NOTE

[28] Sul fregio di tutto il tempio corre la serie de' ritratti dei papi,

e fra questi la papessa Giovanna. Il cardinal Baronio ne mosse

rimostranza a papa Clemente VIII, che, per mezzo dell'arcivescovo

Tarugi, ottenne dal granduca un ordine del 9 agosto 1600, che fossero

modificati i lineamenti femminili, trasformandola in san Zaccaria.

Quella serie di ritratti fu appuntata di varj errori di cronologia,

emendati in quella che ora si va compiendo a Roma per fregio della

basilica di San Paolo, a musaico.

[29] Mal confuso da taluni con quello de' Gesuiti, e perciò occasione

d'ingiurie contro qualche nome; come fece Guglielmo Libri contro

l'insigne matematico Cavalieri, che egli avrebbe levato a cielo se si

fosse accorto ch'era Gesuato non Gesuita. Così scrivesi la storia.

Generale di quell'Ordine fu il milanese Paolo Morigia, che ne scrisse la

_Storia degli uomini illustri_, e sono sessanta morti in odor di

santità. A Milano, poc'anzi, col nome di _Società del biscottino_, era

scopo a tutti i vituperj del bel mondo e alle benedizioni de' soffrenti

un'accolta di pie persone, che visitavano gli ospedali, e portavano

qualche chicca. Per la ragione stessa erano chiamati padri

dell'acquavita i Gesuati, che ne fabbricavano e davano per ristoro a'

malati.

[30] BOVERIO, _Ann. dei Cappuccini_, all'anno 1539.

[31] GRAZIANI, _De vita Commendonis_.

[32] _Miscellanea di notizie di cose sanesi_, esistente nella pubblica

biblioteca comunale di Siena, di mano del padre Angiolo Maria Carapelli

domenicano, nei primi del XVIII secolo, e contrassegnata _A. V._ 14 ac.

58. — _Compagnia di San Domenico, al libro delle Deliberazioni del 1540,

a fo. 5, faccia seconda._

[33] _Vita di Paolo IV_, manoscritta.

[34] Nel libro entrata e uscita del Camerlingo dell'Opera (della

metropolitana di Siena) del 1540, a fol. 122, sotto il dì 28 gennajo

notasi che «furono pagate lire 32 04 a frà Bernardino di Domenico

Tommasini detto Ochino, e per lui fatte buone a Giovanni Battista,

fattore dell'Opera».

[35] BOVERIO, _Ann. de' Cappuccini_, tom. 1, p. 411.

[36] Nel 1542, il senese Alessandro Piccolomini stampava in Venezia la

_Istituzione dell'uomo nobile_, dove nel lib. I, c. 7 mette: «Se bene

alcuni saranno che, per più liberamente servire a Dio, dal legame del

matrimonio si guarderanno, non però da questa legge del giovare altrui

sciolti saranno: anzi assai più degli altri legati fieno; appartenendosi

loro, per mezzo dell'ammaestramento e delli esempj delle buone opere,

continuamente cercare di giovare alla salute di questo e di quello: come

fra gli altri fa oggi il sant'uomo frà Bernardino Ochino da Siena, molto

in questo più prudente e savio che coloro non sono, i quali come nemici

di tutti gli altri et amici sol di se istessi, vanno a viversi racchiusi

ne' chiostri, e per le folte selve dispersi, pensandosi d'imitare in tal

guisa Giovanni battezzatore, e non accorgendosi che egli continuamente

di predicare e mostrare altrui la via del cielo non restava».

[37] Puccio Antonio fiorentino, vescovo di Pistoja e cardinale.

[38] Manoscritto nella biblioteca di Siena.

[39] Il primo volume contiene cinquanta sermoni su varj soggetti, la

giustificazione, il matrimonio spirituale, la confessione, le

indulgenze, il purgatorio, il testamento, ecc. Il secondo tratta di Dio,

e via via della Fede, Speranza, Carità.

