A un Vermiglio di Firenze morivano tutti i figliuoli: onde fece voto, se
uno ne conservasse, dedicarlo a san Pietro Martire. E di questo pose il
nome a un maschio, natogli la madonna di settembre 1500, e che
sopravvisse.
L'affettuosa madre Maria Fumantina coltivò di buon'ora i talenti del
fanciullo, e gl'insegnò il latino, ch'essa conosceva a segno da poter
tradurre Terenzio: non furono risparmiate spese per l'educazione di
esso: e sotto Marcello Vergilio, secretario della repubblica fiorentina,
ebbe valenti condiscepoli, Francesco Medici, Alessandro Capponi, Angelo
e Pandolfo Stufa, Francesco Rafaele Ricci e, miglior umanista di tutti,
Pietro Vettori. A sedici anni dalla corruttela del secolo rifuggitosi
nel chiostro, si fe canonico regolare agostiniano a Fiesole, mentre sua
sorella Felicita entrava nelle monache di San Pietro Martire. Ne provò
dolore, pur non senza compiacenza, il loro padre, ch'era uno dei devoti
a frà Savonarola, e che morendo lasciò parte de' suoi beni all'_Albergo
de' Forestieri_ in sussidio dei poveri.
A Fiesole Pietro Martire trovò grande opportunità agli studj; e massime
alle sacre scritture dava grand'attenzione, e se ne metteva a mente dei
pezzi, del che si giovò in appresso grandemente. Dopo tre anni passato
nel convento di San Giovan di Verdara presso Padova onde frequentare
quella Università, vi studiò otto anni le varie opinioni filosofiche e
teologiche; e poichè la filosofia d'Aristotele c'era in voga, nè egli si
soddisfaceva della traduzione latina, s'applicò al greco assiduamente:
mentre nella teologia l'istruivano due professori domenicani ed uno
eremitano. Di ventisei anni si pose a predicare; al che gli Agostiniani
di solito erano scelti nell'advento e nella quaresima, serbandosi le
prediche ordinarie dell'anno ai Domenicani. Fece il primo saggio a
Brescia, indi a Roma, Bologna, Venezia, Mantova, Bergamo, Pisa, Casal
Monferrato; oltre che leggeva scrittura sacra in varj conventi del suo
Ordine, a Padova, a Ravenna, a Bologna, a Vercelli, dove legò amicizia
con Benedetto Cusano vercellese, buon grecista e traduttore d'Omero, e
da cui siamo informati degli studj assidui di quello.
Dapprincipio la devozione di suo padre l'ebbe innamorato del Savonarola,
e ne ammirava l'intrepidezza al predicare e al soffrire. Egli stesso
predicando seguiva i metodi scolastici; leggeva i Padri, e non
trovandoli concordi, si appigliò al Vecchio e Nuovo Testamento, e per
meglio comprenderlo apprese l'ebraico da Isacco, medico israelita.
Investito dell'abazia di Spoleto, mostrò capacità agli affari e
prudenza; molte irregolarità vedute in conventi e monasteri cercò
emendare, come pure di riconciliare i partiti della città.
Accettato quindi nel convento di San Pietro ad Ara di Napoli, maggiore
in dignità, quivi gli capitarono i commenti del Bucer sul vangelo e sui
salmi, stampati il 1527, e tradotti in italiano sotto il falso nome del
Arezzo Felino; poi la _Vera e falsa religione_ di Zuinglio, ed altre
opere di Riformati. Se ne invaghì e le meditava col Cusano e col poeta
Flaminio, e più dopo che strinse relazione cogli amici del Valdes. Già
intinto di questi principj, cominciò nel 1541 in San Pietro ad esporre
l'epistola ai Corinti, con tal concorso, che, chi non v'andasse, era
reputato mal cristiano. Un giorno prese per testo le parole della prima,
delle quali soleano valersi i teologi per appoggiar la credenza al
purgatorio: «Il dì del Signore farà conoscere le opere di ciascuno; il
fuoco proverà qual sia l'opera di ciascuno; se l'opera di alcuno
brucerà, egli ne soffrirà il danno: ma sarà salvato, però per mezzo al
fuoco». Aspettavansi la solita parenesi sulle anime purganti, e invece
provò che quelle parole doveano prendersi in senso emblematico,
significando l'intera distruzione dell'errore, e ciò sostenne con grandi
autorità. I preti, e massime i Teatini, lo denunziarono, onde il vicerè
Toledo gli interdisse di più predicare: ma Pietro Martire, sorretto da'
suoi frati e da persone ragguardevoli, ricusò obbedire, n'appellò al
papa, ottenne di continuare come prima, e così sparse quel seme che poi
germogliò.
