Quando, molt'anni fa, io saliva la prima volta faticosamente verso la
città di Siena, teatralmente assisa su que' due sproni di poggi,
ricorrevo col pensiero com'ella, riconosciuta repubblica indipendente
nel 1186 da Enrico VI con diritto di zecca e libera elezione de' consoli
e del podestà, e giurisdizione su tutto il contado, crescesse fra le
agitazioni feconde che svolgeano l'attività individuale, la fede, il
senso pratico, e fin il senso estetico. Perdute quelle libertà che il
secol nostro principesco vitupera o compassiona, come i vecchi
disapprovano il balioso ruzzare della gioventù; ridotta a città
secondaria d'una provincia secondaria, pure ad ogni passo rammemora
altri tempi o gloriosi o almeno memorabili; ed essendo, per posizione, a
minor contatto colla folla passeggera e colla moltitudine aspirante o
proponente, serba un'impronta di vetustà, tutt'altro che disacconcia
alla cortesia de' suoi abitanti, i quali, nell'indole come nella
pronunzia, son mezzi fra Toscani e Romani, fra la razza gentile e la
gagliarda.
Mutate le cose, vi ritornavo colla strada ferrata, e dai bastioni
contemplandola, «È la città degli eretici», dicevo ad uno di que'
patrioti all'antica, che non si sgomentano dell'essere beffati per
municipali, dagli idolatri dell'annichilante accentramento. Ed egli
rimbalzandomi quella frase, soggiungeva: «È la città dei santi. _Sena
vetus civitas Virginis_ è intitolata da quando il beato Tommaso Balzetti
la fece votare a Maria, prima della battaglia dell'Arbia; e il vecchio
nostro sigillo portava: SALVET VIRGO SENAM QUAM SIGNAT AMŒNAM. E la
gloria di Maria campeggia nello stupendo nostro duomo, dove mai non si
finirebbe d'ammirare la vastità del piano (che pur è la sola traversa
del tempio ideato), la varietà dei disegni, la finissima esecuzione[28],
tanto superiori a quanto possano offrire altre arroganti capitali. Anche
fuor di là, tutto è pieno di ricordi di santità. Qualunque porta per cui
entriate, vi offrirà effigie di santi: sull'una la Beata Vergine
incoronata, opera di Ansano di Pietro; sull'altra l'ammirato presepio
del Sodoma. Ad ogni svolta incontrate dipinti i quattro antichi patroni,
Ansano, Crescenzio, Vittore, Savino; aggiungete il beato Andrea
Gallerani, fondatore dei frati della Misericordia; il beato Ambrogio
Sansedoni, che parlava alto a Federico II; Gioachino Pelacani e Antonio
Patrizj, miracoli di carità pei poveri e per Maria; il beato Antonio che
riformava i Serviti; il beato Tomasuccio che istituì i Gerolomini; il
beato Giovanni Colombini, narratoci in una delle più ingenue e
affettuose scritture del Trecento, e che, per la pazienza della moglie e
pel legendario, richiamato dalle dissipazioni, e da gonfaloniere
ridottosi mendicante volontario, con Francesco Vincenti istituì il nuovo
ordine de' Gesuati[29], inducendo la cugina Caterina a fondar le Gesuate
là nella contrada di Valpiatta. Il beato Bernardo Tolomei, dottore in
ambe le leggi e cavaliere imperiale, erasi ritirato al deserto con
Ambrogio Piccolomini e con Patrizio Patrizj, fondando gli Olivetani di
Santa Maria di Montoliveto, in uno sterilume che oggi ride della più
lieta coltivazione, come la chiesa di squisite pitture. Stefano e
Giacomo, agostiniani di Lecceto, istituiscono i canonici regolari
Scopettini. Pietro Petroni, certosino, morendo mandava dire al Boccaccio
riparasse agli scandali del suo scrivere. E il nostro san Bernardino?
Profusosi a cura de' poveri nella peste, fu ammirato per le prediche e
pe' frutti che ne raccolse in tutta Italia. Pietà quasi domestica
c'invita nel quartiere dell'Oca a venerar tanti ricordi ancora
palpitanti di santa Caterina, la pia figliuola del tintore Benincasa,
che afflitta di dolorose infermità e di tentazioni, ristorava l'anima
colle preghiere e la carità; andava assister i malati e suggerne le
ulcere, colla semplicità stessa colla quale ai Fiorentini dettava la
pace, in lei compromessa, o scriveva al papa che tornasse da Avignone a
Roma, o a Giovanni Aukwood che frenasse le sue bande di mercenarj
inglesi. Privilegiata del dono di convertir peccatori, trasse a
pentimento due assassini già sul patibolo, e tutta la famiglia Tolomei,
onde il papa deputò qui tre Domenicani sol per udire le confessioni di
coloro ch'essa aveva convertiti. Aggiratevi per quel quartiere, e vi
parrà ch'ella sia morta jeri, tanto ognun ne ragiona; ognun ne addita le
orme: a lei le spose, a lei le madri dirigono voti e portano donativi.
Pochi anni fa, alla granduchessa di Toscana che visitava il paese, le
fanciulle offersero graziosi fiori, nell'artefare i quali son
abilissime, e volendo ella ricambiarle con un ricco donativo, esse la
pregarono che invece ne facesse offerta alla loro santa Caterina. Nella
cappella di essa, Pio IX, il 1857, veniva in trionfo popolare, e vi
riceveva al bacio del piede la conferenza di san Vincenzo di Paolo. Sono
di questa città i papi Pio II, Pio III, Alessandro VII; delle vicinanze
Giovanni I, Bonifacio VI, Gregorio VII, Alessandro III e moltissimi
cardinali. Qui le arti belle fecero forse le prime pruove di
rinnovamento con Mino da Turrita, Guido, Duccio di Boninsegna, Simon
Memmi: come la poesia col Folcalchieri. Veneriamo tuttora la Madonna che
portossi alla battaglia di Montaperti, ove i Fiorentini «fecero l'Arbia
colorita in rosso»: e il sentimento cattolico si mantenne nella nostra
pittura anche quando Roma e Firenze l'aveano sacrificato alla classica
imitazione».
Questo ed altro mi dicea quel buon Senese: eppure è vero che da quella
città ci vennero famosi eresiarchi, quali i Soccini ed altri, di cui ora
entriamo a discorrere.
Quando, surrogato al concetto dei governi buoni quello dei governi
forti, la guelfa Toscana cadeva in arbitrio de' Medici, Siena raccomandò
la propria libertà al patronato di Carlo V; il quale, visitatala nel
1536, vi lasciò governatore il senese Piccolomini. Ma le irrequietudini
e turbolenze, foriere della perdita d'un popolo, vi erano soffiate dai
profughi fiorentini e dai Francesi, desiderosi di dar molestie al duca
di Toscana, e impedirgli di sistemar il paese. Noto è che ne seguì una
terribile guerra (1554) ove, indarno difesa dagli Strozzi e dai
Francesi, Siena soccombette al duca e agli Spagnuoli, e perduti
cinquantamila uomini, rimase in irreparabile decadenza e rovinata del
commercio e dell'agricoltura.
Queste pubbliche sciagure erano state esacerbate anche dal difondersi di
opinioni nuove. Fin nel 1537, facendovi il quaresimale Giovanni da Fano,
famoso cappuccino, con tanto zelo e frutto, che dicevanlo non inferiore
a san Bernardino, da un predicatore d'altro Ordine egli udì sentenze
contrarie alle cattoliche; onde prima lo ammonì, e poichè quegli
insisteva e peggiorava, lo accusò e confutò pubblicamente, sicchè quegli
stimò prudenza andarsene dalla piissima città[30].
Domenico Tommasini fu un oscuro abitante della contrada dell'Oca, donde
il soprannome di Ochino a suo figliuolo Bernardino. Vestitosi frate
Osservante, n'uscì per mettersi a studiare medicina a Perugia, dove
contrasse amicizia con Giulio De' Medici, che fu poi Clemente VII;
rientrato nell'Ordine, vi ottenne dignità, e ne agognava di maggiori; e
forse sperò agevolarsele mettendosi ne' Cappuccini, istituiti da soli
dieci anni, e appena introdotti in Siena. Soffriva lotte colla carne:
«Invano (egli confessa) io cercava mortificar il corpo con digiuni e
preghiere. Alfine lessi la Scrittura, e gli occhi miei s'apersero, e
Cristo mi rivelò tre grandi verità: che il Signore col morire in croce
soddisfece pienamente alla giustizia del Padre, e meritò il Cielo a'
suoi eletti: che i voti religiosi sono invenzione umana; che la Chiesa
di Roma è abominevole agli occhi di Dio».
Ciò scrisse, e fors'anche pensò più tardi: per allora, sebbene creduto
incostante di risoluzioni, acquistò tal rinomanza d'eccellente
predicatore, che il Sadoleto lo agguagliava a qualunque oratore antico.
Il vescovo di Fossombrone scriveva ad Annibal Caro: «Ho udito in Lucca
pochi dì sono, frà Bernardino da Siena, veramente rarissimo uomo; e mi
piacque tanto, che gli ho indirizzati due sonetti, de' quali ve ne mando
uno». Carlo V diceva: «Predica con ispirito e devozione tale che farebbe
piangere i sassi».
Pietro Bembo, che presto fu cardinale, poco amava i predicatori
d'allora, dicendo: «Che ci ho a far io? mai non s'ode che garrire il
dottor Sottile contro il dottor Angelico, poi venirsene Aristotele per
terzo e terminare la quistione proposta». Ora, il 6 aprile 1536, da
Venezia scriveva alla marchesa di Pescara: «Io sono pregato da alquanti
gentiluomini di questa città ad intercedere V. S. che sia contenta a
persuadere al reverendo nostro padre frate Bernardino da Siena, che
accetti di venir quest'altra quaresima a predicare qui nella chiesa de'
Santi Apostoli, a riverenzia ed onor di nostro Signore Dio. Tutta questa
cittadinanza aspetta di udirlo infinitamente volentieri. Io mi terrò a
buona ventura poter conoscere ed udir quel santo uomo».
E il 25 marzo seguente: «Ragiono con V. S. come ho ragionato questa
mattina col reverendo padre frà Bernardino, a cui ho aperto tutto il
cuore e pensier mio, come avrei aperto dinanzi a Gesù Cristo a cui stimo
lui esser gratissimo e carissimo; nè a me pare aver giammai parlato col
più santo uomo di lui. Io non voglio lasciare d'udire le sue bellissime
e santissime e giovevolissime predicazioni, ed ho deliberato starmi qui
mentre ci stava egli».
Poi al 4 aprile: «Il nostro frate Bernardino (che mio voglio da ora
innanzi chiamare, a parte con voi) è oggimai adorato in questa città. Nè
vi ha uomo nè donna che non l'alzi fino al cielo. Oh quanto vale, oh
quanto diletta, oh quanto giova! Ho pensiero di supplicar Nostro Signore
ad ordinar la sua vita di maniera, ch'ella possa bastar più lungamente
ad onor di Dio e giovamento degli uomini; chè ella non è per bastare,
governandola sì duramente com'egli fa».
In fine il 23 aprile: «Mando a V. S. Ill. le allegate dal nostro
reverendo frate Bernardino, il quale io ho udito così volentieri tutti
questi pochi dì della presente quadragesima, che non posso abbastanza
raccontarlo. Confesso non aver mai udito predicar più utilmente, nè più
santamente di lui. Nè mi meraviglio se V. S. l'ama tanto quanto Ella fa.
Ragiona molto diversamente e più cristianamente di tutti gli altri che
in pergamo siano saliti a' miei giorni, e con più viva carità ed amore,
e migliori e più giovevoli cose. Piace a ciascuno sopra modo. Estimo
ch'egli sia per portarsene, quando egli si partirà, il cuore di tutta
questa città seco. Di tutto ciò si hanno immortali grazie a V. S. che ce
l'avete prestato». E al curato avea scritto: «Ricordatevi di forzare, se
occorre, frà Bernardino a far uso di carni, e s'e' non tralascia
l'astinenza quaresimale, non potrà reggere alla fatica del predicare».
Perocchè era dedito a quelle eccessive austerità, che non di rado
inducono soverchia fiducia in se stesso. Camminava a piè scalzi su per
le roccie, nelle nevi, fra i bronchi, scoperta la testa, esposto a tutte
le intemperie: limosinando di porta in porta: la notte appoggiavasi a un
albero, e vi si addormentava, sebbene i grandi avessergli preparato
letti e mense. Vedendolo passare, colla grossa tonaca, colla lunga
barba, incanutita anzi tempo, coll'occhio spento e le guancie scarnate
dalla macerazione e l'aspetto di un martire, la gente s'inginocchiava,
presa istintivamente da meraviglia e rispetto. «Dove andava (dice un
contemporaneo), uscivagli incontro la folla; non bastavano le chiese
agli uditori: ed egli arrivava sempre a piedi, chè nessun mai lo vide
pur s'un giumento: se doveva entrar ne' palazzi de' principi, nulla
mutava del rigor di sua vita, non vino mai, mai più d'una vivanda, gli
sprimacciati letti abbandonava per dormire sul nudo pavimento[31]. Sin
l'infame Aretino, risoluto a far parlare di sè in qualsifosse modo,
fingeva il convertito, e scriveva al papa da Venezia, il 21 aprile 1537,
che il Bembo «avea dato mille anime al paradiso con l'aver trasferito in
questa città cattolica il tanto umile quanto buono frà Bernardino», e
che esso «da quella sua tromba che si fa udire col frate apostolico, ha
creduto alle ammonizioni della riverenza sua, le quali vogliono che
questa lettera, in mia vece gettatasi ai piedi della Vostra Santità
beatissima, le chiegga perdono della ingiuria fatta alla Corte dalla
stultizia delle scritture mie, benchè tutto quello che io ne ho detto
con la bocca e scritto con la penna l'hanno ordinato i cieli, acciò, se
nulla mancasse alla beatitudine sopradetta, vi forniate di glorificare
nella conversione Aretina».
