PAOLO III. L'ARETINO SUGGERIMENTI DI RIFORME. TEATINI E GESUITI.

Alessandro Farnese avea studiato sotto Pomponio Leto, poi alla Corte dei

Medici erasi formato nell'erudizione elegante e ne' facili costumi;

parlava squisitamente italiano e latino, rifuggendo ogni frase che

classica non fosse: amante delle belle arti, cominciò in Roma il più bel

palazzo del mondo; teneva splendida villa presso Bolsena; affabile e

mansueto quanto magnifico, indulgeva alle fragilità umane, e prediligeva

un figlio, che poi diffamossi col nome di Pier Luigi duca di Parma. Da

Alessandro VI creato cardinale, in quarant'anni aveva assistito a cinque

conclavi; quando di sessantasette anni, in prima per ispirazione, poi

per iscrutinio, i trentasette elettori a schede aperte lo celebrarono

papa.

Da Martino V in poi nessun altro romano era salito pontefice, onde

pensate che tripudj menò il popolo! Denominatosi Paolo III, non volle

che i Farnesi paressero da meno dei Medici, sicchè ordinò a Michelangelo

di continuare i cartoni pel Giudizio universale e i palazzi sul

Campidoglio; fece in Vaticano la sala Regia e la cappella Paolina, sul

Palatino gli orti Farnesiani, e può dirsi rifabbricasse Roma; colla

fortezza Paolina tenne in freno i Perugini: spossessò i sempre riottosi

Colonna. Persuaso che si riesce sempre, purchè s'abbia la pazienza

d'aspettare e l'abilità di cambiare le vie secondo le circostanze,

bilanciossi anch'egli tra la Francia, sempre breve dominatrice in

Italia, e Carlo V che, prevalendo, avrebbe qui dominato solo: e sperò

aver riconciliate le due emule potenze e pacificatele nel congresso di

Nizza, dove col re di Francia e coll'imperatore cercò impedire

gl'incrementi della Riforma e l'avanzarsi dei Turchi, contro i quali

esibiva 200,000 scudi d'oro e 12,000 armati, oltre la facoltà d'alienare

beni ecclesiastici per mezzo milione d'oro.

Ma insieme poneva improvido studio a ingrandire il suo Pier Luigi, al

quale attribuì varj dominj della Santa Sede, e infine il ducato di Parma

e Piacenza, col pretesto di impedire fosse annesso al Milanese, e così

aumentasse la potenza di Carlo V. Ad Alessandro, figlio quattordicenne

di Pier Luigi, diede la porpora e la collazione di quasi tutti i

benefizj del Novarese; a Ottavio, altro figlio di quindici anni, il

governo di Roma, poi la mano di Margherita, bastarda di Carlo V, colla

speranza d'averne il Milanese. Ma invece Carlo V assecondò i congiurati

piacentini che scannarono l'esecrato Pier Luigi, e occupò Piacenza.

Quando, atterrito da questo colpo, il papa piangeva e disperavasi, non

mancò qualche cardinale di rivelargli i turpi comporti del figlio ucciso

e la necessità di rendersi esempio, anzichè scandalo al mondo. Ma è

notevole che, mentre con disordinata politica, apriva brutto arringo

alle dicerie dei Protestanti, Paolo III comprese lo spirito cattolico, e

secondando quelli che lo ridestavano negli intelletti e nei costumi,

nominò da settanta cardinali, de' quali ben quattro ottennero poi la

tiara; lasciava che in concistoro ognuno dicesse liberamente il suo

parere; si pose attorno eccellenti prelati, quali il Caraffa, il

Sadoleto, il Contarini, il Polo, il Ghiberti, il Fregoso, il modenese

Badia, maestro del Sacro Palazzo; tutti che aveano per cure particolari

cominciato la riforma della Chiesa. Formò di essi una commissione per

attendere a questa, e ai membri di essa scriveva: _Te speramus electum,

ut nomen Christi, jam oblitum a gentibus et a nobis clericis, restituas

in cordibus et in operibus nostris; ægritudines sanes; oves Christi in

unum ovile reducas; amovaesque a nobis iram Dei et ultionem eam quam

meremur, jam paratam, jam cervicibus nostris imminentem._

Costoro in fatti vi si accinsero. Il Sadoleto, persuaso che colla

mansuetudine si potrebbero ancora ricondurre gli erranti, pur

lamentavasi che il papa non s'accorgesse della defezione degli spiriti

anche in Italia, e della loro mala disposizione verso l'autorità

ecclesiastica[1]: il Caraffa dichiaravagli che l'eresia luterana aveva

infetto l'Italia, e sedotto non solo persone di Stato, ma molti del

clero[2]. D'accordo que' nove consultori levavano rimproveri contro i

papi, che spesso aveano scelto non consiglieri ma servidori, non per

apprendere il proprio dovere, ma per farsi autorizzare ad ogni loro

desiderio[3]: snudavano gli abusi della curia; e poichè alcuno gli

appuntava di eccedente vivacità. «E che?» disse il Contarini: «Dobbiamo

darci pena dei vizj di tre o quattro pontefici, o non anzi correggere

ciò ch'è guasto, e a noi meritar migliore reputazione? Arduo sarebbe lo

scagionare tutte le azioni de' pontefici; è tirannide, è idolatria il

sostenere ch'essi non abbiano altra regola se non la volontà loro per

istabilire o abolire il diritto positivo».

