Morto Paolo III. settantacinque giorni durarono nel conclave
l'arruffamento tra la fazione imperiale e la francese, e le promesse e
transazioni, finchè Giammaria Ciocchi dal Monte, già passato per le
maggiori e più scabrose dignità, ottenne la tiara col nome di Giulio III
(1551). Egli mandò Girolamo Franchi agli Svizzeri annunziando di aver
assunto quel nome in onor di Giulio II ad essi tanto caro; volere una
guardia di loro alla sua persona e a Bologna, e sollecitavali ad inviare
i loro prelati alla seconda sessione del Concilio di Trento.
Poco si tardò a comprendere com'egli fosse uno di que' molti, che pajono
degni del primo luogo sol finchè stanno nel secondo. Dalla lodatissima
capacità e coraggiosa operosità cascò nell'infingardaggine; e
abbandonati gli affari al cardinale Crescenzio, sciupava tempo, denari e
convenienza in una deliziosa vigna fuor di porta Flaminia, rimasta
proverbiale. Di lui non è male che non dica il Bayle, dietro allo
Sleidan, al Tuano, al Bullinger, a Crespin, ad Erasto: che a forza di
denari mandasse a monte l'elezione, già fattasi del cardinale Polo a
papa; che bestemmiasse senza dignità; ma anche il Pallavicino confessa
che i vizj di esso comparivano maggiori che le virtù, sebbene in
apparenza più che in realtà. Fece prodigalità ai parenti, e li pareggiò
ai più antichi signori, essi di cui jeri ignoravasi il nome: avendogli
la resistenza de' cardinali impedito investirli di feudo papale, vi
ottenne dal duca di Firenze la signoria del Montesansovino; diede titoli
e cappelli rossi ad altri; Camerino in governo a vita a Balduino suo
fratello: al costui figlio Giambattista il titolo di gonfaloniere della
Chiesa, e Novara e Civita di Penna in signoria. La costui moglie
donn'Ersilia lussureggiava di tal fasto, che la duchessa di Parma figlia
dell'imperatore penava a ottenerne udienza. A un pitocchetto raccolto, e
che lo spassava giocolando con un bertuccione, Giulio pose tal amore,
che il fece adottare da suo fratello, lo colmò di benefizj, e per quanto
zotico fosse, e i prelati vi repugnassero. lo ornò della porpora: ma il
mal allevato riuscì alla peggio, e finì per le prigioni.
Ottavio Farnese, per assicurarsi il dominio di Parma che la santa sede
ridomandava, si era messo a protezione della Francia, la quale amò
sempre mantener l'agitazione in Italia, appoggiando o le città che
voleano farsi libere, o i principi che voleano ingrossare; e se non
altro, vi cercava posizioni strategiche. Anche allora mandò guarnigione
a Parma: di che corrucciato, il papa minacciava di togliere al re
l'obbedienza de' sudditi; ma questo rispondeva come chi si sente
maggiore di forze, facendo presentire che, come altra volta gli
Imperiali, così adesso i Francesi potrebbero scendere a saccheggiare
Roma; e spargeva nel suo paese l'idea d'un Concilio nazionale[18].
Nè venerato, nè amato passò Giulio[19], e gli fu surrogato Marcello dei
Cervini da Montepulciano, un de' prelati più pii e insieme più dotti
(1555). Marcello II, com'egli si titolò, voltosi con ardore alla
riforma, escluse il vasellame d'oro dalla tavola pontifizia, e lo mandò
alla zecca pei bisogni pubblici; la guardia svizzera giudicava
sconveniente al vicario di Cristo, che col segno della croce si difende
meglio che coll'armi; tenne discosti i nipoti; per non lentare la
disciplina degli ecclesiastici voleva a soli laici affidare la politica
amministrazione. Ma queste ed altre rimasero nello stato di mere
intenzioni, perchè dopo pochi giorni moriva.