Mentre predicava a Venezia, «illustrissima città, teatro del mondo,
emporio di tutto l'orbe, regina dell'Adriatico, vincitrice de' nemici,
miracolo d'Italia», l'Ochino vi ottenne una cella, che elevò a monastero
de' suoi Cappuccini. Nelle deliberazioni del concistoro, o vogliam dire
consiglio municipale di Siena, al 21 giugno 1539 si stabiliva che,
«essendo buono e molto utile alla salute delle anime che il detto frà
Bernardino, che stamane nella gran sala del consiglio fece una salutare
predica a tutto il popolo, rimanesse alcuni giorni a predicare nella
cattedrale o in palazzo», che quattro illustri personaggi andassero da
esso frate a procurare non partisse da Siena, e scrivessero al
pontefice, se fa bisogno. Predicando nel 1540, ove in fatto introdusse
la devozione delle Quarant'ore, che Siena fu la terza città a praticare;
se non che, invece del Santissimo Sacramento, esponevasi il Crocifisso
delle Compagnie.
Di quel tempo rinvenimmo colà alcune carte, tutte pietà, delle quali,
non isbigottiti dalla taccia di frateschi, esibiremo qualche cosa[32].
«A dì 17 settembre 1540. Fu per il priore presentata una lettera alla
nostra Compagnia di san Domenico per la predicazione da farsi
nell'avvento prossimo da frà Bernardino Ochino, frate cappuccino,
senza soscrizione, ma dagli effetti poi seguiti si stima sia stata
mandata da lui senza nome, la quale contiene di fare l'orazione di
quaranta giorni in tutte le Compagnie di Siena, e ore quaranta per
Compagnia; la quale fu, d'ordine del nostro priore, letta da Lorenzo di
Bernardino nostro fratello, il tenore della quale è questo:
«(Di fuora). Alla Compagnia di san Domenico in Campo regi. Carissimi in
Christo Giesù fratelli.
«(Ommissis). Si prega la carità vostra, che vogliate essere in compagnia
di molti altri a fare due divotissime e santissime opere, delle quali la
prima sarà questa, che l'uno inviti l'altro, l'uno ammonisca l'altro con
amor santo a fare la santissima penitenza con vera contrizione,
purissima confessione e integra soddisfazione, con elemosine spirituali
e corporali, con digiuni in verità fatti e con la santa orazione,
contemplando quella cosa per la quale l'anima si trasforma nel suo amato
Cristo, alli cui santi piedi umilmente gettandoci, la nostra propria e
le pubbliche necessità spirituali doviamo esporre, esortando, e col buon
volere ajutando l'anima nostra a vestirsi in modo di quelle divine
virtù, fede, speranza e carità, che di quelle abituali possiamo
fermamente vedere e tenere per certo, che, nel dì del gran giudizio,
quella riunita a questi corpi, con essi insieme saranno con gli altri
beati nel regno di Dio.
«E perchè fare orazione richiede l'anima raccolta nelle sue potenze
salga su in cielo alli piedi della Santissima Trinità, e questo non può
farsi se il corpo non s'allontana dall'opere del mondo, et essendo vero
ch'a far questo (come può dire chi cristianamente lo sa) non si è ancora
veduto nè saputo il più spedito modo, non tanto a far partecipe ognuno,
quanto a mostrare a quelli che nol sanno (che son molti) il modo
d'orare, che quello che da poco in qua è cominciato nella città nostra,
cioè l'orazione durante lo spazio di quarant'ore. Però si prega per
parte di Dio la carità vostra, da quella per grazia si domanda, che,
fattone il sopradetto apparato e preparamento dell'anima vostra, siate
contenti, secondo l'ordine infrascritto, quando al vostro oratorio
toccherà, assettare quello, come è solito, e disporre le persone,
ch'hanno a fare la guardia del tempo, e mettere i fratelli, e gli altri
d'ora in ora in qualsivoglia numero senza strepito e confusione nel
detto oratorio, dove si stia in continua orazione ore quaranta; il quale
spazio giunto all'ultima ora, con quelli fratelli, che potrete in abito
di battenti, anderete alla Compagnia che dopo voi segue, dalla quale
alcuni venghino per voi, computando quanto tempo basti a partirsi dal
vostro oratorio, e che, quando giungete all'altro, sieno al fine le
quarant'ore, et ivi dicendo qualche prece, incomincierà l'altra
orazione, restandovi quelli della prima ora, ritornerete al vostro
oratorio, dove aspettandovi quelli dell'ultima ora, farete tutti qualche
prego per finire l'orazione.
«Durerà secondo l'ordine sottoscritto l'orazione d'una Compagnia in
un'altra, quaranta giorni, a similitudine delle maggiori orazioni che si
leggono nella vecchia e nuova scrittura santa, e comincerassi a dì 19 di
ottobre martedì la mattina seguente il dì di san Luca a ore 14, e
durando fino alla prima domenica dell'Avvento, alla medesima ora saranno
quaranta dì, e farassi l'orazione ventiquattro volte; tutte l'ore sono
novecensessanta.
«Venuta l'ultima mattina, la prima domenica dell'Avvento, siate invitati
a fare una processione in questo modo, che in abito di battenti tutti
siamo a udire la predica, dopo la quale, la Compagnia che sarà l'ultima
all'orazione con l'immagine di quel Crocifisso che doviamo imprimere e
stampare nelli cuori nostri, deva andare per la città e seguendo l'altre
senza confusione e senza altra insegna, ma standosi dove lo vorrà bene,
ritorneranno alla chiesa cattedrale, dove la predetta Compagnia deve
aver fatto provisione d'un sacerdote che celebri la messa all'altar
maggiore, la quale, finita e avuta la benedizione, ciascuno tornerà alla
casa sua, risoluto totalmente spogliarsi il vecchio uomo, e vestirsi del
nuovo Cristo benedetto.
«Questa è la prima grazia, quale vedete. Se tutta è in benefizio vostro,
cercatela adunque, e respondete a Gesù Cristo crocefisso che vi infiammi
alla seconda.
«Questo è l'ordine delle Compagnie, preso così solo per la commodità;
resta che facciate sapere alla Compagnia che è innanzi a voi, e a quella
che è dopo, come siete parati a fare quest'orazione: l'uno animisca
l'altro, e in virtù del preziosissimo sangue di Cristo, vincete ogni
tentazione che 'l nemico dell'umana generazione vi porgesse dinanzi.
«Vi si dà quest'ordine ora, acciocchè abbiate tempo a trovare li
fratelli; e confortargli a questo, e disporli all'ora loro.
«1º Comincierà col nome di Dio la Compagnia del _Corpus Domini_ a dì 19
ottobre, martedì mattina a ore 14, e mercoledì notte a ore 6 finirà.
«2º A ore 6 mercoledì notte San Niccolò passerà giovedì, e venerdì a ore
22 finirà.
Segue divisando le ore di ciascuna Compagnia.
«La prima domenica dell'Avvento sarà il fine delle quarant'ore e de'
quaranta giorni, a laude e gloria della santissima Trinità, Padre,
Figliuolo e Spirito Santo.
«La seconda grazia non meno utile della prima, la quale è atta a
confermarsi ne' principiati beni, è questa: che le carità vostre, senza
alcuna contradizione siano contente mandare secondo l'ordine
soprascritto, quando sarà la volta loro, quattro o sei fratelli a
guardare por una notte i poveri infermi dello spedale maggiore. A quelli
non solo la notte, ma ancora il dì bisognerebbero la presenza e le
consolazioni della carità vostra, quando solamente sono governi da
mercenari, e da chi senza amore alcuno li vede, anzi da chi non
considera che manco sono infermi dell'anima che del corpo.
«Oh! di quanto bene sarete cagione, e a voi prima, perchè da questi
imparerete l'esser vostro, e quanto invano fatighiamo fuori della via di
Dio, e a quelli, quando li conforterete, e con amore sovvenirete nelli
loro affanni e dolori.
«S'entrerebbe in un lunghissimo ragionamento a volere esporre le molte e
buone utilità che da quest'opera usciranno; però le taceremo, essendo
per certo che molto più con l'opera stessa la conoscerete, che con
parole non si mostrerebbero.
«Però, per parte (di nuovo) di Gesù Cristo crocefisso, si prega la
carità vostra, immo a quella per la virtù del suo sangue comanda che la
prima e la seconda di quelle grazie sieno da voi esaudite e ad effetto
mandate, e Cristo, il quale a queste vi chiama, darà parte in voi e
nell'anima vostra, e doneravvi grazia che con pura fede opererete quello
che ne comanda.
«Restate nell'amore di Gesù Cristo, al quale col Padre e col Santo
Spirito ha onore, gloria et imperio, sempre ne' secoli de' secoli».
«E questo è il tenore della presente lettera, come ho detto, del nuovo
modo d'orare, trovato novamente dalli reverendi padri frati de'
Cappuccini, e da loro predicato.
«Letta la presente lettera, non si risolvè altro la presente mattina per
esser tardi, ma si risalvò a un'altra tornata.
«A dì 3 ottobre 1540.
«Dato dal priore licenza ad ognuno di parlare a bene et utilità della
Compagnia etc. Lorenzo di Bernardino cimatore, fatta la debita
riverenza, propose che si dovesse fare quattro persone sopra l'ordinare
ed ornare la Compagnia nostra per fare la nuova orazione delle
quarant'ore, e perchè bisogna fare qualche spesa, che detti quattro
fratelli avessero autorità di fare tutte le spese, che bisognassero per
detta orazione, e così si deliberò di fare detta orazione».....
1540, a dì 1 novembre, a ore 22.
«Essendo adorna la Compagnia con il cielo, e panni d'araza per chiesa, e
la sagrestia, radunati gli fratelli andorono innanzi a certa ora 21,
vestiti da battenti, tutti con torcie, alla Compagnia di Santa Caterina
in Fontebranda per il Crocefisso, e così processionalmente con molte
torcie vennero alla nostra Compagnia, accompagnati da moltissimi
fratelli della detta Compagnia di Santa Caterina, e giunti nella nostra
Compagnia, fatte le debite orazioni e invocazioni dello Spirito Santo, e
fatto un breve sermone da Mº Bernardino di san Domenico in esortazione
alla frequenza della detta orazione e ringraziamento alla Compagnia di
Santa Caterina, ed alla moltitudine delle persone che vennero ad
accompagnare il Crocefisso, dêtte licenza a ognuno, eccetto quelli che
volessero restare all'orazione, e così chiusa la Compagnia, spento tutti
i lumi, eccetto un lanternino con la figura di Gesù Cristo, portata la
croce, e così a laude dell'onnipotente Dio si dêtte principio alla detta
orazione. E un'ora si dura di stare in orazione per volta, e finita
un'ora, si mette altre persone d'ora in ora, nell'ordine che li
sopradetti fratelli hanno ordinato, cioè (_seguono i nomi_).
«Così a laude dell'onnipotente Dio si finì la detta orazione con molta
frequenza de' fratelli, e di molte altre persone fuora della nostra
Compagnia e di frati ad ogn'ora; e innanzi che fussero le 13 ore andammo
tutti vestiti da battenti con torcie accese accompagnare il Crocefisso
alla Compagnia di Sant'Andrea Gallerani, prima nella nostra sagrestia e
detta Compagnia di Sant'Andrea fatta parare, cantate le litanie, e per
il nostro correttore fatto un breve sermone, tornati poi alla nostra
Compagnia, si cantò il _Te Deum_, fu fatto fine alla detta orazione,
ecc.
«A dì 7 ottobre 1540.
«Al nome di Gesù Cristo crocefisso, radunato il Capitolo, fu per il
nostro priore presentata una polizza da parte del vicario
dell'arcivescovo, il tenore della quale è questo:
«Al nome di Giesù Christo,
«Il signor vicario dell'arcivescovo e li tre canonici eletti dall'altro
sopra il fine dell'orazione delle quarant'ore, e il reverendo padre frà
Bernardino Ochini, fanno intendere alla carità vostra che sieno contente
per la prima domenica dell'avvento, per fuggir la confusione, osservare
l'infrascritte cose:
«E prima per ragione della comunione da farsi comunemente in duomo, si
prega quella che là sarà innanzi, vadino a reconciliarsi dove li piace;
perchè la mattina sarebbe impossibile per molti rispetti: ecc., ecc.
A dì 14 ottobre 1540, fº 8.
«Al nome di Gesù Cristo crocefisso; per il nostro Padre Priore fu
presentata la presente lettera diretta alla nostra Compagnia, e per
comandamento del medesimo Priore, fu letta da Lorenzo di Bernardino
Cimatore, il di cui tenore è questo: — Alla Compagnia di San Domenico; —
Carissimi in Cristo Gesù crocefisso fratelli.
«Non a quelli che cominciano, ma a quelli che perseverano è riservato il
premio, e questo per esperienza vediamo: se l'arbore, fatto ch'ha una
volta il frutto, si restasse e non ne facesse più, ovvero, come una
volta le facesse buone, e l'altra le facesse cattive, quello si è da
tagliare e porlo al fuoco.
«Sarebbe per questo, in Cristo fratelli, vedendo il servire a Gesù
Cristo nostro Signore santissimo, assai cosa tanto fruttuosa, buona e
necessaria, avendo concessa la prima e maggior grazia, non dee negarsi
la seconda più facile, e non manco accettabile al Redentor nostro Gesù
Cristo, la quale sarà il visitare quelli poveri infermi, anzi esso
Cristo Gesù nella sua santissima casa dello spedale di Santa Maria della
Scala, scala del paradiso; e questo doveremmo trattare con un modo et
ordine che fusse perpetuo, e tanto facile con la grazia di Gesù Cristo,
che non sarà fatica o rincrescimento alcuno, quantunque nè fatica nè
rincrescimento può porgere il servire a Gesù Cristo, anzi a noi
medesimi.
«Pigliamo dunque quest'ordine: noi siamo ventidue Compagnie: pigliamo
ogni ventidue giorni, una volta almeno visitare (con 2, 4 o 6 quelli che
a ogni compagnia piacerà) quella santissima casa, e vegliare una notte
con Gesù Cristo, e tenendo quest'ordine toccherà sedici o diciassette
volte l'anno per Compagnia: facciasi dunque da ogni Compagnia di quelli
sono più atti a tal offizio, tante parti, che in un anno tocchi una
volta per parte o più come piacerà.
