Luigia di Savoja, a ventidue anni rimasta vedova di Carlo d'Orleans duca
d'Augoulême, si ritirò dalla Corte coi figli Margherita e Francesco,
sintantochè quest'ultimo diventò re. Ella fu tacciata d'avarizia, e
d'aver lasciato perdere il Milanese per intascarsi il denaro destinato a
pagare le truppe; amò d'amore il contestabile di Bourbon, famoso
traditore; ma mostrò senno e imparzialità durante la prigionia del re
dopo la battaglia di Pavia. Scrisse un giornale dal 1501 al 1522, in cui
i Protestanti pretesero trovar sentimenti conformi ai loro[75]. Ma quali
sono? La rassegnazione al voler di Dio, il crederlo autore d'ogni ben
nostro, e altri che vanno comuni a tutti i Cristiani. In esso giornale
al 1522 scriveva: «Mio figlio e me, per la Dio grazia, cominciamo a
conoscere gli ipocriti, bianchi, neri, ombrati d'ogni colore, da' quali
Iddio, per la sua clemenza e bontà infinita, voglia preservarci e
difenderci; chè, se Gesù Cristo non mentisce, non v'è generazione più
pericolosa per ogni conto».
Margherita, figlia di madre tutt'altro che rigorosa, moglie d'un fiacco
ignorante, il duca d'Alençon, poi del re di Navarra, compose novelle che
starebbero bene al Boccaccio. Dopo il 1521 ascoltò volentieri Jacobo
Lefèvre, uno de' primi in Francia a sostenere che bisognava ricorrere
direttamente alla Bibbia, e interpretarla a proprio senno. Margherita
prese a leggerla, e poichè ella tanto poteva su tutta la politica di
Francesco I, sperò trarlo coi Riformati; l'indusse a venire ascoltare i
sermoni del Lefèvre, da' quali egli parve tocco non meno che Luigia di
Savoja.
Ma non che Francesco nè Luigia coltivassero queste velleità, anzi
cominciarono le persecuzioni, colla fierezza che abbiam veduto.
Margherita invece si fissò nella nuova fede, ed eccitò grave scandalo
ne' Cattolici col suo _Specchio dell'anima peccatrice_, ove tutto
attribuisce alla Grazia, non discorrendo nè di confessione, nè
d'indulgenze, nè di purgatorio[76].
Alla scuola di costei e de' primi Riformati, che conobbe a Nerac e a
Parigi, bevvè gli errori di Calvino Renata (1510-1576), figlia di Luigi
XII e d'Anna di Bretagna, alla quale sarebbe toccata la corona di
Francia se la legge salica non escludesse le donne. I sublimi natali e
il coltissimo ingegno, se non i pregi del corpo, la designavano a
sublimi nozze: fu promessa a Carlo V, a Enrico VIII d'Inghilterra, a
Gioachino marchese di Brandeburgo, e ragioni politiche vi
s'attraversarono sempre: la domandò pure il contestabile di Borbone;
infine fu fidanzata ad Ercole II d'Este duca di Ferrara (10 luglio
1527), nella speranza che tale parentela assicurerebbe alla Francia il
possesso del Milanese. Egli le regalò gioje per centomila zecchini;
ricchissimamente le nozze celebraronsi a Parigi il 28 giugno 1528: e
appena cessate le micidiali desolazioni recate all'Italia dal sacco di
Roma e dalla carestia, gli sposi vennero a Ferrara, e si stabilirono
alla magnifica e deliziosa villa del Belvedere sul Po, ridente di
pitture del Dosso, e della quale non rifinano di dire coloro che la
videro prima che andasse distrutta.
