario, tutti lo maledicevano per non haver tolto li Santi

Sacramenti, salvo i Luterani.

[100] Pii, qui s'intendono questi nuovi cristiani.

[101] _Idest_ lutherana.

[102] Cioè la dottrina luterana; e così non fosse! _Hic labor_,

monsignor reverendissimo.

[103] _Idest_ opinione luterana.

[104] Oh bella fede viva sopra i sacramenti della Chiesa.

[105] Da animale.

[106] Per superstizione ed ipocrisia s'intendono le cose della Chiesa.

[107] Cioè seculari luterani.

[108] S'intendono le raccomandazioni dell'anima, che fanno li sacerdoti.

[109] Cose esterne s'intendono i sacramenti e cerimonie sante de'

Cristiani.

[110] Lasso un'altra parte della littera, dove lo autore descrive come

il vescovo Vergerio si è deportato in tollerar la morte del fratello. È

cosa goffa, e non al proposito.

[111] Lo Zilioli, in vite di letterati contemporanei, manuscritte nella

Marciana, racconta che la madre di G. B. Sanga poeta, volendo dar morte

a una fanciulla amata da questo, preparò un'insalata velenosa: e

avendone mangiato anche il Sanga e Aurelio Vergerio, morirono.

[112] È nelle suddette carte Cervini, filza IV, foglio 120.

[113] Nel carteggio mediceo dell'archivio di Firenze son lettere da

Trento del Serristori 1549 e del Buonanni e del Pandolfini da Venezia

del 45 e 46, che parlano del vescovo di Capodistria, della sua venuta a

Trento, della proposizione di torgli il vescovado.

«L'episcopo di Capodistria è venuto al Concilio, rimettendosi in tutto e

per tutto al giudizio del Concilio. Li legati non l'hanno voluto

accettare, ma gli hanno detto che stia absente di Trento finchè avessino

sentita il papa. Il che hanno fatto, ma non è venuto risposta. Non

sappiamo se lui è partito, ovvero stia segreto in qualche casa. Questo

fatto ha dispiaciuto a molti, massime al cardinale di Trento, quale vi

so dire che ha gran fervore.»

[114] «Pare a me che sia onore e reputazione della Chiesa e della fede

nostra santissima e piena di grazia e di maestà il repudiar queste baje,

e dire arditamente ch'elle non son vere».

[115] _Francisci Spieræ qui, quod susceptam semel evangelicæ veritatis

professionem abnegasset damnassetque, in horrendam incidit

desperationem, historia: a quatuor summis viris summa cum fide

conscripta: cum cl. vir. prefationibus Cœli Secundi C. et Jo. Calvini et

P. P. Vergerii apologia: in quibus multa hoc tempore scitu digna

gravissime tractantur_ (senza data ed anno). _Franc. Spiera's Lebensende

von C. L. Roth._, Nurimberga 1829.

[116] Il Xist non conobbe il processo del Vergerio, vedi pag. 123. Il

dottor Kandler di Trieste mi assicura che si trovi nell'archivio

generale di Venezia, venutovi dall'archivio dell'Inquisizione della

fede. Io non potetti rinvenirlo.

[117] Al duca Alberto, il 6 febbrajo 1563, scrive: _Mitto libellum

Savonarolæ itali, qui ante LX annos obiit, in psalmos tres: accepi a meo

principe. Delectabit et juvabit libellus; utinam istic spargeretur.

Esset enim operæ pretium ut in Poloniam quoque et Lituaniam istinc

penetraret._

[118] Luigi Lippomano veneto, dopo molte nunziature, era stato mandato a

quella di Polonia, ove i settarj dicono si mostrasse crudelissimo con

loro, e che, per cominciare, facesse perseguitar gli Ebrei, col pretesto

avessero da un'ostia consacrata cavato una fiala di sangue per

servirsene a sanar la ferita della circoncisione; col che ravvivò nei

credenti il dogma della transustanziazione.