«E chi sarà quello che una volta l'anno per amor di Gesù Cristo non
vogli pigliare quella consolazione di vegliare una notte con Gesù
Cristo? facciamolo adunque, fratelli, facciamolo, deh! facciamolo, e non
dubitiamo di niente, che per Gesù Cristo potiamo il tutto.
«Voi, carissimi fratelli della Compagnia di San Domenico, piglierete al
nome di Dio a dì 12 di novembre in martedì, e seguitarete questa santa
opera, e così ogni terzo martedì vi toccherà una volta, e di poi con la
grazia di Dio seguiranno l'altre Compagnie.
«Questo qui sotto è l'ordine per tutto l'anno, ecc.
«A dì 17 gennaro 1541 _a nativitate_.
«Adunato il Capitolo ecc. fu dal P. Priore (Ochino) presentata la
seguente lettera diretta alla nostra Compagnia.
«Grazia, laude e gloria a Gesù Cristo benedetto.
«Per li grandi e mirabili effetti, che sono esciti dalla passata
orazione dei quaranta giorni si è potuto chiaramente conoscere e far
giudizio, che non fu motivo d'uomini il mostrarvi un tal ordine, ma che
viene dal Donatore di tutta la grazia, dalla bontà e misericordia del
Salvator nostro.
«Però sappiate di certo, e tenete per fermo, ch'ogni grazia, e ogni dono
perfetto viene di sopra, dall'infinita bontà e carità di Dio. Da parte
del quale oggi vi si presenta un preziosissimo dono spirituale, il quale
non solo a voi, mentre che vivete, ma ancora a quelli, che dopo voi
verranno sarà di tal giovamento, che sempre voi e loro ne ringrazieranno
Dio.
«Il dono è questo, che la carità vostra senza alcuna contradizione, con
sincero cuore e grato animo, sperando sempre in Dio, e con voi si
disponghino a fare deliberazione, e vincasi non con lupini, ma con viva
voce, non per tempo determinato, ma che passi da voi nelli vostri
posteri, e da quelli in perpetuo, che nell'Oratorio vostro (come
nell'altro si farà) si faccia quattro volte l'anno l'orazione di
quaranta ore secondo 'l modo sottoscritto.
«La cosa è tanto da se onesta, giusta, santa e divina, che non fa
bisogno di persuaderla, tenendo per certo che, nel sentir voi
presentarvi tal cosa, a tutti parrà un'ora anni mille di ritrovarla, e
per amor di chi ve la manda, metterla in esecuzione.
«Prima che altro vi si dica, si prega la carità vostra che procurino e
con diligenza osservino l'infrascritta avvertenza, acciò che 'l nemico
nostro non semini nell'opera nostra qualche disordine, ch'a ciò sempre
sta parato, e massime contro l'orazione, dove (dicono i santi) che porrà
ogni sua industria per disviarli da quella.
«E perchè questa ha da essere l'ultima volta che di ciò vi ragioni, non
vi porga fastidio se troppo a lungo vi si scrive.
«Faccisi dunque prima sapere a quelli che non sanno, che, dovendosi dare
un tempo determinato, si è preso questo di quaranta ore e quaranta
giorni, perchè 'l numero quadragenario è stato sempre di grandissimo
mistero, e di più, che non solo in questo tempo determinato doviamo
orare, ma sempre che questo è fatto per eccitare, e ricordare.
«Quattro volte l'anno si ha da fare l'orazione di quaranta giorni,
talchè a quaranta per volta tocca sei dì e sedici ore l'anno per
Compagnia...
«Acciochè questa oratione facci l'effetto suo di fare salire la mente
nostra a Dio per pietoso e umile affetto, bisogna darle per guida la
santa penitenza, cioè con fermo proponimento di levarsi dall'offesa
verso Dio e verso 'l prossimo, fare uno splendido preparamento di vera
contrizione, piena confessione e intiera sodisfazione, e di poi
spiritualmente, e sagramentalmente comunicarsi; bisogna ancora, oltre
alla guida, aggiungere a quest'orazione due ali, cioè il vero digiuno e
l'elemosina spirituale e corporale; facendo così, pentendosi, e
domandando misericordia da Dio della nostra côlpa e rendendo grazie alla
bontà sua di tanta grazia che ci ha concessa, e che continuamente con
larga mano per sua benignità sopra noi sparge, potiamo renderci sempre
certi che la maestà sua averà grate, e riceverà l'orazioni nostre, e
doneracci grazia che conosceremo il bene e lo avremo, che fuggiamo il
male, e che sempre operiamo in onore e gloria sua (_seguono molte regole
particolari_).
«I sermoni per non tediare sieno brevissimi e divoti, ammaestrando
sempre l'orazione; sieno fatti da persone ecclesiastiche, e per l'amor
di Dio s'avvertisca che sieno brevi e senza cerimonie, ringraziamenti e
frascherie, perchè importa assai, acciocchè di zelo di Dio non si venga
in pompa del mondo e vanagloria.
«Venuto il fine de' quaranta giorni, l'ultima Compagnia inviti l'altre;
e venendo o no, faccino una breve e divota processione, odi la messa e
si comunichi, e se pure trova altre Compagnie disposte, le guidi in
qualche tempio, dove, dopo un pubblico sermone o predica, si facci una
pubblica e divota comunione, e cantando _Te Deum_ ognuno ritorni
all'oratorio suo, e la Compagnia che fu prima piglierà la sua croce, e
porteralla al suo oratorio. Non si facci apparati con drappi, panni,
tappezzerie o frasche, anzi si faccia semplicemente con divozione e zelo
di Dio, e gli apparati nell'anima nostra.
«Vi si comanda da parte di Cristo crocefisso, che si fugga ogni
precedenza, ambizione e onore, acciocchè non possa mai nascere un minimo
scandalo e facendosi processione, vadasi senza insegna confusamente. E
se invitando voi le Compagnie, qualcheduna o tutte non venissero, non vi
scandalizzate, anzi state quieti, e pensate che così è volontà di Dio.
Fino quando l'altre vi inviteranno, siate li primi, e umiliatevi, perchè
con la santa umiltà s'acquista il paradiso.
«Insomma quando sentite cosa alcuna che possi dare alterazione,
immediate mozzate le maestre, e non se ne parli, nè vi si pensi più, e
fate questa deliberazione ora per sempre di far ciascuna vostra opera a
onor di Dio, e di poi trattatela alla libera e puramente, e così vedrete
che di bene in meglio anderanno le cose vostre, e quest'orazione
santissima, la quale renderà frutti gratissimi a Dio e salutiferi a noi.
«Perchè una delle cose necessarie ad un cristiano, anzi la più
importante è l'orazione, e perchè rari sono che sappino altro che
rimenare le labbra, non che fare orazione, e maggiormente l'orazione
mentale; però si prega la carità vostra, che qualche volta, anzi spesso
avvertiate li nostri fratelli che si faccino insegnare da chi se
n'intende, e di più che si provedino di libri spirituali che ne
contenghino, e molti vedano con quanto loro scapito fino ad ora o per
negligenza o per ignoranza sono stati privi di cosa sì utile.
«Mancando qualche Compagnia, si succedano l'altre di mano in mano, fin
che si finiscano li quaranta giorni».
Seguono altri avvertimenti. In appresso son registrate le funzioni
fattesi man mano, ove copieremo quest'una:
«A dì 20 giugno 1542.
«Fu letta una polizza, inviata dalla Compagnia della Madonna sotto lo
spedale, come avea deliberato la Balìa e conservatori della libertà di
Siena che si dovesse fare un orazione di quaranta giorni, a pregare Dio
che, per sua infinita pietà e misericordia, per i meriti della passione
e sangue sparso dal suo unigenito Figliuolo per salute dell'uman genere,
che vogli temperare il suo giusto sdegno preparato contro di noi, di
guerre grandissime che si vedono preparare per tutta cristianità,
evenimento de' Turchi contro li Cristiani, per la disunione de' prencipi
cristiani l'uno contro l'altro, ed altri gran prodigi di terremoti con
gran rovine di cappelle e ville, ecc.
«A quest'affetto elessero due di loro che fussero con le Compagnie, e
così congregati due di ciascuna Compagnia nello spedale, si deliberò a
gloria di Dio di fare la detta orazione nell'oratorio e Compagnia della
Madonna sotto lo spedale, di far quaranta giorni continui dì e notte».
E basti delle preghiere: veniamo a materia più pruriginosa; gli errori.
Il Boverio, annalista de' Cappuccini, non ha frasi sufficienti per
lodare l'Ochino, «prudente, sagace, di bei costumi, esercitatissimo per
lungo uso di molte cose, ingegno e grandezza d'animo ad abbracciar
qualunque gran fatto; tanta compostezza esterna ed onestà, che mostrava
apparenza non vulgare di virtù e santità; mirabile predicatore,
coll'eloquenza guadagnava gli animi, sicchè fu una generale approvazione
allorchè, nel terzo capitolo generale, fu eletto generale il 1538. E
tolse ad amministrar l'Ordine con tanto consiglio, prudenza, zelo della
regolar osservanza, e coll'esempio d'ogni virtù, che i frati
s'applaudivano dell'elezione d'un tal uomo. Quasi sempre pedestre visitò
i varj conventi; esortava con mirabile eloquenza alla povertà,
all'osservanza della regola, all'altre virtù, e s'acquistò sempre
maggior nome presso i suoi e presso gli esteri: grande autorità godeva
presso re e principi, che l'usavano in difficilissimi consigli; il papa
avealo in massimo onore; talmente era cercato, che bisognava ricorrere
al papa per averlo predicatore, e le più grandi chiese non bastavano
agli uditori, sicchè bisognava aggiungervi portici; e molti, levando le
tegole dal tetto, calavansi di là per ascoltarlo. Predicando a Perugia
nel 1540, calmò le nimicizie per quanto inveterate. A Napoli avendo dal
pulpito raccomandata non so qual pia opera, l'elemosine offerte salirono
a cinquemila zecchini».
Scaduto il triennio (prosegue con incolta prolissità) fu rieletto, ma
ricusò fermamente, finchè dalle istanze persistenti si lasciò vincere. E
negli otto anni che fu cappuccino, mai non diede il più piccolo sentore
di eresia.
Eppure sotto quelle apparenze celava un'estrema superbia, il desiderio
di levar rumore, e la fiducia nel proprio intelletto, avendo imparato
dai libri di Lutero a cercare nelle sacre carte ciò che alla sua
passione compiacesse. Dicono che, mentre predicava a Napoli in San
Giovanni Maggiore nel 1536, il Valdes lo avvicinasse, e fomentandone
l'immaginativa e l'ambizione, l'inducesse a insultare Paolo III, che non
l'aveva ornato cardinale. Al vicerè Toledo fu rapportato che spargesse
errori luterani, e quegli cercò che il vicario arcivescovile chiarisse
la cosa; «ma perchè con l'austera vita che mostrava, con l'abito
asprissimo, con il gridar contro i vizj ricopriva il suo veleno, non si
potè per allora conoscere se non da pochi la sua volpina fraude». Son
parole del domenicano Caracciolo, il quale prosegue: «Pure vi fu alcun
che se n'accorse, e fra i primi, per quanto ho inteso dai nostri vecchi,
furono i nostri santi padri don Gaetano e don Giovanni; i quali poi più
chiaramente se n'accorsero nel 1539 quando l'Ochino, predicando nel
pulpito del duomo, andava spargendo molte cose contro il purgatorio,
contro le indulgenze, contro le leggi ecclesiastiche del digiuno ecc.; e
quel che fu pessimo, soleva talora l'empio frate proferire interrogative
quel che sant'Agostino dice negative, _Qui fecit te sine te, non
salvabit te sine te?_ dando a questo modo ad intendere tutto il
contrario di quel che insegna sant'Agostino, cioè che _sola fides
sufficit_, e che Iddio ci salva senza che noi facciamo opera alcuna per
cooperar con Dio. Andavano attorno iscritti prima, e poi stampati i
libri di costoro, come di tanti profeti, e già in pochi anni non solo i
plebei ed ignoranti, ma anche molti signori e signore nobili, e molti
religiosi e preti se n'erano infetti; e si facevano conferenze e
conventicole secrete tra loro, e si prestavano scritti l'un l'altro di
cotali dottrine pestifere»[33].
In quel tempo l'Ochino mostrava ancora una pietà incolpabile, e possiamo
offrire in testimonio alcune sue lettere, tali quali le abbiam desunte
dagli archivj della sua patria.
«Molto magnifici signori; Non penso vi habi a esser difficile el
persuadersi che molto volentieri verei in questa quaresima a predicar
alla mia Siena, sicchome per una vostra o visto sarebbe intento di
vostre signorie: resta solo che da chi può comandarmi io non sia
impedito. Di me potran servirsi nel scrivere che a me el venire sarebe
gratissimo, pur che sia con volontà di sua santità. Questo medesimo o
expresso al reverendissimo monsignore Ghinucci; et perchè del tempo fuor
della quaresima sua santità non è solita impedirmi, quando a vostre
signorie paresse che io venisse in questo tempo innanzi alla quaresima,
mi dieno un cenno del quando, che non mancarò, col non cessare ancora di
tentare per la quaresima; il che sarà etiam più facile di ottenersi per
esser lì; et se in altro posso si servin di mè, che per la singolare
affetione li porto mi sarà facile tutto in Christo per il quale vivo e
spero di morire. Resto col pregarlo che vi prosperi sempre con la sua
grazia in ogni vostra felicità.
«Da Roma il 5 settembris 1540.
_Frater Bernardinus sen._
«Molto magnifici signori; Non ho più presto resposto per non essere
resoluto di sua santità. Oggi s'è contentata che io per lo advento
venghi, e così mi sforzarò circa Ognisanti essere a Siena. Preghiamo el
Signore ch'el mio venire non sia vano. Resta che vostre signorie in
quanto posso mi comandino che non sarà cosa tanto difficile che lo amor
non me lo renda facile.
«Il Signore vi conservi e prosperi nella sua grazia.
«Da Roma 27 settembris 1540.