Quei duchi, gareggianti cogli altri dinasti a far primeggiare il piccolo
Stato, voleano abbellita la loro città non meno d'edifizj, quadri,
biblioteche, che di valenti ingegni, carezzati da essi, festeggiati dal
popolo: compravansi manoscritti antichi, recitavansi antiche commedie,
assegnavansi case, doti, cattedre nella fiorente Università a letterati
d'ogni paese; Pandolfo Colenuccio comico, l'erudito Guarini, Calcagnini,
Mainardi, Brasavola, l'antiquario Costanzo Landi, Lilio Gregorio Giraldi
che dedicò la sua Storia de' poeti alla Renata; Alessandro Sessi, autore
delle _Numinum et heroum origines_. Nell'accademia degli Elevati,
fondata da Alberto Lollio, ed in altre venivasi a improvisare, sia
versi, sia dissertazioni. E come Venezia d'eruditi e Firenze d'artisti,
così Ferrara abbellivasi di poeti, sino a far dire al satirico che
n'avea tanti[77], quante rane il suo territorio. Il ferrarese Bojardo
conte di Scandiano, che traduceva dal greco Erodoto, faceva egloghe
latine, e commedie di forza comica, coll'_Orlando innamorato_ avea
preparato tutte le invenzioni, che leggiamo svolte con incomparabile e
pericolosa leggiadria dal ferrarese Ariosto, professava:
Chi vuol andar attorno, attorno vada,
Vegga Inghilterra, Ungheria, Francia, Spagna:
A me piace abitar la mia contrada.
La costui armonia sonava ancora nelle orecchie, con quella di Bernardo
Tasso che preludeva alla superiore di Torquato. Bartolomeo Riccio
verseggiava sulla gloria: satire faceva il Manzolli; endecasillabi
catulliani il Flaminio: altri versi latini i due Strozzi; Marcello
Palingenio Stellato (cioè Pietro Angelo Manzioli della Stellata) lo
_Zodiacus vitæ_, poema dove non risparmia i frati, i preti nè i
pontefici, eppure nella prefazione si sottomette ai giudizj della
Chiesa. Quando Paolo III passò da Ferrara, rappresentaronsi gli _Adelfi_
di Terenzio, recitandovi i figliuoli della Renata, e facendo Anna da
amoroso, Leonora da giovinetta, Alfonso da giovane, Luigi da schiavo,
Lucrezia da prologo.
Per verità, le lodi agli ultimi Estensi di Ferrara furono in parte
postumamente prodigate per raffaccio al succeduto dominio papale: e a
dir vero queste letizie non erano che della Corte, mentre il paese
andava spopolandosi, guasto da gravi inondazioni, eppure costretto a
nuove imposte, e a severissimi divieti dalla caccia fin col minacciarsi
morte ai violatori.
Quella Corte soleva piacersi di quistioni teologiche. Una che si
dibatteva internamente era quella dell'immacolata concezione di Maria
Vergine, sostenuta dai Francescani, impugnata da alcuni Domenicani; il
che non è imputabile all'Ordine nè alle persone, attesochè, la Chiesa
non avea ancor definito, onde dicea sant'Antonino, _non sit determinatum
per Ecclesiam Virginem esse conceptam in peccato originali, vel non:
propter quod, absque præjudicio salutis, licet unicuique tenere alteram
opinionem quæ sibi placeat_[78]. Ercole duca di Ferrara volle sentire
discuterne; e l'opinione contraria fu argomentata da Vincenzo Bandelli,
che fu poi generale dei Domenicani, mentre san Bernardino da Feltre
propugnava l'immacolato concepimento. Nulla si conchiuse, ma il Bandelli
pubblicò una relazione della disputa, che fu proibita da Sisto IV come
ingiuriosa ai difensori del privilegio.