Del Vergerio parla più volte il cardinale Truchses nelle lettere a

Stanislao Osio, che sono fra quelle di Giulio Pogiano. Per esempio, al 9

gennajo 1563, scrive: _Me quoque Vergerii, illius desertoris ac

perditissimi hominis, nefariæ in te declamationes valde delectant. Nam,

etsi nullum tibi ab optimis et summis viris virtutis, prudentiæ,

religionis præconium deest, tamen non est leve egregiæ laudis

testimonium vituperano illius immanis belluæ: quæ aliquando delapsa in

foveam obruetur. Ac tibi quidem jucundum esse debet eundem illum in te

perbacchatum esse, qui magnum illum sanctissimumque pontificem Gregorium

concidere ausus sit toto volumine._

[119] A Brunswich, nel 1855, fu stampato _P. P. Vergerius papstlicher

nuntius, katolischer Bischof, und Vorkämfer des Evangeliums, eine

reformations geschichtliche Monographie von_ CHRISTIAN HEINRICH XIST,

_evangelichem Pfarrer der Zeit Nürnberg_. Egli protesta non voler

offrire materia di guerra, ma un saggio sulla Riforma, e la storia d'un

uomo conosciuto da pochi, da molti mal conosciuto. Ma è passionato.

Aggiunse XLIV lettere tolte dall'archivio di Königsberg. Ma altre furono

indicate nella Biblioteca di Zurigo da M. Young nella _Vita di Aonio

Paleario_ (Londra 1860). Vedasi anche _Apologia pro P. P. Vergerio

adversus J. Casam._ Ulma 1754. Dal catalogo delle opere del Vergerio,

noi scegliamo quelle sole che fanno alla materia nostra.

_Discorsi sopra i Fioretti di frà Francesco_, senza luogo nè anno.

_Don Giovanni da Cremona_, parafrasi sopra i sette salmi.

_Instruzione come si ha da consolar e ammaestrar uno, che sta in

pericolo di morte._

_Il Catalogo de' libri, li quali, novamente nel mese di maggio dell'anno

1549, sono stati condannati et scomunicati per heretici da monsignor

Giovanni della Casa, legato di Venetia, e da alcuni frati. E aggiunto

sopra il medesimo Catalogo un judicio e discorso del Vergerio, 1549._

_Dodici trattatelli, fatti poco avanti il suo partire d'Italia._ Basilea

1549-50.

_Le otto difensioni del Vergerio, ovvero trattato delle superstizioni

d'Italia e della ignoranza de' sacerdoti etc._, pubblicato da Celio

Secundo Curione. Basilea 1550.

_Al serenissimo re d'Inghilterra Eduardo VI._

_Della creazione del nuovo papa Julio III, e ciò che di lui sperare si

possa, 1550. De creatione Julii III etc., 1550._

_La sontuosissima festa fatta in Roma per la coronatione di papa Giulio

III, con la solennità et ceremonia usata nello aprire la porta santa del

Jubileo, con commento, 1550. Qua pompa et magnificentia Julius III, P.

R. coronatus est, etc., anno 1550._

_La forma delle pubbliche orazioni e della confessione ed assoluzione,

la quale si usa nella chiesa de' forestieri, che è nuovamente stata

instituita in Londra._

_A' Principi d'Italia, 1550._

_A quelli venerabili Padri Domenicani, che difendono il Rosario per cosa

buona, 1550._

_Bolla della Inditione e Convocatione del Concilio che si ha da

incominciare in Trento al primo di maggio dell'anno 1551. Bulla Julii

III Rom. Episc. etc. Cum Commentariolo de Vidae_ (pseudonimo), _verso ex

ital. Lingua._ Basilea 1551. Tubinga 1553.

_Al serenissimo duce Donato, et alla Eccellentissima Repubblica di

Venezia, Orazione e Defensione del Vergerio._ Da Vico Suprano, a X

aprile 1551.

_Missæ ac Missalis anatomia, h. e. Missalis enucleatio. Nunc primum_

(_ut ea res purioris fidei cultoribus scitu necessaria ad alias quoque

nationes deveniret_) _e gallica lingua latine versa a. 1551._

_Concilium Tridentinum fugiendum esse omnibus piis, 1551_, e altre

volte.

_Il Vergerio a papa Giulio III, che ha approvato un libro del Mutio,

intitolato le Vergeriane. 1551._

_Operetta nuova del Vergerio, nella quale si dimostrano le vere ragioni

che hanno mosso i Romani Pontefici ad instituir le belle cerimonie della

settimana santa._ Zurigo 1552.