«Molto magnifici signori Priori Governatori e Capitani miei osserv.; Mi
dolgo, per la molta affetione e cordiale amor che porto ed alle signorie
vostre e alla patria, di non poter soddisfar a quello che per debito me
si conviene, e a quanto saria il volere di quelle. Io non harei già
aspettato che mi havessin fatto istantia di venir costà a predicare, che
(quantunque non sia secondo il merito di quelle) al primo cenno sarei
venuto, ma mi trovo, da molti giorni indrieto, con un dolor grande di
schiena, e con altre indispositioni, attalchè, si ben mi forzasse a
venir, non potrei predicare, e per questo ho ricusato anche a molti, e
mi sò fermato qui che, tra che curarò il mal, mi verrò rassettando le
mie scritture; per questo le Signorie Vostre si degneranno per tal
impedimento scusarmi, contentandosi di quanto è voler di Dio per la mia
imperfetione; e di questo è il mio buon volere verso di tutti, e mi
faran gratia avermi nella vostra protectione e così a quelle con tutto
il core mi fo raccomandato.
«Dal luogo nostro di Firenze, il dì xjj di novembre del D4j».
«Molto magnifici signori; Sa Dio quanto piacere ho avuto in intendere de
diverse parti e ultimamente per una vostra, el ben essere della mia
diletta patria: desidero essere instrumento di Christo a honorarlo se
fosse possibile in ogni loco, ma spetialmente come sarebbe justo ne la
mia Siena: e tanto più me n'è cresciuto el desiderio quanto che intendo
che comincia a reformarsi et mi desidera. Ma le Signorie Vostre hanno a
sapere che io, poi partii da Venetia, ad istantia dell'illustrissimo
dominio veneto, la santità di Nostro Signore per un breve mi a imposto
che ritorni a Venetia, e li stia in lor satisfatione in fin tanto che di
me altro non determina, però bisogna che acceptiate per ora la bona
volontà e mi haviate per excusato. Trovandomi così legato, mi sforzarò
ben quanto più presto potrò venir a visitarvi: e se in altro possa in
Cristo servirvi, sapino che lo animo è prontissimo. El Signor vi
conservi et prosperi sempre nella sua divina gratia.
«Da Verona alli 20 maggio 1542.
«Molto magnifici signori; Per esser lo amor della patria justo e santo,
e tanto più quanto è d'un bene universale e pubblico, cognosco che tanto
più siamo obligati a amarla quanto siamo a Dio più proximi, però per
esser frate non sò escluso da questo dolce vinculo, anzi tanto più
strettamente ligato, quanto in me fusse più charità. Unum est che mi son
congratulato del felice essere della mia patria, e o incominciato a
honorarmene, però in Cristo, tanto ne sento dir bene, e desidererei
presentialmente godermene, si chome del contrario in altre volte ne ho
avuto molestia, e tanto più quanto per la vostra vedo el desiderio di
Vostre Signorie e della città, maxime quando credesse avere a giovare.
Ma poi so qui a Verona ad instantia del clarissimo dominio veneto, o
avuto un breve da Sua Santità dove mi impone che ritorni a Venetia, e li
stia infin tanto che altro non determina: tal che so impedito, e bisogna
mi haviate non solo per excusato, ma compassione, e tanto più quanto el
venire mi sarebe più contento ch'el restare. Pregarò bene el Signore
che, essendo suo onore, faci che Sua Santità osservi la promessa, e
quanto più presto potrò me ne verrò alla mia Siena. Pregando Dio che la
conservi e prosperi nella sua gratia e pace.
«Da Verona alli 20 maggio 1542[34].
Nel 1541 l'Ochino avea stampato alcune prediche, locchè crebbe ne'
Veneziani il desiderio di riudirlo. E il papa vi assentì: pure
essendogli già insinuato qualche dubbio, diede ordine di tenerlo
d'occhio. In fatto predicando in Santi Apostoli, cominciò a spargere
errori. Alcuni ne l'accusarono, e (non essendovi ancora il sant'Uffizio)
il nunzio papale lo dimandò a chiarirsene, ed egli ebbe l'arte di
spiegarli in buon senso e diceva: «È più difficile convincere uno
d'eresia, che accusarlo d'oscura definizione di frasi teologiche». Esso
nunzio l'anno prima avea fatto arrestare Giulio Terenziano teologo
milanese, che predicava eresie: e a ciò parve alludere l'Ochino quando
dal pulpito proruppe: «Che facciamo, o uomini veneti? Che macchiniamo? O
città regina del mare, se coloro che t'annunziano il vero chiudi in
carcere, mandi alle galere, come si farà luogo la verità? Oh potesse
questa liberamente enunciarsi! quanti ciechi recupererebbero la vista!»
Pertanto il nunzio lo sospese, e riferì ogni cosa al santo padre; ma
gliene seppero mal grado i Veneziani, ammiratori di quel bello ingegno,
di modo che dopo tre giorni bisognò restituirgli la parola, ch'egli usò
più cautamente[35].
Da Venezia, il 10 febbrajo 1542, scriveva al marchese del Vasto:
«Illustrissimo signore; Non fu mai, nè manco sarà capitano più valoroso
di Cristo. Imperocchè, dove gli altri vincono con potenti eserciti, per
forza d'arme e d'artiglierie, e molti con inganni, astuzie o favori di
fortuna, Cristo, venendo in questo mondo, solo soletto entrò in guerra,
e disarmato d'ogni forza e favore del mondo, sendo in sulla croce,
vestito solo di verità, umiltà, pazienza, carità e dell'altre sue divine
virtù, con impeto d'amore, in una sola guerra ha superato per sempre non
gli uomini del mondo, ma gl'infernali spiriti, la morte, li vizj, e
tutti li nemici di Dio, e fatto la più bella e ricca preda dell'anime,
per tanti secoli state già in sì misera servitù, che mai si facesse o
potesse fare. È ben vero che vi lasciò la vita, ma questo rende più
mirabile il suo trionfo e la sua gloria. Però essendo sì divino
capitano, V. E. non si ha da vergognare, anzi da onorare d'essere nel
numero delli suoi valorosi cavalieri, massime che le palme, corone,
vittorie, trofei e trionfi delli suoi soldati senza comparazione sono
più gloriosi che quelli del mondo. E si ricordi che prima, cioè nel
sacro battesimo, fu ascritto alla milizia di Cristo, che a quella di
Cesare; e mancar di fede a Cristo è cosa tanto più vile, quanto che
Cristo, degli altri signori è più ricco, liberale, potente, pio, santo,
giusto e pieno d'amore: e siccome furono empie quelle parole della
turba, _Non abbiamo altro re che Cesare_, così divine quelle di Cristo,
_Rendasi quello ch'è debito a Cesare, ma non si manchi a Dio_. Ed ora
tanto più, quanto non si serve, anzi si disserve a Cesare ogni volta che
s'ingiurasse Dio, dal favor del quale pendono gl'imperj e monarchie del
mondo. Questo ho scritto, non perchè io non pensi che V. E. abbia sempre
l'occhio aperto all'onor di Dio, siccome son costretto a credere e dalle
vostre virtù, e dall'amor ch'io vi porto: ma vi veggo nelle altezze del
mondo, dove li venti impetuosi delli rispetti umani sono potentissimi;
talchè bisogna esser perfettissimi per vincere. Però l'impresa è
conveniente alla grandezza e nobiltà dell'animo vostro. Gli altri vostri
amici faranno festa, e magnificheranno le vostre vittorie del mondo: ed
io, quando vincerete voi stesso, e non avrete per idolo il rispetto del
mondo, anzi per grandezza di spirito gli sarete superiore, e non
servirete al mondo, ma ve ne servirete in onore di Dio».
Finita la quaresima, a Verona raccolse molti Cappuccini della provincia
veneta, ai quali insinuò errori, poi prese a spiegare le Epistole di san
Paolo; e tra gli altri corruppe frà Bartolomeo da Cuneo, guardiano in
quel convento, che divenne eretico. Essendo generale de' Cappuccini,
avea promesso a frà Angelo da Siena di fabbricare il loro convento con
un lusso disdicevole alla professata povertà; onde i pii credettero che
quel che seguì fosse castigo di Dio per questa vanità. Certo le anime
pie già n'erano sgomente, e san Gaetano Tiene gli fece interdire la
predicazione in Roma. Angelica Negri di Gallarate, saviissima donna, le
cui lettere si leggevano ne' refettorj, e che il marchese Del Vasto
governatore di Milano volea ne' suoi consigli e al letto di sua morte,
udendo l'Ochino predicare a Verona, predisse cadrebbe nell'eresia[36].
E in fatto cominciò a mostrare disgusto dell'orazione, del coro, della
messa, al punto che tutti ne prendeano scandalo: qualche frate il
rimproverò, tra cui frà Agostino da Siena gli disse lepidamente:
«Andando ad amministrar la religione senza la preghiera, mi somigliate a
chi cavalca senza staffe. Badate non cascare». Egli rispondeva che non
cessa di pregare chi non cessa di ben fare. Poi talmente si avviluppò in
affari di principi, che non avanzava tempo di dire l'uffizio, e ne
domandò la dispensa dal papa. Insieme prese famigliarità con eretici, ne
gustava i libri, fantasticava innovazioni.
Il papa non sapea indursi a crederlo traviato; e l'invitò a Roma, coi
maggiori i riguardi, avendo divisato di ornarlo cardinale. Egli
bilicossi lungamente tra rinegare le sue dottrine, o esporsi alla morte
sostenendole; e il Giberti, santo vescovo di Verona ove allora egli si
trovava, lo indusse andare a consultarne il cardinale Contarini a
Bologna. Giunto colà, il trovò sì gravemente ammalato, che non potè
averne se non queste parole: «Padre, voi vedete a che stato sono
ridotto: pietà di me; pregate Dio per me e fate buon viaggio».
L'Ochino passò a Firenze a visitare Pietro Martire Vermiglio, e questi,
che già era fisso nell'eresia, lo dissuase risolutamente dall'andare a
Roma nè mettersi in mano del pontefice, bensì seguisse il consiglio del
salvatore, «Se siete perseguitati in un paese fuggite in un altro».
Mosse dunque a Siena a salutare i suoi; e vedendosi o credendosi in
pericolo di venir preso, si ricondusse a Firenze, e di là scrisse alla
marchesa di Pescara, palesandole l'ansie sue. «Con non piccolo fastidio
di mente mi trovo qui fuor di Firenze, venuto con animo d'andar a Roma,
dove sono chiamato, benchè da molti ne sia stato dissuaso, intendendo il
modo col quale procedono; perchè non potrei se non negar Cristo, o esser
crocifisso. Il primo non vorrei; il secondo sì, con la sua grazia, ma
quando Lui vorrà. Andar io alla morte volontariamente non ho questo
spirito. Dio quando vorrà mi saprà trovar per tutto. Cristo m'insegnò a
fuggir più volte ed in Egitto ed alli Samaritani: e che andassi in altra
città quando in una non ero ricevuto. Da poi, che farei più in Italia?
Predicar sospetto, e predicar Cristo mascherato in gergo; e molte volte
bisogna bestemmiarlo per soddisfar alla superstizione del mondo; nè
manco scrivendo potrò dare in luce cosa alcuna. Per questi ed altri
rispetti eleggo partirmi, e prontamente; chè veggo che procedono in
modo, che dà pensar che vorrebbero infine farmi rinegar Cristo o
ammazzarmi. Credo se Paolo fosse nel mio caso non piglierebbe altro
partito...... Ho inteso che il Farnese dice che son chiamato perchè ho
predicato eresie e cose scandalose. Il Teatino, Puccio[37] ed altri che
io non voglio nominare, dalli avvisi che ho avuti, parlano in modo, che
se io avessi crocifisso Cristo, non so se si farebbe tanto rumore. Io
son tale qual sa V. S., e la dottrina si può sapere da chi mi ha udito:
mai predicai più riservato e con modestia che quest'anno, e già senza
udirmi mi hanno pubblicato per un eretico. Ho piacere che da me
incomincino a riformare la Chiesa. Temono infino un frate con l'abito
nostro in _Ara Cœli_, che il Capitolo ordinò che gli fosse cavato
l'abito: onde, udendo tanta commozione contro di me, penso sia bene
cedere a tanto impeto. Dall'altra parte pensate se mi è aspro per tutti
li rispetti che sapete. Considerate se sento repugnanza a lasciar tutto,
e a pensare che si dirà. Cristo ha permesso e voluto ch'essi mi
perseguitino così, a qualche buon fine. Mi sarebbe stato sopra modo
gratissimo parlarvi, ed avere il vostro giudizio e di monsignor Polo, o
una lettera loro. Pregate il Signore per me. Ho animo servirgli più che
mai in la sua grazia.
«Firenze, 22 agosto 1542»[38].
Allora fu da Caterina Cibo duchessa di Camerino, colla quale pure teneva
usata; e deposto l'abito, con tre altri monaci varcò gli Apennini. A
Ferrara visitò la duchessa Renata, che lo munì di commendatizie per
Ginevra. Avea preso a compagno fra Mariano da Quinzano laico, che sapea
di francese e tedesco per essere stato militare; ed era sì caritatevole,
che una volta, più non avendo altro da poter dare, al mendicante disse:
«Non mi resta che questo mantello, e neppur esso è mio, sicchè non posso
dartelo. Ma se tu me lo togli, io non mi opporrò». E sfibbiatolo, lasciò
che il povero se lo pigliasse.