Se non che, avanti compiere il suo triennio, gittaronsi pericolose
febbri, delle quali il Cusano morì, e Pietro Martire fu costretto
cangiar aria. Allora destinato visitatore generale del suo Ordine in
Italia, ebbe modo di riparare molti abusi, all'uopo consigliandosi col
cardinal Gonzaga, protettore di quella religione, e rimovendo i
contumaci: uno de' più resistenti fu relegato in vita nell'isola
Diomedea.
Posto priore a San Frediano di Lucca (1541), meno velò le sue opinioni,
e quasi ne aperse scuola, ed affinchè la gioventù fosse ben istrutta,
chiamò Paolo Lazise, famoso aristotelico di Verona, a insegnare il
latino; Celso Martinengo il greco, Emanuele Tranellio di Ferrara
l'ebraico, ed eccitava i giovani a tenere ben d'occhio se egli spiegasse
rettamente le epistole di san Paolo e qualche salmo. Così acquistò alle
nuove credenze diciotto monaci, che nelle vicinanze le sparpagliarono,
mentr'egli le predicava nella cattedrale di Lucca.
Il cardinale Contarini, tornando dal colloquio di Ratisbona, venne col
maestro del Sacro Palazzo a far riverenza a papa Paolo III, ch'erasi
reso a un congresso in Lucca con Carlo V, e quivi si trattenne con
Pietro Martire in discussioni religiose, siccome le aveva intese in
Germania, e per le quali il Fiorentino venne a confermarsi nelle sue
idee[55]. Pure nella dimora del papa egli non ebbe disturbo. Ma presto a
Roma se ne sussurrò, e il vescovo Bartolomeo Guidiccioni scrisse alla
signoria di Lucca, lamentando vi si tollerassero i nuovi errori:
ch'erano predicati anche apertamente da don Costantino priore di
Fregonara.
Di Pietro Martire non è cenno in quelle lettere, forse per riguardo a'
suoi molti amici. Ma egli temendo, e viepiù dopo che fu citato a un
capitolo generale del suo Ordine in Genova, dispose ogni cosa, e
secretamente ajutato da Cristoforo Brenta patrizio lucchese, partì col
Lazise, col Trebellio e con Giulio Terenziano di Piacenza, il quale
restò sempre suo fedele compagno. Da Pisa scrisse al cardinale Polo ed
a' suoi amici di Lucca, sponendo le sue opinioni sui traviamenti della
Chiesa romana. A Firenze persuase l'Ochino a imitarlo, e di due giorni
il precedette per Bologna, Ferrara, Verona, accolto con favore dagli
aderenti, e per l'Alpi retiche arrivò a Zurigo il 1542.
Bullinger, Pellicano, Rodolfo Gualter, Bibliander l'accolsero come
fratello; passò quindi a Basilea, poi a Strasburgo[56], donde il 6
gennajo 1543 dirigeva una lettera alla sua diletta Chiesa di Lucca.
In cinque anni che colà dimorò, stampava prima il _Catechismo ovvero
esposizione del symbolo apostolico_ (Basilea, 1546), poi varj libri sul
Nuovo e Vecchio Testamento, e facea pubblici commenti. Suo metodo era di
dare in prima il senso letterale di ciascun versetto, poi ne traeva gli
argomenti e l'istruzione, ciascun passo confrontando con altri, e gli
uni cogli altri rischiarando, sempre con severità e semplicità; adduceva
in appresso le opinioni dei Padri sui punti discussi, e faceasi ammirare
per la lucidità e precisione, forse dovuta allo studio fatto su
Aristotele, e per cui veniva giudicato superiore a Bucer. Puro ed
elegante riconosceasi il suo latino, benchè troppo conciso; nè mancava
di movimenti patetici qualora dovesse esortare l'uditorio al pentimento,
o descrivere la gioja di servir a Dio. Gran cura metteva alla precisione
delle parole quando trattava della giustificazione e predestinazione e
della santa cena.