Ciò accadeva nel 1476: l'anno dopo, Sisto IV lasciò tenerne novamente
discussione in sua presenza, e contro Francesco da Brescia, generale dei
Francescani, silogizzò ancora il Bandelli, il quale poi stampò nel 1494
un uffizio, da sostituire a quello approvato da Sisto IV dell'immacolata
concezione, ove sosteneva che Maria fu concepita nel peccato originale,
e fu santificata dopo la sua animazione. Anche nel 1494, in presenza del
duca Ercole, fu tenuto a Ferrara un sinodo di tutti i frati della
provincia sotto il maestro Gioachino Torriano, con molti dotti, alla cui
testa Giovan Pico della Mirandola; sostenendovi tesi principalmente quel
che poi fu il cardinale Cajetano, contro cui altre volte disputò frà
Bartolomeo Spina.
Questo gusto delle discussioni religiose crebbe quando vi capitò la
Renata, desiderosa di emulare la regina Margherita, e di fare di Ferrara
quel ch'essa della Navarra, il nido de' pensatori settarj. Dotta di
storia, di lingue, di matematica, di teologia, e sapendo discorrere
senza annojare; aveva imparato astrologia dal napoletano Luca Guarino:
parlava così bene italiano come francese: di corpo infelice, pure
maestoso, di spirito sottile e dilicato[79]: prese a secretario Bernardo
Tasso; e irata ai pontefici Giulio II e Leon X pe' torti che aveano
fatti a suo padre in tante maniere, ne rinnegò la potestà e dimenticò
l'obbedienza, giacchè non potea far peggio perchè donna. Quando essa
ringravidò la terza volta, il francese poeta Marot in un'elegia la
felicitava d'aver concepito _in tempi sì fortunati_, e le prometteva la
ruina del papa e della santa sede, nemica alla casa di lei. La troviamo
lodata come _santissima anima_ dal Brucioli nella dedica della Bibbia;
per gran religione dal Belussi nella giunta alle _Donne illustri_ del
Boccaccio, da Gianfrancesco Virginio bresciano nel dedicarle le sue
_Lettere_, che al Fontanini, giudice arcigno, parvero seminate di frasi
eterodosse, e la _Parafrasi_ sulle Epistole di san Paolo.
Ricordiamo volontieri com'ella abbondasse in carità, e massime coi
Francesi che dalle guerre tornavano derelitti e sofferenti; e se alcuno
le rimostrava come in tali spese eccedesse, «Che volete? (rispondeva);
e' son francesi, di mia nazione, e sarebbero sudditi miei s'io avessi
avuto barba al mento».
Fosse bizzarria o convinzione, ella formò della Corte ferrarese un
focolare di pratiche anticattoliche; vi imbandiva grasso ne' giorni di
vigilia; teneva assemblee religiose nel palazzo di San Francesco, e
probabilmente vi facea celebrare la messa di sette punti, quale erasi
inventata alla Corte di Navarra, cioè: 1º senza comunione pubblica; 2º
senza elevazione dell'ostia; 3º senza adorazione delle specie; 4º senza
oblazione del pane e del vino; 5º senza commemorazione della Madonna e
dei santi; 6º senza frazione del pane all'altare; 7º da prete
ammogliato.
Oltre Aonio Paleario, Pietro Vergnanini, Francesco Porto cretese, Lisia
Fileno, ella ricoverò Girolamo Bolsec carmelitano francese, che
appuntato per prediche troppo libere, gittò la tonaca, menò moglie, e
praticò la medicina: dappoi avendo ingannata la duchessa e fattosene
calunniatore, ne fu cacciato; a Ginevra professò opinioni per cui ne fu
respinto, e scrisse libri violenti contro i caporioni della Riforma.
Essendo stato arrestato a Firenze Lodovico Domenichi per avere fatto
stampare la _Nicomediana_ di Calvino, la Renata ne scrisse al granduca
da Consandolo, il 20 marzo 1552, com'altra volta in favore di Sebastiano
Dedi da Castrocaro.