L'Ochino diede intendere a frà Mariano che zelo di Dio lo traesse a
predicare fra gli eretici; e per entrare nel loro paese bisognasse
deporre l'abito. Parte dunque con lui, frà Ginepro, frà Francesco, va a
Mantova, ad Aosta, e dice all'Italia un addio, che il Beverini stemperò
in suo prolisso latino. Tosto che frà Mariano s'accorse della frode,
procurato invano dissuaderlo, staccossene, e ritornò col sigillo della
religione, consegnatogli dal desertore. Nella prefazione alle «Prediche
di Bernardino Ochino da Siena, novellamente ristampate et con grande
diligentia rivedute e corrette» senza anno e luogo[39], ripete quel che
disse al magistrato della sua patria: «Quando avessi possuto in Italia
predicare Cristo, se non nudo siccome ce 'l donò il Padre, e si
dovrebbe, almanco vestito e velato come già in parte mi sforzava di
fare, a buon fine per non offendere i superstiziosi, non mi sarei
partito. Ma ero venuto a termini tali, ch'el mi bisognava, stando in
Italia, tacere, immo mostrarmi inimico dell'evangelio o morire. Ed io
non volendo negar Cristo, e non avendo speziale rivelazione nè
particolar spirito d'andare volontariamente alla morte, per non tentare
Dio elessi partirmi, siccome m'ha insegnato Cristo e con la dottrina e
con l'esempio, il che fece anche Paolo ed altri santi. Quando verrà
l'ora mia, Dio mi saprà trovare pertutto. So ben che se il pio, santo e
prudente considera quello che ho lassato in Italia, a quante calunnie mi
sono esposto, e dove sono andato in questa ultima età, sarà certo che il
mio partirmi non nacque da umana e carnal prudenza, nè anche da
sensualità, siccome spero in Cristo che la mia vita dimostrerà...... Da
poi adunque, Italia mia, che con la viva voce non posso più predicarti,
mi sforzerò scrivere, ed in lingua volgare, acciò sia più comune, e
penserò che Cristo, abbia così voluto acciò ch'io non abbi altro
rispetto che alla verità». Come l'Ochino arrivò a Ginevra, Calvino ne
esultò, e scriveva a Melantone: «Abbiamo qui frà Bernardino, quel
famoso, _qui suo discessu non parum Italiam commovit_». Subito si
indissero preghiere per lui in tutta Italia; fra' Cappuccini si prese
gran cura di estirpar ogni seme che avesse potuto lasciare, e molti che
se ne conobbero infetti, abjurarono. Frà Girolamo di Melfi, valoroso
predicatore, corse dietro all'Ochino ma non guari dopo periva in un
incendio. Frà Bartolomeo da Cuneo fu incarcerato dal vescovo, e
persistendo nell'eresie, fu condannato a morte. Frà Francesco di
Calabria, vicario della provincia milanese, si purgò con penitenza
rigorosissima.
Il papa, irritato anche da una lettera dell'Ochino, voleva sopprimere i
Cappuccini, quasi con lui aderissero, e n'avessero bevuto gli errori, ma
ne fu dissuaso da ragioni, sopra le quali gli storici di quella
religione tessono pompose dicerie. Claudio Tolomei nobile senese[40],
appena seppe apostatato l'Ochino, gli diresse da Roma il 20 ottobre 1542
una lettera, che s'ha a stampa, donde appare quanto senso avesse fatto
quel passo tra un popolo che l'ammirava e stimava. Esposte le ragioni di
perdurare nella Chiesa, dove unicamente è la verità, lo pregava almeno a
tenersi tranquillo e non inveire contro la Chiesa cattolica. Il
cardinale Caraffa, che poi fu papa, deplorava quell'apostasia colle
parole onde la Scrittura deplora la caduta dell'angelo Lucifero[41].
«Ancor ci suonano nelle orecchie quelle tue splendidissime prediche, dei
beni della continenza, della devozione alle cose sacre, dell'osservar i
digiuni, de' panegirici di santi, delle lodi di monaci, dell'onor della
povertà: ancora ci stai davanti agli occhi co' piedi scalzi, mal in
arnese, mal acconcio; ancora hai freddo, hai fame, hai sete, sei nudo:
ed or tra cibi e bevande, dilicature e letti fra molli coltri, in
vulgari taverne, fra beoni, fra incestuosi, fra bestemmiatori,
svergognato apostata soffri d'esser veduto? Dove son quelle tue
magnifiche voci del disprezzo del mondo, della beatitudine delle
persecuzioni, della costanza nelle cose avverse? Dove le acutissime tue
invettive contro la cupidigia dei beni, la vanità delle ambizioni, le
false insanie? Tutto è confuso, tutto disfatto. Dove tu stesso, che
predicavi di non rubare e rubi, di non adulterare e adulteri? tu maestro
distruggi tutta l'opera che dianzi insegnavi. Chi darà agli occhi miei
una fonte di lacrime per pianger giorno e notte un bastone della Chiesa
spezzato, un maestro di popoli accecato, un pastore mutato in lupo? Che
hai tu a vedere colle barbare genti? Che colla straniera nutrice, che
colla matrigna, che colla meretrice la quale uccise il proprio figlio, e
cerca separare il figlio vivente dalla vera madre? Riconosci il seno che
ti nutriva, la voce di quella che piange, e grida, Torna, diletto mio,
come la capra e il cerbiatto sul monte degli aromi. Sarà mite per te la
verga del sommo pastore; troverai un padre indulgente, qualor ti mostri
figlio ravveduto. Ti commuovano il coro de' santi, le preci de' fratelli
tuoi, le lacrime de' figli; non deludere, non vilipendere quelli per cui
Cristo è morto.... Te non perseguita quella che odia il peccato non il
peccatore, che a tutti porge le mamme, che a nessuno chiude il grembo.
La Chiesa non può perseguitare Cristo in te, che da Cristo ti scostasti:
non ti segua l'ambizione tua, non la tua iniquità, e non avrai alcuno
avverso, non alcuno persecutore; sia una sola fede, e sarà una la pace:
sia una confession sola nella Chiesa, e una la ragione dell'amicizia.
Via i vitelli d'oro; via il culto sulle alture; non vi siano Roboamo e
Geroboamo, Gerusalemme e Samaria; sia un solo ovile e un solo pastore».
Altri ancora scrissero all'Ochino, e fra essi l'inevitabile Muzio, al
quale esso rispose colla lettera, che quasi intera produciamo.
«Bernardino Ochino senese a Muzio Giustinopolitano S. e P. dove rende la
ragione della partita sua d'Italia.
«Essendo giovanetto, ero in quest'inganno il quale ancora regna in
quelli, che sono sotto l'impio regno d'Anticristo, che pensavo avessimo
a salvarci per le nostre opere proprie, e che potessimo e dovessimo con
digiuni, orazioni, astinenze, vigilie, e altre simili opere satisfare
alli peccati e acquistarci il paradiso, concorrendo però la grazia di
Dio.
«Avendo adunque desiderio di salvarmi, andai considerando che vita
dovessi tenere, cercando che le religioni umane fussero sante, massime
per essere approvate dalla Chiesa romana, la quale pensavo, che non
potesse errare. Parendomi che la vita de' frati di San Francesco,
nominati dell'Osservanza, fosse la più aspra, austera e rigida, però la
più perfetta e a quella di Cristo più conforme, entrai in fra di loro, e
benchè io non vi trovassi quello che m'ero immaginato, niente di meno
non mi si mostrando per allora vita migliore, secondo il mio cieco
giudizio stetti così in fin a tanto che incominciarno apparire al mondo
i frati Cappuccini, e visto l'asprezza della vita loro, con repugnanza
non piccola della mia sensualità e carnal prudenza presi l'abito loro e
credendo d'aver trovato quello che cercavo, mi ricordo che dissi a
Cristo: — Signore se ora non mi salvo, non so che farmi più. — Vedi se
ero empio fariseo. Posso con Paolo dire (_Gal._ I) — Io profittavo nel
giudaesimo, sopra molti di mia età troppo zelante delle paterne
tradizioni e ammaestramenti. — Ma pochi giorni stetti con essi, che il
Signore incominciò a aprirmi gli occhi, e mi fece in fra l'altre vedere
tre cose: la prima, che Cristo è quello che ha satisfatto per li suoi
eletti e meritogli il paradiso, e che lui solo è la giustizia nostra; la
seconda, che i voti delle umane religioni sono non solo invalidi ma
empj, la terza, che la Chiesa romana, benchè di fuore resplenda agli
occhi carnali, niente di meno è essa abominazione in cospetto di Dio. Or
avendomi il Signore così mostrato chiaro, e avendo di ciò il testimonio
delle Scritture sacre, immo e dello Spirito Santo, facendo in me legge
il suo offizio, caddi dalla cima della presunzione di me stesso, nel
profondo della disperazione delle mie opere e forze, e vidi che, sotto
spetro di bene, avevo sempre con Paolo perseguitato Cristo, la sua
grazia e il suo evangelio, e che, quanto più con maggiore impeto d'opere
m'ero sforzato d'andare a Dio, tanto più m'ero allontanato. Però mi
trovai in una gran confusione ma non restai lì, imperocchè Cristo
mostrandomisi con la sua grazia, cadendo con Paolo dalla confidenzia
propria, respirai a Dio, e ponendo in esso le speranze mie, mi commessi
in tutto al suo governo, poichè per me stesso ero sempre andato al
contrario.
«E benchè varie cose mi venissino innanzi, niente di meno mi si mostrò
alcun modo di vivere, nel quale potessi per allora più onorare Dio, che
servirmi di quella maschera dell'abito, e di quella estrinseca e
apparente santità di vita, in predicare la grazia, l'evangelio, Cristo e
il suo gran benefizio. Questo dico, atteso e considerando quale e quanta
era e è la superstizione d'Italia, e lo stato nel quale mi trovavo. E
così incominciai a mostrare, che siamo salvi per Cristo. Vero è che vidi
gli occhi d'Italia sì infermi, che, se avessi alla scoperta subito
mostrato la gran luce di Cristo, non potendo tollerarla, l'avrei in modo
tale offesa, che li Scribi e Farisei, i quali in essa regnano, mi
arebbono ucciso. E giudicai esser bene, non così subito scoprirgli la
gran luce dell'evangelio, ma a poco a poco per condescendere alla sua
debile vista. Però contemperando le parole al suo lippo vedere,
predicavo che, per grazia e per Cristo siamo salvi, che lui ha
satisfatto per noi, e che egli ci acquistò il paradiso. Vero è che non
scoprivo esplicatamente l'empietà del regno d'Anticristo, non dicevo, —
Non ci sono altri meriti, satisfazioni, indulgenze che quelle di Cristo,
nè altro purgatorio; — lasciavo simili illazioni farle a quelli che da
Dio per grazia avevano vivo sentimento del gran benefizio di Cristo: non
avrei ditto, — Voi sete sotto l'empio regno d'Anticristo, il quale fa
residenza a Roma; i costumi della sua e vostra Chiesa sono
corruttissimi, ma non manco la dottrina, le vostre religioni umane. Sono
esse empietà, e non ci è altra vera religione che quella di Cristo; voi
siete manifesti idolatri, e in pigliare i santi per vostri avvocati,
offendete Dio, Cristo, la madre, e tutto il paradiso. — Non potevo
esplicare simili verità, ma le tacevo aspettando che Cristo mi mostrasse
quello che voleva fare di me. È ben vero che in secreto esplicai il vero
a molti, delli quali alcuni che per tentarmi m'avevano domandato, ed
altri per loro proprj interessi, manifestorno al papa e cardinali qual
fusse la mia fede, mostrandosi contrarj di quello, che, già in camera
parlando, avevano mostrato d'accettare per vero. Non mancarono anche
persone, le quali, mosse da invidia e sì per la religione come per la
predicazione si diedero intorno a dare il tratto alla stadera, con dire
che predicavo eresie, e tanto con maggior veneno, quanto che in modo
tale, che nessuno poteva puntarmi, nè pigliarmi in parola, e che, per il
gran credito che avevo, avrei potuto un dì fare qualche gran commozione
in Italia con ogni minima occasione; massime perchè in fra i Cappuccini
molti e precipue i primi predicatori aderivano alla mia opinione, e di
continuo moltiplicavano quelli che essi chiamano eretici perchè credono
veramente in Cristo.
«Or ben sai che Anticristo con i suoi primi membri, temendo con Erode di
non perdere il regno, e sapendo che quello di Cristo ruina il loro, come
quello che gli è contrariissimo, con Caifas conclusero che io morissi, e
furono eletti sei cardinali e deputati a spegnere ogni lume, che più
scoprisse le loro ribalde latroncellerie. Or con furia mirabile fui
citato da Anticristo, e comandato che subito andassi alla sua presenza:
fecero anco saper per tutto, che io era citato per eretico, sì come essi
dicevano.
«Trovandomi in quel caso, consigliandomi con Cristo e con li pii amici,
dissi in fra me stesso: — Tu sai che costui, il qual ti chiama, è
Anticristo, il quale non sei tenuto obbedire. Costui ti perseguita a
morte perchè predichi Cristo, la grazia, l'evangelio e quelle cose le
quali, con esaltare il Figliuolo di Dio, distruggono il suo regno: però
questa è una impresa a essi di stato. Puoi dunque esser certo che egli
ti torrà la vita, sì come ne hai avvisi e certezze.
«Un giorno più che fossi andato avanti, ero preso da dodici, i quali, la
vigilia di san Bartolomeo, a cavallo circundonno il monasterio de'
Cappuccini fuor di Siena per pigliarmi, sì come è pubblico; e non mi
trovando corsero verso Firenze a fare il simile. Dicevo a me stesso: —
Tu vai a morire scientemente volontariamente senza speranza di frutto,
immo con scandalo de' pii; tu vai a tentare Dio esponendoti alla morte
senza particolare rivelazione, o spirito: tu sei micidial di te stesso:
tu puoi e debbi con Paolo e con gli altri santi, immo con Cristo
fuggire, sì come con l'esempio e con le parole ti ha insegnato fare in
simil casi, dicendo, Se vi perseguitano in una città, fuggite in
un'altra. Tu in obbedirgli con andare ad una certa morte, onori e
approvi supremamente la sua autorità; con disonore sommo di Dio, tu
mostri a tutto il mondo di averlo per vero e legittimo vicario di Cristo
in terra, sapendo certo che egli è Anticristo; però dâi gran scandalo al
mondo con ingiuria di Dio. Cristo s'è servito di te in fino a ora con
questa maschera dell'abito e vita, acciocchè con minor sospizione della
superstiziosa Italia potessi predicare la grazia, l'evangelio, il gran
benefizio di Cristo: Ora Dio si vuole servire di te in altro modo; vuole
che alla scoperta scriva la verità, senza alcun rispetto umano, il che,
perchè non potresti fare stando in Italia, però Dio ti ha condotto in
questa necessità.
