PIETRO PAOLO VERGERIO VESCOVO DI CAPODISTRIA.

L'elettore palatino Federico il Saggio, appassionatissimo per le

reliquie, ne faceva incetta in ogni parte del mondo, e le riponeva in

capse e teche di legno, di vetro, d'ebano, ornate di pietre, d'argento,

d'oro. Uno degli incaricati di tale ricerca fu il monaco Burcardo barone

di Schenk, il quale poi dalle prediche di Lutero lasciossi indurre a

mutar fede. Per quella raccolta stando a Venezia, il 19 settembre 1520,

informava come varie opere di Lutero si fossero introdotte in quella

città, e il patriarca e il papa n'avessero proibita la vendita; poi al 5

aprile seguente aggiunge che, per ordine del papa, il patriarca

scomunicò per tutte le chiese Lutero e chi ne tenesse i libri.

Conobbe egli colà Pietro Paolo Vergerio o piuttosto Verzerio, giacchè la

sua famiglia portava nello stemma un cavolo (verza). La qual nobile

famiglia di Capodistria, un secolo prima, avea prodotto un famoso

erudito, vissuto alla Corte dei Carrara di Padova, de' quali celebrò le

glorie. Pietro Paolo ebbe fratelli Giacomo, Aurelio e Giovanni Battista,

che tutti salirono in rinomanza. Egli studiava a Padova, quando lo

Schenk l'indusse a recarsi nel Würtenberg a compire gli studj e portare

reliquie a quell'elettore, e lo raccomandò allo Spalatino, cappellano di

questo, «persuaso che sarebbe di grand'onore ed utile all'Università,

perchè di nobilissimo ingegno e memoria, e reputasi il migliore in

diritto e belle lettere fra i giovani dello studio di Padova». Col

fratello Giacomo si mosse egli in effetto, ma l'elettore, dacchè Lutero

predicava, erasi visto diminuire l'entrata che provenivagli dalle

indulgenze, onde si moderò nello spendere, e massime in reliquie; e non

potè anticipare denari al Vergerio pel viaggio. Questi pertanto rimase a

Padova; ma ciò l'avea fatto conoscere in Germania, e doveva influire sul

suo avvenire. Dottorato, fu in uffizj giuridici a Verona, a Padova, a

Venezia, poi andò a Roma, dove facea da segretario di Clemente VII suo

fratello Aurelio, che morì cavalier di Malta nel 1532.

Pietro Paolo si pose a servigio del cardinale Contarini, ed entrò nelle

grazie del papa, che lo destinò a succedere al Rangoni vescovo di Reggio

come legato a re Ferdinando di Germania. Scopo della legazione era

d'ottenere che, essendo le dottrine luterane condannate già da Leone X,

s'avesse ad applicare ogni mezzo per isvellerle; dar incoraggiamenti a

Faber, Eck, Cochleo, Nausea, e agli altri amici della religione

cattolica.

Il Vergerio in Germania ebbe buone accoglienze dall'imperatore, e ne fu

investito di qualche benefizio. Del tempo ch'egli stava colà molte

lettere conserva l'archivio Vaticano[88]. In una del 22 settembre 1533 a

Jacobo Salviati mostra come, per attendere al meglio della Chiesa,

importerebbe che la santa sede facesse almen tregua col Turco. E se mai

il proporla si trovasse men decoroso, esibisce entrare egli stesso in

Turchia, col pretesto di tornare per suoi affari in patria, donde,

conoscendo la lingua e non avendo dignità, potrebbe facilmente passare a

Costantinopoli, e colà trattare sottomano. E tanto più che aveva

benevolo il balio Alvise Gritti, del cui padre doge avea steso l'elogio.

In altre a monsignor Carnesecchi mostra quanto il re di Germania stesse

in apprensione pel congresso del papa col re di Francia a Marsiglia e

per quelle nozze. Ripete più volte le proteste «dell'ardentia sua di

servir con sincerissima fede, perchè ho lasciato la precedente mia vita

et industria per farlo fin alla morte, se bene non havessi premio e

favore mai, che lo haverò da Jesù Cristo, spero» (18 marzo 1534).

Più notevole è una sua lettera del 27 agosto 1534 al senato di Venezia,

ove dipinge il danno fatto dalla setta luterana non solo alla religione,

ma al quieto vivere della Germania, eccitando a sedizione e tumulto, e a

prendere l'armi contro i signori. Questi effetti si produssero con libri

scritti in latino, ma poi Martin Lutero si accorse quanto frutto

potrebbe fare «nelle maledette sue vie, scrivendo più presto con la

lingua comune della Germania». Non contenti, «hanno pensato diffondere

questo tossico di heresia e di sedition nella Italia». Perciò da un

frate veneziano che abita in Augusta fecero comporre in vulgare nostro

un libretto di forse cento carte in ottavo, col titolo _Correzion del

stato cristiano_, anno 1533, senza nome d'autore, nè luogo: «libro pieno

in sè di tutte le ribalderie, heresie, distruzion della nostra fede che

finora hanno saputo immaginar Luterani e tutta quell'altra feccia

d'uomini barbari che sono nemici e d'Italia e di Cristo». È facile

capire che è destinato all'Italia, e che vi recherà gran guasti fra i

nostri, essendo tale che «non potria esser peggiore e più pericoloso».

Pertanto avendo quel felicissimo dominio avuta sempre la gloria cogli

uomini e il merito con Dio di difender col proprio sangue l'onore e la

salute della santa fede, li supplica a guardarsi dai mali principj che

quel libro potrebbe diffondere; e impedire che tra le mercanzie ne sieno

portate delle balle.

Poi ai 30 dello stesso mese scrive al Carnesecchi avvertendolo che a

Trieste «pullulava molto bene il luteranismo, preso per il commertio

della Germania»; egli provvederà come può: e lo stesso re di Germania,

se è costretto dissimulare nelle terre dell'impero di Boemia, è poi

rigorosissimo nel suo patrimonio arciducale d'Austria, «e fa volentier

severa demostration contra quei maledetti, e contra Tergestini la farà

severissima». Soggiunge sapere come, «uscita da Trieste, questa peste è

attaccata molto bene a un castello nominato Piran, dove pubblicamente

alcuni ribaldi andavano contaminando gli animi delle semplici persone.

Monsignor, io conosco la natura del paese, perchè ivi è la mia patria.

Se tra quelle singolarità di intelletti penetra la setta luteristica; se

quel canton dell'Italia si ammorba, vostra signoria vedrà presto (_sed

Deus omen avertat_) tutte le circumvicine provincie e region infette e

corrotte». E però l'esorta a informarne il pontefice perchè osti ai

principj, e voglia infiammare i signori veneti a far provisione

severissima: egli stesso ne scriverà alla signoria. «Io so bene che

alcuni di quei scellerati di Pirano sono stati chiamati a Venezia per

questa causa, ma so eziandio che più severità vi si dovria usare che non

si usa. Monsignor, dico che nessuna cosa più importa ai nostri tempi che

questa: e se coloro se ne vanno impuniti, _actam est de tota Istria,

actum cum summo totius Italiæ periculo_».

Il Vergerio era tornato a Vienna d'ordine del nuovo papa onde lealmente

e incondizionatamente insistere perchè fosse radunato il Concilio[89]; e

al tempo stesso offerire a chi volesse la corona d'Inghilterra,

demeritata da Enrico VIII col farsi eretico. Ivi ebbe con Lutero un

colloquio, che frà Paolo Sarpi descrive con evidente retorica, facendo

dal legato esporre mille offerte e promesse del papa, e da Lutero

ricusarle con frasi da antico Romano. Ma il Seckendorf, infaticabile

cercatore di quanto glorifica il luteranismo, riferisce

quell'abboccamento senza veruna delle circostanze fantasticate da frà

Paolo, nè la pomposa diceria che questo mette in bocca a Lutero;

racconta solo che questo, la mattina, raccomandò al barbiere: «Radimi

bene, perchè devo parlar col nunzio papale, e voglio parergli più

giovane, e così crescergli la paura ch'io abbia a campare a lungo». Pure

al Vergerio egli sembrò deforme di faccia, d'abito, di gesti; che

parlasse latino sì male, da non creder di lui i libri col suo nome

pubblicati; lo giudica l'arroganza stessa, la malignità, l'impudenza, e

conchiude: «Gran fastidio, mi faceva l'udirlo, nè volli altro rispondere

se non due parolette per non sembrare un tronco».

Or va e credi al frate veneziano! Anche il Pallavicino nega affatto le

indecorose esibizioni; quel colloquio non esser più vero che i fatti

dell'Iliade; e gli contrappone il ragguaglio che il Vergerio ne scrisse

al segretario del papa, come d'un incontro accidentale, ove non si parlò

di nulla di serio. Noi siamo fortunati di poter produrre la relazione

originale che il Vergerio ne diresse al Recalcati da Dresda il 12

novembre 1535[90], e sebbene lunga, non ci parve bene accorciare:

Nelle ultime mie, che furono date in Hall a dì 4 del presente,

scrissi che io era per andar allo Elettor Brandeburghese; vi

sono stato, e ora la S. V. intenderà il successo di quella

parte di viaggio nella quale ci sarà alcuna cosa da avvertire,

intrandovi frà Martino Luthero, e quello che ho potuto operare

con quel Principe.

Da Hall fino a Berlin, che è la residenza di quello Elettore,

ci sono quindici leghe di cammino, il quale si ha a fare per la

maggior parte su li dominj del duca di Sassonia Elettor, dove è

tutto pieno di popoli eretici, e di peste (e mi mancava solo

questa sorte di pericolo ad averli avuti tutti in questo

viaggio); ma perchè era molto necessario alla impresa che

nondimeno io vi passassi, presi per consiglio di andarmene

appunto per Wittemberga, che è la sentina delle eresie, e

m'avvedeva, che se io andava per li villaggi, mi dovea esser

pericolo maggiore della peste e d'altro. Scrissi adunque al

locotenente del prefato duca Elettor, chè S. E., come ho già

scritto, non era in queste parti: che, se li piaceva, avrei

voluto passar per la sua terra. Monsignore, udite in che

reputazione questi principalissimi eretici hanno il nome di

papa Paolo. Quel locotenente ricevute le mie lettere mandò

alcuni de' suoi ad accompagnarmi, e comandamento alli osti dove

io dovea alloggiare, che non prendessero miei danari, che esso

li volea pagare in nome del signore. Poi quando fui per entrare

in Wittemberga, egli medesimo uscì ad incontrarme con una bella

compagnia, e smontò da cavallo con due altri gentilomini, e in

somma con tutti quelli atti di riverenza che facciano ad un

nunzio apostolico nei buoni tempi, e credo certo maggiori; mi

ricevettero e condussero ad alloggiar nel castello e nelle

stanze medesime del principe, dove vi stetti la notte: e la

mattina seguente, accompagnato dallo stesso locotenente per

quattro leghe continue, me n'andai a fare i fatti miei. In

questo modo sono stato trattato dalli maggiori inimici che

abbia mai avuto la sede apostolica; il che per molte cause dee

esser di grandissima speranza e consolazione a nostro signore,

e dico più che, essendo stati li ragionamenti di coloro spesse

fiate di Sua Santità e delle sue azioni, tutti molto la

commendavano, dicendo di aver speranza che questo è quello che

vorrà fare il tanto desiderato concilio; il quale è stato

fuggito, così diceano ogni tre parole, dalli altri pontefici, e

levar le pericolosissime dissensioni che sono nella fede di

Gesù Cristo. Questa è grande laude e felicità di sua

beatitudine che eziamdio tra costoro abbia tanto gran fama e

tanto grande espettazione d'opere sante. Ma monsignore, io ho

da scrivere qualche altra notabil cosa che mi occorse in quella

conversazione eretica.

Avendo io a partirmi da Wittemberga, mi era messo a tavola e

faceva colazione, e ecco entrare il locotenente (che tra

l'altre cortesie usava questa ch'egli medesimo mi serviva) con

Martino Lutero e con Pomerano, dicendo che, in assenza della

Corte del suo principe e d'altri dotti uomini che suoleno esser

in quella Università, allora transferita in Turingia per conto

della peste, egli non avea altri da farmi tener compagnia, la

cui lingua io avessi potuto ben intendere, e che io volessi

ascoltar quelli due, che essi aveano per savii uomini, tanto

che io mangiava.

Io non potei mostrarmi che consenziente, essendo dove io era, e

ascoltai frà Martino e quell'altro, tanto che durò la colazione

e che li miei signori andassero a montar a cavallo. Comincio

dalla etade, e di grazia prendete volentieri pazienza

d'intender quello che scriverò di costui.

Egli è di cinquant'anni poco più, ma robusto e forte, che non

pare di quaranta, di ciera assai grossa, ma la quale si forza

di tener morbida e delicata quanto può. Pronunziazione

mediocremente spedita e non molto aspra per tedesco, in lingua

latina parla tanto male, che mi pare di esser chiaro, che

alcuni libri che vanno attorno sotto il suo nome, e par che

abbino qualche odor di latinità e di eloquenza, non sono suoi,

e lo confessava egli medesimo che non suol scriver in latino,

ma che fa professione di saper ben dire nel suo volgar; così

dicea di se medesimo. Li occhi guerzi, li quali, monsignor,

quanto più io mirava, tanto più mi pareva di vederli appunto

simili a quelli che qualche volta io ho veduto di qualche uno

indicato ispiritato, così affogati, inconstanti, e con certo

come furor e rabbia che vi si vede per dentro. E veramente che

quanto più penso a quel che ho veduto e sentito in quel

monstro, e alla gran forza delle sue maladette operazioni, e

conjungendo quello che io so dalla sua natività, e di tutta la

passata vita, da persone che li erano intimi amici sino a quel

tempo che si fece frate, tanto più mi lascio vincere a credere,

che egli abbia qualche demonio adesso.