_Risposta del vescovo Vergerio ad un libro del Nausea, vescovo di

Vienna, scritto in lode del Concilio Tridentino._ Poschiavo 1552.

_Fondamento della Religione Christiana, per uso della Valtellina, 1553._

_Consilium quorundam episcoporum Bononiæ congregatorum, quod de ratione

stabiliendæ Romanæ Ecclesiæ Julio III pontifici maximo datum est, 1553_

e più altre volte, e tradotto in altre lingue.

_Ludovico Rasoro alla abbadessa dello monastero di Santa Giustina di

Venetia, sopra un libro intitolato_: Luce di Fede, _stampato nuovamente

in Milano per Giovanni Antonio da Borgo in laude della Messa, 1553._

_Stanze del Berna con tre sonetti del Petrarca, dove si parla

dell'Evangelio e della Corte Romana, 1554._

_Delle commissioni e facultà che papa Giulio III ha dato a monsignor

Paolo Odescalco, comasco, suo nuncio et inquisitore in tutto il paese

de' magnifici signori Grisoni, 1554._

_Catalogo dell'Arcimboldo, arcivescovo di Milano, ove egli condanna e

diffama per heretici la maggior parte de' figliuoli di Dio, e membri di

Christo, i quali ne' loro scritti cercano la riformatione della Chiesa

Christiana. Con una risposta fattagli in nome d'una parte di quei

valenti uomini, 1554._

_Frà Aleandro Bolognese, in un suo libro stampato in Bologna nell'anno

1550, ha tolto a celebrare per cose verissime, catholice e sante, il

concorso de' popoli alla statua et ai muri di Loreto, il sangue uscito

fuor dell'hostia di Bolsena, gli altari fatti e consacrati per mano di

san Michaele Arcangelo sul monte Gargano, et altre simili facende. Et

papa Julio III ha tutto ciò approvato e confermato, onde ogni huom potrà

far giudicio lui e la sua Chiesa Romana esser risoluta di volersi

mantenere in tutte le consuete sue superstizioni, bugie, idolatrie et

errori, in disprezzo deli huomini e di Dio, 1554._

_Heus! Germani, cognoscite ex hac Epistola, quid de vobis sentiat et

predicet Beatissimus Papa; tum etiam videte quale concilium cum suis

creaturis celebraturus sit. Illustrissimo atque optimæ spei Puero D.

Eberhardo, illustrissimi Princ. Christophori, D. W. filio primogenito,

Munusculum Vergerii exulis Jesu Christi. A. 1554._

_Lac spirituale, pro alendis ac educandis Christianorum pueris ad

gloriam Dei. Regiomontani, s. a._ Nel 1550 fu stampato in italiano a

Pavia dalla stamperia Moscheno.

_Della Camera et Statua della Madonna, chiamata di Loreto, la quale è

stata nuovamente difesa da frà Leandro Alberti, bolognese, e da papa

Giulio III con un solenne privilegio approbata. Nell'anno 1554._

_De Idolo Lauretano. Quod Julium III, Rom. episcopum non puduit, in

tanta luce Evangelii undique erumpente, veluti in contemptum Dei atque

hominum approbare. Vergerius italice scripsit, Ludovicus ejus nepos

vertit._ Anno 1556, e altre volte.

_Giudicio sopra le lettere di XIII huomini illustri, pubblicato da M.

Dionigi Atanagi et stampate in Venetia, 1554-1555._

_Consilium quod olim Paulus IV P. R. adhuc cardinalis S. Pet. Carapha

dictus, Pont. Paulo III de emendanda Ecclesia dedit._ Argyropolo 1555.

_Precedentie alla Apologia della Confessione dello illustrissimo signor

duca di Wirtemberga, del Brentio, ove si tratta dell'ufficio de'

principi nella chiesa del Figliuol di Dio, dell'autorità della sacra

scrittura, delle traditioni della Chiesa Cattolica._ Tubinga 1556.