Pietro teneva sempre occhio alle cose d'Italia e massime di Lucca;
doleasi che molti per terrore rinunziassero ai nuovi insegnamenti, e al
Bullinger scriveva: «Ti prego di pregare per quell'infelice Italia,
perchè, fin quando non siasi convertita a Cristo, non troverà la fine
de' suoi mali»[57].
Ai Lucchesi diresse anche uno scritto per esortarli a rimaner nella
fede, rammentando con compiacenza i tempi che, debole ancora, dalle loro
piante raccolse i primi germi dell'evangelica cognizione. «Ma come
frenar le lagrime quando vedo il lieto giardino de' miei fratelli
lucchesi devastato dal nembo così, che pare non abbia mai avuto il buon
seme, nè la celeste rugiada dello Spirito Santo l'abbia irrorato? O cari
fratelli in Cristo, chi mai turbò così lo spirito vostro, mutato il
vostro cuore? Foss'io ancora tra voi, potessi con voi piangere e
desolarmi della grande sventura che vi colpì! Che se il pericolo vi
sgomenta, vi resta lo spediente dei deboli, come taluni lo chiamano, ma
ch'io credo un mezzo prudente; la fuga. Vedete i Lucchesi che
fuoruscirono; sono ancora fedeli campioni di Cristo, vogliono col loro
sangue spianare la via al vangelo in Italia. Ma quanto tempo non restò
soffocata questa speranza!» E gli esorta alla penitenza e alla
preghiera, e li conforta coll'esempio di tanti loro fratelli, martiri
per la verità; anch'essi avrebbero preferito rimanere in Italia cogli
amici, coi compatrioti; e godere i proprj retaggi; ma Cristo concesse
loro la grazia di farsi superiori al mondo, di preferire a tutto la pace
della loro coscienza, non separarsi dal Signore, e porgere testimonianza
della verità del suo vangelo[58].
Non potendo, in grazia della lingua, servire alla Chiesa di quel paese,
viveva in comune co' profughi italiani, massime frati che, ad esempio di
lui aveano abbandonato i conventi, e continuavano una vita modesta e
parca. Sposò Caterina Dammartin di Metz, lodata per modestia, gentilezza
e affetto maritale.
Poichè, quando in Germania i Protestanti della Lega Smalcaldica
trovaronsi sconfitti da Carlo V, Eduardo VI li favoriva in Inghilterra;
e l'arcivescovo Cranmer, famoso capoparte, chiamò colà Pietro Martire e
l'Ochino nel 1547. Pietro Martire v'andò col suo Giulio Terenziano, e
l'arcivescovo assegnò a lui una pensione come _regio professore_ di
divinità a Oxford, all'Ochino un canonicato di Cantorbery, senza obbligo
di residenza. Pietro Martire fece s'invitasse colà anche Bucer, che si
lamentava non potesse più la divina parola proclamarsi in Germania, e
che v'arrivò coll'ebraicista Paolo Fazio l'aprile 1549, spiegando questo
il Vecchio Testamento, Pietro Martire il nuovo. Lautamente stipendiato,
leggeva l'epistole ai Corintj come ricche d'insegnamenti, e opportune ad
opporre la semplicità e purezza della primitiva Chiesa alle baldorie
della romana. Con ciò disgustava i molti, che a questa conservavano
affezione colà, come col dichiarare ciò che già in Italia aveva
insegnato, la santa cena non essere nulla più che una commemorazione.
