Allora veramente Marot poteva cantar della Renata: «Ella non vede
persona di cui non abbia a dolersi: le montagne stanno fra essa e gli
amici suoi: essa mescola di lacrime il suo vino». Stanca di rimanere
disgiunta dai figliuoli, fece una specie di ritrattazione (1556) in mano
del gesuita Pellettario, e si confessò e comunicò dicendo _credere nella
Chiesa cattolica_, ma senza voler aggiungervi _romana_. Il marito se
n'appagò senza star sul sottile, e le rese le figliuole e il palazzo di
San Francesco, e morendo nel 1560, lasciolla usufruttuaria d'esso
palazzo e di metà della tenuta di Belriguardo, _finchè vivrà da buona
cattolica_. Il figlio Alfonso che stava lontano, accorso e fatta la
solenne entrata 19 maggio 1560, andò a prestar l'omaggio al papa, di cui
era vassallo. E il papa con lui si dolse della duchessa che ostinavasi
nelle sue eresie; onde il figlio le intimò di lasciarle o d'andarsene.
In fatti con trecento persone ella partì, e pose Corte nel castello di
Montargis, facendo solenne professione di calvinismo, ricoverandovi i
perseguitati, e mantenendo carteggio con Calvino. Questi la querelò
alcuna volta del non vederla ben risoluta ad abbandonare i santi e certe
pratiche: ma le scriveva: «Voi foste come una madre nutrice de' poveri
fedeli discacciati che non sapeano ove ritirarsi. So bene che una
principessa, la quale non guardasse che il mondo, avrebbe onta, e quasi
prenderebbe a ingiuria che il suo castello si chiamasse un Ospedal di
Dio (_Hôtel-Dieu_), ma io non saprei farvi onor maggiore che chiamarlo
così, per lodare e riconoscere l'umanità che voi avete usata verso i
figliuoli di Dio che si rifuggirono a voi»[84].
Questo Alfonso e le sorelle Leonora e Lucrezia rimasero celebri nelle
avventure di Torquato Tasso. All'altra figlia Anna, stata educata da
Giovanni Sinapio suddetto, la Renata, per eccitarne l'emulazione, avea
messo compagna Olimpia Morata. Dai colloquj, poi dalle lettere di questa
attinse idee libere, che non abbandonò sebbene sposata al duca di Guisa,
caporione del partito cattolico in Francia: e lo storico De Thou
assicura ch'essa non cessava d'esortar la regina Caterina a risparmiare
i rigori contro gli Ugonotti. Ad essa il Brucioli dedicava la traduzione
della Bibbia con una prefazione di ventidue pagine.
Dicono che esso duca di Guisa minacciasse di assalire coll'armi il
castello di Montargis, perchè sua suocera vi ricettava Ugonotti, e che
la Renata rispondesse all'araldo: «Avvisa il tuo padrone che io stessa
monterò sulla torre, e vedrò se ardisce assalir una figlia di re; del
che e cielo e terra vorrebber vendetta su lui e su tutta la sua stirpe
fin ai bambini in cuna».
Ma allorquando egli fu assassinato dal fanatico Poltrot davanti ad
Orleans, e i predicanti dal pulpito ne esprimevano esultanza, la
duchessa, ricordandosi ch'era suo genero, mosse di ciò doglianza con
Calvino, il quale rispondendo non riprova l'assassinio, fatto a nome
della religione. _Si le mal fâchait à tous les gens de bien, monsigneur
de Guise, qui avait allumé le flambeau, ne pouvait pas être épargné. Et
de moi combien j'ai toujours prié Dieu de lui faire merci, si est ce que
j'ai souvent désiré que Dieu mît la main sur lui pour en delivrer son
Eglise, s'il ne le voulait convertir... Cependant de le damner c'est
aller trop avant, si non qu'on eût certaine marque et infaillible de sa
réprobation_[85].
Vuolsi che la Renata tenesse mano alla congiura dei Fiesco in Genova,
per dar prevalenza alla Francia sopra l'Austria in Italia. Morì il 2
luglio 1575, dopo veduta la ruina della Casa d'Este, l'assassinio di suo
genero per opera de' Protestanti, e quello de' Protestanti per opera de'
Cattolici. Tai frutti si raccolgono dal seminar zizania nella
cristianità.
Di Ferrara fu pure Emanuele Tremelli, che per cura del poeta Flaminio e
del cardinale Polo convertitosi dal giudaismo, non tardò a sorbire le
opinioni protestanti in patria e a Lucca; e per non ripudiarle, passò
con Pietro Martire Vermiglio a Strasburgo, indi in Inghilterra insegnò
ebraico ad Eidelberga, a Metz, a Sedan dove morì, lasciando varie opere
e la versione latina della Bibbia siriaca, e quella del Testamento
Vecchio sopra il testo ebraico.
Una Caterina Copa di Ferrara, ita a Ginevra a trovare suo figlio
fuoruscito, disapprovò il supplizio inflittovi da Calvino a Serveto; per
lo che fu condannata a gridar misericordia a Dio, e bandita con ordine
di partire entro ventiquattro ore, pena la testa.