Più memorabile è l'asilo ch'essa diede a Calvino. Perseguitato in
Francia dalla Sorbona, nel 1536 ricoverò presso la Renata col nome di
Carlo d'Esperville, e giovane eppur sempre grave e serio, di scienza
profonda, di molta unzione nel discorso, traeva profitto dal suo
apostolato, e un tratto sperò riuscire in Italia a meglio che non
avessero potuto Lutero e Zuinglio. Veniva con lui da segretario l'ora
detto Marot, che tradusse in versi i salmi, i quali furono cantati nelle
rivoluzioni d'allora, come la marsigliese nelle nostre[80]. Altri pure
capitavano a Ferrara, per religione spatrianti. Madama di Soubise,
governante della Renata, teneva seco la figliuola Anna di Partenay e il
figlio Giovanni, che poi col titolo di sire di Soubise fu de' capi degli
Ugonotti in Francia. I fratelli Giovanni e Chilian Sinapi tedeschi,
riformati e amici di Lutero, il primo de' quali avea convertito e
sposata la ferrarese Francesca Bucironi (1538), erano venuti a
quell'Università insegnando il greco, ed istillavano massime eterodosse
ai tre figli della Renata. La quale per compagna alla sua figliuola,
diede Olimpia, figlia di Fulvio Pellegrino Morato, già tinta del colore
stesso.
Ercole II era figlio di Alfonso I e della famosa Lucrezia Borgia, e
fratello di Ippolito cardinale, vescovo di Ferrara, di Milano e di non
so quanti luoghi, che per poco non fu papa dopo Giulio III, e che
fabbricò la villa d'Este famosa a Tivoli, e protesse i letterati al modo
che sa chi conosce le vicende dell'Ariosto e il motto divulgato. Ercole
tenne corte splendida; introdusse a Ferrara l'arte di tessere gli arazzi
ad uso di Fiandra, fabbricò il palazzo Coparo e la delizia della
Montagnola; cassò la franchigia dei duelli che durava ne' suoi Stati;
raccolse un museo mumismatico; ma era a pezza lontano dall'abilità
politica e militare, come dalla scienza di suo padre. Sopratutto
repugnavagli il carattere imperioso della moglie e gl'irreligiosi
comporti; e sulle prime osò tenerle fronte, e voler che fossero mandati
via Marot, Soubise e il resto della contumace colonia francese. Marot
ritirossi a Venezia, in una casa presso Lido, a poetare, finchè ottenne
di tornare in Francia, patto che si mostrasse buon cattolico: e nol
facendo, dovette ritirarsi a Ginevra, dove per iscostumatezza ebbe
condanna di morte, commutatagli nella bastonatura per intercessione di
Calvino. Allora ricoverò in Piemonte, ove morì il 1544.
Calvino partì da Ferrara travestito, e avviatosi alle Alpi, giunse ad
Aosta[81], poi a Ginevra, che dovea diventare la sua Roma. I lodatori di
esso deplorano abbia dovuto abbandonare l'Italia, dove avrebbe potuto
acquistare il gusto delle arti e il sentimento del bello di cui fu
sempre sprovvisto. Certo egli non fa alcun cenno di impressioni
estetiche avute in questo viaggio: e il suo soggiorno in Italia fu tanto
breve, da non avervi lasciato traccie o scolari.
Nel 1545 Paolo III diede ordine ai magistrati di Ferrara d'indagare
varie persone sospette di colà: e fu allora che Olimpia Morata sposò
Andrea Gunther, medico tedesco, e con esso fuggì in Germania.
Sant'Ignazio deputò a Ferrara il gesuita ginevrino Claudio Jay (1547)
affinchè, mezzo francese, migliore accesso avesse alla Renata: ma in due
anni, a pena potè ottenerne un'udienza. V'andò Francesco Borgia, il
famoso santo, amico e compagno di Carlo V, lontano parente della casa
estense in grazia della Lucrezia Borgia, e persuase il duca a porre
nella sua città un collegio di Gesuiti. A questo diè molta mano Maria
Frassoni, che con proprj denari fabbricò la casa, dove entrarono i padri
Pascasio Broet e Giovanni Pelletario, e apersero scuole che divennero
popolari.