Cominciossi dunque a disapprovarlo, e tal rumore levossi, che dovette
intromettersi l'autorità. Pietro Martire rassegnavasi a molte
modificazioni per amor di pace. Alcun tempo opinò con Bucer, che
barcollava tra Zuinglio e Lutero intorno alla presenza reale e al merito
delle opere; col che imbarazzavansi i fedeli a segno, che più non
sapevano con chi tenere. Allorchè stampò a Francoforte l'esposizione
delle epistole ai Corintj, lasciò che Bullinger correggesse le sue
espressioni in proposito, non tenendo tanto (dice) all'opinione sua
personale quanto a stabilirne una nella Chiesa. E proponeva una disputa
a Oxford, volendo però che gli avversarj nel combatterlo seguitassero lo
stesso metodo di lui; ma Ricardo Smith, capo di quelli, prima del giorno
prefisso alla sfida uscì di paese. I delegati del re assistettero alla
disputa, che per quattro giorni Pietro Martire sostenne con tre teologi
papali contro la transustanziazione e la presenza reale: e il gran
cancelliere dell'Università lo pronunciò vincitore, e vero Pietro per la
costanza, vero Martire per le tante testimonianze addotte in pruova
della verità[59].
Ma l'abolizione de' conventi avea cresciuto le sofferenze de' poveri in
Inghilterra, i quali dapertutto sollevatisi, domandavano si
ripristinasse il cattolicismo; in aspetto minaccioso avvicinavansi ad
Oxford, e uno dei designati alla loro collera era Pietro Martire,
gridato a morte.
L'autorità durò fatica a tutelarlo; furono sospese le sue lezioni, e non
sentendosi egli sicuro, tampoco in casa, sotto buona scorta fu condotto
a Londra. Il re l'accolse favorevolmente a Richmond, e gli promise il
primo canonicato che vacasse nella chiesa del Cristo, come in fatto
fece: ove, quetate le cose, tornò a' suoi lavori.
La storia della Riforma in Inghilterra è piena del nome di Pietro
Martire, che fu adoprato moltissimo anche dall'arcivescovo Cranmer[60];
ma egli riconosceva che immensi abusi vi si erano lasciati sopravvivere,
e che il bene era più in aspettazione che in attualità; e si lagna che
il popolo si opponga all'istruzione, perchè secretamente vien assodato
ne' suoi errori dai papisti. Infatto gl'insulti non cessavano contro di
lui, nè i libri avversi[61]: ma di rimpatto vedeasi riverito da eminenti
personaggi, e fu dottorato dall'Università d'Oxford, sicchè in gaudiosa
agiatezza poteva attendere ai suoi studj; trattò della liturgia inglese,
che fu stabilita in quarantadue articoli, avvicinandosi alla ginevrina;
censurò il Libro di preghiere, nel quale ancora supplicavasi a Maria e
ai santi[62].
Continuavano pure le sue dispute sull'Eucaristia, non tenendosi ben
saldo in una credenza.
Ma in quella moriva re Eduardo, e Maria la Cattolica ripristinava in
Inghilterra il culto avito e le credenze popolari, onde gli esuli
capirono che più non era clima per loro. Pietro Martire appena
ricuperavasi da grave malattia, quando fu afflitto dalla morte della
moglie. Fu ella sepolta nella cattedrale di Oxford presso la tomba di
santa Fridesvida; rivalsi i Cattolici, ne venne levata, poi rimessavi al
tempo di Elisabetta, e unita agli avanzi di quella santa, recitandosi un
discorso che conchiudeva: «Qui riposa la religione colla superstizione».
Pietro Martire fu tenuto in arresto in casa, ma avendo rimostrato
d'essere stato chiesto colà dal defunto re, e aver invano domandato
d'andarsene, non ebbe altre molestie, e assistette Cranmer nel
dimostrare che il Libro di preghiere non contenea nulla di contrario
alla Chiesa cattolica.
Passò poi non senza pericoli sul continente, e col fido Giulio arrivò a
Strasburgo il 30 ottobre 1553. Informato subito da lui di quanto aveva
operato in Inghilterra, Calvino lo invitò a dirigere a Ginevra la Chiesa
italiana, ma egli esortò a lasciarvi Celso Martinengo, uomo onesto,
dotto, grave. A Strasburgo, il senato gli diede a espor le sante
scritture nella scuola di san Tommaso; mentre Girolamo Zanchi, che gli
era succeduto quando passò in Inghilterra, leggeva il libro _De natura_
di Aristotele. I molti Lucchesi rifuggiti avrebbero bramato averlo per
loro ministro, ma egli rispondeva l'8 marzo 1555: «Quanto volontieri
presterei ancor una volta servigio a' miei italiani! come Paolo di nuovo
ai Giudei predicò la salute, così io nulla meglio desidererei che
convertire i miei compatrioti. Ma il concistoro di qui non v'acconsente;
ed io son di tanto obbligato agli Strasburghesi, che non posso
lasciarli, e anche la Chiesa francese mi esorta agli rimanere».