Parrebbe a credere che Ferrara rimanesse purgata dall'eresia, perocchè
nell'archivio estense trovasi una quantità di lettere scritte al duca da
san Carlo, da sant'Ignazio, da san Francesco Borgia, ove lodano la sua
pietà, parlano dell'introduzione di Gesuiti in quella città; frà
Ghislieri, che poi fu Pio V, gli chiede l'arresto di qualche cattivo
prete, di giudei seduttori, di marani, non mai di Luterani.
Pure il 23 maggio 1551, don Giorgio Siculo, dotto uomo, vi fu appiccato
a una finestra, dicono senza forma di processo; l'anno appunto che il
sant'Uffizio v'era stato posto, e introdotti i Gesuiti. Nel carteggio
del residente toscano a Venezia nel 1565 trovo che in questa città morì
l'ambasciadore di Ferrara, e si scoperse ugonotto. Il Frizzi racconta
che nel 1568 l'Inquisizione arrestò sedici persone, fra cui più d'un
medico e d'un ecclesiastico, avviluppati negli errori de' Giorgiani, de'
Monoteliti ed altri, e parte furono condannati al remo, parte al taglio
della testa; il nome di questi appare da un documento, testè pubblicato
dal Cittadella.
Poi nella corrispondenza del Bullinger occorre una lettera di Tobia
Eglino, che da Coira il 12 gennajo 1571 gli racconta un orribile
tremuoto, e che il ministro di Sils nell'Engaddina superiore, italiano,
gli assicurò che il cavaliere Salis avea ricevuto lettera, qualmente
l'inquisitore di Ferrara avesse chiusi in luogo angusto quindici monaci,
sospetti di luteranismo, e soffogatili col fumo. Infierendo poi il
tremuoto, aver egli detto al duca che tali disastri derivavano dal non
castigarsi abbastanza gli eretici: e il duca aver risposto che egli
veramente era causa di tali castighi, e non perchè operasse moderato,
bensì perchè avea versato sangue. Da qui gravi sospetti contro il duca,
talchè il papa l'invitò a dichiarare di qual religione si tenesse.
Fulvio Pellegrino Morato, nativo di Mantova e professore di belle
lettere a Ferrara, stampò un _Rimario di tutte le cadentie di Dante e
Petrarca_ (1528), e un'esposizione del _Pater noster_ (1526). Sospetto
d'avere scritto un libro di opinioni eterodosse, fu obbligato
allontanarsi da Ferrara (1533); e stette professore a Vicenza e a Cesena
col nome di Fulvio, sinchè, intercedente il Calcagnini, fu ricevuto di
nuovo a Ferrara (1539).
Già nominammo sua figlia Olimpia, alla quale aveva dato squisita
educazione, sicchè di dodici anni sapea greco e latino, e in quelle
lingue, a sedici anni, scriveva dialoghi alla foggia di Tullio e di
Platone; seppe retorica e filosofia: verseggiava con gusto ed eleganza,
come mostrano la sua _Laus L. Mutii Scevolæ_, l'apologia di Cicerone
contro il Calcagnini, la traduzione delle due prime novelle del
Boccaccio e varj dialoghi, poesie ed epistole: il Sardi le dedicò _De
triplici philosophia_, meravigliando la sua facilità nel greco e le sue
cognizioni filosofiche.
Dalla Renata posta in Corte a fianco alla figlia Anna, con questa leggea
la Scrittura in greco; ma avezza al gusto classico, della semplicità
biblica prendea disgusto. Forse per le opinioni eterodosse, che aveva
attinte dal padre e dal Sinapi, fu rinviata dalla Corte, ed ebbe ad
assistere il padre gravemente ammalato, che poi morì nel 1548. Pose
affetto ad Andrea Grunther, giovane protestante tedesco, amico dei
Sinapi, e dottorato in medicina a quell'Università, e sposollo: ma
avendo egli per affari dovuto correre in Germania, Olimpia restò sola e
desolata, finchè potè raggiungerlo (1550), e con altri suoi paesani si
stabilì ad Eidelberga, dove insegnò greco.
Colà deplorava i patimenti de' suoi correligionarj rimasti a Ferrara, e
al Vergerio scriveva: «Di Ferrara abbiam notizia da pie persone; di
alcuni ci consola la fermezza, d'altri ci addolora la defezione. Mia
madre restò ferma contro la tempesta. Procurerà uscir con mia sorella da
quella Babilonia, e raggiunger me in questo paese».
Tenea corrispondenza colla principessa Lavinia della Rovere della Casa
d'Urbino, e le scriveva: «Vi mando per via sicura alcuni scritti di
Martin Lutero, la cui lettura a me fece bene, e spero voi pure vi
potrete attinger consolazione. Attendete più sempre a questi studj
santi; domandate al Signore i lumi del suo spirito, e non vi lascerà
senza risposta. Credete che Dio sia menzognero? Credete abbia fatto
tante promesse a' suoi discepoli per non ricordarsene più all'ora del
bisogno?» e le accompagna una dissertazione sulla vera felicità.