I papi continuarono a tenere l'occhio sospettoso su quei semenzajo
d'eresia, e Giulio III si prefisse d'estirparla coll'ajuto d'Enrico II
di Francia, nipote della Renata. Questi vi mandò il dottore Oriz suo
penitenziere e inquisitore in Francia: e Le Laboreur, nelle aggiunte al
Castelnau, ci ha conservate le istruzioni dategli. Dovea mostrare
l'immenso disgusto del re nel vederla precipitata nel labirinto di
sciagurate opinioni, dalle quali se la sapesse ravveduta, n'avrebbe
tanta allegrezza, quanta se la vedesse resuscitata da morte. Ove le
rimostranze non bastassero, doveva obbligarla ad assistere con tutta la
casa sua a sermoni di controversia; quando non ne profittasse, intimarle
essere volontà del re che il duca la facesse riporre in luogo appartato,
ove non potesse corrompere altri, staccata sin dalla famiglia, mentre si
sottoporrebbero a processo e condanna quelli che fossero sospetti di
false dottrine.
Così fu fatto, e il marito per alcun tempo tenne la Renata e
ventiquattro de' suoi chiusi nel castello di Consandolo, distante un 30
chilometri da Ferrara: ma quivi e alla vicina Argenta essi diffusero le
loro dottrine. Il duca alternava rigori e perdoni senza frutto, or
mettendola nel palazzo di San Francesco, or nelle stanze della reggia
che son rimpetto alla facciata del duomo, con sole due damigelle.
Calvino mandava conforti alla Renata e messaggi per mezzo di Lyon Jamet,
secretario di essa, e «Giacchè piacque al signor Iddio nell'infinita sua
misericordia, visitarvi colla tema del suo nome, e illuminarvi nella
verità del suo santo Vangelo, riconoscete la vocazione vostra; giacchè
esso ci trasse dagli abissi delle tenebre ove eramo cattivi, affinchè
seguiamo direttamente la luce sua senza declinare» [82]. Fu talvolta che
egli la credette caduta, e a Farel scriveva: _De ducissa Ferrariensi
tristis nuncius et certior quam vellem: minis et probris victam
cecidisse. Quid dicam nisi rarum in proceribus esse constantiæ
exemplum?_ Ma s'ingannava: perocchè il duca così riferiva al re di
Francia la pertinacia della moglie[83]:
«Sire, bacio le mani alla Maestà Vostra e quanto umilmente posso in bona
gratia di lei mi raccomando.
«Sire, se ben cognosco che la qualità dei tempi è tale che dovrei ad un
certo modo arrossire in pensar di dar fastidio alle orecchie della
Maestà Vostra sopra particolari spiacevoli della casa mia; nondimeno la
vera e affezionata servitù ch'io le porto, accompagnata dalla bontà e
prudenza di lei, mi ha dato ardir e speranza insieme, che ella si
dignerà escusarmi più presto che aversi a male, se ora l'importuno col
farli sapere parte delle calamità mie, quali sin qui ho tenute secrete
per la reverenza che porto e porterò sempre al serenissimo sangue di
Francia; non ostante ch'io cognoscessi che il mio tacere, oltre tutti
gli altri inconvenienti, nel fatto della religione fosse di nota
particolar alla conscienza e onore della casa mia: laonde, per non usar
in questa fastidiosa materia dicerie di belle parole, narrerò il più
brevemente che potrò alla Maestà Vostra quanto mi occorre.
«Sire, madama la duchessa mia consorte venne meco in Italia già sono
passati XXV anni, osservantissima della religione e fede cattolica; di
modo che il vivere, parlar, procedere e insomma tutte le azioni di lei
davano al mondo tal odore e indizio di vera bontà, che ognuno ne restava
consolatissimo, e ben si poteva cognoscere ch'ella fosse veramente e
nata di sangue regale, e educata in corte e compagnia cristianissima.