Esso Contarini aggiungeva anche consigli sul governo temporale, non

volendo che il despotismo venisse negli Stati del papa rinfiancato dalla

infallibilità di questo. «Qual uomo di mente sana direbbe si possa

costituire un buon governo, dove regola sia la volontà d'un solo,

propensa per natura al male e soggetta a passioni? Chi fa principe

l'uomo anzichè la legge, fa il principe uomo e fiera, atteso che son

congiunti negli animi gli appetiti ferini e gli affetti degli uomini.

Che può pensarsi di sì contrario alla legge di Cristo che è legge di

libertà, quanto il dover Cristiani servilmente obbedire al pontefice, al

quale da Cristo fu dato di stabilire leggi ad arbitrio, abrogarle,

dispensarle, aver per sola norma la propria volontà? Governo siffatto

convien egli, non dico solo a Cristiani, che sono posti nella legge

della libertà, e perciò denno astringersi con poche leggi esterne; non

dirò ancora a liberi uomini e a qualsiasi governo di uomini liberi; ma a

qualunque padrone sopra i servi, ai quali comandi per proprio vantaggio,

e di cui si serva come d'organi animati? Tolga Iddio dai Cristiani

quest'empia dottrina. Nè il pontefice stabilisca leggi ad arbitrio, nè

ad arbitrio le cassi o ne dispensi: ma segua le regole della ragion

naturale, dei divini precetti, della carità, che in Dio dirige ogni cosa

al ben comune. E i giurisperiti non pensino il diritto positivo sia

diritto arbitrario, ma che dipende dal diritto naturale, e non è altro

che una determinazione di questo, secondo i tempi, i luoghi, le persone,

lo Stato. Non pensate, o santo padre, che da questa dottrina abbiano i

Luterani preso ansa a comporre que' loro libri della cattività di

Babilonia? E per Iddio, qual maggior cattività e servitù può indursi al

popolo cristiano, che questa, professata da certi giureconsulti? Se

alcuno predicasse agli infedeli che, secondo la religione dataci da

Cristo, il popolo cristiano è governato dal sommo pontefice in modo, che

non solo non abbia veruna podestà superiore in terra (il che facilmente

potrebbe provarsi) ma non sia tenuto ad altra regola che la propria

volontà, non riderebbero essi, e non giudicherebbero un tal governo il

peggior di tutti?»[4]

Il cardinale Angelo Maria Quirini, vescovo di Brescia nel secolo

passato, si propose di richiamare scientificamente gli eterodossi alla

cattolica Chiesa, pubblicando molte opere, fra cui le lettere del

cardinale Polo, accompagnate da commenti, poi varie altre scritture in

occasione del giubileo di Benedetto XIV[5]. Tolse principalmente a

difendere Paolo III[6], provando che volea sinceramente la riforma,

laonde restava levata ogni ragione di staccarsi dalla Chiesa appunto col

pretesto di riforma. I compilatori degli Atti di Lipsia ed altri gli

opposero che la riforma di Paolo III non bastava alla Chiesa; che esso

mostrava desiderarla solo in apparenza; che Paolo IV distrusse quanto il

III avea fatto, sino a mettere all'indice il Consiglio Novemvirale. Il

Quirini rispose, quanto all'ultimo punto, che il Vergerio fu il primo

che ciò asserisse, mentre Antonio Blado l'avea stampato nel 1538 a Roma;

lo Sturm ristampollo a Strasburgo con maligni commenti, siccome poi

fecero esso Vergerio ed altri; e la proibizione cadeva sopra tali

edizioni; nè lo Sleidan, o il Sekendorf, o il Sarpi apposero questa

taccia a Paolo III, sebbene intenti a denigrarlo.

Lo Schölhorn replicò che, quantunque nell'Indice fossesi espresso che

l'edizione proibita era quella dello Sturm, Paolo III medesimo cercò

coprire quel Consiglio; che nessun raccoglitore de' Concilj, (eccetto

Crobbe del 1551 anteriore a quell'Indice) non l'inserì, supponendolo

proibito. Il Quirini ripetè che l'argomento negativo non vale,

essendovene tant'altri esempj; che Paolo III cercò in fatto sopprimerlo

dopo che vide i Protestanti trarne materia di attacchi: nulla conchiude

poi l'averlo molti raccoglitori ommesso, come dalle opere di Lutero è

ommessa la traduzione ch'esso ne fece con impudenti aggiunte. Noi

sappiamo poi che il Mansi, nei supplementi alla Raccolta dei Concilj,

pose benissimo quel _Consilium_, senza credersi d'offendere la Chiesa. E

pare in realtà che quella consulta dovess'essere un atto meramente

interno, e invece comparve subito a stampa, con note velenose, che ben

doveano farla spiacere.

Nello Schölhorn _Amœnitates ecclesiæ_, tomo VIII, sta un lungo consulto

di riforme, proposte da una commissione eletta da Ferdinando I

imperatore, colle risposte fattevi dalla curia romana. Inoltre si

conosce un _Consilium quorundam episcoporum Bononiæ congregatorum, quod

de ratione stabiliendæ romanæ ecclesiæ Julio III P. M. datum est_. Porta

la data di Bologna 20 ottobre 1553, ed è firmato _Vincentius de

Durantibus, ep. Thermularum, brixiensis: Egidius Falceta, ep.