«Dipoi non potevo più tacere vedendo così impiamente sotto spezie di
pietà ogni dì di nuovo crocifiggere Cristo: era necessario che io
parlassi, sì come sanno quelli che più familiarmente praticavano meco, e
che io dannassi non solo i costumi, ma molto più l'empia dottrina del
regno d'Anticristo, nè potevo vivere in fra quell'empie e diaboliche
superstizioni, ipocrisie, idolatrie, inganni o tradimenti di anime. Ben
sai che al partirmi repugnava il senso e la carnale prudenza, secondo la
quale mi era difficile lasciare Italia con parenti e amici, gran
credito, reputazione e nome; e scientemente espormi alle calunnie e
infamie del cieco mondo, immo di tanti Farisei, i quali per invidia
erano sì pieni di veneno che crepavano. Vedevo la bella occasione che
avrebbono da sfogarsi. Mi suadeva la prudenza umana a più presto morire
che vivere così infame, ma lo spirito rispondeva, che è somma gloria del
cristiano vivere per Cristo e con Cristo, infame al mondo. M'adduceva
anco lo scandolo, che ne piglierebbeno molti, ma vidi che era de'
Farisei, del quale, secondo Cristo, non dobbiamo curarci. Cristo anco fu
e è scandalo al mondo, e quando gli empj per la sua morte sommamente si
scandalezzarono, i pii supremamente s'edificarono. Se anco andando a
Roma m'avessero morto, i Farisei sarebbono restati di me scandalezzati.
Però il loro scandolo non poteva evitarsi. Ora non so qual persona sarà
che abbi spirito, immo giudizio, che non veda che io feci ottimamente a
partirmi, non potendo più col mio stare in Italia servirmi dell'abito,
predicare, giovare alli miei fratelli in Cristo, immo nè vivere; e
partendomi potendo scrivere e aprire la verità con speranza di frutto. E
chi è quello di sano giudizio che in tal caso non potendo più servire a
Cristo, dal regno d'Anticristo non si fosse partito? Obbediresti tu ad
Anticristo s'ei ti chiamasse per torti la vita, potendo preservarti a
onore di Dio, esaltazione del suo regno e confusione, vergogna, morte,
annichilazione di quella fetente e sporca meretrice d'Anticristo? La
quale benchè dentro sia piena di sporcizie, immo essa abominazione in
cospetto di Dio (2 _Thess._ 2), nientedimeno è chiamata dal cieco vulgo
Chiesa romana, solo perchè lisciata di colori mondani resplende negli
occhi degli uomini carnali.
«So che dirai, — Quando così fusse aresti ragione, ma non è vero che
siamo giustificati per grazia e fede di Cristo, e non per l'opere
nostre, nè voti delle religioni umane sieno invalidi e empj, nè anco che
quella che i è chiamata Chiesa romana sia la Babilonia d'Anticristo;
che, quando così fosse, avresti in tal caso fatto ottimamente a
partirti. — Or io ho chiarito tutto: nelli primi venti sermoni che già
sono in luce, ho apertamente mostrata la giustificazione per Cristo;
nelli altri venti che anco sono in luce, ho fatto vedere chiaro come i
voti delle religioni umane e primi membri d'Anticristo sono invalidi e
empj, e che non ci è altra vera religione al mondo che quella di Cristo,
e negli altri seguenti che ora s'imprimono si vedrà come quella che
avete per Chiesa di Cristo è la vera Babilonia, nella quale colui che
tiene il principato è esso Anticristo, e voi l'avete per vicario di
Cristo. Però lascia stare di impugnare più me e la mia partita
giustamente fatta, e se puoi impugna la dottrina, che sono per
difenderla con la grazia di Dio. Sì è potente la verità che, se ben si
unissero tutti li diavoli a scrivermi contra, sarebbe forza che
restassero confusi; ma siete ben voi ciechi, stupidi, insensati e
stolti, da poi che dove i santi ebbero lume di Anticristo inanzi venisse
e lo conobbero per tale, voi nè esso nè i suoi membri vedete, avendoli
inanzi agli occhi e nel tempo nel quale si dimostra contrario a Cristo
con somma impietà. E ben che Cristo abbi incominciato a scoprirlo per
Anticristo, e dato di ciò lume a tanti, e singolarmente ai più nobili
spiriti, i miseri e empj Farisei non solo non l'hanno in orrore essendo
essa abominazione, immo l'adorano per Dio in terra e l'hanno esaltato
sopra Dio siccome predisse Paolo. Sono innumerabili gli errori i quali
avete imparati nell'empia scuola d'Anticristo per essere la sua dottrina
impura, falsa, diabolica, nè avete altro scudo per difendervi se non col
dire — Così ci hanno insegnato i nostri parenti e prelati con i membri
d'Anticristo —; il che se basta per scusarvi in cospetto di Dio, lo
lascio giudicare a voi. Lascia, lascia dunque le tenebre d'Egitto,
partiti dall'intollerabil servitù e tirannide di Faraone; non ti
lasciare ingannare dall'estrinseco splendore del mondano regno
d'Anticristo; risguarda all'umil Cristo in su la croce, e pregalo che 'l
ti apra gli occhi e ti dia lume del vero, il che quando per sua grazia
ti concedesse, non danneresti, immo approveresti il mio essermi in tal
caso partito.
«Non potendo adunque giustamente dannare la mia mutazione, se prima non
gitti per terra l'invincibile e inespugnabile verità che si contiene
nelli suoi sermoncelli, vedili un poco, e con animo puro, sincero e
candido, che so resterai preso dal vero. Che temi al leggerli, se come
buon cristiano hai nel cuore il testimonio dello Spirito Santo e sei in
verità? La quale, quanto è più discussa, resplende, e quanto più se gli
approssima il falso suo contrario, tanto più si dimostra chiara. Sei
forse di sì poco giudizio che, essendo come pensi in luce e chiarezza di
fede, in ogni modo temi di non essere ingannato? Non è sì piccolo il
lume della verità che ella non si possa facilmente discernere: ma se sei
in tenebre sì come dimostri, dovresti tanto più cercare e non fuggire la
luce della verità, quanto n'hai più bisogno, acciocchè insieme con gli
altri fratelli eletti di Cristo e figliuoli di Dio rendiamo al nostro
ottimo e divin Padre ogni laude, onore e gloria, per Gesù Cristo Signore
Nostro.
«Da Ginevra 7 aprile MDXLIII».
Un'altra lettera l'Ochino inviò stampata ai signori della balia della
sua città natale, in cui non si propone di far una professione intiera e
l'apologia della sua fede, ma s'arresta al canone della giustificazione,
«dalla viva fede del quale pende tutta la salute della vera Chiesa di
Cristo, e la ruina del regno d'Anticristo. Però per esso sono
perseguitato e questo è ch'io credo, e confesso con Paolo (_Rom._ 8)
che, essendo gli uomini, per il peccato del primo parente, figliuoli
dell'ira e della dannazione morti e impotenti a rilevarsi e a
reconciliarsi con Dio, Cristo giustizia nostra, mandato dal suo eterno
Padre, con attribuirsi li peccati delli suoi eletti, e offerirsi in
croce per essi, ha satisfatto pienissimamente, e in tutto placato l'ira
di Dio; immo adottati per figli del suo eterno Padre e fatti suoi eredi,
ricchi di tutti li divini tesori e grazie; e tutto per Cristo, per mera
grazia e misericordia di Dio, senza che 'l meritassimo o facessimo
alcuna opera, la quale in tutto o in parte fosse di tal grazia degna.
Talchè, non perchè gli eletti aprano gli occhi e conoscono Dio, vanno a
esso e operano in gloria sua opere sante, o si fanno forza di operare,
però Dio gli accetta a braccia e gli ha eletti: ma perchè per mera
grazia gli ha eletti in Cristo. Però li chiama internamente e tira a sè,
n'apre gli occhi, gli dà lume, spirito e grazia, e li fa fare opere
buone in gloria sua, in modo tale che, benchè l'empio sia libero in fare
e non far molte opere umane e basse, niente di meno, infinchè per Cristo
non è rigenerato, essendo prigione e servo del peccato, non può operarne
divine e alte per non essere in sua libertà d'operare nè in tutto, nè in
parte in gloria di Dio. E questo perchè non è in alcun modo in sua
potestà l'avere spirito, lume sopranaturale, fede, speranza e carità, e
l'altre virtù necessarie per operare a gloria di Dio. Immo l'empio,
mentre che è empio, se ben facesse tutto quello potesse, non solo non
amerebbe Iddio con tutto il cuore, e il prossimo infino alli inimici
come se medesimo, ma non osserverebbe straccio della divina legge, nel
modo che è obbligato. È ben vero che farebbe delle opere estrinseche, ma
non a onore di Dio, sì come è tenuto; però non satisfarebbe a un minimo
suo peccato o obbligo, nè meriterebbe appresso a Dio benefizio alcuno,
nè si disporebbe in modo alcuno alla divina grazia, immo in tutte
quell'opere sue peccherebbe non per farle ma per non farle a gloria di
Dio sì come è obbligato. Nè per questo debbe l'empio mancare d'andare a
udire la parola di Dio, di fare elemosine, orazioni e simili opere.
Imperocchè in non farle peccarebbe molto più. Dio vuole che si passi per
simili mezzi, e che se gli obbedisca nel modo possiamo riconoscere ogni
grazia in tutto da Dio per Cristo e in nessun modo da noi.
«Ma dipoi che siamo liberi da Cristo dal peccato, e per fede rigenerati,
se bene restano in noi le prave concupiscenze a esercizio di virtù,
nientedimeno abbiamo un cuor nuovo, e tale che non gli consentiamo nè
obbediamo, immo gli repugnano. Allora essendo veramente liberi,
liberamente con spirito operiamo opere grate e accette a Dio, secondo le
quali ci renderà, non perchè in sè siano degne di essere premiate,
essendo anco quelle de' giusti sempre imperfette, e non tali quali ci
sarebbe debito e si converebbe all'infinita bontà di Dio, benchè tali
difetti non ci siano imputati per essere noi già membri di Cristo. Ma i
giusti saranno premiati secondo l'opere loro, in quanto che quelli che
avranno fatto migliori opere, avranno tanto migliore lume della bontà di
Dio, e con maggior fede abbracciato per suoi li tesori di Cristo: però
se ne saranno insignoriti, li goderanno con maggior sentimento
spirituale, e saranno più felici, ma non già per la degnità delle loro
opere, ma per la degnità d'esse opere di Cristo, e per mera bontà e
misericordia di Dio. Però, benchè possiamo satisfare alcuna volta ai
debiti e obblighi che abbiamo con gli uomini, e appresso d'essi meritare
qualche grazia, nientedimeno non possono in modo alcuno satisfare a uno
de' minimi obblighi e debiti, che abbiamo con Dio, nè meritare appresso
a lui una minima grazia: immo di continuo crescono gli obblighi nostri;
e rimosso Cristo, tutte l'opere nostre, passate alle bilancie della
divina giustizia, sono degne di punizione.
«È pure vero questo che, se avessimo a gloriarci dell'opere, io potrei
gloriarmi sopra molti altri, imperocchè come Paolo facevo profitto nel
mio giudaismo sopra molti miei coetanei: ma ora col medesimo Paolo,
reputo come fango tutte l'opere e giustizie mie, nè cerco se non di
possedere Cristo con fede per mio, ed essere trovato in esso ricco, non
delle mie giustizie e opere, ma delle sue.
«In cospetto di Dio adunque non vedo altre satisfazioni che quelle di
Cristo, nè altre indulgenze se non quelle che per lui abbiamo, e
solamente in Cristo vedo esser purgati li peccati de' suoi eletti e
pienamente. E se Dio alcuna volta li castiga, non è per satisfarsi nè
purgarli de' peccati, o della pena ad essi debita, essendosi tutto
adempito a sufficienza e superabbondanza in Cristo, ma per svegliarli,
umiliarli, perseverarli e esercitarli in tutte le virtù, con farli ogni
dì più perfetti. Non vedo anco altri tesori spirituali e meriti, che
quelli di Cristo, nè altre grazie e benedizioni e giustizie; e è
empissima cosa patire o operare con intento di satisfare in cospetto di
Dio a peccati o agli obblighi che abbiamo con lui, o con animo di
meritare appresso a Dio. Perchè, è un dire, che Cristo non ha satisfatto
in tutto, nè meritatoci ogni tesoro e grazia, ma che in parte siamo
salvi per noi, con diminuire la gloria di Cristo, la quale per esso si
debbe tutta dare a Dio, e non darne parte all'uomo, al quale non si
conviene se non obbrobrio, confusione, vergogna e vitupero.
«Credo anco e confesso che al mondo non fu mai nè sarà altra vera, pia e
santa religione se non quella di Cristo, la quale consiste in credere
vivamente che siamo in tutto purgati da peccati per Cristo, e per lui
reconciliati col Padre, giustificati, santificati, adottati per
figliuoli di Dio, e fatti suoi ricchissimi e felicissimi eredi; e colui
che questo crede con maggior fede, è meglio cristiano e religioso; tutte
l'altre religioni nelle quali gli uomini cercano, credono e pensano di
giustificarsi, purgarsi e arricchirsi da sè in tutto o in parte, sono
empie, e tanto più quanto che più patono o si affaticono a questo fine
con sotterrare il gran benefizio di Cristo. Nè per questo, danno
ritraggo dalle buone opere, immo nessuna cosa è che tanto ecciti e serva
a bene operare sì come questa viva fede, che siamo salvi in tutto per
Cristo, per mera grazia e bontà di Dio, e in nissun modo per nobiltà,
dignità, bontà, o preziosità d'opere nostre.
«Aggiungo anco di più, che è impossibile farsi da noi un'opera veramente
buona, grata e accetta a Dio se non abbiamo questa viva fede;
imperocchè, mentre che l'uomo pensa almanco in parte potere satisfare e
meritare da sè, non opera mai in tutto a gloria di Dio, e questo perchè,
non sentendo il gran beneficio di Cristo d'essere salvo in tutto
solamente per lui, resta sempre in amor proprio e confidenza di sè, però
opera per interessi suoi.