Non passò molto tempo che, lassandosi ella persuadere da certi Luterani
ribaldi, de' quali, come sa la Maestà Vostra meglio di me, si vedria
oggi il mondo pieno se li principi cristianissimi non vi provedessero
ben severamente; ella cominciò a mutar opinione, e a poco a poco si mise
tanto inanti in questa nova e perversa religione, che da un pezzo in qua
non si cura più de' sacramenti, della messa, confessione e comunione,
tanto comendate da Dio e dalla Chiesa santa, e tanto necessarie al viver
cristiano. In testimonio di che, essendo occorso a' giorni passati che
Ippolito de' Putti, suo carissimo servitore, sia stato lungamente
infermo in condizione di morire, come in fine ha fatto, io ricordai a
predetta madama mia consorte ben tre o quattro volte che lo facesse
confessare e comunicare ad ogni modo, senza dar scandalo a questa citate
che ella volesse ch'egli morisse eretico, di che essa ne avria tutta la
colpa per la mala opinione che si avea acquistata presso tutto il mondo
nel particolar della religione cattolica. Ma non vi fu mai rimedio
ch'ella volesse farlo, anzi ad un certo modo si moccava (_burlavasi_) di
tal mio amorevole ricordo, dicendo che il predetto Ippolito stava bene
con Dio, e non avea bisogno di altra confessione. Laonde vedendo io
questa sua ostinazione tanto importante contro l'onor di Dio, e di
perpetua infamia alla casa mia, la pregai, persuasi e scongiurai mille e
mille volte, che, per l'amor di Dio nostro Signore, per riputazione
della posterità sua e mia, ella volesse deponere simili fantasie
eretiche, ne lassarsi più agirar il capo dai suoi predicatori sfrattati,
forfanti e ribaldi; alle parole de' quali non dovea credere, per esser
già stati parte di essi in mano della inquisizione e abjuratisi
pubblicamente nel duomo di questa città; ma seguitar la religione già
probata dalla felice memoria delli serenissimi regi patre e matre di
lei, e quella che la serenissima regina matre della Maestà Vostra e
sorella di lei ha sempre, fin che visse, osservata; oltre tutti li altri
gran principi christiani: accompagnando con queste tutte le altre
ragioni che mi sono parse in proposito per esortarla e indurla a mutar
l'animo di queste perverse sue opinioni; le quali sono già molti anni
che, con infinito dispiacere e molto obbrobrio della casa mia e mala
satisfazione di tutti li miei sudditi e servitori, ho dissimulato e
sofferto al meglio che ho potuto; con speranza pur ch'ella da se stessa
dovesse ricognoscersi, senza che avesse a far cosa che pubblicasse quel
che io arei desiderato fosse occulto ad ognuno, sì per l'onor del sangue
di Francia, come per il proprio della casa mia. Però, cognoscendo io la
cosa andar ogni giorno di male in peggio, e che non si udiva pur il dì
del Natale la messa in casa di predetta mia consorte, ne mi parendo
conveniente lassar che due mie figliole già grandi, una nelli XVIII,
l'altra nelli XVI anni, si elevassero in questa falsa religione, la
qual, se si fosse impressa nello animo loro e accettata per buona,
avesse a farle vivere per sempre eretiche e luterane, con lo esempio e
persuasione della matre; il che, oltre l'offesa di Dio, potesse anche
causarli difficultà nel maritarle in principi cristiani, e tanto più che
il romor della eresia della madre è già sparso per tutta Italia con mio
gran vituperio, mi risolsi di dir io stesso a madama predetta, con tutte
le buone parole possibili, ch'io volevo assolutamente che mie figliole
udissero ordinariamente la messa, si confessassero e si comunicassero a
questa santa Pasca, e in somma vivessero per lo avvenire del modo ch'io
facevo, e come ella stessa soleva far quando venne di Francia;
pregandola istantissimamente a non opporsi a tal mio giusto e santo
volere. Ella in conclusione mai volle aquetarsi, anzi mi disse a bocca
chiara, che la messa è idolatria, con altre parole tanto indegne, ch'io
non ardisco e mi vergogno ridirle; bastandole in oltre l'animo alla
presenza mia di esortar mie figliole a non mi esser obedienti in questo,
ma continuar nella vita incominciata, cercando persuaderle che la
religione mia e di molti altri principi non era la vera; con tanto
fervore e arroganza, che chi la avesse udita parlare, mi avria indicato
assai più paziente di Job in soffrir solo per reverenza della Maestà
Vostra tante parole, indegne da esser comportate da qualsivoglia marito.