Caprulanus: Gherardus Busdragus ep. Thessalonicensis_. Oltrechè forma di

soscrizione non è la consueta de' vescovi, comparve in un'opera

intitolata _Appendix ad fasciculum rerum expetendarum et fugiendarum, ab

Orthwino Gratio editum Coloniæ, a. d. 1555: sive tomus secundus

scriptorum veterum, quorum pars magna nunc primum e mss. codicibus in

lucem prodit, qui Ecclesiæ romanoæ errores et abusus detegunt et

damnant, necessitatemque reformationis urgent; Opera et studio Eduardi

Brown_ Londini, 1690. Anche la provenienza è dunque sospetta, benchè il

Brown asserisca avere trovato esso _Consilium_ fra le opere del

Vergerio, e nelle _Lectiones memorabiles_ del Wolf. I Protestanti se ne

valgono assai, perchè i consigli ivi dati concernono moltissimi riti

delle Chiesa ed anche alcuni dogmi: ma se anche la falsità del documento

non fosse evidente, basta riflettere che la Chiesa su molti punti non

aveva ancora deciso chiaramente, talchè di discuterne restava pieno

diritto; e in secondo luogo, esprimeva voti e sentimenti particolari,

sicchè non proverebbesi altro se non che alcuni, anche prelati, la

pensavano così.

Certo è che Paolo III, assecondando i suoi consultori, riformò la camera

apostolica, la sacra rota, la cancelleria, la penitenzieria; diede

vigore all'Inquisizione, massime allo scopo d'escludere i libri cattivi;

e, dice Natale Conti, se si fossero recati in una catasta tutti i libri

che vennero arsi in diverse parti, sarebbe stato un incendio pari a

quello di Troja, non essendosi risparmiata biblioteca nè privata, nè

pubblica. Nel 1549 monsignor Della Casa pubblicò il primo Indice di

libri proibiti, cui ne seguirono altri, sempre cresciuti: e Pier Paolo

Vergerio, vescovo apostata, vi fece postille, dove ne indicava

moltissimi altri che aveano le colpe stesse, o assai più gravi a suo

giudizio.

Per verità il peggior momento a far riforme è quando sia impossibile il

differirle. Ora solo col tempo potevano ripararsi i guasti fatti dal

tempo; mentre invece ogni dì crescevano l'urgenza le violenze della

distruzione; nei popoli si connaturavano l'abitudine dei riti nuovi e lo

sprezzo dei dogmi vecchi; i figliuoli s'educavano nel nuovo credo; i

principi adagiavansi nei beni tolti alla Chiesa, gli ecclesiastici nelle

blandizie della famiglia. Le stesse riforme, com'è il solito, divenivano

appiglio di nuovi attacchi per opera de' Protestanti, che voleano la

demolizione non l'emenda, e diceano che il papa confessava i disordini,

che dunque era ragionevole la protesta.

Per quanto venga generalmente negato[7], documenti recati dal Quirini

nelle sue diatribe alle epistole del cardinal Polo, attestano il sincero

desiderio di Paolo III di radunare il Concilio, pel quale erasi

destinata la città di Trento. Antonio Soriano, residente veneto a Roma,

con singolar misto d'ingenuità e malizia, racconta che «sua santità non

manca di usare ogni diligenza e industria acciocchè, in caso non si

possa del tutto declinare il Concilio, almeno si faciliti. E il

facilitarlo si procura con la via del reverendissimo di Capua, il quale

è cognato di Martin Lutero (?), perchè Martino tolse per moglie una

sorella di detto cardinale, la quale era abbadessa in un monastero: ed

ha mezzo appresso questi capi, come è Filippo Melantone ed altri suoi

complici: ed ha autorità da sua santità di placarli, riducendoli alla

santa Chiesa con promissione di benefizj e vescovadi, e quando bisogni,

di cappelli»[8]. Prima di riuscirvi, Paolo III morì, e dicono negli

estremi si ricordasse del versetto, _Si mei non fuissent dominati tunc

immaculatus essem_. La sconcia bellezza del suo sepolcro pruova che i

rafacci irosi non aveano ancora emendato gli antichi errori[9].

E lo pruova il favore che ottenne un de' più luridi ingegni, uno che può

stare con quanto di più feccioso produce l'età nostra, Pietro Aretino.

Nato il 1492 in un ospedale di Arezzo, vede una statua della Maddalena

che tende le braccia verso Cristo, ed egli v'addatta un liuto, sicchè

ella sembra sonare; fa un sonetto contro le indulgenze: onde è cacciato

di patria, e va a Roma, e a forza di lodare e vituperare, penetra nella

società de' grandi, cerca a tutti, minaccia tutti, e diviene terribile a

prelati, ad artisti, a principi, che per calmarlo gli danno monete,

pensioni, collane, fin lodi. Egli dedica la più turpe delle sue tragedie

al cardinale di Trento: da Giulio III è baciato, e donato di mille

zecchini e del titolo di cavaliere di san Pietro: fa libri, di cui

nemmanco il titolo si oserebbe ripetere, eppure insieme scrive sui sette

salmi, sulla genesi, sull'umanità di Cristo, e vite di santi, e operette

d'ascetismo esagerato, le quali gli meriterebbero tanta riprovazione

quanta le oscene.

La marchesa di Pescara cerca indurlo a occuparsi d'argomenti religiosi,

ed egli il fa; ma ricascava nel suo brago, e a lei scriveva: «Confesso

che mi faccio meno utile al mondo e men grato a Cristo consumando lo

studio in ciancie bugiarde e non in opere vere; ma d'ogni male è cagione

la voluttà d'altrui e la necessità mia; chè, se i principi fossero tanti

chietini[10], quant'io bisognoso, non ritrarrei con la penna se non dei

_Miserere_»[11].

E quando tardano a donargli, minaccia passare fra i Turchi: qui si dà

l'aria di perseguitato, e va a Venezia «dove almeno non è in arbitrio di

niun favorito nè di niuna favorita di assassinare i poverini, ov'è pace,

amore, abbondanza e carità»: vi trova «pane e letizia col sudore

degl'inchiostri»; e il doge Gritti gli «salva l'onore e la vita

dall'altrui persecuzioni».