_Historia di papa Giovanni VIII, che fu femmina, 1556. — De Papa fœmina,

1560._

_Vide quid papatus sentiat de illustrissimis Germaniæ principibus, ac de

liberis civitatibus, quæ Evangelio nomen dederunt; in primis quid de

tota nostra doctrina, et de ministris ecclesiarum, 1556._

_Ordo eligendi pontificis et ratio. De ordinatione et consecratione

ejusdem. De processione ad ecclesiam Lateranensem. De solemni convivio,

quo cardinales, episcopos atque alios excipit. Tum de pallio de corpore

beati Petri sumpto, in quo est plenitudo pontificalis officii. Omnia

excerpta verbum verbo ex libro, cui titulus: S. R. Ecclesiæ cerimoniarum

libri VI, qui in vaticana secretiore Bibliotheca magna religione et

reverentia conservatur. Reliqua etiam, quæ illic in hoc genere latebant,

brevi evulgabuntur._ Tubinga 1556, 4.

_De Gregorio P. ejus nominis I. quem cognomento Magnum appellant, et

inter præcipuos Ecclesiæ Romanæ doctores numerant. Invenies hic, candide

lector, primum miracula circiter L. verbum verbo ex dialogis, quos ille

in ipso adeo pontificatu scripsit excerpta: deinde nonnullos veluti

flosculos ex ejus a Jac. a Varagine descriptam. Regiomontani 1556._

_Alcuni importanti luoghi tratti fuor dell'epistole di Francesco

Petrarca, con tre suoi sonetti, 1557._

_Articuli contra cardinalem Moronum, de Lutheranismo accusatum et in

carcerem conjectum, a procuratore Fisci et Cameræ apostolicæ, et nomine

officii sanctæ inquisitionis instituti. Cum Scholiis, 1558._

_Agl'inquisitori che sono per l'Italia. Del catalogo di libri eretici_,

stampato in Roma nell'anno presente, 1559.

_Copia d'una lettera d'Atanasio, dello stato in che è la religione nel

principio dell'anno 1559._

_Postremus catalogus hæreticorum Romæ conflatus 1559. Continens alios

quatuor catalogos, qui post decennium in Italia, nec non eos omnes, qui

in Gallia et Flandria post renatum Evangelium fuerunt editi. Cum

annotationibus._ Pforzheim 1560, e altrove.

_In che modo si portino nel tempo del morire quei che ritengono

l'obedientia della sedia romana. E in che modo quei che Luterani, ovvero

Eretici si chiamano. Con la confession della fede d'un servo di Gesù

Cristo, 1560. All'Illustrissimo ed Eccellentissimo Principe e signor, il

signor Ercole Gonzaga, chiamato il cardinal di Mantoa, Legato al

Concilio di Trento. Che papa Pio IV non fa da dovero, 1561._

_Comparation tra 'l Concilio Basiliense e il Tridentino, 1561._

_Lettera al signor Francesco Betti, delle insidie che il papa m'ha posto

attorno, 1562._

_Della declinazione che ha fatto il papato solamente da undici anni in

qua. Ai fratelli d'Italia._ Ristampato la terza volta l'anno LXII, con

qualche aggiunta, specialmente delle cose di Franza.

_Ai miei carissimi in Cristo e onorati fratelli della Valtellina,

Chiavenna e Piur. Che concilio desiderino gli amatori della renascente

dottrina del Vangelo; e che concilio si celebri tuttavia in Trento._

_Ai fratelli d'Italia. Di un libro di frà Ippolito Chizzuola da Brescia,

1563._

_Risposta ad un'invettiva di frà Ippolito Chizzuola da Brescia, 1565._

_Responsio ad librum Antichristi Rom. Regiomontani 1563._

_Quod Pius Papa IV, licet concilium indixerit, nihil tamen minus in

animo habet, quam profligatam ex Ecclesiis, quæ illum adhuc agnoscunt.

Jesu Christi doctrinam restituere, sed pristinos abusus atque

idolomanias retinere et confirmare auctoritate concilii_ (_De concilio

papæ Pii IV_). Tubinga 1563.

_Vergerii opera adversus papatum._ Era la collezione da lui cominciata,

ma dei tre volumi uscì uno solo di 800 pagine, a Tubinga 1573.

[120] _Catalogo._

[121]

Tubinga 12 marzo 61.