Usò questa sola civiltà, che, parlando in mia presenza, stava

con la berretta in mano, e disse eziandio qualche parola in

laude di nostro signore, di aver inteso che era savio e buono

fin quando egli fu a Roma, nel qual tempo (aggiunse la bestia

sorridendo) celebrai parecchie messe. E a dirne presto il mio

judicio, tratto dalla faccia, dall'abito, dai gesti, e dalle

parole, o sia ispiritato o non, egli è l'arroganza istessa, la

malignità e l'imprudenzia, che è una vergogna infinita di

questi scempi principi e altri che hanno governo di queste

terre, che non vedono chi è costui il quale hanno tolto per

maestro e per profeta. Vostra signoria giudichi anche essa

dall'abito; quel cervello incomposito era vestito di festa,

perchè era la domenica, con un giuppon che aveva il busto di

ciambellotto trito, e le maniche che stavano in mostra

ambiziosa di raso, veste di sargia fodrata di volpe, ma assai

corta, parecchi anelli, e al collo un grosso pendente d'oro; la

berretta poi in forma di prete. Diceva aver procreate con la

sua venerabil monaca due figlie femine e tre maschi, de' quali

uno è di dodici anni, e vanagloriava impudentemente di volerlo

lasciar dopo di sè grande uomo nella dottrina evangelica. Vive,

per quel che ho inteso e poteva io allora troppo ben

comprendere, con nessuna gravità e nessuna esemplarità di buoni

costumi, e non avendo altro al mondo che il stipendio del

principe per la sua lettura e per le prediche, e essendo di

animo incivile e villano, che suo padre fu vilissimo mercenario

nelle miniere di Coslaria, e la madre servitrice ad alcuni

bagni, che non si può dir cosa più infame, in una vita sordida

e abjetta.

La prima cosa che disse, quando venne avanti dove io mangiava,

vedendomi taciturno e volendo eccitar qualche ragionamento, fu

se in Italia io aveva inteso alcuna cosa della sua fama di

esser tedesco inbriaco; e notate un poco il senso di queste

parole arroganti e impudenti, le quali per certo dimostrano che

egli abbia fatto e faccia tutto ciò che fa per qualche suo

sdegno e per mera invidia e come per vendetta; anzi affermo

alla signoria vostra che tutto il suo parlar non spira altro

che questo, e che in quell'animal irrazional non ci è altro che

furor e insano appetito di poter confonder tutta la fede di

Gesù Cristo e tutto il mondo se potesse.

Se avrò a venir alla presenza di nostro signore con la relazion

delle operazioni mie, dirò di molte sue parole piene di qualche

significazion importante, che sono quelle che precipuamente me

lo hanno fatto parer tanto impudente; o non avendo a venir, le

scriverò di Vienna; ma questa non è ora da differire. Disse che

il re d'Inghilterra gli avea mandato novamente un suo dottore,

e lo chiamava segretario di quella maestà, nè mi espresse

altro, nè potei io interrogar più oltre, e avrei creduto che

forse l'avesse detto per jattanza ad alcun suo effetto, ma lo

intesi poi da altri ch'era vero. Io mi forzai di buttar alcune

parole per farli dire il suo giudicio sopra l'operazion di quel

re, ma egli in questa cosa sola stette sopra di sè in rispetto,

nè si lasciava intendere, io pur urgea, e dissi: E come laudi

ciò che egli ha fatto novamente contro quelli due santi uomini?

Non so, rispose egli. Ma ritornando a quel che ho detto di quel

dottor anglico, è molto da advertire che quel re, avendo

risaputo l'animo di nostro signore e essendo tanto ricco di

denari com'è, avrà mandato colui, e ne manderà delli altri ad

instigar li principi e Stati di questa setta, li quali, avendo

di cotesta sede odio tanto intestino, come hanno, e accedendo

ora a concitargli compiutamente il stimolo di tanto oro, quanto

in un tal caso è da creder che il re vorrà e potrà profunder, e

essendo essi di natura assai corruttibili e cupidi di cose

nove, e forse poco amici molti di loro all'imperator medesimo,

potriano fare in un tratto qualche grande e pericoloso moto.

Replico quella mia debole opinione, la qual già scrissi, che

molto più opportunamente si potria metter in ordine nel futuro

concilio una espedizion contro di lui, nel qual tempo saria da

sperar, che usandosi buoni pratiche, una buona parte di costoro

si potesse tirar ad esser con la sede apostolica, dove

volendosi fare adesso, la maggior parte le saria contro

ansiamente. E notate un poco che a me pare di comprendere, che

questi intelletti fatti alla rovescia interpretino in questo

modo ciò che fa ora sua santità. Questo papa, che ha in animo

di voler estirpar l'eresie con viva forza e con arme, non vuol

principiar dalla Germania, per qualche suo rispetto; ma cerca

di concitar li principi cristiani a far la guerra contro il re

d'Anglia, prendendo occasion dalla morte del cardinal Roffense.

E per non aver in ciò disturbo dall'Alemagna, che ha cominciato

prima a tener molte delle opinioni che tiene ora quel re, la va

nutrendo in speranza e pratica di concilio, contro la quale

faria poi ciò che potesse, quando per avventura avesse avuto

felicità di debellar, ovvero riunirsi Inghilterra. E dicono che

quel tristo di frà Martino m'ha detto delle parole che hanno

tutto questo sentimento: per la qual cosa è da dubitare molto,

che questi miei Tedeschi, fin che penseranno una tal cosa con

li loro sospettosissimi ingegni, e che la festa di Anglia

potria esser la loro vigilia, non faccino ora tutto quello che

ponno, ch'è molto più ch'altri non crede, parte pubblicamente,

parte con pratiche occulte per defension di colui. E se dalli

conati loro non avrà poi a riuscir altro, almeno potranno

interturbare che non si faccia adesso concilio, tale che abbia

quieta esecuzion sopra di loro: la qual saria grande infelicità

del pontificato di cotesto santissimo pastore. Del qual

Concilio, che per certo abbia ad esser fruttuoso e con

grandissimo onore di Dio e di papa Paolo III in sempiterno, io

ne ho più speranza che mai io abbia avuto, e per l'inclinazione

che io vedo in questi principi, e avendo conosciuto d'appresso

chi è questo Martino Lutero, quanto senza nervo e senza

giudicio quanto una bestia: e voglio vaticinar che con la sola

indizione, la qual presto faccia nostro signore, e sarà quella

che farà creder compiutamente li principi e li popoli che si fa

daddovero, l'audacia di colui e la insania rimanerà fratta e

debilitata, e di tutti li suoi seguaci insensati: così come

all'incontro ella se corroborerà e crescerà in infinito se il

Concilio per qual causa si voglia s'andasse differendo, per

questa ragion sola che disseminariano che il papa non ha ardire

di farlo: e questo è stato il loro Achille, da alcuni anni in

qua, a commovere il volgo sapendo di non poter difender le cose

sue.

Vi ho fatto menzione di Pomerano e non detto altro di lui. Egli

è uno de' primi della sinagoga, parroco di Wittemberg, e quello

che impone la mano e ordina sacerdoti in tutta quella setta, e

me lo diceva egli medesimo di averne questa autorità, data da

frà Martino e da quelli altri dell'accademia, e nelle

ordinazioni servare il modo tradito da santo Paulo. Alle quali

parole avendo veduto Lutero ch'io sorrideva, disse quasi con

impeto. _Nos cogimur ita facere; et ordinantur viri qui sunt

communiter approbati._ E io lo domandai quello che voleva

inferire dicendo _cogimur facere_, se forse questo, che sanno

ben di far cosa assurda, e che Pomerano non può aver quella

autorità data da loro. Rispose che, essendo sprezzati dalli

nostri santissimi (così diceva, episcopi) li quali non voleano

nè ordinarli nè ascoltarli, erano costretti a proveder al fatto

e alle anime loro, e col consenso di molti buoni dar la potestà

ad uno di essi che supplisca in loco di episcopo. Veda

vossignoria che prudenti uomini son questi, e avverta in questa

risposta, prima alla gran loro pazzia di dire di dar tale

autorità de _imponendis manibus_, e in un tratto confessar di

non poterla dare; dappoi, che a voler saper che opinioni

tengono adesso, non bisogna più attender a quel che hanno già

detto e scritto in tanti loro libri, ma a quel che fanno ora in

effetto. E ecco in quelle parole Martino ammetteva gli ordini e

li vescovi, e nondimeno soleva improbar tutte due queste cose

con quella inconstanza che fanno tutti coloro, li quali sono

senza fondamento certo. Ma il bello è che hanno un altro

perfugio. Quando si oppone loro tanta instabilità, fanno de'

libri e presto stampar col nome loro: poi quando vogliono e par

loro a proposito delle sue opinioni di mantenersi il favor

della bestialità del popolo, denegano arditamente d'averli

composti, siccome fanno di quelli articoli, che due volte

mandai alla signoria vostra; quelli che pareano esser stati

mandati al re di Francia, che ora mi hanno negato di averli

scritti.

Ma udite meglio di questi valenti uomini. Io so per molte vie,

che essi certo fecero li articoli predetti, ma perchè riseppero

che i principi e le città eretiche l'aveano avuto per male, le

quali vorriano veder che li loro maestri stessero ben costanti

a diminuire l'autorità della sede apostolica, e non concederle

cosa alcuna di quelle che concedeano li articoli, essi subito

denegarono di averli scritti, e hanno ora divulgato un libro in

lingua tedesca contro li stessi suoi articoli, e contro coloro

che essi dicono, che vi hanno di sopra mentito il nome e finto

eziandio le frasi loro. Sono dico uomini pieni d'imposture, e

di falsità; e nondimeno, monsignor, questi son quelli che in

Germania, nazione inclita, hanno faccia e ardimento di dire, e

lo dicono, che sono molto ben ascoltati se piace a Dio, _visum

est spiritui sancto et nobis_. O tempi, o miseria nostra!

Ma quanto vi stomacheria ad udire particolarmente le altre loro

azioni. Tutto che bisogna dire simillime, voglio adesso lasciar

star le cose maggiori del servo che chiamano arbitrio, delle

opere non necessarie, e le altre loro pertinacie, fondate in

torcere e espressamente corrompere le scritture; cantano i

salmi, una parte in latino quei che son lor preti Pomeraniani,

l'altra tutto il popolo in tedesco, secondo la traduzione

violenta e falsa di Lutero, gli organini la terza; e l'ho

veduto io medesimo quella mattina nella capella del signore che

è nel castello, nel consacrar, oltre le pazze mutazioni in loco

del canone (perchè non vogliono per cosa del mondo aver

intercession di santi) cantano il _pater noster_, e poi con più

alta voce in tedesco le parole della consecrazion; onde è nato

che sono entrate nella bocca de' putti e pazzi e altri, e

cantate per cantilene cotidiane nelle loro stufe e bagni; e tra

le loro perpetue ebrietà, con indignità così grande come

vedete, e vergogna non dirò d'altri che di tutto il mondo che

gli ha sopportati tanto avanti. Parlo con amaritudine e con

incredibil passione, massimamente che, avendoli io conosciuti

per certo tali e peggiori di quel che saprei dire in mille

anni. Ho poi veduto tutta questa nazion che gli corre dietro ad

occhi serrati, e gli ha per profeti santissimi.

Voglio pur dirvene una o due altre: tra l'epistola e

l'evangelio tutto il popolo con queste voci tedesche orrende

grida quanto può nel suo vulgare alcune imprecazioni scellerate

e contumelie disoneste, composte in rima da frà Martino, contro

la Chiesa di Roma e coloro che la reggono, e contro quelli che

perseverano nella sua obbedienza; e questa è la loro modestia e

dottrina evangelica, della quale fanno professione: usar quelli

modi pazzi e empi al tempo che sono per communicarsi e unirsi

con Cristo; perchè solamente quando vi sono comunicanti, li

quali prendono sempre _sub utraque_, precedente però la

confessione auricolare, cantano quella loro che non vogliono

chiamar nè messa nè sacrificio, per non star con li papisti, e

nondimeno vi usano tutti i paramenti e quasi tutto l'ordine che

hanno ordinati li pontefici e la Chiesa.

Del venere e sabbato (che vo saltando d'una materia in l'altre,

siccome il sdegno me la porge) disse Martino che egli laudaria

che fosse ordinato che due volte alla settimana non solo

astenessimo di mangiar carne, ma digiunassimo compiutamente, ma

che l'imperator avria esso a stabilire, e che in questo mezzo

li Tedeschi disse nol fanno, perchè fu ordinazion di pontefice:

nel che si può evidentemente veder la pravità che io dico del

suo giudicio, e quella tanta rabbia che spira da ogni banda

contro la Chiesa di Cristo. E buona cosa dice a farlo, ma lo

immuta di fatto, essendo già statuito da tanti padri buoni e

santi e comprovato da tante età, acciocchè un imperator a cui

non aspetta di farlo, lo statuisca di novo: e dimostra di non

veder che, volendo levare l'ordinazioni pontificie, leva pur

eziandio quella della elezion dell'impero, della quale costoro

tanto insuperbiscono, e fu pur ordinata da pontefici, benchè a

questo dovria aprire gli occhi altri che Martino.

A molte di queste cose, le quali io udiva con gran tormento,

non volli mai rispondere se non qualche volta due parolette,

per non parere un tronco. Ma a questa che io dirò non mi potei

contenere, quando egli avea benedetto e detto molte cose quasi

per comprovarle tutte, disse: Oggi non abbiamo bisogno di

Concilio per noi, che le nostre ordinazioni son fatte e

stabilite, secondo le quali abbiamo a vivere con li nostri

evangelici; ma la cristianità n'ha bisogno, acciocchè quella

parte che non ha ancora potuto conoscer la verità e li errori,

nelli quali è stata lungamente, la possino vedere e conoscere.

— Per certo (dissi io) questa è pur troppo grande arroganza,

Martino; perchè mi pare che tu abbi questa opinione, che, se la

maggior parte delli uomini buoni, savj e dotti di tutto il

mondo si congregherà a far concilio, sopra li quali in

quell'atto discende senza dubbio lo Spirito Santo, essi non

siano per concludere altro che quello che ora pare a te».