Fra i grandi e sant'uomini che illustravano la Chiesa d'allora,
risplende Girolamo Seriprando, gentiluomo napoletano, poi generale degli
Agostiniani; alto filosofo, perfetto teologo, istrutto nelle più varie
discipline e in molte lingue, di costumi soavissimi, di vita esemplare:
da Giulio III fatto arcivescovo di Salerno, poi da Pio IV cardinale e
legato al Concilio di Trento, ove morì nel 1563. A Baccio Martelli
vescovo di Fiesole scriveva egli come non avrebbe mai creduto che il
Cervini potesse divenir papa, «perchè tutti i modi suoi e tutta quella
strada per la quale camminava sì ostinatamente, gli pareva contraria a
quella per la quale si suol giungere al papato...... essendo costante
ne' buoni propositi e inflessibile dalla strettissima e severissima
semita della giustizia e bontà». Allora dunque che lo vide eletto papa,
«Cominciai (dice) a pensare la grandezza di Dio, la quale fa fare agli
uomini molte volte quel ch'essi non vorrebbero, e, secondo il discorso
umano, non dovrebbero fare. E quando da senno in simili azioni si
chiamasse lo Spirito Santo, sempre succederebbe così.... Quanto al
benefizio pubblico della Chiesa e alla riforma, io certo me ne
prometteva assai, ma temeva ancora e dubitava assai, perchè comprendeva
quanto grande sia la differenza tra l'immaginarsi una cosa, ragionarne e
scriverne bene, e il porger le mani ad eseguirla.... Quando, dopo
ventidue giorni, è sopraggiunta la morte, che cosa ho io detto vedendo
con improvviso impeto tolta alla Chiesa tanta speranza di rinnovazione e
di riforma? Che pensieri sono stati i miei, sentendomi sonare intorno le
voci di tutti i buoni, che dicevano, _Nos autem sperabamus quod ipse
esset redempturus Israel?_..... I pensieri e le parole mie furono simili
a quei della donna sunamite, quando si vide morto il figliuolo, la
quale, gittata a' piedi d'Eliseo, disse: _Numquid petivi filium a Domino
meo? Numquid non dixi tibi, ne illudas me?_ Mi ricordai non aver pregato
Dio che costui nominatamente fosse papa, ma solo che fosse uno, il qual
togliesse tanto obbrobrio e tanta derisione, quanta è quella nella
quale, da molti anni, si trovano questi santi nomi, Chiesa, Concilio,
Riforma, ecc. Parevami che le speranze di questo nostro desiderio
fossero cresciute fino al sommo, anzi, che non fossero più speranze ma
fatti, e possessioni di beni presenti, quando la morte disturbò il
tutto, e ci fece cascare quasi in peggior grado di quello ch'eravamo
prima, cioè in una mezza disperazione, o opinione che siamo in odio a
Dio, il quale, come che fosse stato addormentato quando fu fatta quella
elezione, svegliato e adirato ha distrutto a un tratto quella
sant'opera, come fosse stata fatta contra la sua volontà, ed in
dispregio dell'onnipotenza sua. Ma la cosa non sta così. La creazione di
papa Marcello è stata da Dio, perchè tutte le opere nostre opera Dio in
noi e per noi. La morte di papa Marcello è stata da Dio, perchè la morte
e la vita sono in mano del Signore: ma chi può penetrare il profondo de'
secreti consigli di Dio? chi può immaginarsi, non che dire, perchè ha
voluto darci sì buona speranza, per torlaci così subito? Qui bisogna
tacere, e pregar Dio che questo, che a noi par male, ritorni in bene
della Chiesa sua; e che questo effetto, che pare sdegno ed odio, si
volti tutto in pace ed amore. Non lascerò però di dire un mio pensiero,
ancorchè basso, e molto lontano dall'infinita altezza della provvidenza
di Dio. Ha voluto per avventura mostrarci, coll'avvicinarci tanto alla
riforma, e in un tratto toglierci sì grande speranza, che la riforma non
ha ad essere opera umana, nè ha da venire per le vie aspettate da noi,
ma in modo che noi non avremmo saputo immaginarlo, e per mano valida,
che parrà veramente suscitata da Dio a vendetta degli empi e laude di
coloro che saranno veramente buoni; buoni, dico, nel cospetto di Dio,
non negli occhi degli uomini. Della qual riforma ha voluto mostrarne che
non è ancora il tempo, non essendo ancor finite le nostre iniquità. Sia
pregato che si degni sempre temperare i suoi giusti sdegni con la
dolcezza della sua misericordia[20]»....