[40] Il Tolomei scriveva a frà Caterino Politi d'avere, in occasion di

malattia, studiato i principj della religione cristiana, e conosciuto

che «lo spirito apostolico, trapassato nella Chiesa di Cristo di mano in

mano per continuanza di tempo senza scrittura, è uno de' saldi e ben

fondati principj per insegnarci dirittamente la vera religione». Gli

eretici, conoscendo come ciò ruini il loro edifizio, lo impugnano; ed

egli aveva in animo di scrivere in proposito. Ma udito che nel

sacrosanto Concilio erasi fatto un decreto che determinava questo punto

della tradizione, lo pregava a farglielo conoscere, «ond'io possa pascer

l'animo di un nuovo cibo spirituale e divino». Gli chiede anche qualche

lavoro suo che «partorirà in me qualche frutto di più viva fede e di

carità più ardente». _Lettere di XIII uomini illustri_, pag. 385.

[41] È riferita nella _Storia dei Teatini_, di Giovanni Battista vescovo

di Acerra.

[42] La lettera dell'Ochino fu tradotta in francese e stampata senza

indicazione di luogo, col titolo: _Epistre aux magnifiques signeurs de

Siene par B. Ochin du dit lieu, auxquels il rend raison de sa foy et

doctrine. Avec une épistre à Mutio Justinopolitan, par laquel il rend

aussi raison de son departement d'Italie, et du changement de son état,

translatie de la langue italienne._ Super omnia vincit veritas. 1544,

in-8º.

[43] Il Pazzi scrive che il Caterino, già vecchio, nella Minerva di Roma

più volte era veduto piangere: e chiesto del perchè, rispondeva,

dolergli d'avere scritto con tanta acrimonia contro alcuni padri: e

suggeritogli che colla stessa mano che avea ferito potea medicare,

taceva e piangeva.

[44] Nei manuscritti della _Compagnia de' Pastori_ a Ginevra, sotto il

titolo _Spectacles, professeurs, recteurs et ministres des églises

étrangères qui sont dans la ville_, leggesi a pag. 181: _Eglise

italienne. Cette église fut établie en 1542, octobre... Bernardin de

Servas qui avait été religieux, préche à la chapelle du cardinal_

(d'Ostia) _tous les dimanches._ Certamente s'ha a leggere _Bernardin de

Senis_.

[45] «Apologi nelli quali si scoprono gli abusi, superstizioni, errori,

idolatrie et empietà della sinagoga del papa, e specialmente de' suoi

preti, monaci e frati, 1554». È l'Opera più rara dell'Ochino, e contiene

il solo primo libro, mentre la traduzione tedesca ne ha cinque.

[46] V'è apposta una nota che proibisce di lasciarla copiare. Anche

senza di ciò, non l'avrei riprodotta, tanta n'è la bassezza. Credo

alluda a questo un passo delle _Legazioni di Averardo Serristori_

(Firenze 1853, pag. 88). «Certi predicatori a Zurigo hanno dato alle

stampe un libello famoso contro Sua Santità, tassando i modi e costumi

suoi e de' papisti: per il quale i cinque Cantoni cattolici si

lamentano».

Crispino, librajo, scrittore e discepolo di Calvino, stampò _L'Estat de

l'Eglise avec les discours des temps depuis les apótres jusques au

présent, 1581_ in 8º piccolo; ove si trovano tutte queste diatribe

contro papa Paolo III; fin ad asserire che manteneva 45,000 cinedi;

ch'era astrologo, mago, indovino, ecc.

[47] _La seconda parte delle Prediche di messer Bernardino Ochino

senese._ Predica III.

[48] _Ib._ Predica IV.

[49] Succedeva a Giovanni Lasco polacco. La chiesa era dedicata a santa

Cecilia, e v'era predicatore Michelangelo Florio fiorentino, poco

accetto. Potrebb'essere dell'Ochino la _Forma delle pubbliche orationi

le quali si fanno nelle chiese de' pellegrini in Inghilterra_, libretto

rarissimo.