Egli con altrettanta temerità bestiale m'interruppe subito e

disse: — Ben verrò al concilio, e voglio perder la testa se non

difendo le mie opinioni contro tutto il mondo»; e in questo

proposito e furor che era, per mia fe tutto cambiato in faccia,

buttò fuori una parola tale: _Hæc quæ exit ab ore meo, non est

ira mei, sed ira Dei_; e poco appresso un'altra che mi fu ben

cara ad intendere: «Noi abbiamo ben inteso (disse) che sei

stato a trattar col marchese Giorgio Brandeburgense, e che hai

proposto in nome del papa, fra le altre, la città di Mantova

per il Concilio, la quale, aggiunse, sarà bon luogo accomodato;

e in quella o in Verona, od in tale verremo volontieri», e lo

ripetè parecchie volte. E non dico che mi sia piacciuto

intenderlo come opinion di quel furibondo; benchè mi

maravigliai che subito non avesse detto, che il papa non avesse

autorità di statuir loco e indicere il concilio: ma perchè

esistimo che ella sarà opinion del suo principe, col qual solo

mi resta negoziare, già consultato con lui con quelli altri

accademici e consiliarj suoi in queste materie, e son certo che

già hanno fatto consulto tra loro quel che mi dovranno

rispondere. _In summa summarum_ frà Martino a me è parso tale

come l'ho dipinto, e molto più insensato e furioso, e se ad

altro tempo altri l'hanno conosciuto forse grave e fondato, non

si maravigli che egli sia pervenuto a questa perfezion che io

ho scritta, di levità e d'insania, perciocchè è gran cosa il

vedersi aver il consenso, il quale costui ha avuto infinito per

colpa di pravi giudicj di coloro che gli credono, e da alcuni

che nel principio non hanno rimediato: e poi credo io che sia

volontà di Gesù Cristo, che la tragedia di colui finisca in un

tal modo pazzo e infame.

Se questa mia lettera lunga paresse a vostra signoria un poco

immodesta contro questi miei principi, non solamente contro

Lutero, prendetelo in buona parte e attribuitelo a quello

stesso fervore, che mi ha fatto fare volontieri tanto gran

viaggio, in servizio della fede di Gesù Cristo benedetto.

Domando bene di grazia che la non esca in mano d'altrui, che vi

so dire che, per opera di alcuni mali Tedeschi che avete in

Corte, ella sarà subito mandata per Germania, tradotta in

tedesco, e ci concitaria, o per dire meglio cresceria a questi

tempi qualche pericoloso odio. Mi raccomando alla signoria

vostra.

Di Dresda, residenza del duca Giorgio di Sassonia alli XII di

novembre MDXXXV».

Il Vergerio era ancor laico, ma in un giorno ricevette da suo fratello

Giambattista, vescovo di Pola, tutti gli ordini e l'unzione come vescovo

di Madrusc in Croazia, donde fu trasferito alla sede di Capodistria sua

patria. Nella _Ritrattazione_ descrive egli per filo e per segno la sua

entrata a vescovo, la benedizione, la cresima, il battesimo di una

campana, il vestir un chierico, la consacrazione della chiesa di Pirano:

funzioni che allora lo commoveano a pietà, dappoi a scherno. Andò al

colloquio di Worms (1540) come messo del re di Francia, ma infatti del

papa[91]: e vi tenne una bellissima orazione _De unitate et pace

Ecclesiæ_ sopra il testo _Labora sicut bonus servus Christi Jesu_,

stampata a Venezia il 1542. Ivi con buoni argomenti e molta unzione

toglie a mostrare come bisognasse, non un Concilio particolare, ma uno

generale. «Voi, o fratelli, (diceva tra altre cose) prendeste in mano la

causa di Cristo e della Chiesa. In prima pensate che vi recaste in mano

il corpo di Cristo e Cristo suo capo; onde, senza ch'io vel dica,

comprendete quanta moderazione d'animo, quanta purezza vi bisogni avere,

e quanto religiosamente e riverentemente trattarle. Ogni fiducia, ogni

speranza riponete in Dio, e non badate a veruna cosa umana, ma solo alle

celesti. Nulla potrete operare se con voi non sia l'autor della fede.

Pensate che l'uomo non è altro che una creatura, nè può confidarsi nelle

proprie forze, e ch'è dono del creatore la fede, che ci dà e la

giustificazione e la salute. Certamente son numerosi gli abusi che si

possono togliere, e confesso che molto meglio faremmo se in un'ora sola

troncassimo tutto quanto impedisce la gloria di Cristo; e così

n'avessimo la forza! ma pel nome e pel sangue di lui vi supplico,

concedete alcuna cosa alla debolezza nostra; concedete che a poco a poco

eliminiamo quel che s'introdusse poc'a poco di non degno dell'imitazione

e della dottrina di Cristo. Non vedete già quanti s'applichino a

migliorar la loro Chiesa? Non crediate che Dio l'abbia fatto invano,

giacchè egli è fuoco che consuma, come disse san Paolo, e lui sperare

che da queste faville gran fiamma divamperà, la quale cacci e distrugga

le tenebre e la notte della Chiesa. Non entrerò qui a discutere coi

teologi de' principj protestanti. Quanto al primo degli articoli

proposti, nessun di essi ha intaccata l'essenza della divinità. Quanto

al secondo sul peccato originale, e agli altri, tenete ben fisso

nell'animo che nè il tempo, nè il luogo comportano lo spettacolo di

alcuna logomachia, nè che vi produciate quasi sulla scena a sfoggiare

l'acume dei vostri ingegni, la possa della vostra eloquenza, la dovizia

della dottrina, la estesa memoria. Troppo grave e seria cosa s'ha da

trattare: sicchè lasciamo via ogni puntiglio di parola, ogni

ostentazione. Quegli antichi che sostennero tali punti furono uomini

dotti e buoni, fors'anche migliori di noi. Se l'età seguente passo a

passo e per occasione potè, fra le buone dottrine insinuare abusi e

superstizioni, io credo che devano svellersi dalle radici, e mondar il

frumento dal lollio; ma osservate diligentemente, e in tutta la loro

forza e pietà quelle prime istituzioni, che certo ebbero buoni

cominciamenti; e se altre furono introdotte da moderni, e se non le

ricevettero dagli antecedenti, anzi dalle stesse mani degli apostoli. I

teologi protestanti sogliono repudiare tutto ciò che non fu

manifestamente insegnato da Cristo e da' suoi discepoli. Eppur delle

dottrine e istituzioni nostre, che alcuni di voi rigettarono, non tutte

sono della medesima qualità; altre più, altre meno pie: altre più, altre

meno alimentano la fede e la pietà verso Dio; ve n'ha di nate di fresco,

ve n'ha di antiche e solide. Il discutere de' singoli articoli è serbato

a quando (e deh sia presto!) io pure, benchè minimo, e tutti quei delle

altre nazioni saremo a ciò convocati. Intanto, come membri del corpo

stesso, cerchiamo le vie d'intenderci, di conciliarci; e fissiamo la

verità in modo, che nessuno pensi o insegni differentemente. Poichè

quegli strani dogmi che alcuni recarono in mezzo, non da altro

provennero che da esser divisa e lacerata la Chiesa, e dalla licenza

dell'insegnare, che ogni sventato si piglia nella confusione de' tempi

presenti. Se così faremo, il Signor nostro sarà con noi, e da lui come

da perenne fonte di tutti i beni emaneranno abbondantemente, invece

delle risse e del rancore, la riconciliazione e l'amore: invece dei

pericoli la sicurezza; invece dell'eterna dannazione la salute e la vita

perpetua».

Da questo discorso e da lettere a lui dirette appare come ancora i

Protestanti credessero non istaccarsi dall'unità cattolica, nè i

Cattolici pretendessero escluderli. Vero è che esso discorso parve ai

Cattolici troppo condiscendente e ambiguo, nè il papa mostrò gradirlo;

anzi presumono che in conseguenza lasciasse di dare al Vergerio la

porpora che gli destinava. Il Vergerio mostrava, è vero, pietà e zelo;

ma per quanto condiscendiamo ai tempi, ci fa meraviglia la sua amicizia

coll'infame Pietro Aretino, fino a scrivergli, «Non v'è persona che

v'abbia amato più di me», e deffinirlo un de' più grandi ingegni del

secolo, e far gran capitale sull'amore e sulla protezione di esso. Le

circostanze della sua vita e di questo viaggio in Germania le ricaviamo

da lettere a questo ribaldo, al quale scriveva il 2 giugno 1539: «Ancora

sono in quel mio humor, che vorrei che faceste un sonetto a Lutero in

quel stile da Pasquino; che questo nome lo faria desiderabile».

E che già d'allora nascessero dubbj sulla fede del Vergerio me ne dà

fumo una lettera di lui da Worms del 26 dicembre 1540, al cardinale di

Brindisi, dove gli racconta le sue pratiche con Bucer, Melancton,

Sturmio, e si duole si dubitasse della sua fede. «Se non volete credere

che lo spirito di Dio e la coscienza mi muova a far ciò che ad un par

mio si conviene, credetelo per le cose temporali, cioè per li pegni che

ho in Italia, patria, fratello, vescovato.... Veramente mi fate torto a

dubitare. Presupponete in me altra imperfezione che io non la difenderò,

perchè io so di averne come gli altri e più: ma non questa di non aver

l'anima netta ed ardente alla difensione della Chiesa; in quel poco che

io posso io la difenderò e combatterò, e non ne parlo più perchè spero

che Dio mi darà grazia di viver, di scriver e di operare, di maniera che

chiarirò il mondo»[92].

Al 25 gennajo 1541 il vescovo d'Aquila da Spira scriveva al cardinale

Farnese in una lettera mezzo latina mezzo italiana, come soleasi:

«È qui il vescovo di Vincestre, vir acris ingenii con gran pompa, et

multum dubitatur ne venerit ad turbandum omnia, vel saltem impediendum.

Est et ille episcopus Vergerius, in domo oratoris regis christianissimi,

qui familiariter vixit cum Melancthone et sociis, et sub umbra pietatis

multa miscet»[93].

Sicuramente v'era chi insussurava il papa avere il Vergerio nella

Germania contratto sentimenti luterani, parlar con poca riverenza della

santa sede, e minacciarla. Certo egli proclamava che i precedenti

avessero mal combattuto Lutero: «Contra di lui scrissero già questa

gente scioccamente, Silvestro, Catarino, Latomo, Nausea: dite dunque un

poco che non so che altro ha da uscire a toccare l'intime viscere di

colui dalla penna di un vescovetto discepolo del cardinale di Trento»,

alludendo, a sè, e forse ai tre libri vulgari, che sappiamo mandò al re

di Francia.

E ben presto Pietro Paolo sentissi o stanco o scoraggiato della poca

riuscita; e di Francia scrisse a Ottonello Vida, deplorando i progressi

del luteranismo e la scarsa cura che s'avea della vigna del Signore;

pensando alle parole del Vangelo _Che giova all'uomo se guadagni

l'intero mondo e perda l'anima?_ risolvea di voltare le spalle alle

sperate fortune, e «Sarà meglio ch'io venga a coltivare quelle poche

viti ch'io ho su quel confine tedesco (voleva dir l'Istria) e veder di

circondarle con una buona siepe, e tenerle difese per poterne cogliere

qualche frutto da offerire a Dio; che altri si risolvino a voler mettere

in lavoro tutta la vigna insieme».

Il Vida lo confortava a questo partito[94], e in effetto il Vergerio si

ritirò alla patria e al vescovado suo, e cominciò un opera _Adversus

apostatas Germaniæ_. Ma, o nel leggere i libri da confutare ne restasse

egli stesso cattivato, o il suo mal contento lo portasse a una critica

iraconda, fatto è che cominciò ad introdurre novità; non solo

allontanare monasteri di frati da quelli di monache, ma dalle chiese tor

via certe immagini, principalmente di san Cristoforo e san Giorgio, e le

tavolette di grazie ricevute, negando il patrocinio speciale dei santi

su certe malattie; fece condur sopra un asino colla mitera in capo tre

che asserivano un'apparizione della Madonna, ed altri spedienti che

seppero d'empietà. Forse il parteggiare egli per una delle fazioni che

allora divideano la sua città fece maggiormente diffondere le voci

sinistre sulla fede di esso: ma non v'è dubbio che tenea relazione cogli

eresiarchi di Germania e con Margherita regina di Navarra, calda

promulgatrice delle novità: della quale al poeta Luigi Alamanni

scriveva: «Nè la signora marchesa di Pescara, nè la signoria vostra, che

sapete tanto bene tutti due in vive voci, e tanto bene nei scritti

vostri dir ciò che volete, nè il cardinale nostro illustre Polo, nè

tutta Roma, predicandomi l'altezza e la bellezza dell'animo e

dell'ingegno e il fervor dello spirito acceso in Cristo, e la carità

ardente della serenissima regina di Navarra me ne avete saputo dire

tanto, quanto io nel vero ho trovato jeri, che sua maestà degnò di fare

che io udissi un pezzo quelle sue rare voci: il qual giorno mi ha

portato una letizia inenarrabile; e senza dubbio la maggiore che io abbi

avuto già molto tempo».

E altra volta: «Benedetto Dio, padre del Signor Nostro Gesù Cristo, il

qual, secondo la sua misericordia grande, ha suscitato in questa nostra

età piena di errori e di tenebre, quando più se ne avea bisogno, uno

spirito, un lume, una verità così chiara, che possono mostrare altrui,

dove tra molte spine e molti impedimenti di questo secolo sia il cammino

espedito e sicuro di pervenire alla immortal beatitudine, che egli ha

preparato a chi lo ama: e che dagli ultimi termini d'Italia dove mi fece

nascere, mi ha fatto venir, ora che ho il giudizio manco infermo, nel

centro della Francia a trovare e conoscer questo fuoco che mi disghiacci

e scaldi nel suo servizio: questo lume che mi tenghi fermo sul buon

sentiero: questa forza di spirito e di carità che mi tiri con

l'intelletto là su alla cognizione di quella eredità e gloria

incorruttibile, incontaminata, immarcessibile»[95].

Esso Alamanni aveagli portato una lettera di quella regina, della quale

accusandole ricevuta, esclamava: «Quanto è vera quella dottrina, che Dio

gli suoi eletti giustifichi per grazia! Della qual dottrina ancor serbo

memoria, e la serberò finchè io viva, di aver udito alcuna fiata parlare

vostra maestà tanto bene, quanto io abbia ancora udita alcuna altra

persona di molte che in diverse provincie ne ho udite».