Povero martire! Queste persecuzioni erano i donativi di che l'aveano

rimpinzato ma non satollo Giovanni dalle Bande Nere e Clemente VII,

Francesco I e Carlo V. E come è deplorabilissimo segno della

prostrazione de' caratteri odierni il tremar davanti a un giornalista,

così di quell'età ci dà tristissimo concetto il vedere costui

accarezzato e donato da principi, da prelati, da artisti, da papi. A

petto a' quali vantavasi: «Procedo alla libera, conosco i ribaldi,

abborrisco gl'ingrati; e non lo vuò dire per modestia, eppure si sa e

non si nega, per sì more offese e sì turche non mancò di battezzata

credenza alla Chiesa: del che fanno fede i libri che di Cristo ho

scritto e dei santi..... Intanto comincio a mettere la penna in tutto il

legendario dei santi, e tosto ch'io abbia composto, vi giuro, caso che

non mi si provegga da vivere, che al sultano Solimano lo intitolo,

facendo in sì nuova maniera la epistola, che ne stupirà ne' futuri

secoli il mondo, imperocchè sarà cristiana a tal segno, che potria

muoverlo a lasciar la moschea per la chiesa».

Tornando a Roma, «Son fuori da me sempre più (scrive) non per altro che

per dubitare che le smisurate accoglienze con cui il papa abbracciandomi

baciommi con tenerezza fraterna, col concorso di tutta la Corte a

vedermi, non m'incitassero a finir la vita in palazzo, nel quale mi si

diedero stanze da re. Il comune giudicio afferma che, tra ogni meritata

felicità di sua beatitudine, debbe il pastor sommo mettere il mio esser

nato al suo tempo, nel suo paese e suo devoto». Se credessimo a lui, si

pensò fino di ornarlo cardinale: certo a Paolo III scriveva: «Io in

esser fervido ecclesiastico non cedo alla essenza dell'istessa Chiesa, e

fanno di ciò fede, insieme coi salmi e col genesi che di mio si legge,

la vita di Gesù Cristo, e la di Maria Vergine, e la di Tommaso d'Aquino

e la di Caterina santa; volumi da me composti quando si giudicava per i

tradimenti usatimi dalla Corte ch'io piuttosto dovessi scrivere ciò che

mi dettava lo sdegno, che quanto mi consigliava la coscienza»[12].

Monsignor Giovanni Guidiccioni al 30 novembre 1539 scriveva a costui,

scusandosi di non aver potuto ancora far nulla per esso, e soggiunge: «È

capitato qui monsignor Luigi Alamanni, e dopo lui il Cesano, l'uno e

l'altro dei quali, sì per l'amor che portano a vostra signoria, come per

consolar il desiderio mio, hanno avuti meco lunghi e onorati

ragionamenti di lei, conchiudendo in somma che ella ha il cuore pieno

d'amorevolezze, la lingua o la penna che dir vogliamo, piena di verità,

e l'ingegno pieno di bellissimi concetti.... Non mancherò, avanti ch'io

parta, di venire a Venezia solo per visitare e goder due giorni vostra

signoria, la quale nel mio pensiero vedo più illustre che la fama, e più

magnanimo che un re».

Quell'anno l'Aretino avea pubblicato il _Ragionamento del Zoppino fatto

frate.... dove contiensi la vita e la genealogia di tutte le cortigiane

di Roma_: ed è questo libro probabilmente che esso Guidiccioni mandava

al Guttierez, segretario del marchese del Vasto, dicendogli: «Le mando

un'opera, la quale, nella sua sorte oscena, non ha da cedere a niuna

delle antiche, acciocchè POSSA LEGGERLA all'eccellenza del signor

marchese quando averà ozio e voglia di ridere».

Morì costui qual era vissuto, in un postribolo a Venezia il 1557, e pur

troppo dovremmo accostargli un frate domenicano, un vescovo, autore di

lubrici racconti e di massime sporche, il Bandello, se non ci

affrettassimo a toglierci da questo imbratto per narrare come il regno

di Paolo III fu immortalato da istituzioni efficacissime alla riforma

cattolica.

Gaetano Tiene, nobile veneto di Vicenza, buono e placido credente, nel

pregare piangeva, e desiderava «riformare il mondo, ma senza che il

mondo s'accorgesse di lui». A tal uopo, in Santa Dorotea di Roma fondò

l'oratorio del Divino Amore, dove giunse a radunare cinquanta compagni

che ravvivassero lo spirito devoto; poi di simili ne piantò a Venezia, a

Vicenza, a Verona, a Brescia, altrove. Come l'angelo coll'aquila,

s'accordò coll'impetuoso Gian Pietro Caraffa vescovo di Chieti, che,

visto come l'abbandonarsi al cuor suo non gli avesse che cresciuto

inquietudini, cercò la pace in seno a Dio, rinunziando alla mitra. Sul

monte Pincio di Roma, oggi ridente della più smagliante vegetazione e

d'un popolo sereno e festante, allora sterile deserto, al 3 maggio 1524

essi, con un Colle d'Alessandria e un Consiglieri romano, istituirono i

Teatini. Non voleansi più Ordini monastici, e questa novità introduceva

preti, con voto di povertà ma senza mendicare, aspettando la limosina

dalla mano che veste i gigli de' campi, e senza regole strette, sicchè

potessero liberamente attendere ai malati, ai prigionieri e

giustiziandi, e insieme restituire al culto la decenza e il lustro

antico, e l'osservanza dei riti e delle rubriche; indurre frequenza ai

sacramenti; predicare senza superstizioni nè smancerie; convertire

eretici; esercitare la salmodia con canto semplice nel coro, che non era

più aperto in mezzo alla Chiesa, ma posto dietro all'altare e chiuso da

cortine.