I due italiani però vi erano forte contraddetti dai Luterani per le loro
opinioni sulla Cena. I magistrati avrebbero voluto si acconciassero alle
credenze del paese, e a ciò ch'erasi stabilito nella pace di religione;
ma per quanto Pietro Martire fosse persuaso doversi tollerare tutte le
opinioni parziali, purchè non uscissero dalla rivelazione divina, non
credette poter far tacere la sua coscienza fino a quel punto. Pertanto
volontieri ricevette l'invito, direttogli dal senato di Zurigo, di
succedere all'illustre Corrado Pellicano come professore di lingua
santa. Bullinger gli scriveva confortandolo ad accettare: «Lungo sarebbe
enumerare le ragioni che ti devono indurre. E prima l'elezione evidente
di Dio. Poi il tornare co' tuoi colleghi e nella società d'uomini che ti
amano, e sono alieni da alterazioni. Qui troverai il vecchio tuo amico e
fratello Ochino, e una Chiesa italiana, che la Germania non ha la pari.
Tu se' in vicinanza dell'Italia, e puoi mandarvi ciò che credi. Qui fra
gl'incomodi della vecchiaja troverai pace e calma», e continuava con
ragioni che molto valsero sul Vermiglio.
Il quale ruppe i legami con una città, che per lungo tempo era stata il
campo della sua attività e dove lasciò onorata memoria, massime tra i
rifuggiti inglesi e italiani. Il suo discorso di congedo eccitò la
commozione di tutti; e alquanti anni dopo, Wigand Orth professore di
Marburgo scriveva allo Zanchi: «Parmi ancora veder le lacrime che
professori e studenti versarono; molti consideravano come inabissata
questa scuola da che spegnevasi un tanto lume. E davvero fu grande
sbaglio il lasciar partire un tal uomo, un teologo, qual la Germania
presente non ne possiede un altro»[63].
E Bullinger a Giovanni Travers di Zus: «Morto Pellicano nell'integra e
sincera confessione della fede, in suo luogo a professar lettere sacre
ed ebree fu chiamato Pietro Martire, che venne a noi il mese passato, e
fu accolto con pubblica allegrezza. Ora professano a vicenda due persone
incomparabili; Teodoro Billiander e Pietro Martire: e questo espone le
storie, quello spiega i profeti; entrambi con rara cognizione delle
lingue e perizia delle Scritture; entrambi eloquenti ed esercitatissimi
in ogni arte e disciplina, sicchè riportano somma lode».
Nel discorso inaugurale, Pietro Martire esponeva la propria vita, e
quali lotte ebbe a sostenere in Italia per giungere alla conoscenza
della verità, ma ciò che poteva opprimerlo servì invece a saldarlo nella
fede, per ajuto dello Spirito Santo: mostrava come i tanti dottori di
Parigi, Lovanio, Salamanca, Bologna, Padova insegnassero tutt'altro che
la vera teologia, a confronto di quelli che la spiegano in Isvizzera.
Colà egli interpretava i libri di Samuele, e a due mire principali si
volgeva; giustificare gli Evangelici contro i loro avversarj romani, e
mostrare il giusto governo della Chiesa. Che i Protestanti avessero
rotto l'unità della Chiesa, e introdotto uno scisma più profondo e
deplorabile de' precedenti, ei lo nega, giacchè unione non vi può essere
che nella parola di Cristo, sciolta dalla parola umana; aver essi pure
desiderato un Concilio, ma dove intervenissero anche i Protestanti, e
non aver potuto ottenerlo.
Morto che fu Celso Martinengo, gli Italiani e massime i Lucchesi
rifuggiti a Ginevra chiedeano Pietro Martire per loro pastore, e Calvino
ve l'esortava, attesochè a Zurigo molti teologi v'avea, pochissimi a
Ginevra, dove pur tanto n'era bisogno per frenare le opinioni
antitrinitarie che vi serpeggiavano.