Eguali sentimenti manifestava in due lettere a Vittoria Colonna. «Io non

ho maggior bene nè maggior consolazione che questa regina, nata con

quelle sue amorevolissime parole e con que' suoi modi meravigliosi a

scaldar nel servigio di Dio i più freddi cuori del mondo. A me avviene

questo, che io sto otto o dieci giorni che non comparisco alla Corte, e

vivo in qualche bella solitudine, attendendo a coltivar l'animo mio e

spargervi dentro la parola divina; e poi vado dove è l'ardor della

carità di sua maestà, e sento ch'egli scalda quel seno e lo fortifica e

lo fa crescere e produrre il frutto, che è la cognizione di Dio e di

quel ch'io sono, e un desiderio fervente di mettermi a servir lui solo».

Un'altra al cardinale Contarino, tutta versa sulla similitudine fra il

corpo umano e il corpo della Chiesa, per conchiudere che tutti i membri

si dovrebbero amar fra loro, mentre poca carità vi è, e molta ipocrisia.

«Credo che vostra signoria reverendissima, che è tutto il mio bene, e

conosce tutti i miei pensieri, mi intenda di cui parlo, se ben parlo

quasi in enigma per questa volta. Faccia Dio ch'io abbi tanta pazienza

onde io taccia, e non mi ponghi a dolere con più chiare e più alte

parole che queste non sono».

E scrivendo a Camilla Valenti di Mantova, la loda d'essersi messa a

studiare il latino per leggere le sante scritture. Al tempo stesso loda

Ottonello Vida d'essersela presa contro un di Lubiana che predicava il

luteranismo, e soggiunge: «Vi dico con gran dolore che, dappertutto dove

vado, vi è molta di quella merce sassonica, con tuttochè si abbi in

molti luoghi usata gran severità di fuochi per consumarla; ed insomma le

cose in ogni luogo vanno peggiorando». Donde possiam indurre una lunga

lotta fra le inclinazioni e le convenienze; pure riuscì a trar nelle sue

opinioni anche il fratello Giambattista vescovo di Pola.

Nunzio papale presso la signoria veneta era venuto nell'agosto 1544 il

famoso monsignor Giovanni Della Casa, eletto quell'anno arcivescovo di

Benevento, e che pure nel 1547 non aveva ancor ricevuto gli ordini

minori. Particolarità caratteristica de' tempi, come l'aver egli scritto

quell'osceno capitolo sul Forno, egli prelato, egli autor del

Galateo[96]. Denunziatogli il Vergerio, esso il citò a Venezia, ma

quegli protestò non dovere un vescovo esser giudicato da un vescovo, ed

appellò al Concilio: seguitando intanto a predicare in modo, che il

dotto Egnazio, il quale l'ospitava in Venezia, lo mandò via di casa.

Ai 17 dicembre 1545, il Casa scrive al suo padrone cardinale Farnese:

«Sentendo io che il vescovo di Capodistria non solo ardeva di stare in

questo dominio, ma anco seguitava le sue pazzie, non mi è parso di

tollerarglielo, ed ho mandato un notaro a Brescia che gli presenti il

monitorio che vostra signoria reverendissima mi mandò già. Il qual

notaro non è ancora tornato. Io non mancherò di seguitar nella difesa

della giurisdizione e di ovviare alle eresie come ho fatto fin qui, se

vostra signoria reverendissima non mi comanda altrimenti».

Ai 13 novembre 1546 al cardinale camerlingo Sforza:

«Quanto al memoriale che vostra signoria reverendissima mi ha mandato di

messer Ambrosio Luscho di Capodistria contra del vescovo Vergerio, me ne

ho voluto diligentemente informare dal mio auditore, e in somma trovo

che tutte le imputazioni contenute in esso sono materie vecchie e

specificate nella inquisizione e processo formato contro di lui, ed in

gran parte ancora fondate sopra le attestazioni ben triplicate di questo

buon dottore: il qual, per aver fatto di continuo in questa causa non

manco l'uffizio dell'instigatore che di testimonio, per queste e altre

cause, come nel processo si potrà vedere, consterà chiaramente quanta

fede se gli debba prestare. E per tal rispetto, attenendomi alla

avvertenza, che per la sua parte mi dà vostra signoria illustrissima, mi

son ritenuto di ricercare la retenzion sua, e massime perchè in ogni

caso saria oltremodo difficile d'ottenerla, e in ciò senza dubbio ne

bisognerebbe appresso questi signori il caldo di sua santità. Imperò non

avendo lui, da poi che s'è incominciato il processo, innovato altro, in

questa parte senza nuova commessione non passerò più oltra. E perchè la

possi ancor vedere in che stato si ritrovi il processo, e di ciò

informarne sua santità, ne le mando con questa una breve informazione,

non lasciando d'avvertirla che, se si ha da procedere secondo il tenor

del Breve e commissione apostolica, per la quale n'è commesso qui il

formar del processo _usque ad sententiam enclusive_, facilmente potria

correr tempo assai prima che sia in essere di poterlo mandare costì,

perchè il vescovo, tuttavolta che voglia domandare la pubblicazione

degli esami fatti a offesa e difesa, con le sue convenienti dilazioni e

altre osservanze _quae sunt de processu, et praecedere debent

sententiam_, non se li potran denegare; onde che per tal modo questa

espedizione anderia in longo, e forse con più satisfazion del vescovo

che del papa. Però vostra signoria reverendissima, parendole, sarà

contenta parlarne con sua santità, acciocchè possi deliberare, e darne

modo di abbreviare questa espedizione, _non obstante tenore commissionis

prædictæ_, come saria che per Breve o per lettere mi commettesse che io

fra quindici o venti giorni dovessi mandar costì questo processo in _quo

statu reperitur_, e inoltra fare un monitorio al vescovo, che infra

certo termine perentorio, si dovesse personalmente presentare ai piedi

di sua santità, ad effetto che si possi espedire la sua causa, _mediante

justizia sub pœnis confessi criminis hæreticæ pravitatis et privationis,

ecc._, avvertendo però vostra signoria reverendissima che io tengo per

certo che il vescovo non sia per venire a nessuna via a Roma».

E in poscritta del 21 maggio al cardinale Farnese: «Io mi sforzerò di

mandare il processo del vescovo di Capodistria con questo altro

corriere: e a sua signoria ho detto che, per finire il suo travaglio,

non è modo più breve che la venuta sua a Roma. Eccolo assicurato,

dandogli la fede mia _etiam nomine proprio_, che delle maldicenze non si

terrà conto, nè se ne farà menzione, e insieme gli ho offerto il viatico

del mio, pigliando occasione da alcune raccomandazioni che mi son state

fatte di questa causa. Egli si raccomanda molto efficacemente e con

molta sommessione, e supplica che, avanti che sia costretto a venire, si

faccia dare un'occhiata al processo, che spera che la sua innocenza

apparirà così bene _etiam primo aspectu_, che esso potrà soprassedere di

questo disagio di venire a Roma, e non è possibile che io lo levi di

questo, ecc.».

Anche il papa insisteva per aver sottocchi il processo del Vergerio, ma

il Casa esortava il cardinale Farnese ad impedirlo, «perchè in questo

processo è una parte che contiene maldicenza, e specialmente un

particolare di quella calunnia che fu data al duca di Castro sopra il

vescovo di Fano: per la qual particolarità, quand'io mandai a vostra

signoria reverendissima il detto processo ne levai la parte della

maldicenza; acciocchè Nostro Signore non avesse a sentire questa

calunnia, se forse non l'ha sentita fin qui».

A questo modo s'ingannano i grandi!

In altre lettere il Casa avvisa d'aver inviato il processo a Roma entro

una cassa di panni, diretta al guardaroba.

E al monsignor eletto di Pola il 6 ottobre 1548: «Sopra il vescovo di

Capodistria io avrei desiderio che quella causa si finisse, ed egli è

ben risoluto di non venire a Roma, e vassi attaccando ora a uno e ora a

un altro, com'io veggo per lettere di molti che me lo raccomandano».

E al cardinale Farnese il 17 novembre.

«Ragionando io in Collegio (cioè nel senato di Venezia) sopra la

provincia d'Istria quanto alle eresie, fu molto ben caricato ed

incolpato il vescovo, dicendo il principe che, per quanto si diceva,

egli n'era principio e fomento..., e che mio offizio era di provvederci.

Io narrai a sua sublimità le diligenze fatte ed il processo formato e

mandato a Roma, e sua signoria nol voleva fare. A che sua serenità mi

replicò che io procedessi con interdetti..., e che non mi mancheria modo

di convertirlo e correggerlo. Veda ora vostra signoria illustrissima se

la vuol farmi dar facoltà di farli comandamento in forma sub poenis et

censuris che 'l venga a Roma in termino, e non venendo, procedere, ecc.,

ecc.».

Annibale Grisoni ne avea fatto il processo: istrioto, prete e

commissario apostolico, dato dal Papadopoli per gran dotto, dal

Vergerio, per «inettissimo bargello de' papi».

E al 5 gennajo 1549 il Casa scriveva:

«Al Grisonio stamattina fu mandato le lettere ducali che mandi in qua i

processi fatti a lui; ed io gli ho fatto scrivere a parte che operi che

quel rettore, col qual mi par che sua signoria convenga benissimo,

scriva alla signoria, e faccia buona relazion come può e debbe far per

verità; ed allora si avrà facilmente il braccio secolare per Pola e gli

altri luoghi..... Non è possibile che io ritrovi questo benedetto

vescovo Vergerio, il quale è qui, ma incognito. Ho nondimeno, ragionando

coll'ambasciador di Francia che me lo suol raccomandare assai spesso,

operato con destrezza che lo meni un giorno a casa mia. Il qual mi ha

promesso di farlo, ma dice intendere che il vescovo è ammalato di

podagra. Poichè io l'arò pregato ed esortato che se ne venga a Roma, io

sarei di parere, non consentendo egli venire, operar con la signoria di

ritenerlo; che io dubito, se io gli presento il monitorio, che esso si

assenterà. Vero è che, etiam caso che la signoria me lo dia, io non

ispero poi di ottener di mandarlo fuori del dominio». Il Grisoni nelle

due diocesi di Capodistria e di Pola usato aveva estremo rigore,

frugando le case per trovarvi libri proibiti[97], facendo rimuovere le

persone sospette, minacciando di fuoco chi non si accusasse o non

consegnasse le bibbie vulgari; e predicando a Capodistria, diceva: «Voi

vedete le calamità che vi affliggono da alcuni anni; le messi, gli

ulivi, le vigne perirono; gli armenti deteriorarono; non v'ha alcuno de'

nostri beni che non abbia sofferto danno. E chi n'è la causa? Il vostro

vescovo, gli eretici che si trovano fra voi. Perchè non li lapidate?»

Queste odiose parole concitarono il furor popolare; nè solo contro di

Pietro Paolo, ma di molti, e alcuni vennero cacciati in bando: Sereno e

Teofanio ridotti ad abjurare: «Con la tirannide pretesca e peggio che

turchesca ben sai che fu posto terror agli altri» [98]. Il Vergerio si

difese sufficientemente dalle imputazioni in una pastorale; l'avvocato

fiscale Giovanni Maria Bucello asserì, che dalle indagini non era

risultata colpa, anzi attestava che esso vescovo «è il più giusto, il

più dabbene, il più cattolico pastore ch'io abbia conosciuto a' miei

giorni, e ha governato per lo spazio di parecchi anni tanto bene e

cattolicamente quella sua diocesi, che non si potria dir di più; io per

me credo non sia diocesi in Italia governata con più diligenza e frutto,

e che più brami e riverisca il suo pastore.... E veramente sono state

baje e calunnie di alcune male persone tutte quelle che ad esso vescovo

sono state apposte» (5 gennajo 1547).

Anche frà Marino inquisitore ne attestava l'innocenza ad Ercole Gonzaga

cardinale di Mantova, e «Non solo non ha predicato nè insegnato eresia

alcuna, ma ha governato la sua diocesi con tanta carità e tanto frutto,

quanto è possibile che un pastore possa fare, e così consta per più di

ottanta testimonj esaminati. E della sua vita dalli suoi medesimi

avversarj (benchè sono in poco numero) è confessato che ella è

_simpliciter et omnino irreprehensibilis juxta illud Pauli, oportet

episcopum irreprehensibilem esse_:» e conchiudeva che, gran torto erasi

fatto al povero vescovo, mentre egli, inquisitore e teologo, l'avrebbe

voluto pubblicare in pulpito assolto e pastor bonissimo: e ripetere che

_non omnis sermo facit hominem hæreticum_ (18 novembre 1546).

Gli è sopra queste testimonianze ed altre congetture che, cent'anni or

fa, Rinaldo Carli tolse a difendere la fama di questo suo compatrioto,

quasi mai non avesse aberrato dalla Chiesa finchè non fu costretto dai

rigori di Roma a fuggire. Le nuove carte che noi recammo e più l'esame

delle opere del Vergerio ripudiano quella scusa.

Morì in quel tempo suo fratello Giambattista vescovo di Pola, e un

innominato spedì al cardinale Farnese una lettera, con postille che

notiamo in corsivo a' piedi.

— _Questa lettera è stata fatta per monsignor Pietro Paolo Vergerio

vescovo di Capodistria, sebben pare da altri. Dalla quale si cara la

dottrina ut in margine._

«Al conte Bisaro Vicentino.