[50] Vedi la pag. 134 _Della Vita del cardinale Comendone_, di monsignor

Graziani, opera tanto reputata, che fu tradotta in francese, dal celebre

Flechier.

Il Comendone molto operò in Polonia, e fe sbandirne gli eretici

italiani. Di lui, mentre era vescovo di Zante, cioè verso il 1539, si ha

un _Discorso sulla Corte di Roma_, che non crediamo stampato, dove ne

annovera molti abusi, e suggerisce rimedj, per verità, poco concludenti.

E prima non vuole si correggano col limitare la podestà papale, il che

non può farsi per fatto umano. «Una certa sensualità (dice poi) ha

prodotto nella Chiesa molti difetti, i quali continuandosi tuttavia nel

medesimo stile, l'hanno condotta nel mal stato nel quale si trova, sì

che non può fare l'officio suo. Al quale officio può in doppio modo

mancare: nell'uno pubblicamente, intorno alla prudenza del governo;

nell'altro cristianamente intorno all'obbligo che ha tutto l'ordine

ecclesiastico. Il primo mancamento si commette volgendo la prudenza in

astuzia, e torcendo la ragione a servizio delle passioni. Perchè i

pontefici, essendo uomini, ed avendo innanzi tanti invecchiati esempj

del favorire i parenti singolarmente, facil cosa è che, vinti essi

ancora da questa carne, si lascino, dietro a quelli camminando,

traviare. Senza che, ancor si pecca intorno al governo, non per malizia,

ma per una spensierata negligenza, con la quale ad altro non si mira, se

non a vivere lietamente, e come persona che abbia avuta un'eredità

grande e non aspettata, parte permette che ne sia tolta per non entrar

in contese, parte n'è prodigo, perchè non gli par donare il suo; anzi

alcune volte gli par far guadagno, credendo di acquistar la grazia dei

principi.

«Ma fermandosi alla parte essenziale e propria della Chiesa, diremo del

secondo mancamento, il quale è intorno all'obbligo dell'ufficio

sacerdotale. Questo è proceduto sì da' mezzi, con che si acquistano

molte volte questi uffizj e dignità, e sì dai costumi, co' quali si vive

oggi nella Corte. E prima, restando palesemente divisa l'utilità

dell'entrata dall'ufficio ecclesiastico, e l'onore dalle fatiche, è nata

e radicata in molti una perversa opinione che alla Chiesa non si

convenga signoria. E non veggono che il Signore Iddio non diede altri

giudici nè signori al popolo suo che i sacerdoti, e che dimostrò molto

sdegno che dimandassino i re: benchè i figliuoli di Samuele, che allora

reggevano, fossero divenuti ingiusti; altri sono che si scandalizzano

che la Chiesa abbia rendite e ricchezze, dicendo che questa è una nuova

usanza, introdotta dall'avarizia dei preti contro i costumi della

primitiva e santa Chiesa. Intorno alla quale opinione, lasciando da

parte il giudizio che, senza alcuna autorità, così temerariamente fanno,

ho sempre, come nelle altre proposizioni, avuto grandissima meraviglia

del molto ardire e della poca vergogna, che altri hanno, di affermare

quello che non sanno; di che si ha il contrario, leggendosi sopra ciò il

decreto di Urbano I, papa e martire, già 1300 e più anni fa, dove

racconta il costume della primitiva Chiesa di vendere tutto quello che

l'era dato, e dispensarlo a' poveri; e come poco poi fu mutato in

meglio, ritenendo i beni, e dispensando le entrate; e questo costume

egli comanda che s'osservi. Senza che, molto innanzi d'Urbano, si legge

nei decreti di Pio I della consuetudine stessa della possessione de'