Oltre le lunghe contese coi Luterani intorno alla Cena, altre ne durò
Pietro Martire col Brenzio intorno all'ubiquità, con Bibliander intorno
al libero arbitrio, e i molti scritti in proposito trovansi ne' suoi
_Loci comunes_. Combatteva anche gli errori degli Unitarj di Polonia;
eppure il suo spirito di conciliazione gli cagionò dispiaceri, lasciando
credere propendesse alle teorie antivangeliche dell'Ochino e del
Biandrata. Onde a Calvino scriveva nel giugno 1558, che le turbolenze
della Chiesa italiana di Ginevra non gli lasciavano quiete giorno o
notte; che il Biandrata, venuto a trovarlo, aveva cercato guadagnarlo a'
suoi errori; che ne' colloqui con esso erasi fatto certo come ammettesse
solo una persona nella divina natura, e il Padre e il Figlio non formare
una sola essenza, talchè si veniva alla pluralità degli Dei, anzi il
Gribaldi la affermava in termini evidenti. Pietro Martire ingegnossi
d'indur il Biandrata all'unità della Chiesa, e con pura e sincera mente
soscrivere alla formola sanzionata; ma quegli perseverò, e andossene a
Chiavenna con un tal Giovanni Paolo pedemontano, come vedremo.
Anche d'Inghilterra, dopo che, morta Maria, la succeduta Elisabetta
rintegrò il protestantismo, continue lettere riceveva il Vermiglio, fin
di vescovi e di Università, e a nome della regina chiedeanlo di pareri
in fatto di credenze, di riti, di vesti, di cerimonie. Perocchè in paese
tanto attaccato agli usi precedenti, segregatosi da Roma sol per decreti
sovrani, la regina non osava distruggere tutto, e si ritennero croci,
lumi, paramenti; nè Pietro Martire mostrava repugnarvi, forse per quel
suo sistema conciliatore. Richiamato nell'isola, non si sapeva indurre a
recarvisi, perchè avrebbe avuto a lottar di continuo, mentre ormai non
ambiva più che la quiete. Bensì accettò di assistere Teodoro Beza nel
colloquio di Poissy, dove trattavasi di stabilire una fede pel regno di
Francia.
In quel colloquio egli parlò italiano, e fece molto effetto[64] non di
mutare Cattolici, ma d'indurre i Riformati a credere che nella santa
cena, per virtù ed efficacia di Dio, riceviamo realmente il corpo e
sangue di Cristo. Pure industriavasi sempre a trarre ad accordi; mutava
transustanziazione in consustanziazione; e cercava dissipare nella
regina le sinistre voci, sparsesi sulle sue credenze; essere egli
vissuto in paesi differenti, ma sempre procacciando pace e concordia;
obbedendo alle leggi, per altro senza disviare dalle proprie credenze.
Questa regina era Caterina de' Medici, sua concittadina. Chiamato da
lei, le s'ingnocchiò davanti, come di costume; ed essa con lui depose
l'orgoglio consueto, e lungamente gli favellò in italiano. Egli la
esortò a farsi coraggio, e professare la religione pura, col che
gioverebbe non alla Francia solo, ma a tutta la cristianità: che Dio
poteva compiere l'opera sua anche senza i principi, pure voleva a questi
offrire il mezzo di adempiere il loro dovere. Caterina rispose che
anch'ella desiderava si conoscesse la verità, e per tal proposito aveali
radunati, e per avere consiglio del come assodare la pace senza ledere
gli avversarj. Difficile cómpito suggerire un mezzo che piacesse ai
Protestanti e non costasse ai Cattolici! Nè il Vermiglio lo sapeva, e
rispondeva: «Ignoro se un tale spediente esista; esistesse anche, poco
io aspetto dalla buona volontà degli avversarj. Ma Cristo stesso disse
che non era venuto a portar la pace, sibbene la spada. Abbracci ella la
vera religione, e non avrà sudditi più fedeli che i Protestanti.
E Caterina: «Nol posso credere: gli Ugonotti han preso le armi di nuovo.
Martire. «Purchè Vostra Maestà stabilisse d'aprir la via alla verità,
Iddio manderebbe subito la pace.
Caterina. «Se tu non credi che la Chiesa possa esser riformata dai
prelati, dammi un parere sulla soluzione di questa difficoltà.