«Signor conte. Se io potessi servir in altro alla vostra signoria, ella

sa ben che io la servirei. Ma, non essendo io, con la grande mia

impotenza, buono di altro che di scriver le nuove che occorrono tra noi,

di questo la voglio servir volontieri, come ho cominciato a fare. Dopo

che ella partì da me, è morto jeri di notte, e sepolto oggi in

Capodistria, monsignor vescovo di Pola, fratello, come sa vostra

signoria, del vescovo nostro. Il povero signor ha presa una infermità

gravissima nell'aere di quella sua Pola, e si fece portar qui già da tre

giorni, e si è fatto attorno di lui tutto ciò che si è mai potuto per

tenerlo in questa vita qua giù, e infine è piaciuto al Signor di

chiamarlo la su alla eterna. Tutta la città lo ha pianto[99]; perchè,

avendo ella alcuni che sono morali e del mundo, questi, credendo che 'l

vescovo di Pola fosse ancora morale e del mundo, lo amavano e lo avevano

caro, come gentil signor che egli era. E avendo la città nostra alcuni

che sono pii[100] e spirituali, questi anche l'amavano, perchè erano

pervenuti in cognizione che sua signoria era fatta pia[101] e spirituale

e intendeva benissimo la verità e l'avea con gran diligenzia nella sua

diocesi insegnata[102] e fatta insegnare. E poi sua signoria ha

benissimo confirmata questa opinione[103] con gran consolazione degli

eletti, al tempo di questo passaggio che egli ha fatto, perchè egli è

morto pien di fede viva[104] e viva speranza in solo Jesù Cristo. E

voglio affermare che la più cristiana morte[105] e più senza alcuna

superstizione e ipocrisia[106] non è stata fatta su questo nostro

scoglio a memoria d'uomo. Così piaccia al Signor di svegliar cui dorme,

e accenderli alla imitazione. Egli ha avuto sempre al letto fratelli

cristiani[107] che saviamente a tempo facevano l'officio, e li

ricordavano solamente quel che importava, resecando le superfluità[108],

e le inezie e le empietà. E esso parecchie fiate fece confessioni

bellissime: fra le altre, questa: egli, poco innanzi l'ora del morire

chiamò il vescovo suo fratello e monsignor Francesco Grisoni suo genero

e madonna Cecilia de' Vittori sua sorella e disse loro: «Poco tempo è

che appunto tra noi, che siamo qui, conducessimo le nozze di mia

figlioccia; e sia ringraziato Dio, che me ne contento assai. Ora, tra

quei medesimi che siamo qui per volontà di Dio, abbiamo a concludere un

par di nozze spirituali, e queste sono dell'anima mia con Cristo

crocifisso, e prego quel caro sposo che se la pigli adesso, adesso». E

aggiunse: «Questi saranno fatti; bisogna morir e dare quest'anima.

Finora non ho fatto altro che parole per il mio signor». Così disse. Su

la qual confessione, dove il Figliuol di Dio morto in croce si prende

per sposo, difensor, salvator dell'anima nostra, io per me sicuramente

credo che possiamo fondar la certezza della salute; e che in certe cose

esterne[109] e simulate, che usano gli ipocriti, la non si possa fermare

per niente. Basta. Egli era fedele e già molto infocato nell'amor di

Gesù Cristo. Le sue esequie sono state tali, che hanno potuto piacere a

quei che sono pii. Nelle cose indifferenti si è fatto quasi secondo

usanza. Quelle altre, se in tutto non sono state lasciate, sono però

state mitigate e resecate in grandissima parte. Volete altro? Chè, dove

ogni piccolo cittadino suole aver nel suo funerale tutti i preti, tutte

le fraterie e quasi tutte le confraternite, questo prelato e gentiluomo

de' più onorati della città non ha avuto altri che solo i preti della

chiesa cattedrale, dove è stato sepolto. Dirò come ho detto di sopra:

Piaccia al Signor di operar col suo potente spirito onde gli altri si

sveglino ad imitare»[110].

Sappiamo in fatto che Pietro Paolo cercò far credere che suo fratello

fosse stato avvelenato perchè apostato, e così il fratello Aurelio[111],

e d'esser insidiato egli stesso, e al Muzio scriveva: «Per grazia di Dio

son de' perseguitati: non erubesco, anzi me ne glorio, non in me ma in

Cristo che mi fa degno di patir per lui; questo è dono, come è dono la

fede».

Il Vergerio si schermiva, senza professarsi nè disdirsi; e nell'archivio

estense, erede delle carte farnesi, esistono, come le anzi dette, così

altre lettere di lui, e prima questa al cardinale Farnese a Roma, da

Mantova 30 agosto 1545:

«Illustrissimo e reverendissimo signor. Piacque alla bontà di vostra

signoria illustrissima e reverendissima, quando la era in Mantova, di

dirmi che la mi prometteva (e usò questa parola efficace) di far che il

giudizio della causa mia sarebbe commesso al reverendissimo Legato di

Bologna. Or, non essendosi ciò fatto ancora per le occupazion maggiori

che l'hanno tenuta impedita, la supplico per la sua gran cortesia e per

la intercession di reverendissimi signori cardinali Mantoa e Ferrara,

che sia contenta di farlo far o a quel reverendissimo Legato di Bologna,

o al reverendissimo cardinale Grimano, che, essendo patriarca di

Aquileja, che è metropoli d'Istria, viene ad esser mio giudice

ordinario, e ora si ha da trovar in partibus. Questo beneficio rileverò

da vostra signoria reverendissima per tanto grande, quanto fu quello che

mi fece nostro signore dandomi la chiesa; e essendo conservato da lei

nello stato e nella dignità mia, sforzerommi alla giornata con gli studj

e con le fatiche mie di mostrarmi grato servitore. Io son ben uomo di

poca stima, pur supplico vostra signoria reverendissima che, tale quale

io mi son, mi voglia conservar, e non lasciar distrugger da impj. Le

bacio umilmente le mani, e in sua buona grazia mi raccomando». Di là

recammo pure questo viglietto:

«Illustrissimo reverendissimo monsignor reverendissimo,

«Il presente lator è mio nipote, il quale io mando a Roma a posta per le

cose mie, non vi potendo venir in persona, impedito da malattia e da

povertà. Supplico vostra signoria illustrissima e reverendissima che lui

e me abbia raccomandati, e che ci faccia dar espedizione. Così Dio a lei

doni tutto ciò ch'ella desidera. Bacio la mano.

«Di Venezia alli VI di gennaro nel MDXLVII.

_Umilissimo servitor_ VERGERIO VESCOVO».

Avevagli sempre affettato di appellarsi ad altri giudici: e il 15 marzo

1546 da Venezia scriveva ai legati del Concilio[112].

«Desideroso di obbedire e di poter fare la passeggiata mia, son venuto

in qua dove starò aspettando le signorie vostre reverendissime che mi

son patrone operino per bontà loro che mi sia mandato il breve con la

commission della causa al reverendissimo Legato e patriarca o veneto o

aquilejese... Raccomando il negozio, e me alla bontà e carità di quello.

Frattanto che il breve venga, io mi ritirerò anche fuor di Venezia, in

alcun recesso a studiar e a pregar Dio che mi abbia in protezione, e mi

liberi da queste persecuzioni».

Ma quando definitivamente gli fu intimato si presentasse al patriarca di

Venezia; egli invece ritirossi a Riva di Trento, donde scriveva al

Madruzzo il 25 febbrajo 1547:

«Illustrissimo e reverendissimo signore,

«Voglio ben dire che io da me con le forze mie non spererei di poter

aver tanta potenza di star confinato a Riva, dove cominciano a soffiare

dei mali venti meridionali, ma è la bontà di Dio mio, che in questa

afflizion mi sostenta, e son sicuro che non mi mancherà anche nello

avvenire, e mi reggerà e difenderà. Sono già ventotto giorni che io son

qua, e comincio a man giunte supplicar che me ne caviate, e mandiate

dove vi piace.

«Questa è una. La seconda è questa. Signor, di grazia scrivete ancora

una fiata a Roma con quella vostra santa mano, e dite una cosa tale: Il

Vergerio quanto a lui andrà al giudizio di Venezia e dove vorrete, ma

credetemi, signore, che la riputazione del Concilio non è che a questo

tempo si faccia un tal giudizio. Lasciatelo venir a Trento, e fate a me

questo piacere, che vedrete che molto meglio ne riuscirà, che mandarlo

adesso a farlo giudicar in una Venezia, che è come teatro del mondo. In

questa forma, monsignor reverendissimo mio di Trento, scriva al signor

cardinale Farnese, e stia a vedere ciò che riuscirà. Signor, dico che

già la mormorazione è grande che io non sia con gli altri, e come io sia

veduto in Venezia la crescerà in infinito, e mi duole nel core di non

poter essere a servir Dio a canto la signoria vostra illustrissima in

Concilio. Faccia lui, che nelle sue mani mi rimetto. Ho gran desiderio

di parlar con quella, e se pur si verrà che io abbia d'andare a quella

Venezia, domando licenza a vostra signoria reverendissima di aver a

passar per Trento. Il podestà vostro di Riva mi fa tante amorevolezze,

che è una cosa infinita, mi ha fino tolto ad alloggiar seco come un

fratello; ma con tutto ch'io abbi questa dolce e lieta compagnia, pur mi

vorrei spedir di qua, e ne supplico la illustrissima signoria vostra o

ad una via, o all'altra. E li bacio le mani raccomandandomi in sua buona

grazia. Cristo con lei».

Il Vergerio tentò presentarsi al Concilio in qualità di vescovo; e dopo

quanto sponemmo non farà meraviglia se ne fu respinto[113]; il che,

nelle diatribe posteriori egli attribuiva all'aver i Padri temuto che

egli, informatissimo come era degli affari di Roma e di Germania, non

divenisse accannito oppositore. Di procedere contro la sua persona non

si osò, affinchè non paresse men libero il Concilio; ed egli si ricoverò

presso il suo protettore Ercole cardinale Gonzaga di Mantova. Il quale,

alle istanze del Casa per consegnarglielo mai non diede ascolto; anzi,

tra per convinzione, tra per paura non fesse spinto all'eccesso, tenealo

raccomandato al cardinal Farnese, e al Madruzzo cardinale di Trento,

affinchè gli ottenessero favorevole ascolto dal Concilio di Trento:

«Altramente facendosi, io dubito di qualche inconveniente, perchè

vedendosi il buon vescovo levar tutte le vie della sua giustificazione,

o si precipiterà come hanno fatto degli altri nostri; o tenendosi pur in

piedi, anderà qua e là stridendo come disperato; e così volendogli

proibire il parlare, lo faremo furiare e con fatti e con parole».

Molti teneano la stessa opinione: il celebre vescovo Vida già avea

preparato una lettera al papa per ottenergli il salvocondotto: ma altri

l'oppugnarono violentemente, massime il cardinale legato Cervino,

apponendogli d'aver diffuse calunnie contro Pier Luigi Farnese,

dichiarate false le leggende di san Giorgio e san Cristoforo[114]; vôlti

in celia i Fioretti di san Francesco e i miracoli della Vergine del

_Liber rosarum_. Il Casa seguitava a tenerlo d'occhio, e al 12 gennajo

1549 scriveva al cardinale Farnese:

«Il vescovo di Capodistria si è dichiarato per latitante, dicendo che

gli offizj fatti dal Grisonio ed alcune scritture sue che sono state

trovate tra le spoglie del vescovo di Pola, e le relazioni fatte di lui

dal suffraganeo di Padova, lo hanno posto in tanta diffidenza, che non

si vuole arrisicare».

Nel giorno stesso, Giampietro Celso, giustinopolitano, minor

conventuale, scrivendo da Bologna al cardinale Farnese, tra altro

diceva: «Monsignor Vergerio va per Venezia incognito, subvertendo ora

questo ora quel gentiluomo acciò sforzino monsignor Legato e i nostri

illustri signori a sepellire un nuovo processo formato contro di lui e

contro di quegli altri Luterani che sono nell'Istria dal reverendissimo

commissario apostolico monsignor padre Annibale Giasoni di Justinopoli,

e cerca per via de' nostri illustri signori far levare tal commissione

dalle mani del sopraddetto commissario». Il Vergerio stette alcun tempo

a Padova, dove frequentava assai Francesco Spiera, famosissimo nelle

cronache d'allora.

Era questi un giureconsulto di Cittadella presso Padova, vissuto nel

vizio e nella spensieratezza fino a quarant'anni, quando (dicono i suoi

panegeristi) primamente udì il vangelo, e si pose dì e notte a studiare

la Bibbia, ogni altra cura gettando da lato; e cercava comunicarne le

massime alla moglie, agli undici figliuoli, ed a quanti praticasse;

esercitava gratuitamente la medicina a favor dei poveri; parlava della

misericordia di Cristo, della certezza della fede, della speranza

dell'immortalità che Dio concede a tutti per amor del suo Figliuolo.

Accorreano a costui come a maestro persone rimaste fin allora

intirizzite alla vera pietà, e diventavano tutt'altre. A Padova nella

sua camera trovavasi circondato da uomini di qualità e da studenti, che

ivi disputavano come in un'accademia. Monsignor Della Casa ed altri

papisti da Venezia tolser a minacciarlo se non cangiasse tenore di

credere e di parlare: ond'egli si trovò combattuto fra due sentimenti.

«Vinse la carne e la suggestion del diavolo», ed abjurò i dogmi che avea

professato, facendone ritrattazione in pubblica piazza a Cittadella. Ma

che? Subito lo colse l'ira di Dio, nè più ebbe pace, non amore, non fede

o speranza: cercò mettersi nel convento e sulla tomba di sant'Antonio;

consultò i tre più valenti medici d'allora, ma non trovarono se non che

il pensiero avea turbato tutti i sensi, e sommosso gli umori cattivi. Al

che egli crollando il capo rispondea, che la sua malattia non era di

quelle che essi guarissero; niuna medicina bastando a sanar un'anima

che, per la conoscenza de' suoj peccati, sente aver meritato la collera

del Signore. E operava stranissimo: or infuriava, or gridava; ardente

sete struggevalo così, che avrebbe bevuto il Nilo e il Danubio; nè

riposo mai, nè consolazione rinveniva.

Racconta egli stesso queste miserie, e ai nuovi arrivati diceva: «Sia

lui il ben venuto ed io il mal trovato».

Alcuno prendea a confortarlo dicendo che la misericordia di Dio supera

tutti i peccati del mondo? egli rispondeva: «Quant'è terribile cader

nelle mani di Dio!»

Le scene rinnovavansi ogni giorno, e il Vergerio le divisa, e gli pare

che gli studenti abbiano a prenderne spaventoso esempio. E riferisce il

lungo colloquio avuto con esso, dove cercò rassicurarlo coi dogmi e con

esempj sacri: tutto invano: onde inorridiva al mirare la disperazione di

costui, che non vedevasi davanti se non la certezza dell'inferno.

Eppure in mezzo a ciò lo Spiera parlava con forza, gravità, unzione:

provava con vigore, ribattea con risolutezza: talchè molti v'andavano

per imparare: e ragionando non da pazzo, ma da uomo costante e grave,

conchiudeva: «Volesse Dio che questa fosse una frenesia! ma io veramente

son un nemico di Dio, un vaso del suo furore».