Ebbe successore Giampietro Caraffa di Napoli (1555-59). Mentre egli
trovavasi nunzio alla Corte di Spagna, Ferdinando il Cattolico venne a
morte, e provando rimorso dell'aver tolto il regno di Napoli agli
Aragonesi, consultò persone pie e dotte, fra le quali esso Carafa, che
gli disse chiaramente, non poter lui salvare l'anima se non restituendo
quel regno. E forse ne seguiva l'effetto se altri, «perturbando con la
ragione degli interessi di Stato le ragioni di Dio e della giustizia»,
non avessero distolto il moribondo[21]. In conseguenza Carlo V considerò
il Carafa come avverso a Spagna, gli contrastò lungamente
l'arcivescovado di Napoli, ne turbò sempre la giurisdizione; com'egli
non dissimulava l'odio contro gli Austriaci, e contro Carlo V fautore
d'eretici.
Era stato de' più zelanti nel restaurare la Chiesa, e rinunziati a
Clemente VII i due arcivescovadi di Chieti e di Brindisi, e distribuito
ogni aver suo ai poveri, si ritrasse a vita devota, e con san Gaetano
fondò i chierici regolari, che chiamò Teatini dal suo arcivescovado.
Paolo III ne vinse la ritrosia chiamandolo ancora negli affari, e l'ornò
cardinale. Al Concilio di Trento avea propugnato continuamente la parte
più rigorosa, nè mai usato condiscendenza a verun cardinale; onde si
meravigliò del vedersi eletto, già ottagenario e malgrado la decisa
opposizione di Spagna. Intitolatosi Paolo IV, dalla pietà e austerità
primitiva declinò subito; richiesto come volesse esser trattato,
rispose, «Da gran principe»; volle tavola di venti piatti, benchè egli
mangiasse pochissimo e da frate, e si mostrò suntuoso e temporale più
che alla dignità sua non convenisse.
Quasi non comprendesse che ormai il papa era il capo morale, non più il
capo politico della cristianità, volle togliersi dalla difensiva per
ripigliare l'offensiva; ma più non era tempo. L'Italia stava divisa tra
undici Stati; Venezia, Genova, Lucca repubbliche; Parma, Piacenza e
Urbino feudi pontificj; Modena feudo imperiale; feudo spagnuolo la
Toscana; il ducato di Savoja, lo Stato papale, i dominj spagnuoli di
Milano, Napoli, Sicilia. Ma le potenze effettive erano la Chiesa, la
Spagna, Venezia e Savoja; sotto di essi un'infinità di baronie, contadi,
marchesati, principati; tutti con costituzioni storiche, senati,
concistori, parlamenti, sedili; e per norma il diritto romano,
modificato da statuti particolari. Dapertutto però l'autorità prevaleva
sulle libertà locali; le monarchie aveano scassinato così l'impero come
il papato, mentre una folla di fuorusciti, uomini illustri e di gran
seguito, come dice il Nores[22], pieni di coraggio e di speranze, di
spiriti vivacissimi, di prudenza singolare, instavano continuamente
ricordando la servitù presente e il pericolo che sovrastava a Italia
tutta, invitando i principi e persuadendoli ad ajutarli a racquistar la
libertà.
Con tali elementi pretese Paolo IV restaurare la grandezza d'Italia, e
ne mescolò a suo senno o capriccio la politica, maledicendo quei che
l'aveano guastata col chiamarvi o Spagnuoli o Francesi. E formò una lega
santa per isbrattare l'Italia dai forestieri che, oltre il resto,
introduceano qui continuamente eretici, con pericolo d'aggiungere alle
altre divisioni d'Italia anche quella delle credenze. I principi si
stizzirono che si movesse ancora e divenisse minaccioso un potere,
ch'essi speravano morto e sepolto; e il Perenotto, che fu poi cardinale
Granuela e ministro di Carlo V, eccitava questo a levar lo Stato al
papa, atteso che, fin quando durasse il dominio temporale, egli non
terrebbe mai l'Italia senza contrasti[23]. In fatto ai Protestanti toccò
ancora il gaudio di vedere il papa in guerra col re cattolico, e Roma
assalita di nuovo dai Colonna e dal duca d'Alba, alle cui devastazioni
non isfuggì se non accettando gli accordi che il re di Spagna, concesse
larghissimi[24].