«Ho mandato all'altezza vostra la bolla d'intimazione del Concilio con

alcune mie annotazioni, affinchè, come alquanto tempo, mentr'era del

tutto cieco, fui versato in queste cose papistiche, manifestassi alcuni

luoghi che non facilmente s'intendono. Alcune giova qui ripeterne. Pio

IV, con certo quale apparato viene all'intimazione del Concilio,

premettendo due bolle: una in marzo passato col titolo «Per conservar la

pace, estirpar le eresie e proseguir il Concilio»; l'altra del novembre

col titolo «Per l'indulgenza del felice Concilio generale, che s'ha da

indire e continuare in Trento» e in questa chiama la dottrina nostra

pestifera e perniciosa setta, esiziosa zizzania, falsa e perversa

dottrina degli eretici, prava opinione nella fede: e ripete e inculca

che noi siamo empj eretici, sprezzatori della religione; ci paragona

fino ai Turchi; che gravi ferite recammo alla Chiesa cattolica, e

minaccia voler abbattere le nostre riforme. Con tali complimenti il

padre santo accoglie le nostre chiese, strappate dalle fauci di lui per

grazia di Dio.

«Premesse queste due bolle, promulgò l'intimazione, nella quale ci

carica quasi delle stesse contumelie per grazia sua, e spaccia molte

cose inonestissime e intollerabili. Fra l'altre, dice di voler celebrare

il Concilio generale, quasi tutti i regni e le provincie che dal papato

si separarono, debban volarvi; ma non s'aperse di voler continuare il

vecchio, come disse in due bolle. Volle certamente ingannare, ma loda i

predecessori suoi Paolo III e Giulio III, ciascun de' quali aveva

adunato un ingiustissimo Concilio; anzi Paolo III coll'armi avea tentato

il compimento dell'appena cominciato Concilio: questi egli loda, di

questi vuol continuare i Concilj. E ciò ch'è principale, convoca i suoi

stessi, che a Trento non fanno altro, nulla pronunzian di suo, ma

soltanto le cose che il papa giorno per giorno manda per la posta (_per

dispositos equos_); attentissimo esclude tutti i nostri, ai quali tolse

fin il salvocondotto, dato dal Concilio tridentino. Insomma trae a sè

tutta la cognizione della causa religiosa. E non solo queste enormissime

cose comprende nella sua indizione, ma molt'altre che qui non è luogo e

occasione di riferire.

«Eppure queste, sebben assurdissime, nulla sono se badiamo a quel che

seguì.

«V'è gran separazione e quasi divorzio irreconciliabile fra le nostre

chiese e il papa. Son quasi venti anni che nessun legato papale venne

più agli illustri principi nostri: nè, dopochè io da Clemente VII e da

Paolo III fui mandato, credo che altri ci venisse. Ed è da avvertir bene

che, quando fui mandato io, nessuna intimazione erasi ancora pubblicata,

ma trattavasi solo del luogo, della forma, del modo di celebrarlo; onde

la legazione aveva una certa qual moderazione, non era affatto ingrata,

eppur nulla ottennero; gli illustri principi rispondeano press'a poco

quel che rispondono ora, non aver affare col papa; non verrebbero alla

sua intimazione, di far la quale e' non aveva autorità; Cesare avea dato

speranza di celebrar il Concilio in Germania; di questo seguirebber essi

l'autorità, non del papa. Le quali cose avrebbe dovuto aver presenti Pio

IV se voleva mostrar senno. Ma che? Nè volle trarsi in memoria le cose

già fatte, benchè da pochi anni, come fanno i savj: nè pare vi fosse

tra' suoi consiglieri, cancellieri, segretarj, nè fra i trenta cardinali

che sottoscrissero alla bolla, chi lo avvertisse delle cose passate;