«Nè questo le bastò, che, avendo io mandato nel giorno seguente un mio
capellano per far dir la messa alle predette mie figliole, fu rimandato
indietro senza lassarli celebrar la detta messa, non ostante avessi
detto la sera inanzi a lei istessa, che volevo esser obbedito in questo
ad ogni modo, e che quando se le opponesse, la farei partire. Per il
che, vedendomi esser forzato di rimediar per una via o per un'altra ad
un tanto inconveniente, e desiderando in ciò usar rimedj piuttosto
piacevoli che rigorosi, pregai monsignor il vescovo di Lodeva, il qual
io tengo qui ed osservo come imbasciator di Vostra Maestà, voler andar a
cercar di persuaderla che deponesse tali sue fantasie, perchè ad ogni
modo le giovarebbero poco, essendo io risoluto che predette mie figliole
vivano come faccio io. Insomma, per quanto Sua Signoria mi ha poi
riferito con mio infinito dispiacere, non ostante che ben due volte
abbia fatto il suddetto officio con ogni caldezza, non ha mai potuto
rimoverla dalla sua ostinata opinione: cosa che mi ha apportato quello
estremo cordoglio che la Maestà Vostra per sua bontà può pensare.
Laonde, non sapendo io più che far in questa fastidiosa e men onorevole
pratica, e menomamente non avendo ella voluto ascoltar tre de' suoi più
vecchi signori francesi, li quali oltre predetto monsignor di Lodeva, e
il Brasavola mio medico, adoperato anch'esso da me per la medesima
causa, avevo mandato a parlarli, per tener ogni via possibile di
deviarla quietamente da tal diabolica intenzione; pigliai partito,
instando la settimana santa come faceva, farlo sapere il venerdì delle
olive, per mezzo di donna Giulia mia cognata, giovane molto cattolica e
da bene, sorella del signor duca di Urbino, che, se ella non lassava
udir la messa ordinariamente, confessar e comunicar le predette mie
figliole, gliele leverei d'appresso e le metterei per ora con una mia
sorella onoratissima, ove, con la compagnia di predetta donna Giulia,
esse viveriano cattolicamente questi giorni santi, e stariano quivi
finchè io facessi altra provisione al caso loro. E così, vedendosi
predetta madama mia consorte a termine di perdere le figliole se avesse
voluto persistete in opporsi a sì onesta e santa opera, mostrò aquetarsi
ch'elle udissero la messa, si confessassero e comunicassero; ma ciò è
poi successo con tante lacrime, difficoltà e parole, che più non si
potria dire, facendo ella, tra le altre cose, difficoltà sopra la
persona del confessore qual io le ho deputato; sacerdote di bonissima
vita e dottrina, eletto da me a posta di nazione francese, sperando che
per tal causa dovesse esserle men odioso, anzi che potesse meglio di
ogni altro far anche qualche frutto con essa lei, e remostrarle il vero
cammino. Ma in somma il tutto mi è riuscito in contrario perchè, poi che
egli non ha voluto confessar predette mie figliole del modo ch'essa
voleva, non solo non lo volle ascoltare, ma sembra tenerlo per un
diavolo, e, per quel che intendo, ella non cessa di travagliar spesso e
flagellar quelle povere figliole con le solite persuasioni, mostrando
restar sdegnata e mal satisfata di esse, per non aver voluto crederle e
persistere nella mala religione, ch'essa per il passato le ha fatto
sempre predicare.