Ma il suo patriotismo non era disinteressato, volendo favorire i nipoti,
e ottenere loro Siena, che sperava sottrarre a Cosimo di Toscana. In
conseguenza ebbe nemico il duca, il quale a Carlo V, fra il resto,
suggeriva di ruinar il papa «non con armi, ma per via del Concilio, con
procurar che si facci una riforma, che i preti dismettino la tirannide
che hanno usato ed usano. Con questa via (soggiunge) non solo il re di
Francia e li Veneziani stariano a vedere, ma concorrerebbono ed
ajuterebbono l'impresa: con questo modo si faria grande piacere al re
d'Inghilterra, come cosa sommamente desiderata da lui; per questa via la
eresia di Germania si spegneria, e la cristianità si purgheria da
eretici e dalli mali e strani modi de' preti.... Procedendo per la via
del Concilio, non sarà nessuno che non esalti a cielo l'imperatore: e se
il papa farà le pazzie; sua maestà lo castighi, ch'è facilissimo..... E
se mi fosse detto «Sua Maestà lascierà il papa come sta, e cercherà
levare le eresie» oltre che lo tengo difficilissimo, dall'altro canto
lascia la tirannide de' preti e lascia questa grandezza a' papi, e
questa potenza che sempre gli farà gran contrappeso in vita, e in morte
la pietra dello scandalo per la sua posterità»[25].
Egli tirannello chiamava oppressori i papi: egli italiano volea tor via
gli ostacoli al dominio austriaco: egli laico, suggeriva come rimedio
all'eresia l'abbatter il papa: vie morali che battonsi anche oggi. E
come oggi, si valse delle penne per difonder calunnie contro il suo
carattere. Paolo Giovio avea chiesto il vescovado di Como, e ricusato,
disse di Paolo IV il peggio che sapesse, e in capo alla sua storia pose
una lettera di Andrea Alciato, ov'è malmenato grossolanamente. Il venale
comasco potette essere stimolato dal duca a questi atti, o dal sapere di
riuscirgli grato; come certo a saputa di esso duca fu inserita dal
Varchi nelle storie la tanto famosa quanto incredibile nefandità di Pier
Luigi.
Il popolo, che dapprima temeva Paolo, poi l'odiava per le gravezze
raddoppiate in causa della guerra, e pei rigori dell'inquisizione, in
fine prese ad amarlo con gli eccessi consueti, sia per rispetto alle sue
virtù, sia perchè largheggiava, e molte volte salvò dalla carestia; anzi
gli si eresse una statua in Campidoglio, e formossi per custodia della
sua persona una guardia di volontarj, che poi si perpetuarono col titolo
di lancie spezzate. Certo coll'alienarsi dall'imperatore per istudio
dell'italiana indipendenza, tolse che questi lo coadjuvasse ad estirpare
l'eresia. Mentre si sparnazava in questa politica secolaresca,
gloriavasi di non aver mai passato un giorno senza dare qualche ordine
per l'emendazione della Chiesa, onde gli fu appropriata una medaglia
portante Cristo che caccia dal tempio i profanatori. Ma un giorno che il
cardinale Pacheco in sua presenza voleva scolpare un altro cardinale, il
papa gli ruppe le scuse in bocca, esclamando, «Riformazione ci vuole,
riformazione»: e il Pacheco gli rispose: «Sta bene, santo padre, ma la
riformazione dovrebbe cominciar da noi», e gli accennò gli inverecondi
abusi de' suoi nipoti, che poi gli furono disvelati dall'ambasciadore di
Firenze; sicchè egli ne pianse, e deplorò in concistoro, e li tolse di
grado e relegò.