Martire. «Concedete ai Protestanti la libertà di religione, e la verità
si farà da se medesima manifesta, ne più sarà mestieri di colloqui o
disputazioni».
Così il discorso procedea sulle generali; se non che Caterina pensava
potesse dai Cattolici farsi adottare la confessione augustana, ma Pietro
Martire assicurava non potrebbe mai da Roma prendersi come base
dell'unità quella ch'era stata condannata come eresia.
Fu proseguito il colloquio col gran cancelliere L'Hopital, poi col re di
Navarra, che volle intendere da esso le particolarità della sua fuga
dall'Italia e de' successi posteriori. Ma Pietro Martire non s'illudeva,
e al Bullinger descrivendo questi fatti[65], chiamava cieca la regina,
se sperava riformare col consenso de' prelati; tacciava il re di Navarra
come freddo, perchè andava ancora alla messa.
Molto ebbero a dire e Cattolici e Protestanti di questo colloquio, quali
asserendo che l'astuta Italiana avesse guadagnato lui, quali ch'egli
avesse convertita lei; paure e speranze del pari mal fondate, poichè
egli era troppo prudente per mettersi in mano di Caterina, e questa
troppo imperiosa per lasciarsi dominare da motivi religiosi.
Tornato a Zurigo, Pietro Martire cadde nell'ultima malattia. Nella
quale, assistito dal Bullinger, sempre si occupava di cose spirituali,
fin nel delirio togliendo a confutare l'ubiquità del Brenzio[66].
Spirato il 12 novembre 1562, ebbe esequie solenni ed affettuose[67]: e
Wolfango Haller scriveva allo Zanchi: «Martire non era soltanto un lume
e un appoggio della nostra Chiesa, ma di tutta la comunione de' fedeli;
sì grandi erano la sua prudenza, le cognizioni, la dignità, l'umanità,
che tutti lo ammiravano ed amavano. Chi potrebb'essere così privo di
senso, da non deplorare nel profondo del cuore la perdita di un tal
uomo?» Lo compiansero in versi latini e greci Giosia Simler, Corrado
Gesner suo medico ultimo, Rodolfo Gualter, Wolfango Musculo, Giovanni e
Wolfango Haller, Beza, il vescovo inglese Parkhurst ed altri; a tacere
le condoglianze onde sono piene le lettere d'allora, massime quelle del
Beza, e fin de' Cattolici, solo dolenti che si fosse da loro
scostato[68].
Aveva egli sposato in seconde nozze Caterina Merenda, d'una famiglia di
mercanti bresciani, fuorusciti per religione; e n'ebbe due figli che
morirono; e postuma Maria, che si maritò male in Paolo Zanin, profugo
italiano. La vedova passò poi a seconde nozze con Lodovico Ronco
mercante di Locarno.
A Zurigo il Vermiglio avea rivedute le opere sue antecedenti, e in
particolar modo il commento all'epistola ai Romani. Il più lontano dai
Cattolici è il libro sulla Cena, scritto in Inghilterra per confutare
Stefano Gardiner, che aveva stampato col pseudonimo di Antonio Costanzo.
Molte opere rimaste inedite furono dal Terenziano consegnate al Simler,
il quale le pubblicò, e principalmente i commenti al primo, secondo e
parte del terzo libro dell'Etica d'Aristotile. Queste ed altre opere di
lui vennero tradotte in varie lingue, e da molti reputate pari, da
alcuni fin superiori all'_Istituzione_ di Calvino. Una medaglia
d'argento col suo ritratto fu coniata a Zurigo da amici inglesi. Giosia
Simler ne diresse una vita al vescovo Jewel, la quale è il fondamento di
quanto se ne sa[69]. Non ebbe il fuoco d'un Farel (dice il suo
biografo); non contribuì quanto Lutero, Calvino, Bullinger a formare la
Chiesa, ma la sua moderazione non gli tolse di sacrificare tutto
l'essere suo al vangelo, e con la sua rara superiorità sviluppò
l'insegnamento e l'interpretazione delle Scritture. È anche convenuto
che nella dogmatica e nell'esegesi ha reso grandi servigi per lungo
tempo in tutte le chiese riformate in ogni parte d'Europa.