«Ma quando in Cristo sente tanta bontà di Dio, che solamente per Cristo
e per grazia crede esser salvo, allora non avendo più causa d'operare
per sè, e scoprendosegli supremamente la gran carità di Dio in Cristo, è
sforzato a operare non da servo per timor di pena, o speranza di premio,
ma da figlio per impeto di spirito e d'amore a gloria di Dio; e queste
sono l'opere che gli sono grate. Credo anco e confesso essere una sola
universale santa e cattolica Chiesa di Cristo, cioè la congregrazione
degli eletti e di quelli che credono in tutto essere giustificati per
Cristo. Questo è quello che non può errare, in cose che importino alla
salute, stante in essi lo Spirito Santo. E se gli eletti qualche volta
cascano, non però periscono, imperocchè Cristo è con essi sempre, e sarà
in fin alla consumazione del secolo.
«Credo anco e confesso, che tutti gli eletti si salvino per Cristo e per
mera grazia, e non per alcuna opera loro, nè in tutto, nè in parte; e
credere così è l'unica fede, per la quale i veri e buoni cristiani sono
differenti da tutte l'altre false fedi, religioni e sêtte. Immo in
questa fede consiste tutta la somma della cristianità. E di più credo e
confesso, questo essere l'unico e vero evangelio di Dio, promesso per i
profeti nel vecchio Testamento, predicato da Cristo, da Paolo, dagli
apostoli e da santi. Di questa verità ne sono piene le Scritture sacre,
e in particolari l'epistole di Paolo alli Romani e Galati. Questa è
quell'evangelica verità, per la quale Cristo fu crocifisso, lapidato
Stefano, e i profeti di Dio, gli apostoli e santi perseguitati,
incarcerati, flagellati e morti. Per questa verità sono fuor d'Italia
perseguitato a morte, e dagli anticristiani avuto per escomunicato, ma
la causa è sì giusta che mi scusa per se stessa. Se erro in questo
articolo, hanno anco errato dal principio del mondo infin a ora tutti
quelli che in verità sono stati santi, precipue gli apostoli e
singolarmente Paolo, immo e Cristo, e meritano tutti d'essere
escomunicati, reprovati, e maledetti. Immo se in questo erro, si
dovrebbono abbruciar gli evangelj, l'epistole di Paolo, e tutte le
scritture sacre, imperocchè l'evangelo sarebbe un inganno, falsa la fede
di Cristo, empia la religione, il che è impossibile. Le scritture sacre
rendono testimonio di questa verità. Studiate con umiliarvi di cuore a
Dio, e vi darà lume del vero. Ho incominciato e con la divina grazia
seguirò di dare in luce sommariamente e vulgarmente quelle cose, che
sono necessarie al cristiano, acciò siate inescusabili appresso a Dio.
Direte, — Le tue opere sono proibite leggersi. — Rispondo, che questo è
evidente segno ch'elle danno lume del vero, e essi non vorrebbono essere
scoperti. In quelli miei sermonelli non v'è in sostanza altro che le
proprie sentenze e parole delle scritture sacre. Però in proibirle,
proibiscono ai popoli la parola di Dio. Vedete se sono empj, e se se gli
debba obbedire, e dall'altra parte, nelle pubbliche scuole e per i
pulpiti lasciano leggere e predicare profana, eretica, empia dottrina,
purchè non tirino l'acqua da' loro mulini.
«La luce dell'evangelio non è sì piccola, che, se siete in essa, abbiate
da temere che io v'inganni, immo è sì grande, che secondo Paolo, è
ascosta solamente a quelli che periscono; e se siete in tenebre, dovete
farvi beffe di chi vi proibisce il lume. Non amo sì poco la mia patria,
che io volessi ingannarla, immo li miei, me stesso e Cristo. Se anco
fossi io solo in credere e confessare il vero evangelio, e voi non mi
credessi, avereste qualche apparente scusa; ma non vedete, che la
maggior parte de' Cristiani hanno aperto gli occhi al vero? massime i
nobili, pii e veramente dotti spiriti? E se in Italia, in Francia e
nella Spagna potesse liberamente predicarsi l'evangelio sì come in
Germania, quasi ognuno accetterebbe, sì è potente la verità.
«Ma con tutto che sieno proibiti li libri cristiani e il predicarsi la
pura parola di Dio, e di più puniti crudelissimamente quelli che
confessano, o si mostrano amici dell'evangelio, nientedimeno, quanto
sono più perseguitati, esprobati, incarcerati, bruciati e morti, più
crescono. Se vedeste il numero de' Cristiani segreti, che sono in
Italia, in Francia e nell'altre parti del mondo, vi stupireste. S'ella
non fosse opera di Dio si dissolverebbe, siccome disse già Gamaliel; ma
la va sempre crescendo.
«Forse potete dire che questa sia dottrina nuova? È quella de' profeti,
di Moisè, di Cristo, degli apostoli e di tutti i santi; quella che
incominciò al principio del mondo, è durata infino ad ora, e durerà
sempre. Vero è che per un tempo è stata sepolta, e in modo tale che,
quando alli tempi nostri Cristo incominciò a dare di sè un poco di lume,
si verificò quello che già predisse quando disse, _Credi, che quando
verrà il figlio dell'uomo, cioè a manifestarsi in spirito, troverà fede
in terra?_ Come un folgore e un baleno che viene da Oriente, subito
apparisce in Occidente, immo illustra tutto, così fa adesso l'evangelio.
Dottrina nuova sono l'umane e diaboliche invenzioni e tradizioni che si
predicano nel regno d'Anticristo, sforzandosi non di cattivare la loro
carnale prudenza e sensualità alla parola di Dio, ma di tirare con gli
argani fuori d'ogni sesto ai loro propositi le scritture sacre, con
corromperle e depravarle, e con servirsi del nome solo di Cristo, della
sua Chiesa e religione, imporlo di nuovo su la croce.
«Forse che il credere che siamo salvi solamente per Cristo, per mera
grazia e bontà di Dio, è dottrina sospetta? Immo è sicurissima, talchè
se bene non avesse il testimonio delle scritture sacre e dello Spirito
Santo, in ogni modo è sì chiara, che per se stessa si manifesta vera,
santa e divina, perchè dà tutta la gloria a Dio, e all'uomo ignominia e
confusione, e in queste due cose non si può nè eccedere, nè errare.
Cristo, quando volle provare agli Ebrei, i quali calunniavano la sua
dottrina, ch'ella era vera e santa e divina, lo dimostrò con questo
mezzo, perchè ella dava tutta la gloria a Dio. Sospetta vi debbe essere
la dottrina d'Anticristo, perchè esalta l'uomo con deprimere Cristo.
L'omo non è altro che un empio e velenoso verme, e nella sua salute
volle esser compagno di Cristo. Forse che non c'è stato predetto che
Anticristo debba venire, e che il suo regno debba succedere all'imperio
romano, sì come Paolo scrisse, che sarà uomo di peccato, figliuolo della
perdizione, che sederà nel tempio di Dio, e si mostrerà al mondo come
s'el fusse Dio? immo per questo si chiama Anticristo, perchè si metterà
innanzi a Cristo, e si farà adorare in loco suo, estollendosi sopra Dio,
e gli sarà contrario allora abbondando l'iniquità, essa abominazione
starà nel loco santo.
«Ditemi, non abbiamo noi viste tutte le predette cose nella tirannide
papistica? È stato anco predetto, non solo che l'opere loro saranno di
Satana, ma che la dottrina loro sarà di demonj, e essi dicono che non
possono errare. Paolo dice che l'uomo animale non intende le cose dello
spirito, e loro essendo carnalissimi e impiissimi, non solo presumono di
volere giudicare, sindacare e dannare le cose divine e spirituali, immo
camminando alla cieca, vogliono che se li creda che non possono errare.
«È stato pur predetto che sarà allora tal tribulazione, che non fu mai
la simile, e che sedurranno e inganneranno il mondo infin con segni,
miracoli e prodigi mendaci e falsi; talchè, se quelli giorni non fossero
abbreviati, ognuno si dannerebbe, infino agli eletti se fosse possibile;
ma Dio abbrevierà per loro rispetto. È stato pur predetto e predicato,
che la Chiesa debba reformarsi: non vi par forse che ne abbia bisogno
non manco nella dottrina che ne' costumi?
«Abbiamo anco incominciato a vedere verificarsi quello che già Paolo
predisse, cioè che Cristo ucciderebbe Anticristo, non con le forze
umane, ma con lo spirito della sua bocca, cioè con la sua parola, e che
distruggerebbe e annichilarebbe il suo regno col mostrarsi in ispirito
chiaro e illustre, e dar lume di sè alli suoi eletti. Ditemi, si vede
pur che già è incominciato a cadere il suo regno. E che sia il vero,
dove è ora quel credito, quella reputazione, maestà, reverenzia,
obbedienza, autorità, dominio, tirannide infin nelle coscienze, che i
papi con ingannare il mondo, avevano ad un venticinque anni in là? Dov'è
quella affluenza di popoli, i quali correvano a Roma dove sono tante
loro rendite e entrate? Già il mondo si fa beffe delle loro indulgenze,
giubilei, assoluzioni, benedizioni, censure e maledizioni; e se una
scintilla sola da un sì poco tempo in qua ha dato tanto lume del vero,
che credete faranno ora tante torcie accese? Al mondo non furono forse
mai, dagli apostoli in qua, sì chiari spiriti, nè anco sì bene discusse
le scritture sacre siccome ora; questa è opera di Dio, il quale vuole
sempre onore delle sue imprese.
«Vincerà adunque, però col sangue de' martiri, il qual si sparge di
continuo in diverse parti del mondo e si verificherà quello che disse
Cristo ch'el suo evangelio sarebbe predicato per tutto il mondo: allora
verrà la fine. Non vedete che non adorano già più Anticristo se non
certi uomini carnali per interessi proprj, e gente data in reprobamento?
E se 'l popolo ebreo non accettando Cristo quando venne in carne, non fu
escusato appresso a Dio per dire, come i nostri prelati dicono, che non
è il messia ma un seduttore, e ch'essi non possono errare, gli abbiamo a
credere? e non dobbiamo volere essere più savj di tutti gli altri? se la
nostra sinagoga e chiesa l'ha repudiato, siamo obbligati a fare il
simile anco noi? Non saranno anco scusati quelli che ora non accettano
Cristo, il quale si mostra in ispirito, nè gli gioverà il dire, sì come
molti dicono. Noi vogliamo credere secondo che ci hanno insegnato i
nostri parenti, e secondo che abbiamo trovato credere gli altri; la
nostra chiesa e i nostri prelati non possono errare; così non vogliamo
saperne più di loro. Immo tanto manco saranno escusati, quanto che ora
Cristo si mostra con maggior chiarezza, e quanto, che ora sono, in
diverse parti del mondo, tante chiese, tanti popoli e nobili spiriti,
che hanno ricevuto l'evangelio; e quanto la chiesa d'Anticristo è più
corrotta in dottrina e costumi che non fu mai la sinagoga degli Ebrei, è
possibile che non vediate la loro falsa religione essere piena d'umane
invenzioni, ipocrisie, superstizioni, idolatrie e abominazioni? O quanto
saresti felice, e si sarebbe per te se ti purgassi, Siena mia, de tante
ridicole farisiache fastidiose, perniziose, stolte e empie frenesie, di
quelli che mostrano d'essere li tuoi santi, e sono essa abominazione
presso a Dio, e pigliassi la parola di Dio e il suo evangelio nel mode
che lo predicò Cristo, gli apostoli e quelli i quali in verità l'hanno
imitato! Non vuoi fare qualche dimostrazione verso Cristo, essendo
dotata di tanti nobili spiriti? vuoi forse essere l'ultima a conoscere
Cristo? Apri, apri ora mai gli occhi al vero, acciò che conoscendo il
Figliuolo di Dio per ogni tua giustizia, sapienza, salute e pace,
vivendo a Dio sempre felice, gli renda ogni laude, onore, e gloria per
Gesù Cristo Signor Nostro. Amen»[42].
Più d'una volta nominammo Caterino Politi senese, fra' più vivi
battaglieri di quel tempo, e smaniato di trovare eresie, tanto che
denunziò alla facoltà parigina molte proposizioni ereticali nell'opera
del cardinale De Vio. _Ientacula, hoc est præclarissima plurimarum
notabilium sententiarum novi testamenti liberalis expositio._ A vicenda,
quando si trattò di elegger vescovo il Caterino, Bartolomeo Spina,
maestro del sacro palazzo, recò in mezzo cinquanta proposizioni, tolte
dalle opere di lui, dandole come ereticali: ma egli se ne difese. Ciò ad
indicare come allora fosse divulgata l'accusa di eresie[43].
Pensate se risparmiò l'Ochino. Narrando di sè, dice che dopo il primo
libro _adversus impia ac valde pestifera M. Lutheri dogmata, tacui
multis annis, cum jam scriberent plurimi in hæreticos Germaniæ, donec
venerunt qui, suppresso nomine, libellis lutheranam doctrinam
continentes, in vulgus sparserunt._ _Quo tempore fratrem B. Ochinum,
impium illum apostatam, dudum Italiæ concionatorem, suis coloribus parvo
livello depinxi, ut nosceretur crudelis hypocrita, et simplicium
animarum mactator, et libellum composui quem noncupavi Speculum
hæreticorum contra Bernardinum Ochinum, primo editum Romæ 1542._ Poi nel
1544 stampò in italiano la _Riprovazione della dottrina di Bernardino
Ochino e d'alcune conclusioni luterane_. Egli stesso, il 5 gennajo del
1543, da Roma scriveva alla balía di Siena:
«Magnifico e a me molto onorando magistrato; Essendomi venuta alle mani
un'epistola che Bernardino Ochino mandò alle magnificenzie vostre e a
tutta la città, la quale ha fatto stampare in Ginevra, e vedendo in
quella un perfetto veneno che vi porge per uccidere l'anime vostre, io,
mosso da persone religiose e dal zelo della fede, e dall'obbligo che
tengo con la mia patria in cose spirituali per la mia professione, ho
scritto un breve trattatello contro questa epistola, e contra la sua
pestilente dottrina, e hollo diritto a voi e a tutta la città, dedicato
all'arcivescovo, acciocchè, se ha Siena un figliuolo secondo la carne
che li porge con fallaci blandizie il veneno, non gliene manchi un altro
che con salutifere verità lo scopra, e faccila cauta, perchè ne va qui
il vero stato della vita eterna. Ricordo a voi quello che si promesse
nell'ultima riforma nel primo capitolo, cioè di attendere di conservar
la città contra l'eresie. La qual cosa se farete, posso sperare che la
misericordia di Dio venga sopra la città, e se non l'osservarete, vi
annunzio travagli orribili nel mondo, e di poi la dannazione eterna. E
questo mi sia testimonio e scusa dinanzi a Dio, che per me non è mancato
di predirvi questa verità. Il Signore ve ne liberi. Degneretevi di far
leggere il trattatello con comodità vostra, e di conoscere il vero, che
sarà facile a chi non si vorrà accecare lui stesso.