Venivano qual solenne protesta contro le negazioni di Lutero questo

ringiovanito clericato, questo raddoppiamento di opere pie, e

l'obbedienza al papa, e la venerazione al Sacramento, che allora si

espose in ostensorj scoperti; ed i suffragi ai morti, pei quali

s'introdusse l'_Ave_ della sera. Nell'infando saccheggio di Roma, i

Teatini correano per le piazze col Crocifisso, mitigando i ladroni e

confortando i soffrenti. Un Tedesco, ch'era stato in Vicenza a servizio

dei Tiene, suppose che Gaetano dovesse posseder grandi ricchezze, e menò

suoi camerati a saccheggiarne la cella, e non trovandovi nulla, lui

spogliarono e oscenamente torturarono, e i maggiori strapazzi usarono a'

suoi compagni. Gaetano partì dalla desolata Roma co' suoi cherici e con

null'altro che il breviario, e a Venezia furono ricoverati in San Nicola

di Tolentino, dove crebbero ben presto. A Milano il cardinale Antonio

Trivulzio fabbricò apposta per essi la chiesa di Sant'Antonio. A Napoli

entrati nel 1533, collocaronsi a Santa Maria della Stalletta, sussidiati

da Antonio Caracciolo conte d'Oppido e da Maria Francesca Longa,

fondatrice dell'ospedale degli Incurabili; ma per ristrettezze stavano

per andarsene, quando il vicerè Toledo affidò loro la parrocchia di San

Paolo (1538). Ivi Gaetano combattè il Valdes, l'Ochino e la restante

compagnia; istituì spedali e il Monte di pietà: morto ch'egli fu, e

santificato come primo riformatore del clero secolare, se ne estese il

culto; molte città lo tolsero a compatrono, e a Napoli gli fu eretta una

statua di bronzo sulla piazza di San Lorenzo, e l'immagine tutte le

porte della città: ben presto i Teatini ebbero da per tutto e scuole e

missioni; e col loro nome (Chietini) si dinotarono, da chi per rispetto,

da chi per dispregio, i cristiani più fervorosi.

Il Caraffa divenne poi Paolo IV. Andrea Avellino, nel fare l'avvocato

avendo sostenuto una bugia, se ne pentì a segno che lasciò il mondo.

Incaricato di mettere riparo a scandali delle monache di Sant'Angelo in

Napoli, s'inimicò un giovinastro che lo fece pugnalare. Guarito delle

ferite, si vestì teatino, e andò a fondare questa religione a Milano, a

Piacenza, a Parma. Vecchissimo, nel cominciare la messa cascò

d'apoplessia. Il suo scolaro Lorenzo Scupoli d'Otranto fu autore del

_Combattimento Spirituale_ (1608), che passa pel miglior libro ascetico

dopo l'Imitazione di Cristo.

Questa novità de' Cherici Regolari ben tosto ebbe imitatori, poichè

s'introdussero i Somaschi, i Barnabiti, i Cherici Minori, i Ministri

degli infermi, i Padri delle scuole pie, e sopratutto i Gesuiti.

Ignazio da Lojola, nobilmente nato il 1491 a Guipuscoa, servì da paggio

ai re cattolici Fernando e Isabella, che aveano assicurato la

nazionalità spagnuola distruggendo la dominazione araba: e divenuto

uffiziale, si distinse non meno per belle forme che per valore nel

respingere dalla patria i Francesi. Ferito all'assedio di Pamplona, e

obbligato al letto, prende a leggere alcune vite di santi, e al lume di

quelle austere virtù scorge la voragine del male e la forza delle

tentazioni, come Lutero; ma mentre questi disperando si sprofonda

nell'abisso della predestinazione, Ignazio ricorre alle opere, e

s'invoglia ad altre glorie che non quelle del mondo, a vive battaglie

contro lo spirito del male. Vota la sua castità a Maria coi riti

cavallereschi ond'altri dedicavansi a una donna: e diveltosi dalla

famiglia, mendicando s'avvia pedestre a Gerusalemme. A stento indotto a

surrogare al sacco un ferrajuolo, e cappello e scarpe, naviga da

Barcellona a Gaeta, fra i ributti serbati a un pezzente, a uno straniero

e in tempo di peste: sfuggendo, appena vedeva ai vilipendj sottentrare

la riverenza. Baciati i piedi di Adriano VI, che non s'immaginava certo

dover costui essergli ben più utile che i re, giunge a Venezia, sozzo,

macilento, rejetto; poi nel pellegrinaggio di Terrasanta, risolve di non

badare più soltanto alla propria santificazione, ma anche all'altrui, e

fondare una nuova cavalleria, che combatta non giganti e castellani e

mostri, ma eretici, idolatri, maomettani; e tratti sei amici nel suo

disegno, fan voto di mettersi all'obbedienza del papa per le missioni.

Tornati in Italia, e agitando le ampie tese de' patrj cappelli, in

Lombardia predicano penitenza in quell'italiano spagnolesco, in cui i

nostri erano troppo avvezzi a udire minacce e improperj. A Roma

cercavano convertire male femmine, istituivano ricoveri per le pentite o

le pericolanti, il che facilmente si prestava alle risa de' bajoni e

alle calunnie degli ipocriti.