Gl'interni rigori gli aveano eccitato molti avversi, e viepiù tra i
frati che a migliaia viveano fuor de' conventi, e ch'egli obbligò a
rientrarvi, proibendo di dare altrimenti ad essi nè cibo nè ricovero, e
tra gli Ebrei che avea ristretti nel ghetto. E questi furono motori d'un
tumulto appena egli chiuse gli occhi; ove la sua statua fu decapitata e
strascinata, per la città.
Il Bromazio nella vita di Paolo IV[26] dice questi insulti cagionati in
origine dalla pretensione che aveano i Romani che, al morire del
pontefice, recuperassero la propria libertà, tolta fin dai tempi di
Giulio Cesare; sicchè per esercitare giurisdizione, schiudevano i
carcerati. Adunato anche questa volta il consiglio in Campidoglio, si
venne alla sentenza di spalancare le prigioni, donde uscirono da
quattrocento detenuti, tutti accanniti contro il pontefice. Si diedero a
correre per la città, e condottisi anche a Ripetta dov'erano le secrete
del Sant'Uffizio, «e dove stavano settantadue eretici, dei quali
quarantadue erano eresiarchi», col fuoco e colle scuri apertele, fecero
giurare a que' detenuti «di voler sempre esser cattolici; come se tutti
in un istante fossero convertiti», e li posero in libertà, sfogandosi a
ferire, saccheggiare, bruciare robe e carte nel palazzo, poi nel
convento della Minerva, minacciando mettervi il fuoco se tosto i
Domenicani «non isgombravano da Roma, perchè più non s'impacciassero nel
Sant'Uffizio». Segue narrando gl'insulti alla statua del papa, e come la
testa «fu rotolata giù pel monte di Campidoglio, divenuta ludibrio di
ogni vil sorta di gente, insultandola con grandi strapazzi non solo i
fanciulli e gli eretici, ma anche i timidissimi Ebrei, e da uno di
questi coprendosi colla berretta gialla, che Paolo loro aveva comandata
per distintivo»: poi al domani in Campidoglio si fece decreto che
saccheggiato fosse ed abbruciato il palazzo dove il papa stava da
cardinale, e fossero gettate a terra tutte quante le armi e l'immagini
di casa Caraffa[27].
Di quest'ingiuria volle si facesse riparazione il suo successore, e che
il senato romano, ogni 17 gennajo, assistesse alla messa cantata in
Sant'Eustachio, che poi si cambiò nell'offerta d'un calice d'argento e
quattro ceri a Santa Maria sopra Minerva. In questa chiesa Pio V fece
trasportare il corpo d'esso papa, e porgli magnifico monumento a spese
del popolo; e ogni anniversario vi si celebrasse cappella cardinalizia
dalla congregazione del Santo Uffizio. La statua pure venne fatta
rialzare da Clemente VIII coll'iscrizione: _Paulo IV pontifici maximo
scelerum vindici integerrimo, catholicœ fidei propugnatori._
Molto è difficile giudicarlo fra atti tanto difformi: e noi nel papa
veneriamo la dignità divina, non ogni volontà umana, nè i fatti di esso
trasformiamo in diritto. Certo egli fu zelatore grandissimo della
religione: e nel conclave che seguì, Giulio Pogiano lesse la solita
orazione sul papa da eleggersi, ove si congratula che le depravazioni
rinfacciate cessarono, e deh! se ne sperdesse la memoria. «Lode vostra
è, o cardinali, se tanto cambiamento avvenne nella città e nelle
provincie; furono represse le prepotenze e le libidini, e quella smodata
licenza del vivere e del parlare; ora alla messa intervengono gli
uomini, si confessano, frequentano la comunione, onoransi i giorni di
festa, si solennizzano gli augusti templi: e questa città gli stranieri
conoscono e confessano capo del cristiano impero, ma anche maestra e
guida del dover cristiano. E donde questa ripristinata giustizia se non
dalla probità, dalla continenza, dall'altre virtù dell'animo e
dall'ingegno che splendettero dalla somma sede?»