giacchè, trascurate o dimentiche queste, dopo sparse per tutto il mondo

le ingiurie acerbissime che disse contro noi e la nostra dottrina,

delegò due suoi prelati che invitassero gli illustri principi al

Concilio. Deh quanta arroganza, quanta impudenza ed imprudenza, perocchè

la sua indizione, la più iniqua dopo che c'è uomini, la più

bestemmiatrice contro Dio e gli uomini, avea divulgata, avea recato la

ferita. Paolo III non poteva, da quelli che non avea vituperato,

impetrar che andassero a Trento per trattar della forma e del modo di

celebrarlo; e costui, dopo aver tutto stabilito da sè, e massime ciò

ch'è più importante, di volerlo celebrar solo fra' suoi, attentamente

rimossi e respinti i nostri, pure osò mandar una legazione, colla quale

gli illustri principi di somma sapienza e pietà e gravità invitasse ed

esortasse a questa così enorme indizione, e si sottomettessero al papa

nel Concilio tridentino, negata la genuina dottrina di Cristo, alla cui

norma riformarono le loro chiese. Perchè a dirittura non gl'invocava al

bacio dei piedi a Roma? Gesù, quanta insolenza! Pur dovea ricordarsi

d'aver testè offese le loro altezze serenissime con somma ingiuria,

affiggendo turpi obbrobrj alla dottrina di cui si professano nutriti e

propagatori, e d'averli chiamati eretici: che cosa potea dir di peggio?

«Mi meraviglio assai dell'imprudentissimo consiglio del papa; mi

meraviglio non vi fosse fra i trenta cardinali e gli altri ministri chi

non gli abbia detto di non mandare questa sconsigliatissima legazione.

Che direbbe mai questa civilissima nostra età quando sapesse il fatto?

Che direbbe la posterità? Gli è come se i legati avessero detto,

Clemente VII e Paolo III domandarono che le vostre altezze venissero al

Concilio prima di pubblicarne l'intimazione, e vi fu risposto non aver

il papa podestà d'intimar il Concilio: ne nacquer offese incomparabili e

guerre gravissime, perocchè foste trattati a ferro e fuoco: or successe

un altro papa, che già pubblicò l'intimazione fatta a suo modo, ed

avvisa che andiate a Trento, non come giudici e definitori della causa,

ma come assistenti e spettatori; mentre il papa per la gola e la lingua

de' suoi mitrati pronunzierà condanna come legittimo giudice contro voi

e la vostra dottrina, e confermerà tutte le cose sue: ciò conviene a voi

fare, cioè sottoporvi all'obbedienza della Santa Sede, non già

abbracciar e difendere una religione varia ed incerta.

«Chi ben faccia mente si chiarirà che tale è il senso delle parole che i

legati del papa spacciarono nella dieta de' grandi principi, e non

vergognaronsi di toccare che sotto gl'illustri nostri principi v'abbia

tanti evangeli quanti capi; calunnia e bugia, che appresero dagli

Stafili e dagli Osii. Ma fortunatamente le vostre altezze risposero

virilmente e cristianamente, eppur con somma modestia, per quanto

imprudentemente provocate.

«Dirò quel che penso. Questa medesima risposta, come costernerà gli

avversarj, massime il papa, così ecciterà e infiammerà gli animi di

tutti i pii, e solleverà somma speranza di ben condurre le cose. È da

ringraziar il padre celeste per Gesù Cristo, che col Santo suo Spirito

sì ben governa le nostre chiese.

«Aggiungerò che or più che mai sospetto di quel che sempre dubitai, che

il papa abbia tutt'altro in animo che il Concilio. Paolo III quando

celebrava il suo conciliabolo, e vedeva venir nessuno de' nostri

principi del sacro impero, il 3 luglio 1546 scrisse agli Svizzeri, che

in Germania non pochi anche fra' principi disprezzavano il Concilio, e

diceano non obbedirebbero ai decreti di esso, onde si doleva che tale

ostinazione lo obbligasse alle armi. Dappoi, quando coll'intercessione e

l'opera di Cesare diede il Concilio, parvegli che chi lo ricusava e

sprezzava, sprezzasse pure l'autorità di questo, e mosse armi

dall'Italia, che congiunte coll'esercito di Carlo V, fecer quella

gravissima guerra che tutti sanno. Or pure sospetto che Pio IV non

voglia imitar Paolo III, vedendo spregiata la sua autorità. Ma non si

dee però cader di cuore; vive Dio; e la sposa del diletto Figliuol suo

Gesù Cristo Signor Nostro che dalle tenebre liberò, non abbandonerà».

[122] Lett. 11 luglio 1561.

[123] Lettera 20 novembre 1560 da Tubinga.

Gli eretici d'Italia, vol. II · 第 26 / 88 题