È solito de' tempi di partiti attribuire ad uno i vizj più opposti alle

sue qualità. Si prese dunque sospetto che costoro fossero eretici

mascherati, di quella setta degli Illuminati (_Alumbrados_) che in

Ispagna pretendeano avere l'immediata intuizione de' misteri.

L'Università di Parigi se ne adombrò; e il libro degli Esercizj

Spirituali côlto fra le perquisite carte d'Ignazio, parve d'esuberante

fervore, onde egli fu condannato alle staffilate[13]: anzi erasi

divulgato che cotesti cherici fossero stati arsi dall'Inquisizione.

Altrettanto si ripetè a Venezia. Ma essi aveano una dote che manca agli

eretici, l'obbedienza; e il nunzio pontificio e Gian Pietro Caraffa ne

compresero la virtù, della quale davano pruova assistendo

agl'incurabili, e predicando la penitenza nei contorni di Vicenza e

Verona. Paolo III, trovatili dotti e pii, gli ammise al sacerdozio,

preparati con rigorosi esercizj, e ricevette da Ignazio il disegno d'un

Ordine nuovo. Il clero superiore era scaduto per abitudini troppo

disformi dalla ecclesiastica austerità; il basso si conformava a quegli

esempj, nè veniva preparato alle grandi lotte contro l'errore: degli

Ordini monastici alcuni destavano scandalo fra ozj opulenti; altri beffe

per la povertà degenerata in sudiceria, per la semplicità ridotta a

rustichezza, per lo stesso zelo ingenuo, dissonante a tempi di dubbio e

di controversia. Ora Ignazio ne proponeva uno, diretto ad assodar la

fede e propagarla colle prediche, cogli esercizj spirituali,

coll'assistere a prigionieri e malati, e chiamato dei _Cherici della

Compagnia di Gesù_ (1540). Ignazio, designato generale, la sua milizia,

che prima era ristretta a sessanta persone, diffuse bentosto per tutta

la cristianità; ed egli la governava senza che uscisse mai dal collegio

di Roma, fuorchè due volte per ordine del papa: una, onde rimettere gli

abitanti di Tivoli in pace coi loro vicini di Sant'Angelo; una, per

riconciliare il duca Ascanio Sforza con Giovanna d'Aragona sua moglie. I

famosi _Esercizj_ stese egli «per mettere in cuore di tutti lo zelo per

l'eterna salute propria e degli altri», insegnando un metodo agevole a

ciascuno di meditare sopra di sè e sopra la redenzione e gli adorabili

misteri della condotta di Dio verso gli uomini. San Carlo dichiarò aver

tratto da quelli le norme per avviarsi all'apostolica perfezione, e ne

faceva ogni giorno soggetto di meditazioni: Paolo III gli approvò colla

bolla speciale _Pastoralis officii_.

Accortosi di quanto vantaggio potesse tornargli questa milizia,

incondizionatamente devota, il papa di privilegi la favorì nel fondare

case e collegi, talchè quando Ignazio morì, contavansi più di mille

Gesuiti, distribuiti in dodici provincie: Portogallo, Germania alta e

bassa, Francia, Aragona, Castiglia, Andalusia, Indie, Etiopia, Brasile,

e tre di lingua italiana; cioè la siciliana, l'italiana propriamente

detta che comprendeva l'alta Italia, e la romana, immediatamente

sottoposta al generale col collegio romano e col germanico, in cui si

educavano ventiquattro Tedeschi alle dignità e fatiche ecclesiastiche, e

con case per professi e novizj, e v'apparteneva anche Napoli. Claudio di

Jay va ad estirpare da Brescia la pullutante eresia; dove Francesco

Strada cento e più giovani guadagna a Dio; e a Ghedi, ove si toglieano

in burla i predicatori, egli, col lasciare via i fioretti e la retorica,

e col venire alle strette, ottiene copiosissimi frutti, come nella

restante terraferma veneta. A Ferrara il duca e il popolo del pari gli

ammirano e seguono. A Macerata festeggiandosi con isfrenata profanità il

carnevale, alcuni Padri esposero il Sacramento, con preci ed istruzioni

tali, che il popolo per assistervi abbandonò balli e maschere, e ne

cominciò una devozione, che molto propagossi. Nimistà secolari sono

spente in Faenza, e fatte gran conversioni, a malgrado dell'Ochino. Il

Bobadilla rabbonaccia le furenti nimicizie dell'isola d'Ischia: il

Lefevre apostola Parma; il Brouet riforma uno scandaloso monastero a

Siena: il padre Silvestro Landini apostola la patria Lunigiana, la

Garfagnana, il Lucchese, Spoleto, Modena, Reggio, dove trovava molto

esteso il luteranismo, e «ammorbatine persino de' sacerdoti, e

professarlo dove più e dove meno alla scoperta» (BARTOLI); rabbonaccia

molte ire, principalmente a Correggio e in Garfagnana; poi passa a

disciplinare la difficile Corsica e la selvaggia Capraja.

Fra gli Italiani ascritti pei primi a quella società ricorderemo

Bernardino Realino di Carpi, caro alle Corti per bei modi, ai dotti per

sapienza filologica e legale, al pubblico pel disprezzo degli onori e

per pazienza, dolcezza e carità. Paolo da Camerino e Antonio Criminale

apersero alla fede la Cina e l'Indie dove poi tanto si segnalarono il

Nobili e il Ricci; e dove compironsi i fasti più insigni dei Gesuiti e

un de' principali pretesti alla loro soppressione nella colonia del

Paraguai, tana di antropofagi ch'essi convertirono in un paesaggio da

idillio, governato con quanto di più giocondo immaginarono i socialisti

moderni.