«Per il che, cognoscendo io ciò che sin qui è successo di buono, esser
causato più da timore ch'ella ha avuto di perder le figliole, che per
mutazione di volontà e opinione di lei, cognosco parimente esser
impossibile che predette mie figliole stiano e si mantengano cattoliche
presso la matre, qual fa professione di eretica, e che al fine mi sarà
forza levarle da lei, e metterle in compagnia cristiana in caso ella non
si riconosca e ritorni alla vera e debita religione; ho voluto, Sire,
per debito mio, dar conto di tutto alla Maestà Vostra come a mio signore
e padrone; qual voglio sia consapevole di questa mia calamità, acciò
ch'ella si degni aver pietate della alterazione e disturbo che ora si
trovano qui in casa di un suo fidelissimo e obedientissimo servitor,
travagliato da chi più tosto dovrebbe darli consolazione.
«E perchè imagino che monsignor di Lodeva o non scriverà, o, scrivendo,
non li farà saper per ventura lo intero delli presenti particolari, per
non dir cosa che potesse dispiacere a predetta madama mia consorte; io
la supplico con tutto il core a voler mandar qualche bon teologo
cattolico ben istrutto in simili materie, per veder di rimediare a tanto
inconveniente, e far ogni esatta instanza di ritirar predetta duchessa
da sì enorme eresia: e quando pur, per non dar da dir al mondo più di
quello che esso ha detto per tal causa, la Maestà Vostra indichi esser
meglio e più espediente far intender il suo voler in questo affare più
tosto col mezzo di sue lettere, che col mandar il predetto teologo, la
prego con ogni sommissione, che si degni farlo sì caldamente, che
predetta duchessa cognosca, che sì come ritornando ella intieramente
alla vera religione, oltre che io sarò contentissimo lassarle le
figliole come le ha avute sempre per il passato, ella farà opera degna
di lei e molto grata a Vostra predetta Maestà per più rispetti; così
anche sappia, che perseverando nella sua perversa opinione, serà in
tutto e per tutto abbandonata da lei, come persona indegna di esser
tenuta e nominata del cristianissimo sangue di Francia.
«Nè si meravigli la Maestà Vostra se le ricordo ben riverentemente di
usar parole sì brusche nella predetta sua lettera, perchè avendo io,
insieme con tutti quei che le hanno parlato, trovato in predetta madama
duchessa durezza e ostinazione inestimabile, non son anche sicuro che,
se Iddio non vi mette la sua santa mano, ella con tutto questo sia per
lassarsi persuadere e ritirarsi, volontariamente dalle predette eresie.
Laonde, quando Vostra Maestà si risolva per il predetto rispetto
scriverle, la supplico dar parimente commissione al predetto monsignor
di Lodeva di parlarle, in conformità di quel ch'esso scriverà, tanto
gagliardamente quanto conviene alla importanza del negozio, nel qual si
tratta dell'onor di Dio, del serenissimo sangue di Francia, e della mia
casa insieme; e però mi preme quanto ella può ben pensar: assicurando la
Maestà Vostra, che tutto ciò che alla benignità di lei piacerà fare in
questa buona e santa opera, io lo riceverò per singolarissima grazia, e
ne avrò a lei perpetuo e immortal obligo. Con che facendo fine, prego
Dio, sire, dopo di essermi di nuovo raccomandato ben umilmente in sua
bona grazia, che li conceda il compimento di tutti li suoi desiderj.
«Di Ferrara, XXVII di marzo 1554.
_Devotiss. e obedientiss. servo e vassallo_