A Celio Curione, di cui parleremo, e ch'essa avea conosciuto in Augusta,
dichiara non aver intenzione di tornare in Italia. «Voi non ignorate
quanto pericoloso sia il professare il cristianesimo dov'è sì grande il
potere dell'Anticristo. La rabbia de' Coricei si estese in tutta Italia;
v'è nota la fine del Fannio, pio uomo e molto costante, che dopo due
anni di prigionia, senza che la minaccia di morte, o l'amor della moglie
e dei figliuoli lo staccassero dalla fede, fu strangolato e il suo
cadavere arso, e quasi non bastasse, le sue ossa gettate nel Po».
Regnando Paolo IV, a Chilian Sinapi da Eidelberga scriveva il febbrajo
1555: «Lettere che ho d'Italia m'attestano che s'infierisce a Ferrara
contro il cristianesimo, non risparmiando nè sommi, nè infimi; quali
imprigionati, quali banditi, altri salvaronsi colla fuga».
Alla sua allieva Anna supplicava per lettera a favore dei credenti, ed
esortandola a studiare le scritture e imitar Cristo.
Molto ella ebbe a soffrire e pei comuni dolori dell'esiglio, e più per
l'assedio di Schweinfurt nel 1553, che durò quattordici mesi, quando fu
costretta rimanere lunga pezza ascosa nella cantina, poi in piazza fu
spogliata in camicia. Fuggita ad Hamelburg con una veste prestatale da
una vecchia, errò per la Franconia finchè il conte d'Erbach accolse lei
e il marito, il quale poi fu nominato professore di medicina
all'Università di Eidelberga. Di quivi l'8 agosto 1555 ad una Madonna
Cherubina scriveva i suoi patimenti con mesta rassegnazione; ed
esortando alla fede in Dio e nel Vangelo. «Il mio consorte fu pigliato
due volte dai nemici, che vi prometto, se mai ebbi dolore, allora l'ho
avuto: e se mai ho pregato ardentemente, allora pregai. Io nel mio cuore
angustiato gridava con gemiti inenarrabili, Ajutami, ajutami, Signore,
per Cristo: e mai non ho cessato finch'egli m'ajutò e lo liberò. Vorrei
che aveste visto come io era scapigliata, coperta di stracci, chè ci
tolsero la veste di dosso, e fuggendo perdetti le scarpe, nè avevo calze
in piede: sicchè mi bisognava fuggire sopra le pietre e i sassi, che io
non so come arrivassi. Spesso io dicevo: Adesso cascherò qui morta, che
non posso più. E poi dicevo a Dio: Signore, se tu mi vuoi viva, comanda
alli tuoi angeli che mi tirino, che certo io non posso. Pregate ancora
per noi (soggiungeva) come io fo per tutti i cristiani che sono in
Italia, che il Signore ci faccia contenti acciocchè possiamo confessarlo
in mezzo della generazione diversa..... Qui il padrone è sempre il primo
ad andare alla predica; di poi ogni mattina chiama tutta la famiglia, e
in sua presenza si legge un Vangelo ed un'Epistola di san Paolo, ed esso
a ginocchi con tutta la Corte pregano il Signore. Bisogna poi che ognun
de' suoi sudditi, casa per casa, gli renda conto della sua fede,
eziandio le massaje, affine di poter vedere come progrediscono nella
religione; perchè dice esser certo, se non operasse così, avrebbe a
render ragione di tutte le anime de' suoi sudditi. Deh! fossero così
fatti tutti i signori e principi! Il Signore vi dia fede, e vi avanzi
nella sua cognizione, giacchè di continuo dobbiam pregare di crescere
nella fede».
A soli ventinove anni ella morì, e ad Eidelberga fu scritto sul suo
sepolcro: «A Dio immortale e alla virtù e memoria di Olimpia figlia di
Fulvio Morato, uom dottissimo, carissima moglie del medico Andrea
Grunthero, il cui ingegno e la singoiar cognizione delle due lingue, e
la probità de' costumi, e il sommo studio della pietà, sopra il comun
modo furono stimate. Il qual giudizio umano della vita sua la beata
morte, subìta santamente e pacatamente, confermò col testimonio divino.
Morì in suolo straniero l'anno 1555 della salute; dell'età sua XXIX. Qui
fu sepolta col marito e col fratello Emilio».
Celio Calcagnini, che grandemente lodava le traduzioni e orazioni della
Morata, ne pianse in versi la morte[86]. Sulla casa ch'era stata sua,
l'accademia di Eidelberga fece scrivere:
_Vilis et exilis domus hæc quamvis, habitatrix_
_Clara tamen, claram reddidit ac celebrem._
Delle opere sue una parte perì nell'incendio di Schweinfurt, tra cui
osservazioni sopra Omero, e dialoghi greci e latini. Le altre che, oltre
quarantotto lettere, sono tre discorsi sui paradossi di Cicerone,
dialoghi, orazioni latine e poesie greche, vennero raccolte da Celio
Curione, e stampate a Basilea[87], dedicandole a Elisabetta regina
d'Inghilterra nel 1558: subito esaurite, ristamparonsi nel 1562, poi di
nuovo nel 1570 e nel 1580 con aggiunte.