Benedetto Palmia convertì molti studenti a Padova, fra cui tre fratelli

Gagliardi e Antonio Possevino, divenuti luminari della Chiesa. Achille

Gagliardi, già più che sessagenario facea sin tre prediche al giorno;

tutto zelo e abilità nel dirigere la gioventù nei collegi di Milano,

Torino, Venezia, Brescia, e lasciò opere spirituali che vorrebbero

mettersi a fianco dell'_Imitazione di Cristo_.

Francesco Adorno genovese fu primo rettore del collegio di Milano,

provinciale di Lombardia e direttore spirituale di san Carlo, che tanto

operò ad introdurre questi cherici in Lombardia. Il padre Acquaviva,

dell'insigne famiglia dei duchi di Atri, generale de' Gesuiti per

trentaquattro anni, molte cose scrisse intorno alla sua Compagnia e alla

religione, e a lui si attribuiscono i _Monita secreta_, librettaccio

riconosciuto falso persino dal Gioberti, eppure riprodotto oggi

pomposamente, ad insulto del buon senso. Luigi, figlio del prode don

Ferrante Gonzaga di Castiglione delle Stiviere, lasciò la reggia per

entrare nella Compagnia, e nella brevissima vita si rese modello

d'interiore perfezione non meno che di carità nel soccorrere i poveri e

gli infermi. Il suo direttore spirituale Girolamo Piatti milanese,

attirò molti alla vita ascetica coll'esempio e coll'_Ottimo stato di

vita del religioso_.

Istituiti pel popolo, presto divennero i favoriti delle classi elevate.

In Sicilia il vicerè di Vega gli ajuta ad aprire la prima casa di

novizj: il padre Domenecchi gl'introduce a Messina, poi a Palermo, ove

presto ottengono l'Università: il valtellinese Pietro Venosta, spedito

da sant'Ignazio a missionare in quell'isola, vi è ammazzato nel 1564. A

Montepulciano Francesco Serda traeva persone d'alto posto a mendicare

seco; egli bussava alle porte, essi riceveano le offerte. Il padre

Alfonso Salmeron a Napoli predicava per le piazze; nelle pubbliche e

private librerie cercava i libri empj da bruciare: e appena egli v'ebbe

condotto i Gesuiti, Ettore Pignatelli duca di Monteleone assegnò loro

una casa nel vicolo del Gigante, ove allevavano giovani nel

cattolicismo: poi nel 1557 comprarono la casa del conte di Maddaloni;

indi ebbero il famoso collegio, pel quale il solo principe della Rocca

spese ventimila ducati. Il doge di Venezia chiese due Gesuiti ad

Ignazio, fra i quali il Laynez che, divenuto generale, spiegava il

vangelo di san Giovanni pei nobili, e predicava ai tanti eretici

chiamativi dal commercio. Alloggiava nello spedale di San Giovanni e

Paolo, ma tanti doni vi affluivano, ch'egli protestò dal pulpito non ne

riceverebbe più. Poi il priore Lippomani provvide colà d'una casa i

Gesuiti, che n'ebbero pure a Padova, a Belluno, a Verona.

Se Ignazio non era meglio che un ignorante entusiasta, come alcuno

vuole, cresce la meraviglia che fondasse una Compagnia di accorgimenti

proverbialmente sottili, e che più d'ogni altra rivelò quanta potenza

morale acquisti un'associazione robusta in una società che si

sfascia[14].

Le costituzioni de' Gesuiti portano i tre voti consueti: ma alla povertà

si obbliga il privato, mentre i collegi e i noviziati ponno possedere

onesta agiatezza. Non legavansi ai voti prima dei trent'anni, con lungo

e scabroso noviziato prevenendo le incaute professioni e i tardivi

pentimenti. Non che isolarsi, vivono in mezzo alla società, pur senza

mescolarvisi; non hanno chiostri ma collegi ben fabbricati; abito

ecclesiastico, non monacale, e che possono mutare con quello del paese

ove dimorano; vita tutta di opere reali, efficienti, avendo per ogni

condizione un posto, per ogni capacità una destinazione. Ciascuna

provincia aveva un luogotenente e gradazione di cariche, dipendenti dal

generale, che, a differenza degli Ordini monastici, era perpetuo, sedeva

nella capitale del mondo cristiano: conosceva ciascuno per le relazioni

trasmessegli dai capi; vegliava sull'amministrazione de' beni, e

disponeva de' talenti e delle volontà. Acciocchè l'obbedienza fosse più

intera, aveano divieto di chiedere dignità, anzi da principio asteneansi

da qualunque impiego permanente. La Riforma avea tolto a pretesto

l'ignoranza e la corruttela del clero? ed essi mostransi studiosi, e

d'una costumatezza che i maggiori avversarj non poterono se non dire

ipocrisia. Si sono paganizzati i costumi e la disciplina? essi gli

emendano cogli spedienti migliori, cioè l'esempio e l'educazione. L'alto

insegnamento è negletto? essi se ne impadroniscono. Piaciono le

rappresentazioni? ed essi ne danno di sacre. È tacciato di venalità e

ingordigia il clero? ed essi insegnano gratuitamente, gratuitamente si

prestano alla cura delle anime; moltiplicano scuole pei poveri,

esercitano la predicazione, e ne colgono mirabili frutti, sino a portare

all'entusiasmo della devozione. Il secolo tende alla disunione? questa

società si rinserra in modo, da parere un uomo solo. Il secolo assale la

Chiesa nel suo capo? essi se ne fanno l'antemurale, i gianizzeri come si

disse allora, i granatieri come diceva Federico di Prussia. Obbediscono

incondizionatamente ad ogni accenno di lui: Caldeggiano a propugnarne

l'autorità, non la temporale scassinata, ma quella che poneva Roma alla

testa dell'incivilimento; a restituire, oltre l'apostolato del diritto,

anche quello dell'azione, cioè della scienza e della pietà.