Dagli indagatori delle malattie mentali sono conosciute e classificate

siffatte follie, più strane quando pigliano persone di talento, com'era

in questo caso, ove il senno dello Spiera spiegavasi rettamente, fuorchè

nel punto che i frenojatri qualificherebbero _desperatio æternæ

salutis_. Per sottrarlo a tanti curiosi, lo portarono a Cittadella: e

colà finì, non si sa come. Fu divulgatissimo il fatto, e assicurano che

valse a tener molti nella fede nuova. Celio Curione attesta che la razza

pretina fece ogni possibile onde mostrarlo falso; io penso l'avranno

piuttosto offerto a specchio de' rimorsi d'un'anima, che abbandonò la

paterna credenza. Calvino, che ne stampò la storia con una prefazione,

vi vedeva il caso d'un'immensa superbia, che pretese «filosofar

profanamente nella scuola di Cristo, mentre egli era allevato in paese

tutto dato all'empietà, sicchè la maggior parte o non pensano a Dio

creatore, o non conoscono Dio giudice. Il papa, colla sua coorte di

ladroni, ha potuto aver sottocchio quell'esempio. Dal quale prendano

lezione i nostri Francesi, che dalla leggerezza loro levati sopra le

nubi, s'avvezzano più del giusto alle profanità della religione: i

Tedeschi che tardi, ed ebeti nel riconoscer i giudizj di Dio, ora negli

estremi mali pare abbian spogliato il senso umano: gli Inglesi ed altri

vedano con quanta riverenza e premura bisogni ricever Cristo che

splende»[115].

Il Vergerio ogni giorno più volte tornava dallo Spiera: e poichè di tal

frequenza molti prendeano scandalo, egli stimò dovere pubblicare

un'apologia nel 1548, diretta al Rota vescovo suffraganeo di Padova. Ivi

narra l'accaduto, adduce tanti testimonj da escluder ogni dubbio

d'illusione: assicura che i discorsi tenuti con esso lui sonavano tutti

pietà, consentanei alla dottrina che da Cristo in perpetua serie la

santa e cattolica e apostolica Chiesa serbò e serba: lo spettacolo

offertogli dallo Spiera esser tale, da meritar che si venisse dalle

terre più remote; non doversi pigliar paura di legati e d'inquisitori

nell'indagare la verità; e «se per ciò (diceva) mi sovrasta pericolo,

secondo odo susurrare, lo soffrirò volontieri come decreto di Dio,

desideroso che pel sangue e pel cenere mio vengano irrigati e impinguati

i semi che Dio continua a spargere per mezzo di tanti operaj in questa

bellissima età». E confessa che si strugge dal desiderio di udirsi

citato alla porta del vescovo o del Legato presso i Veneti, e prorompe:

«Eccomi! dove sono le carceri, dove le fiamme vostre? Saziate la

cupidigia dell'animo vostro; bruciatemi per Cristo; perchè son andato a

consolar l'infelicissimo Spiera, e divulgai ciò che Dio stesso vuol si

divulghi, cioè che la verità conosciuta non venga dissimulata, non

negata, non offuscata».

Con ciò il Vergerio scoteva la polvere dai piedi, abbandonando affatto

la Chiesa. Subito se ne levò rumore in Italia non solo, ma in Europa;

tanto era allora insolito il disertare la propria bandiera; esclamavasi

che caduta simile non si fosse mai vista, e paragonavanla a quella di

Lucifero; non pochi incolpavano la Corte romana d'avere spinto agli

estremi un uomo che possedea tanti secreti, tanta abilità di

controversia, tanta eloquenza: il papa in concistoro del 3 luglio 1549

lo dichiarò contumace, e perciò scaduto dalla dignità vescovile e

incorso nelle pene ecclesiastiche; più tardi venne scomunicato e

bandito.

Già prima era stato privato del vescovado, e datogli successore il

domenicano Tommaso Stella veneziano: e al 12 ottobre 1549 il Casa al

cardinal Farnese scriveva: «Quanto prima si fa che il vescovo di

Capodistria vadi alla diocesi, tanto fia meglio, perchè sua signoria è

sollecitata e di qua con parole, e di là con lettere, e anco la cosa

stessa sollecita per sè medesima».

E al 9 novembre:

«Il vescovo di Capodistria fu spedito, ed ha preso licenza dalla

signoria per andarsene alla chiesa con molta laude e favore. E del

Vergerio non so niente altro, se non che ha scritto e stampato un altro

suo volume, dove, per quanto mi è scritto da Bergamo, dice molto male di

Nostro Signore e di me. Che Dio gliel perdoni: che certo si è proceduto

con esso lui, come vostra signoria sa, piuttosto pigramente e con ogni

carità che con vigore alcuno».

Tommaso Stella, succeduto inquisitore al Grisoni, continuava intanto il

processo del Vergerio[116], il quale «al serenissimo duce Donato»

diresse una orazione e difensione da Vicosoprano il 10 aprile 1551,

incitando a non permetter che l'Inquisizione e i legati operassero negli

Stati della serenissima.

Il Vergerio atteggiavasi da martire, e a Dio diceva: «Altra cura, altro

pensiero non ci stringe se non che tu ci perdoni le tante offese che ti

abbiam recate, massimamente in aver opposta resistenza così grande al

tuo spirito ed alla tua volontà quando ci cominciasti a manifestar Gesù

Cristo»; e ringraziava inquisitori, fiscali, il papa d'averlo spinto a

rompere colla menzogna.

Ma a Basilea disse a Martino Barrhans, professore d'ebraico: «Io non

sarei qui se non avessi veduto lo Spiera. Il papa, tra con minacce, tra

con lusinghe m'invitava andar a Roma, e quivi, celato il vangelo, vivere

non disforme de' suoi decreti... Ma visto che ebbi e udito lo Spiera che

lottava gravissimamente col giudizio di Dio, cioè col peccato, colla

morte, coll'inferno, talmente fui percosso e pietrificato, che rimossi

dall'animo ogni pensiero di andar al papa e venerarlo, e dissimular la

verità...... Poco dopo averlo veduto, lasciato il vescovado, la patria,

gli amici, gli averi, uscii d'Italia per poter più liberamente

confessare Cristo, re dell'inferno, della terra, del cielo, che prima

con falsa dottrina e non miglior vita avevo deturpato, prestando opera

all'avversario di lui, che elevatosi al di sopra di Dio, una podestà

pari a Cristo già da molti secoli si arrogò».

Per le montagne bergamasche il Vergerio era fuggito nella Valtellina,

soggetta allora ai Grigioni e perciò libera di fede: e si fermò a

Poschiavo, dove Giulio da Milano avea raccolto una Chiesa italiana. Di

là al Delfino vescovo di Lésina scriveva: «Siamo d'intorno a duecento

uomini, dall'Italia fuorusciti per Cristo; e quale abita nel paese dei

signori Grigioni, qual tra signori Svizzeri, qual in Ginevra, qual

nell'Inghilterra, qual in Germania e qual in Polonia. Or di questi

duecento o là intorno, manco che la quarta o quinta parte sono uomini di

lettere, e ve n'ha di eccellentissimi. Dica chi vuole, e' se n'accorge

bene il papato sentendone i colpi, e alla giornata ne sentirà di

maggiori».

Pensate qual trionfo menarono i Protestanti dell'acquisto d'un tal uomo,

ammirato per la facondia nell'insegnare e confutare e convincere;

inoltre di bella presenza, ma principalmente di grande autorità come

vescovo e che in tale qualità continuava la tradizione apostolica nelle

chiese riformate. Blasius scriveva al Bullinger nel 1550: _Est, quantum

judicare ego possum, testantibus ejus moribus, vir magnae eruditionis et

pietatis verae, ac dignus ut in suo proposito ab omnibus piis

promoveatur. Rhaetia nostra merito eum observat atque colit, non tam

propter ejus pietatem, verum propter linguae ejusdem miram facundiam,

qua solet non tantum docere, verum et contradicentes convincere ac

confutare._ L'A Porta occupa un intero capitolo della sua storia retica

attorno al Vergerio; e dice che _supra cæterorum exulum ejus æstimabatur

oratio, quod externo quopiam corporis habitu niteret, parrhesia et

eloquio emineret_.

Tanto maggior noja recava la sua presenza in Valtellina ai Cattolici,

che cercarono anche qualche mezzo straordinario per farlo partire; ai

comizj retici si presentarono ventitrè deputati dei Comuni della

Valtellina, chiedendo fosse licenziato dal territorio di Sondrio e da

tutta la valle il Vergerio, che teneva residenza a Rogoledo, e predicava

dottrine repugnanti alla fede dei più, e protestavano contro qualunque

scandalo ne potesse seguire. Non ottennero nulla: pur egli dalla

Valtellina passò nell'Engadina, valle retica, e capitò a Ponteresína

quando appunto n'era morto il pastore. Fermatosi in un'osteria, tenuta

dal magistrato del paese, entrò in discorso cogli avventori, e si esibì

di predicar egli, invece del defunto. Sì, no; finalmente gli fu

concesso, ed egli tenne un discorso sopra la giustificazione pei soli

meriti di Cristo. I vecchi non approvarono nè disapprovarono, ma

dissero, «Ascoltiamolo un'altra volta». Ed egli predicò sull'eucaristia,

e presto vi ottenne gran lode, consolidò quella Chiesa, e poichè i

paesani vendevano ai Valtellinesi le reliquie cui più non credevano,

egli disse: «Ciò che reputiam male per noi non possiamo secondar gli

altri a farlo», e li persuase a recarle tutte sul ponte Ota, e di là

buttarle nell'Inn.

Lasciato ivi pastore il bergamasco Pietro Parisotto, si pose nella val

Pregalia a Vicosoprano; di là propagando l'insegnamento ai paesi vicini.

A Casaccia, discosta appena un miglio, una notte si trovarono atterrate

tutte le immagini, e disperso il corpo di san Gaudenzio; del che il

Vergerio si compiaceva come di evidenti progressi.

Egli però, non dimenticando d'essere stato vescovo, arrogavasi una certa

superiorità sui religionarj, e valevasene per metter accordo fra i

dissensi che vi pullulavano, siccome altrove dovremo ampiamente

divisare: e a Roberto Gualter a Zurigo, da Vicosoprano il 21 gennajo

1551 scriveva: «Ho conciliato Camillo col ministro della Chiesa di

Chiavenna, e l'ho costretto accettar una confessione a mio modo. Mi è

bisognato andar in Valtellina e patire molti incomodi da certi

Anabattisti. Infine ne ho riconciliati alcuni, ed alcuni ho fatto partir

dal paese. Un'altra grave contesa ho avuto con papisti, che ci facevano

molte novità e molti insulti e anche questi ho vinto con l'ajuto del

Signore». E al Bullinger l'11 ottobre 1552: «Se prontamente non

accorrevasi, cadeva pericolo che la Valtellina non divenisse una tana

d'uomini corrotti», cioè dissidenti.

Ma egli stesso seminava zizzania, appunto perchè, rotto il freno d'una

autorità, nessuna voleasene. Mal potè dirsela con Lutero. Questi il

sacerdozio considerava come una soperchieria, buona solo a far

degl'istrioni, de' ciarlatani, de' preti di Satana, e voleva fossero

rejetti coloro che avevano ricevuto l'Ordine della gran bestia, mentre

ogni fedele è sacerdote per annunziar la parola, assolvere le colpe,

amministrare i sacramenti. Per contrario il Vergerio, come vescovo, si

occupava assai della sistemazione che sarebbe a dare in Italia alle

comunità religiose; semplificando il culto al più possibile, conservando

l'episcopato, risparmiando le spese, monasteri e canoniche convertendo

in iscuole o vendendo. Aveva anche procurato di essere deputato a

visitar le chiese per tutto il paese de' Grigioni, e organarle: col

Mainardi e col Negri, che poi conosceremo, litigò sopra la confessione e

la presenza reale; e mentre gli altri chinavansi a Zuinglio, credendo

che i sacramenti, istituiti da Dio, si abbiano meramente per segni

esterni, non per le cose stesse, egli compose un catechismo per la

Valtellina, nel senso di Calvino.

Il Gallicio, imputato di aver accolto meno favorevolmente il Vergerio,

se ne scagiona col Bullinger, esponendogli come costui sovvertisse le

Chiese della Rezia e della Valtellina colle sue pretensioni e con dogmi

non conformi ai sanciti; e non soffrendo la superiorità del concistoro

di Coira, volesse concistori proprj pe' suoi Italiani; accusasse il

terzo e il quarto or di anabattista, or di papista; cercasse i nodi nel

giunco, e credesse che il cielo cadrebbe s'egli, come Atlante, nol

sorreggesse colle sue spalle. Democraticamente essere costituita la

Chiesa retica; sicchè non v'è bisogno di visitatore, quale il Vergerio

pretendeva essere. «Se gliene avessimo data la podestà, saremmo stati

uomini egregi. Noi ricevemmo sempre con onoranza il Vergerio, benchè il

suo fasto non possa garbare. Di me non so come si dolga, se non

d'avergli detto in faccia che altro appariva, altro era; fuori, sembrava

tenace della pura dottrina di Cristo e amator della pace, ma all'esame

nol si trovava tale. La frase non è cortese, ma sostengo che è vera».

Qui gli racconta come il Vergerio tenesse per amico Camillo Renato

anabattista, e trattasse da papista uno che predicò doversi le parole

dell'istituzione divina non solo annunziare in pulpito, ma proferirsi

pure alla mensa del pane e del vino. «Anch'io lo lodo, ma troppo spesso

l'ho trovato uomo; e non credo ci vorrà mai bene se noi prendiamo per

signor nostro».