«Non mi accade altro se non ricordarvi la giustizia, e levar le
passioni, e attendere in prima all'onor di Dio, e a placarlo con vera
penitenza in tempi tanto travagliosi e pieni d'ira nell'Onnipotente».
Poi il 7 marzo 1544 di nuovo:
«Mando alle signorie vostre il libretto vulgare già impresso contro la
pestilente dottrina di frate Bernardino Ochino, con molto desiderio che
quelle, come sono obbligate, sien vigilanti contra questa spirituale e
maligna peste, tanto più che contra la peste corporale, quanto di questa
spirituale ne seguita la morte eterna. Prego il Signore che in questi
miseri e infelici tempi vi scampi, e tutta la città dagli imminenti
pericoli e travagli, il che farebbe per sua misericordia se si
provedesse prima col temere Dio e rendergli il debito culto, e di poi
con osservar la giustizia senza rispetto proprio e affezione di parti,
che son cagione della ruina de' regni, e de le città. Non mi occorre
altro».
Nell'indice delle Carte Cerviniane dell'archivio di Firenze, filza
XXVIII, vedo registrata una lettera di Aonio Paleario, e un'altra della
marchesa di Pescara che concernono l'Ochino. Ma non si trovano più, e
andarono fra le non poche, sottratte gli anni scorsi, quando anche
persone di dottrina e di nome dieder mano al turpe latrocinio, sfacciato
a segno, che un negoziante di Parigi offriva pubblicamente agli amatori
qualunque autografo desiderassero di questi archivi.
Bensì trovai nella Biblioteca Magliabechiana, manoscritta (_Classe_
XXXIV, num. 2), la risposta latina di Don Basilio de Lapis cistercense a
un'epistola dell'Ochino. Oltre usar tutti i modi per toccargli il cuore
e indurlo a non nuocere a tante pecorelle che lo aveano seguito nella
verità, il frate viene a confutare direttamente la sua dottrina sul
matrimonio de' preti, sulla supremazia del pontefice, sul sangue di
Cristo come unico espiatore, sul libero arbitrio, sul culto delle
immagini, i digiuni, i giorni festivi; la distinzione fra sacerdoti e
laici, la confessione.
Avverte bene esser pazzia il dire che tutte le costituzioni della Chiesa
siano cattive, giacchè ogni società la leggi per il proprio meglio,
niuna ne fa apposta di cattive: qui poi gli autori di tali leggi
sostennero il martirio. Finisce con una patetica esortazione. _Ad pacis
terminum et Domini hereditatem pervenire non potes, quando pacem Domini
cum tuo furore corrumpis; quando et nos filii tui non a te, sed tu a
nobis continuo recessisti, non unitatem conservasti, non verbum Domini
tenuisti; sed quid ultra? finem dabimus et Dominum rogabimus ut te ac
nos... dirigat in semitis suis et prorrigat gressus nostros in viam
pacis, et te ipsum nobiscum in unitate ecclesiæ et vinculo pacis
convertat, et in sinu suo te recipiat atque conservet._
L'Ochino a Ginevra fondò la prima Chiesa italiana[44] e vi pubblicò
varie operette, fra cui _Cento apologhi_[45], lavoro sì accanito, che
dicea di vergognarsene perfino lo Sleidan, storico e panegirista della
Riforma. Eppure è ancor più sozza una lunga sua lettera che serbasi a
Firenze nella Biblioteca Laurenziana contro Paolo III, colle
amplificazioni in uso, e col tono a cui oggi ci riavezzano i masnadieri
della stampa. Avendo quel papa proibito le opere di lui, esso l'investe,
non perchè speri correggere un vecchio ottagenario, ma per mostrare al
mondo ch'e' non è vero pontefice, bensì creatura del diavolo. E tira via
leggendone la vita, sin da quando giovinetto avvelenò la propria madre,
e riuscì a sottrarsi dal processo. Seguono stupri in ogni grado, e
libidini su persone, distintamente nominate. Molti assassinj gli
attribuisce, dai castighi meritati sempre schermendosi, e poi facendo
giustiziare o incarcerare o bandire i proprj complici. La sua elezione
fu un traffico ontoso. Dappoi tutto andò per simonie, per corruzione dei
cardinali, per vendita d'impieghi, di stupri, di giustizia. Il governo
di lui non potrebbe essere peggiore. Gli rinfaccia le colpe e la fine di
Pier Luigi, e d'aver lasciato dipingere in una cappella papale il
Giudizio di Michelangelo, che appena staria in una bettola. Lo imputa
sopratutto d'astrologia e di necromanzia, molto difondendosi sopra
questo punto per mostrare come la ragione divina e l'umana vietino
l'interporre i demonj alle operazioni nostre, siccome usava Paolo III. E
per patti col demonio è egli riuscito papa; quindi non è eletto
legittimamente; laonde si esortano i principi a deporlo[46].
Eppure l'Ochino fu filosofo e dialettico non vulgare. Insegnava non
potersi giungere al vero colla ragione, ma essere necessaria l'autorità
divina; e poichè la sacra scrittura non basta se un lume infallibile non
ajuti a interpretarla, e avendo ripudiata l'autorità della Chiesa, fu
costretto rifuggire al misticismo e all'immediata ispirazione. «La
ragione naturale, non sanata per la fede (dic'egli) è frenetica e
stolta. Sì che puoi pensare come possa esser guida e regola delle cose
soprannaturali, e come la sua erronea filosofia possa essere fondamento
della teologia, e scala per salire ad essa. Se la ragione umana non
fosse frenetica, benchè abbia poco lume delle cose create, pure se ne
servirebbe, non solo in elevarsi alla cognizione di Dio, ma molto più in
conoscere con Socrate, non solo che non sa, ma nè può alcuna cosa senza
la divina grazia. Dove ora è sì superba, che con deprimere, sotterrare e
perseguitare Cristo, l'evangelio, la grazia e la fede, ha sempre
magnificato l'uomo carnale, il suo lume e le sue forze. E di più per
essere frenetica è in modo cervicosa, che per fede non è sanata; non
accetta per vero se non quello che gli pare, nè se gli può dare ad
intendere una verità, se in prima sindacata dalla sua frenetica ragione,
non è conforme al suo cieco giudizio. La filosofia adunque sta giù,
bassa, nella oscura valle de' sentimenti; non può alzare la testa alle
cose alte e soprannaturali, alle quali è al tutto cieca[47].
«Potrebb'essere una persona, la quale avesse le scritture sacre e la
loro interpretazione a mente, e per forza d'umano ingegno l'intendesse
umanamente, e fosse senza fede, spirito e vero lume di Dio. Perciò ci
bisogna spirito e lume soprannaturale, e che Dio col suo favore ci apra
la mente, e ce le facci penetrare divinamente. Non abbiamo dunque ad
avere le scritture sacre per nostro ultimo fine, nè per nostre supreme
regine ed imperatrici, ma per mezzi e ancille che servano alla fede,
allo spirito e alla vera cognizione di Dio, e molto più che le creature.
Di poi, benchè nella Chiesa di Dio, per certificarci, formarci e
stabilirci nelle verità divine, rivelate e soprannaturali, bisogna
all'ultimo venire all'interno testimonio dello Spirito Santo, senz'il
quale non si può sapere quali scritture sieno sante e da Dio, e quali
no»[48].
Ma l'Ochino, che non avea consentito alla Chiesa universale, potea
rassegnarsi alle opinioni individuali di Calvino? Presto in fatti si
trovò in disaccordo con quello, sicchè a Ginevra venne scomunicato e
perseguitato. A piedi, come sempre, ripigliò dunque il cammino colla
moglie, in cerca della verità, e di chi permettesse dirla. A Basilea
dov'erasi adunato uno degli ultimi concilj, dove eransi rifuggiti Erasmo
ed Hutten, disgustati degli eccessi, dove il Froben stampava scritti
arditissimi, l'Ochino recossi per pubblicare i suoi sermoni: ad Augusta
chiesto predicatore con ducento fiorini l'anno, moltissimi uditori
attirava, sinchè la invasione di Carlo V gli lasciò appena tempo di
salvarsi, fuggendo collo Stancari di Mantova.
A Strasburgo ritrovò il vecchio suo amico e compatrioto Pietro Martire
Vermiglio, di cui ora diremo, e con lui passato in Inghilterra, predicò
ai rifuggiti italiani[49], ma cessata la tolleranza alla morte d'Eduardo
VI, tornò in Isvizzera, e fu assunto pastore dagli emigrati di Locarno,
i quali dal senato di Zurigo aveano ottenuto una chiesa e l'uso della
propria lingua.
Ma accusato di opinioni antitrinitarie, e di acconsentire la poligamia,
è costretto ad una professione di fede, ed egli giura di vivere e morire
nella fede di Zuinglio. Ma subito n'ha pentimento, in pulpito impugna
alcuni dogmi di questo, e ne' suoi _Labirinti_ nega quasi tutte le
verità cristiane: onde n'è sbandito, e neppure ottenendo d'indugiarsi
fino alla primavera, di settantasei anni, nel cuor dell'inverno, con
quattro figliuoli è costretto ripigliare il cammino dell'esiglio, verso
la Polonia.
La prima volta che predicò ai fratelli italiani in Cracovia, «Non
crediate (disse) venir oggi a veder altro che un vero apostolo di Gesù
Cristo. E pel nome e per la gloria di Cristo, e per chiarire la verità
delle cose celesti ho io patito ben più di quello che sia di fede aver
patito l'uomo o alcun degli apostoli. Nè, se a me non è conceduto come
ad essi di far miracoli, meno fede dovete aver a me che ad essi, giacchè
noi insegniamo le cose stesse dallo stesso Dio ricevute, ed è miracolo
abbastanza grande l'aver noi sofferto quel che patimmo»[50]. Fin a tal
punto spingeva la superbia!
Fu de' più bei trionfi della Chiesa nel medioevo l'aver sostenuto
l'indissolubilità del matrimonio, a fronte delle principesche lubricità.
Ma già Lutero, per ingrazianirsi il landgravio d'Assia, aveva approvato
la bigamia: ora l'Ochino, nel XXI de' suoi _Trenta dialoghi_, sostenne
che un marito, il quale abbia moglie sterile, malescia, insopportabile,
deve prima implorare da Dio la continenza; e se tal dono, chiesto con
fede, non possa ottenere, può senza peccato seguire l'istinto, che
conoscerà certamente provenire da Dio, e prendersi una seconda moglie
senza sciogliersi dalla prima[51].
Era una bassa condiscendenza a Sigismondo, re di Polonia, inuzzolito di
nuove nozze: e meritò all'Ochino lo sdegno di molti cattolici, e
principalmente del cardinale Osio gran difensore del regno d'Ungheria.
Il quale ne scrisse dissuadendo esso re, e mostrando qual pregiudizio ne
deriverebbe a tutto il paese. «Non credo che nel nostro secolo siavi
stato più pestilente eretico di quell'empio Bernardino Ochino, che osò
fin richiamare in dubbio se esista Dio, e se si prenda cura delle cose
umane. Ai consigli di questo scellerato dicesi che si ascolti nella
patria nostra; i quali se avesser sèguito, fin gli elementi
insorgerebbero contro di noi nè potrebber sì atroce delitto
sopportare[52]». Anche il protestante Bullinger inveiva contro l'Ochino,
meravigliandosi che un vecchio scrivesse di tali cose, e tanto più un
ministro della Chiesa: nei dialoghi aver ritratto se stesso, affinchè il
conosca chi nol conobbe finora: «è uomo dotto in senso reprobo, ingrato
contro il senato e i ministri, empio, malizioso per non dire
bugiardissimo».
L'Ochino di rimpatto lagnavasi di esso, e «Non pensavo che il Bullinger
fosse papa a Zurigo, e che non solamente a' suoi precetti, ma ancora
alle sue esortazioni s'avesse ad obbedire, e molto più che al senato».
Teodoro Beza pure gli urlava dietro: «Ochino è uno scellerato,
libidinoso, fautor degli Ariani, beffatore di Cristo e della sua
Chiesa»: onde non fu raccolto a Basilea, nè a Mulhausen; e s'ascose in
Moravia, dove, perduto due figliuole e un ragazzo dalla peste, morì nel
1564.
Tutt'altrimenti il Boverio ne racconta a lungo la fine, quasi avvenisse
in Ginevra, e che si confessò da un prete cattolico, e si ritrattò
dinanzi a quanti lo visitavano. Di ciò istizziti, i magistrati di
Ginevra ordinarono che, se persisteva, venisse ucciso, come fecero a
pugnalate. Di un fatto così improbabile adduce molte testimonianze, ma
non dirette. Egli fa gran caso che Teodoro Beza, nel libro intitolato
_Verae imagines virorum illustrium impietate et doctrina, quorum labore
Deus usus est, his extremis temporibus, ad veram religionem instaurandam
ex diversis christianitatis regionibus_ (Ginevra 1531), dice: _Petrus
Martir (Vermiglio) in egressu suo ex Italia habuit socium Bernardinum
Ochinum, monachum magni nominis apud Italos, et auctorem ordinis
Capucinorum_ (?), _qui in fine se ostendit esse iniquum hypocritam,
atque habuit alios qui omnino aliter se gesserunt._
Il Boverio argomenta che, se il Beza lo giudicò ipocrita, vuol dire che
l'Ochino finì cattolico[53]. Ma ognun comprende che allude alle opinioni
antitrinitarie del frate, per le quali i dissidenti fra loro
paleggiavansi ingiurie, non meno violente che contro i Cattolici[54].