beni stabili, e se ne tratta come di cosa antica; in modo che è

manifesto che arriva fino a' tempi degli apostoli. Nondimeno per

l'ignoranza, e forse per la malignità di alcuni, non si distingue dalla

cosa in sè, all'abuso di quella. Anzi essendo cessata la dispensazione

che diede Urbano, già è qualche numero d'anni che non sieno lasciati più

alla Chiesa città o castella, nè poderi nè case; ma questo è proibito in

alcuni luoghi per legge; come per esempio in Inghilterra, già molti e

molti anni prima che levasse l'ubbidienza alla sede apostolica. E ormai

in ogni provincia s'è perduta gran parte de' beni che la Chiesa

possedeva, e l'ubbidienza ancora; e si è acceso, in persone poco

convenienti a questa maniera di vita, un iniquo desiderio di beneficj, e

insieme una gran volontà ne' principi temporali di poterne disporre;

contro il decreto di Simplicio I, già 1084 anni, e di Gregorio VII nel

concilio Lateranense e di Urbano II. Perchè essendo venuti i beni

ecclesiastici nell'estimazione che sono i beni temporali, dall'una parte

i principi li reputano per loro; i buoni, ingannati dalla credenza che

hanno di persone, meglio che qui non si farebbe; i non buoni dal

desiderio di avere, e da una certa comune rabbia di usurpare ogni

giurisdizione. — Non dico che di questi beni non si fanno tutti quei

contratti che si fanno de' beni temporali, e quelli che hanno i beneficj

non vogliono ritenerli per altro che per beni proprj, non che facciano

l'officio, e dispensino bene e dirittamente l'entrata; anzi che questa

Corte serve per isfogamento a quelli, che, gonfj di superbia e di

speranze, non potendo capire negli alvei delle loro patrie, a guisa di

fiumi rompono in questa repubblica per potersi allargare, e occupar

gradi e facoltà amplissime. Di modo che se questa città fosse veramente

città, e non più certo una lunga coabitazione di forestieri, simile ad

un mercato o ad una dieta, con un continuo flusso, senza congiunzione di

parentadi, ne nascerebbero e seguirebbero le sedizioni e i tumulti che

son nati e seguiti in tutte le repubbliche, le quali, con la facilità di

comunicarsi ad ognuno, hanno, come un perpetuo vento, tenuto accesa

l'ambizione. — Ma in questa, per la propria sua forma, non è dubbio ch'è

giusta, utile e necessaria una comune partecipazione di tutta la

Cristianità; la quale, ben usata, la conserva e accresce, e abusata

l'indebolisce e ruina, anche perchè, oltre al resto, ci conduce quantità

d'uomini indegni a cercar ordini, onori e ricchezze, l'uso delle quali,

conseguite che sono, come di sopra si è detto, necessariamente riesce

conforme alle arti e all'animo con cui sono state acquistate.»

Nel discorso medesimo egli tocca del paganizzamento d'allora. «Come

innanzi la pestilenza si sente la mala disposizione dell'aere, e la

putrefazione degli umori, così ora si scuopre una certa gentilità e

nelle opinioni e ne' costumi, che ne dà verisimile indizio; considerando

le tante memorie che si onorano, e si rifanno di coloro che furono

piuttosto mostri che uomini scellerati. E si passa tanto avanti, che a'

figliuoli che si battezzano, molto più volontieri mettono i nomi

gentili, che i cristiani; e alcuni lascian quelli che hanno, e quasi

sbattezzandosi, ne prendono de' nuovi e de' gentili. Alla quale gravità,

non senza gran mistero del giudizio di Dio, si oppose, quando essa prima

si scoperse, il pontefice di quei tempi Paolo II (anno 1471); perciocchè

questi tali sono come i segni, pe' quali i nocchieri prevedono le future

tempeste; e sono di più importanza che le dimostrazioni più espresse

delle cose più gravi; perchè nelle cose piccole dove non si teme di

esser puniti, non si mette studio di apparenza, e facilmente si vede la

segreta inclinazione dell'uomo verso i vizj».

[51] Telipoligamus. _Quid vero mihi das consilii_?

Ochinus. _Ut plures uxores non ducas, sed Deum ores ut tibi continentem

esse det._

Gli eretici d'Italia, vol. II · 第 10 / 88 题