Più risolutamente l'attaccò Celio Secondo Curione, che già gli era stato

amico; e l'accusava di mascherar le sue credenze, e mostrarsi altro agli

Svizzeri, altro ai Grigioni. «Quanto tu mi scrivi (diceva in lettera da

Basilea 1 agosto 1550) del progresso del vangelo in Italia, non mi

riesce nuovo; ma non è vero che gli opuscoli del Vergerio vi

contribuiscano gran fatto. Di ben migliori ne possiede l'Italia, dai

quali attinse lo spirito di salute. Que' del Vergerio non li dirò

cattivi, ma leggeri; e se d'alcuni non si parlasse, si farebbe

tutt'altro che danno alla cosa cristiana. Mi dici ch'egli chiese

d'abitare a Losanna, se pericolasse nella Rezia. Non so che pericoli

egli immagini, giacchè Agostino Mainardo, uom sapientissimo, in

tutt'Italia celebrato, che nell'Italia stessa tante volte lottò

predicando e disputando acerrimamente co' nemici, e spesso dal pontefice

fu cerco con insidie, con arti, colla forza, già da dieci anni insegna a

Chiavenna, fondò quella Chiesa, nè mai da alcuno sofferse violenze, nè

ebbe male se non da falsi fratelli; dai papisti non mai. Il Vergerio non

ha ancor deposta affatto la mitra, cioè adopra arti cortigianesche, e sa

magnificar le cose sue.... Perchè va a zonzo? Perchè non assiste alla

sua Chiesa? Preghiamo il Signore che gli dia spirito e mente di pastor

evangelico».

Il qual Mainardo, al Bullinger scriveva da Chiavenna, il 3 settembre

1553: «Abbiamo inteso che il Vergerio stampa un catechismo a Zurigo, e

lo dedica alla Chiesa della Valtellina, senza che i ministri di quella

n'abbiano contezza. Tal catechismo ebbe dal Brenzio. Tu per le viscere

di Cristo, e per quanto ami la pace delle Chiese nostre, non voler

consentire che, col nome di queste, egli stampi nulla che non concordi

con esse. S'egli non vuol esser dei nostri, perchè pubblica un

catechismo col nome delle nostre chiese?» (Qui ne mostra alcuni errori

intorno all'eucaristia), poi segue: «Ripreso da noi, perchè con quel

catechismo e altri tali libri divulgati, turbasse le chiese che stanno

in pace, e credono rettamente intorno alla Cena, e spargesse dottrine

contrarie a quelle dei predicanti nel nostro paese, rispose esser

interprete, non assertore. Gli replicammo che si faceva assertore nel

catechismo, che voleva fosse ricevuto dalle Chiese.... Stampi quanto

vuole, purchè non faccia menzione delle nostre Chiese, nè mostri che noi

consentiamo con esso. Abbiamo i nostri catechismi conformi al vostro;

non ne vogliamo d'iscritti con altro nome...».

Sia questo un altro saggio dei dissensi, a cui rompevano coloro

ch'eransi staccati dalla cattolica unità. Pertanto il Mainardi esultò

quando il Vergerio partì dalla Valtellina, e «Se ne vada nel nome di

Dio, e non ci sia più a lungo di carico».

Il Vergerio si condusse predicatore e consigliere al principe Cristoforo

di Würtenberg (1553), dal quale fu tutta la vita protetto e sostenuto.

Nel 1554 lo troviamo a Strasburgo, donde si dipartì per paura della

peste; sempre irrequieto, sempre credendo o vantando essere minacciato

da' sicarj del papa.

In Polonia cercò promuover la Riforma, sostenuto dai Radziwil, e

difondere i libri protestanti. Al re Sigismondo Augusto, che parlava

perfetto l'italiano, raccontava come, stando nunzio in Germania, avesse

levata al battesimo quella che allora era moglie di lui; sicchè credeasi

in dovere di venirla a diriger nella fede[117].

Papa Paolo IV subito scrisse per impedirne i guasti in Polonia, e il

Vergerio commentava e derideva quei brevi, augurando che il papa

slanciasse anche alla Polonia _sanctam et summis votis expetendam

excomunicationem_, affinchè fruttasse come quella contro Lutero.

Partitone alla fine del 1557, vi tornò, nè cogli scritti desistette mai

dall'esortare il re alla riforma, e d'oppugnare il Lippomane e Stanislao

Osio[118], vescovo, poi cardinale e caldissimo avversario dell'eresia, e

ne qualifica i libri come la peggior ignoranza e cattiveria ch'abbia

veduto, e ne dice tutte le sconciezze e vituperj, che per verità gli son

ricambiati.

Si estese di fatto in Polonia l'eresia, tantochè, quando Sigismondo morì

nel 1572 assaissimi vi aderivano: anche in Austria procurò diffonderla

il Vergerio, e con lettere e colla presenza.

Nel 1562 volle rivedere i Grigioni, ed esortarli rinnovassero la lega

con Francia, utile assai «perchè il papa, nè Cesare, nè Filippo II

possano aver questo passo dell'Alpi, nè soldati.... Venendovi, corsi

gran pericolo, giacchè il papa in tre luoghi mi aveva disposto agguati,

di che fui avvertito dai fratelli; ma pensando non convenisse dar

indietro, mi esposi al rischio, vestito da mercante, e così campai per

grazia di Dio» (5 aprile 1562). Invitato a una disputa in Coira, ricusò;

impetrò dal re di Boemia denaro onde erigervi uno spedale pei profughi

italiani, ma non si sa che lo effettuasse: voleva piantarvi una

stamperia; ma sempre era contrariato da Fabricius, che ne scrive cose da

fuoco; ed era malvisto _non tam propter religionem, quam propter

arrogantiam fastumque ejus_.

Gli appongono che cambiasse professione, stando ora coi Piccardi, ora

coi Luterani, ora cogli Zuingliani; e il Da Porta lo colloca decisamente

fra quelli che cambiano credenza secondo il colore del paese e di chi

gli dà pane; e per difenderlo, Xist, suo biografo o panegirista, fa

avvertire quanto influisca l'atmosfera in cui versa ciascuno.

Realmente non formulò verun dogma; eppure ciò saria parso conveniente

alla dignità sua di vescovo, della quale valevasi tanto nello stabilire

formalità. De' suoi scritti l'indole può compendiarsi con sue parole.

«Per venti anni, o papato, vissi a te legatissimo e amantissimo, perchè

ero cieco..... Ora tu, celeste padre, mi hai mostrato Gesù Cristo;

volesti fossi tuo legato; adoprami, ti prego, comunque vorrai. Tu

reggimi, e stermina le reliquie della mia carne e dell'umana

prudenza.... Io, qualunque mi sia, sempiterna guerra avrò col papa....

sempre mi sforzai a tutta possa di persuadere a chi nol sapesse che il

papato è mera impostura; onde bisogna che l'uomo se ne strighi, se

desidera esser salvo, e raggiunger la pura e genuina dottrina che il

Figliuol di Dio recò dal seno del Padre».

Ogni tratto palesa dunque rincrescimento di esser vissuto fariseo,

incredulo, idolatra; chiama empietà giudaica e idolatrica la sua entrata

al vescovado, e deplora i proprj peccati. Ma la taccia d'eretico,

datagli da altri Protestanti, non sapeva tollerarla. «Eretico è colui

che per vantaggi temporali, e massime per vanagloria e per primeggiare,

inventa o segue opinioni false o nuove. Chi con cauta sollecitudine

cerca la verità, pronto a correggersi qualora la trovi, non va noverato

fra gli eretici».

Stese qualche libro esegetico; la parafrasi de' sette salmi

penitenziali; sermoni e catechismi per Vicosoprano e la Valtellina; un

_Latte spirituale_; tradusse varj libri di Melantone, di Flacio, e le

_Precedentiae_ del Brenzio. Olimpia Morata, lodandolo come buon

traduttore, l'esortava a italianizzare il catechismo di Lutero e «Di

quanto vantaggio fia ai nostri Italiani e massime alla gioventù, te ne

accorgerai se svolgi quel libro»; e v'insiste, quantunque non ignori la

controversia nata intorno al sacramento. Con Jacobo Andrea e Primo

Truber procurò la traduzione e stampa della Bibbia in slavo e di altri

libri, che a migliaja di copie si disseminarono, tra cui quello _del

Beneficio di Cristo_; e si rallegrava che in pochi anni si fosse

l'evangelo tradotto in cinque lingue; siriaca, ungherese, slava per la

Carintia e la Carniola, croata e romancia. E scriveva al suo principe il

10 settembre 1562, che avendo stampate tante cose in latino, in

italiano, e tradotte dal tedesco, desidera riunirle acciocchè i posteri

capiscano che cos'è il papa: e gliene domanda ducento fiorini. Infatto

si cominciò la raccolta, ma non comparve che il primo volume di

ottocento pagine. E rarissimi or si trovano gli opuscoli suoi, perchè

allora moltissimo i Cattolici adoperavano in abbruciarli[119].

Del resto il Vergerio, oltre che instancabile nella corrispondenza, fu

uno di quelli che più intesero quanto male potesse farsi colle stampe

creando un'opinione falsa e imponendola alle moltitudini, onde si gittò

operosissimo a fare opuscoli, giacchè allora non s'erano ancora

introdotte le gazzette; libretti popolari e mordaci «non cessava mai di

spargere giù nell'Italia, come tarme e tinee, le quali rodano

l'Anticristo» e venivano cerchi con avidità; e molte delle menzogne,

accettate poi dal vulgo degli scrittori, sono dovute alla costui penna,

sia che le inventasse, sia che le diffondesse. Tali la papessa Giovanna,

il turpe attentato di Pier Luigi Farnese, le colpe di Paolo III, le

taccie d'eresia a persone o semplicemente imprudenti o calorosamente

pie; lo sprezzo di molti miracoli, le beffe contro il Concilio

tridentino e i prelati ivi raccolti, e contro il clero e i riti della

Chiesa, ch'egli conosceva meglio come vescovo. Bersaglia la messa

«regina delle idolatrie»; denigra i pellegrinaggi, il culto della

Madonna, massime lauretana; le stigmate di san Francesco, e tutta

l'_idolatria romana_; esagera i disordini de' monasteri; e il suo

biografo dice: «Più arditamente di lui solo Lutero parlò di Roma, più

ironicamente nessuno». Ai papi non diede mai tregua; stampò un _ordo

eligendi pontificis et ratio_ (Tubinga 1556) per cuculiare le cerimonie

della consacrazione de' vescovi, eppure vi riporta quest'orazione che in

esse recitavasi: «Abbondi nel vescovo la costanza della fede, la purezza

dell'affezione, la sincerità della pace; sieno, per tuo dono, splendidi

i passi suoi nell'evangelizzar la pace e i tuoi beni. Dagli, o Signor,

il ministerio della riconciliazione nella parola e ne' fatti; sia il

parlar suo come la predica, non in parole persuasive di umana sapienza,

ma in mostra dello spirito e della virtù. Dagli, o Signore, le chiavi

del regno de' cieli, perchè ne usi, non perchè si glorii della potestà

che gli attribuisci, per edificare non per distruggere..... Sia il servo

fedele e prudente che tu, o Signore, costituisci sopra la tua famiglia

affinchè la cibi a tempo opportuno; sia di zelo non pigro, sia fervente

di spirito, odii la superbia, ami l'umiltà e la verità, nè mai la

abbandoni per lusinghe o per timore; non ponga la luce per tenebre, e le

tenebre per luce; non dica bene il male, e male il bene; tengasi

debitore ai savj e agl'ignoranti».

Queste parole erano state proferite sopra di lui quando gli fu impresso

un carattere, che invano cercava cancellare: quest'erano le parole

applicate a quella gerarchia, per condannar la quale gli basta dire che

sono papi, che chi uno ne conosce li conosce tutti; solo alquanto

condiscende ad Adriano VI perchè mostrava la necessità della riforma; si

diverte alle spalle di Gregorio I, della papessa Giovanna, di Benedetto

XII, del quale racconta che amoreggiò una sorella del Petrarca! Più si

svelenisce contro i moderni Paolo III, Giulio III, Paolo IV, assassino,

inebbriato del sangue de' giusti, de' martiri di Gesù: Pio IV, il

peggiore de' cardinali. «Finchè c'è papi (e spero che saran ben pochi)

non è a sperar bene della Chiesa. O cielo, o terra, o inferno, che più

t'indugi con questo bugiardissimo papato, per trattarlo secondo è

dignità, con tutte le tue ragie e i tuoi unti? Udite cos'è il papato,

udite: il papato è la congregazione e cospirazione di alcuni, sotto un

capo dato dal diavolo. Non v'è dubbio che il diavolo sia stato inventore

del papato».

Con eguale stregua tratta i vescovi e i cardinali, «pezzo di carne con

una mitra in capo»; dove non può i fatti, calunnia le intenzioni:

inveisce contro il famoso Reginaldo Polo, quasi abbia scritto soltanto

per isfuggir all'accusa di luterano, o per ambizione di diventar papa, e

conchiude: «Guai a te, cardinal Polo: guai a te! la pagherai». Più

accannisce contro monsignor Della Casa, il quale, indarno pentendosi del

turpissimo capitolo rinfacciatogli ogni tratto, diresse alla Germania

dei versi per iscagionarsi. E nella Magliabecchiana (classe XXXIV de'

manoscritti) troviamo autografa la risposta di monsignor Della Casa al

Vergerio, forse la stessa che fu poi stampata nel 1688.

«Tu ti lamenti (dice) che a Roma si abbia dolore della parlanza e

malevolenza tua. No: o non vi sei conosciuto; o sprezzato così, che

nessuno ti cura». E qui gli mostra la follia delle tante accuse date a

Paolo III; cose ch'egli solo dice, il qual pure non poteva saperle

essendo lontano, e sospetto perchè conosciuto nemico. Invano lui negare

che la vita di questo sia scritta da esso, poichè egli la propaga, la

vende. E qui comincia a legger le colpe del Vergerio contro gli amici,

il fratello, la moglie, la patria, la religione, la taccia di bugiardo,

d'aver finto lettere e commissioni; _negant tibi quicquam credi oportere

a quoquam: vanitatis, levitatis, mendacii te convictum defendunt. Profer

igitur eas literas: manum, signum proba_». E racconta che il cardinale

Tournon, passando in Francia per la Svizzera, scese una sera a

un'osteria affatto ignobile, e poichè l'ostiere lacero e in canna il

salutò come persona nota, gli chiese chi fosse, e seppe ch'era il

Vergerio. Il cardinale prese a rimproverarlo, e il Vergerio commosso il

pregò a trarlo seco in Francia, pronto a dir quel ch'egli volesse sulla

religione della Germania e della Svizzera; ma il cardinale non gli

credette.

