NOTE

[1] NICERON, _Mêm._ tom. XXI, p. 115.

[2] SPONDANO, _Ann. ad_ 1543.

[3] Vedi _Consilium delectorum cardinalium et aliorum prælatorum de

emendanda Ecclesia: S. D. N. D. Paulo III ipso jubente conscriptum et

exibitum 1538_. Nelle riforme proposte dicesi pure: _Solent in scholis_

Colloquia Erasmi, _in quibus multa sunt quæ rudes informant ad

impietatem_.

[4] G. CONTARINI _Epistolæ duæ ad Paulum III_. Coloniæ 1538, p. 62.

[5] _Injustæ secessionis ab ecclesiæ romanæ sinu jam damnati...

sectarii, lutherani præsertim... ad ovile Christi revocantur._ Roma

1750.

[6] _Imago optimi sapientisque pontificis in gestis Pauli III expressa._

Brescia 1743. Quel sozzo di Gregorio Leti, nella edizione del conclave

di Giulio III, dice: «Al governo di Paolo III non fu altro apposto che

il soverchio amore che portò al duca Pier Luigi, e dicesi che la morte

sua fu causata dal grandissimo dispiacere ch'ebbe della crudel morte di

detto Pier Luigi».

[7] Oltre gli storici e i polemici, appare da questo sonetto satirico,

che trovammo fra carte di quel tempo:

L'aquila altera, valorosa e magna

Minaccia al Gallo fiamma, sangue e guerra:

Al che concorso è il gran re d'Inghilterra,

Gran parte dell'Italia e tutta Spagna.

Fassi la gran dieta in Alemagna

Per porre il papa, i preti e i frati in terra.

Marco nelle sue terre genti serra

Perchè non fa per lui star in campagna.

Fansi leghe secrete, e pur si sanno:

E tal nol crede che n'udirà 'l duolo.

Al Turco il re di Persia dà il malanno.

E or tant'alto è dell'aquila il volo

Che, non potendo il Sol farle alcun danno,

Dominerà dall'uno all'altro polo.

Far cerca il papa nolo

Con molti, acciò 'l Concilio non si fia.

Marco sta in fantasia

Di dar soccorso al quasi arido giglio,

Che teme pur dell'aquila l'artiglio.

[8] Relazioni degli ambasciatori veneti, pag. 318.

[9] Per Paolo III, Alessandro Cesari detto il Grechetto fece una

medaglia, vedendo la quale, Michelangelo dichiarò non esser possibile

che l'arte andasse più innanzi. Sul rovescio aveva un Alessandro Magno,

che s'inchina al sacerdote di Gerusalemme.

[10] Or ora spiegheremo questo aggettivo.

[11] _Lettere_, lib. II, c. 9.

[12] _Lettere_, lib. IV, c. 71.

[13] BULCEUS, _hist. Universitatis Parisiensis_, t. VI. Anche più tardi

l'insigne Melchior Cano cercava far proibire quel libro.

[14] Il trigramma IHS, che si imprime sugli azimi sacrosanti, ha questa

particolarità d'esser formata dalle lettere greche I, H e della latina

S. Nelle monete di Giovanni Zemisce, che prima lo pose senza l'immagine

imperiale, è segnato I C: in quelle di Giustiniano Rinotmeta IHS XC: in

quelle di Romano IV, IhS XRS, già mescolatavi la S latina. L'immagine

del Crocifisso fu aggiunta da papa Onorio III nel 1222.

Vedi FR. VETTORI, _De vetustate et forma monogrammatis nominis Jesu_.

Roma 1747. RATMAYER, _De oblatis quæ hostiæ vocari solent_. Amsterdam

1757. QUARANTA, _Di un sileno in bronzo ecc._ nel rendiconto della R.

Accademia di Archeologia di Napoli, 1864, p. 191.

Non fu dunque invenzione di sant'Ignazio o de' Gesuiti: e già a' suoi

tempi san Bernardino da Siena lo fece imprimer sopra tabelle, ed esporre

alla venerazione; e il popolo vi pose tanto affetto, che per esso

distruggeva le carte da giuoco. Le solite contrarietà incontrò questa

nuova devozione; il santo fu tacciato d'eresia e di connivenza coi

Fraticelli, allora diffusi; fu citato ai tribunali ecclesiastici, onde

papa Martino V lo chiamò a Roma, ma compresane la santità, lodò quella

devozione. Ripetute le accuse sotto Eugenio IV, n'ebbe nuove lodi.

San Bernardino introdusse anche di segnare con quel monogramma le case,

onde preservarle dalla peste, ed è ricordata la solennità con cui lo

fece porre sulla facciata di Santa Croce a Firenze nel 1437.

Di ciò si sovvenne taluno quando il cholera minacciava Modena nel 1836,

e insinuò d'imitarlo. In fatti, con una premura pari allo spavento,

tutte le case si videro segnate del devoto monogramma, e alcune lo

perpetuarono in pietra. Venuti i sovvertimenti del 1859, volendosi in

ogni modo denigrare le condizioni di quella pia città, si spacciò che

quasi tutta essa apparteneva ai Gesuiti: così vero, che l'emblema di

questi vedeasi su tante case!

[15] _On n'a qu'à publier hardiment tout ce qu'on voudra contre les

Jésuites, on peut s'assurer qu'on en persuadera une infinité de gens._

BAYLE, _in Lojola_.

[16] La teoria di san Tommaso, che deriva il potere pubblico dal popolo,

cioè dal comune perfetto, fu sostenuta testè dal padre Ventura _Del

potere politico cristiano_.

[17] Si volle trovar molte somiglianze fra sant'Ignazio e Nicolò

Paccanari. Questo conciapelli di Trento andò soldato a Roma, dove udita

una predica, si diè tutto a vita penitente, e ritiratosi alla Madonna di

Loreto, ivi stese regole pei compagni che Dio gli desse: opera che parve

prodigiosa, essendo egli affatto illetterato. Presto trovò compagni, che

si dissero della Fede di Gesù: ma formatasi allora la repubblica romana,

e cominciata, come sempre, dalle persecuzioni (1798), furono chiusi in

Castel Sant'Angelo, poi sbanditi. Il Paccanari, che intitolavasi

«superior generale della società della Fede di Gesù», si rifuggì a

Vienna, dove gli si unirono varj Gesuiti, essendo quell'Ordine

considerato come un risorgimento della Compagnia di Gesù; passò quindi

in Ungheria, assistito principalmente dall'arciduchessa Marianna

d'Austria. All'elezione di Pio VII venne a Roma con essa, che gli comprò

casa, ove introdusse l'educazione de' giovani coi metodi gesuitici;

mentre altre s'aprivano a Padova, a Spoleto, nel Vallese, in Francia, in

Germania. Dipinti come Gesuiti, furono espulsi dalla Francia: poi

quando, nel 1814, Pio VII ripristinò la Compagnia di Gesù, ecclissavansi

affatto i Paccanaristi, che parte entrarono in quella. Si crede che il

Paccanari, insuperbito del prosperar del suo Ordine, nel quale appariva

una scienza ed esemplarità che egli non aveva, finisse male, ma non si

sa dove nè come.

Gli eretici d'Italia, vol. II · 第 4 / 88 题