Difende da lui il cardinale Polo. Nega assolutamente il fatto di Pier

Luigi Farnese, e cerca scusarsi dei versi. _Si qui sunt paulo minus

casti libelli, per jocum aliquibus in adolescentia scripti, eos tu cui

tibi comodum fuerit adscribito: quæ dubia erunt in pessimam partem

rapito, multa de tuo addito; quos de versiculis illis, qui de furni

laudibus inscripti jam olim sunt, fecisse te video: quamquam illos,

annis ab hinc quinque et viginti editos, alterius ejusdem nomine

inscriptos legisse me memini, tu Jo. Casæ attribuis, quem tunc et

affirmare soles ornate politique scribere et versibus posse et soluta

oratione...._ E del Vergerio ricorre la vita, da nemico, imputandolo di

denari frodati, di delitti d'ogni sorta. Non credansi: ma neppur si

credano quelli ch'egli appone a noi; si esamini; singolarmente non gli

si presti fede ove dice che gli Italiani sprezzano e ingiuriano i

Tedeschi, de' quali amplia le lodi; ma nega quel ch'essi dicono degli

Italiani, confondendoli con coloro che van fuori a sparger errori,

pregiudizj, empietà. E appunta il Vergerio, che gli Italiani aveano

respinto da sè come il mare vomita un cadavere, spacciò che non poteva

tollerare, egli così santo, i vizi e le scelleraggini degli Italiani, e

per questo abbandonò le prospere sue fortune, e venne in Germania onde

aver libertà di credenza. Il che avviene di molti Romani, che stimando

sè e il proprio ingegno molto sopra del vero, lagnansi di non esser

chiamati a Roma e ai sommi onori: e quando non si vedono onorati quanto

vorrebbero, mettonsi a declamar contro il papa e i primati, e vengono a

vantarsi in Germania dove sono sconosciuti, magnificando i comodi e gli

onori che lasciarono per la religione. Ma almeno facessero qualche

eccezione pei buoni, che pur si trovano in Italia.

Il Casa, vecchio e caduto dalla speranza di «mutare il cappello verde in

rosso», si ritirò a Narvesa componendovi sonetti pieni di disinganno e

diceva di sè: «Peccai da giovane, m'accusano da vecchio».

All'ira del Vergerio divengono sovente bersaglio i moderati, i neutrali,

i tepidi, che mentre disapprovano le idolatrie papistiche, pur non osano

abbracciare il vangelo; vogliono riforme, ma solo ove ad essi pare. «La

Italia (diceva) è più avanti che qualcheduno non pensa. Ella ha per

dentro e anche di fuori de' bravi spiriti, li quali, colla lingua e con

la penna, non fanno altro che mostrar Gesù Cristo morto in croce per gli

suoi eletti, e questa è la luce, la quale può meglio mostrare quali sono

gli abusi e quali le superstizioni e quale la porta di uscirne fuori,

che non possono quelle XII carte dove sono dipinte le querele dei

Tedeschi»[120]. Pure giudicava che per l'Italia non fosse ancor venuto

il momento della Riforma: dolevasi che i tanti dotti nostri non

sapessero staccarsi dagli autori mondani e gentileschi, per istudiar

solo lo spirito di Dio; minaccia che la collera del Signore e la

disgrazia peseranno sui suoi compatrioti finchè stiano servili al

papato; e crede potrebbe qui pure immegliarsi e correggersi la Chiesa

qualora si cambiassero i costumi. «Non un anno passerebbe che voi, o

miei compatrioti, sareste divenuti ottimi; migliorati di corpo, e di

spirito; fondati nel bene, deposte le nimicizie, i rancori, le malizie,

la lussuria, il giuoco, la bestemmia, l'usura e tutti i vizj. Qual è la

cagione per cui l'Italia è piena di scissure, partiti, bordelli, bische,

garzoni scandalosi, ladri, assassini? Perchè vi risiede la falsa

religione e l'idolatria che tutti i vizj seco strascina; mentre il vero

insegnamento cristiano reprime tali vizj e li svelle, o almeno

gl'indebolisce e diminuisce? Non si alleghino i supplizj e le galere che

l'Anticristo vi oppone, non il sovvertimento che ne verrebbe; la grazia

di Dio basta a tutto. Quanti siamo cacciati di patria per la verità!

ebbene, che ci manca? La Dio grazia viviamo come fossimo in patria».

Linguaggio ripetuto tante volte, e fin ad oggi, malgrado la contraria

esperienza.

Sopratutto egli osteggiò il Concilio di Trento. L'opuscolo _Cur et

quomodo christianorum concilium debeat esse liberum et de conjuratione

papistarum_, che credesi opera di Lutero, stampata il 1537, fu

riprodotta il 1557 con prelazione del Vergerio; che confessa essere

stato lui che, come legato pontifizio, avea predicato quel Concilio, e

di quell'opuscolo bruciate quante copie potè, avrebbe bruciato anche

l'autore se avesse potuto. Nel _Concilium non modo tridentinum sed omne

papisticum perpetuo fugiendum esse omnibus piis_ (1553) già avea

raccolte tutte le ben note objezioni; nega sia libero, attesochè egli ne

fu scacciato, e cacciato pure Giacomo Nachiante vescovo di Chioggia, e

Girolamo Villeno domenicano, perchè aveano avversato quel passo del

Decreto che dicea doversi le tradizioni accettare colla stessa

venerazione come il vangelo; fa temere si manchi alla promessa

franchigia, e ne coglie occasione di mostrar tutti gli abusi

introdottisi nella Chiesa. E quanto spacciavasi pei trivj contro il

Concilio, egli raccolse in molti opuscoli, ai quali poi attinse

largamente frà Paolo Sarpi. Contro a quel sinodo ed ai papi incita

l'imperatore e i principi, solleticandone le gelosie e le passioni; si

erigano superiori ai pontefici; prescrivano ciò che giova a correggere i

costumi e gli errori, e facciansi obbedire.

In alcuni scritti usò d'un'ironia così ben sostenuta, d'aver illuso

molti. Tali sono le «Due lettere d'un cortigiano, nelle quali si

dimostra che la fede e l'opinione di Roma è molto più bella e più comoda

che non quella dei Luterani. — Terza lettera d'un cortigiano, il quale

afferma che a suo parere la messa del papa è più bella che la comunione

che si fa in alcun loco della Germania. — Quarta... nella quale gli dice

che si comincia ad accorgere che la dottrina, ch'ei chiama luterana, sia

la buona e la vera, e che quella del papa sia la corrotta e la falsa».

Van sul tono istesso le _Tre azioni del secretario pontificio_, che

suppone pubblicate intorno al Concilio, tutte spirito, ma senza

atticismo di lingua nè di pensieri; canzonando vescovi e sinodo, e

voltando in riso la paura di guerra, sia col Turco, sia co' Protestanti,

quasi fossero invenzioni papistiche.

Al duca Alberto di Prussia, che lo chiamava _amice singulariter

dilecte_, da Tubinga il 18 gennajo 1565 scrive: «Poichè il papa intimò

il Concilio, i nostri principi non v'andranno, nè manderanno, ed è ben

fatto. Ma io stabilii d'andarvi, e chiesi un salvocondotto. Che se lo

spirito di Dio mi comandi altrimenti, e mi tolga quest'occasione di

manifestar per me la gloria di Dio, stabilii darmi tutto a Cristo e alla

quiete, e detto addio agli affari, prepararmi alla morte, che spero

m'aprirà la vita eterna. Vostra altezza si meraviglierà udendo in quali

luoghi io desideri dispormi a dar l'anima a Dio. Le chiese dei Valdesi

piacciono al mio spirito; onde vi andrò, m'innesterò in quelle appresso

la Posnania, o nel vostro ducato. Vedo quelle Chiese pacifiche e non

sconvolte dalle dissensioni come le altre; onde ve le raccomando». Altre

volte gli mandava una lettera in cui dissuadeva i Veneziani d'aderire al

Concilio; lettera la migliore (dic'egli) che avesse scritta. Una più

ampia del marzo seguente mettiamo in nota[121].

Eppure i nostri non aveano disperato di ricuperarlo, e il nunzio Delfino

cercò indurlo a venire al Concilio, e con lui s'affiatò nel Würtenberg,

ma il Vergerio proruppe in escandescenze contro il Casa e gli altri suoi

persecutori. Anche al cardinal Gonzaga espresse una volta il desiderio

di tornar a casa, di cooperare alla pacificazione della Chiesa, ma senza

cenno di ritrattarsi: onde il cardinale nè tampoco gli rispose. Infatti

egli scrive che il papa _quaerit cum Germania aliquam concordiam, quam

ob causam præcipue agitur ut Tridentum accedam. Sed ridicula est papæ

cogitatio nam concordia in hac causa sanciri nulla potest, quod est

certissimum: sed nihilominus audiendi sunt adversarii_[122].

Ippolito Chizzuola di Brescia fece una _Risposta alle bestemmie

contenute in tre scritti di Paolo Vergerio contro l'indizione del

Concilio_ (Venezia 1562). Costui avea predicato in senso ereticale a

Venezia, onde gl'inquisitori lo obbligarono a ritrattarsi; tanto

asserisce il Vergerio, che diresse «ai fratelli d'Italia» uno ripicchio

fierissimo contro di esso: altri contro il Muzio giustinopolitano, suo

compatrioto e condiscepolo; altri contro altri; perocchè e la sua

apostasia e le polemiche gli procacciarono una folla di avversarj.

Per quanto lo vanti il suo biografo, sappiamo che, fino in quel bollore

di passioni, pareva eccessivo declamatore, e di modi sconvenevoli alla

sua dignità. Cercavano porgli qualche freno i suoi partigiani, ma chi

bada ai consigli della moderazione nel vivo delle risse? Fiero,

implacabile a chi lo toccasse; non si fa scrupolo di mentire; fomenta

gl'istinti più abjetti; asserisce che il cardinale Alessandro Farnese

promettea sparger tanto sangue tedesco, che il suo cavallo vi potesse

andar a guazzo; che il papa avea dato commissione al Lippomani di

persuadere l'imperatore a uccidere l'elettore di Sassonia e il

landgravio d'Assia cadutigli prigionieri, e reca fin la lettera

originale. Or viene a narrare che, una donna a Glarona avendo

insudiciato di feci l'altare, i cantoni papisti muovon guerra agli

Evangelici, e certamente l'Anticristo v'accorrerà colle sue armi. Tutta

Germania prorompe a guerra? Sono i Papisti che la incitano; son gli

Evangelici che trovansi costretti a difendersi; e il papa somiglia a

quei che mettono il fuoco per saccheggiare; onde gavazzare nel lusso,

suscita guerra dapertutto, evoca i Barbari a invader la Germania, e la

sua satanicità chiamerà perfino i Moscoviti a depredar tutto il

Settentrione e l'Inghilterra[123]. Eppure e' non vuol che si intitolino

libelli infamatorj i suoi, perchè l'infamia di Roma era già nota a tutto

il mondo!

Spirito strettamente pratico, e sproveduto di generalizzazione, trattava

la religione come un affare giuridico, citando la Bibbia come un codice,

sottilizzando senza veruna elevazione.

Uomo di negazioni e nulla più; violento nell'abbattere, era inetto a

costruire, affettando odio contro l'errore più che amore per la verità;

molti lo sprezzavano come un garbuglione che usasse frode sin nelle

lettere; Erasmo ne dice male; Celio Curione trattavalo da plagiario,

quasi avesse come sue offerto opere altrui al principe di Würtenberg per

entrargli in Corte: gli apostati italiani sempre lo guatarono con

diffidenza, e pensavano aspirasse tornare al papismo; e in fatto

vacillava talmente nelle credenze, che l'apologista suo Gian Rinaldo

Carli potè sostenere non si scostasse mai fondamentalmente dalla Chiesa

nostra; e un suo ritratto girava coll'iscrizione _Nunzio del papa,

legato di Cristo_.

Per giunta intrigava nella politica; lo vedemmo sollecitare i Grigioni a

far lega coi Francesi contro la Spagna; eppure stando in Valtellina

mestò con don Ferrante Gonzaga governatore di Milano per ricuperar

questa valle alla Spagna; e allo stesso scriveva il 21 aprile 1550:

«Oltre di quest'impresa, io potrò esser buono alle cose appartenenti

alla religione, per l'amicizia che tengo con que' dotti di Lamagna; e

quando, o per via di un Concilio o per altra, si trattasse qualche

accordo ed assestamento, vostra eccellenza vedrebbe ciò che saprei

fare». Molti principi di Germania lo protessero: Eduardo VI

d'Inghilterra gli mandava «qualche ajuto onde possa continuar a far la

guerra al diavolo»; e sempre lo assistette il nipote Lodovico,

consigliere del duca Alberto.

A cinquantanove anni pensò prender moglie: tutto era stabilito: farebbe

da madrina la contessa Maurica, profuga d'Italia; il duca aumentava di

qualcosa il suo trattamento; ma non consta che il matrimonio si

effettuasse. Già nel 1558 lagnavasi di cattiva salute, peggiorata poi

dagli strapazzi dell'ultimo viaggio in Polonia. Ricorse alle acque e ad

altre cure; da un lato desiderava intervenire al famoso colloquio di

Passy nel 1561, dall'altro vagheggiava ritirarsi fra i Valdesi o

Piccardi della Boemia, ma questi voti di quiete presto dissipava per

lanciarsi di nuovo nella mischia. Infine morì il 4 ottobre 1565 a

Tubinga, e gli amici narrarono che conservò fino all'estremo mirabil

costanza; che agonizzasse fra orribili spasimi e muggiti e rimorsi,

scrisse il famoso Glaber, che lo assistette, e che poi si convertì al

cattolicismo. Il duca Cristoforo nella chiesa di San Giorgio gli fe

porre un monumento con un epitafio, che mostra come le sottigliezze

secentistiche si usassero prima o fuori d'Italia; monumento che,

sovvertito nel 1635 durante le guerre di religione, fu poi ripristinato

nel 1672.

Qualche moderno presenta il Vergerio qual «esempio unico dell'aver

mutato lo splendido posto di prelato romano, l'onore di nunzio papale,

la mitra di vescovo, l'aspettazione della porpora contro le incertezze

d'un esule». A chi ci lesse noi procurammo dar argomenti che bastino a

valutare quanto meriti questa lode; e se le opere sue valgan meglio che

quelle di certi martiri odierni, che tutto dì contaminano il buon senso

e il viver civile.

Gli eretici d'Italia, vol. II · 第 25 / 88 题