Quando il pensiero si rivoltava contro ogni restrizione, quando

scrollavasi ogni autorità, Ignazio organizza la cieca obbedienza, la

sommessione dell'intelletto e della volontà a un capo, il quale invierà

il figliuolo del principe a mendicare, il grand'erudito a insegnare

l'abicì, l'eloquente oratore a convertire selvaggi.

È il tempo delle grandi scoperte, ed essi gettansi ad apostolare i

Barbari nelle missioni, convertono la Cina e l'America, il Giappone e

l'India. È il tempo degli studj, ed essi ne fecondano il fiore; in ogni

ramo dello scibile si collocano fra i primi dotti, e i letterati

d'allora hanno una voce sola per magnificarne le scuole. È il tempo

delle controversie, ed essi le accettano, e liberi pensanti e scopritori

di nuove verità, fondano sistemi filosofici e teologici, che possono

combattersi, non trascurarsi nella storia della scienza; e combattono i

Protestanti con ogni modo, eccetto la violenza; avendo anzi impetrato il

privilegio d'assolvere gli eretici dalle pene corporali.

Dapertutto erano cerchi a maestri, a predicatori, e massime a direttori

spirituali. Non stitichezze nel confessare, non vulgarità nel predicare,

non rigorosa disciplina che maceri un corpo destinato a servigio del

prossimo; non istancar i giovani, nè prolungarne l'applicazione più che

due ore, e ricrearli in villeggiature ed esercizj ginnastici; officiosi,

affabili, l'uno all'altro coadiuvanti, scevri da ogni personale

interesse a segno, che vennero imputati d'affievolire gli affetti

domestici.

Non v'è forte pensatore che i meriti de' Gesuiti non confessasse; non

v'è cianciero da caffè che non vi lanciasse accuse, sicuro d'essere

creduto, come l'accertava due secoli fa il maggiore scettico[15], e come

ne diè prova fino il secol nostro ove la sistematica miscredenza portò

la tolleranza, e che la ricusa solo a costoro, e a chi osasse non

rivomitar contr'essi il vomito antico.

E per vero una società che proponeasi inculcare il sentimento e dare

l'esempio dell'unità, che annichilava la propria dinanzi alla volontà

superiore, sommetteva la propria ragione al decreto altrui, urtava

talmente gli istinti orgogliosi e l'irruente fiducia dell'uomo in se

stesso, che non è meraviglia se fu segno d'inestinguibil odio, e se ad

ogni lampo di libertà tenne dietro un fulmine su di essa. La podestà

secolare poi armavasi allora per reprimere lo spirito di rivolta, e Casa

d'Austria, costituitasi guardiana e restitutrice dell'ordine, arrestava

il torrente rivoluzionario; onde i novatori nell'avversione a questa

confusero i Gesuiti, che ne pareano o istigatori o stromenti. Ma la

storia vive d'indipendenza e di libertà; se esecra i persecutori forti,

peggio ancora i persecutori pusilli; e pronta a lodare le virtù perchè

non disposta a dissimulare i vizj, non può adagiarsi in beffe e

leggerezze nel giudicare quest'associazione, fusa e robusta come

l'acciajo, in mezzo alle moltitudini che perdevano ogn'altra coesione

fuor quella de' Governi; questa milizia che, dovendo offrire il perfetto

contrapposto del protestantismo, professava obbedienza e venerazione al

pontefice, unità, organamento; questa milizia che, quando ogni stabilità

è scossa dal calcolo, dall'interesse, dal dubbio, lasciasi distruggere

piuttosto che cangiarsi, e morrà esclamando, _Aut sint ut sunt_, _aut

non sint_.

Quanto ai punti allora disputati, i Gesuiti stavano per la maggior

libertà dell'uomo; Dio non vuol niente per noi senza di noi; volle tutto

per gli uomini e per mezzo degli uomini. Di qui la loro speciale

tendenza ad educare ancor più le volontà che gl'intelletti.

Propensi alla democrazia come tutti i teologi cattolici, e derivando il

potere principesco dal popolo[16], furono tacciati di insinuare odio ai

tiranni, e scolpare il regicidio; eppure la prima conseguenza della loro

distruzione fu un regicidio legale. Ma neppure la distruzione ammorzò

l'odio contro della Compagnia; e mentre gli antichi avversarj ne

intaccavano l'istituzione, i moderni ebbero parole eloquentissime affine

di esaltarla, e vantarne come i meriti intrinseci così gli effetti, per

soggiungere che n'erano traviati. E ancora mette i brividi di paura

perfino nel suo sepolcro, come allorquando, armata di gioventù e di

abnegazione, identificando l'utile del genere umano col trionfo della

Santa Sede, offrivasi per la giornata campale ai pontefici, i quali, se

fino allora erano indietreggiati davanti alla Riforma, allora voltarono

faccia e ripigliarono l'attacco[17].

Erasi dunque in via d'una riforma, diversa da quella de' Protestanti, in

nome dell'autorità, opponendosi all'individualità di opinioni e di

morale, quand'anche l'individuo fosse il papa, soggetto esso pure a

debolezza. Nella Chiesa il principio era santo, s'anche pervertiti i

ministri, ond'essa galleggiava nel naufragio di questi, e sentiva in se

stessa la forza di rigenerarsi. I Protestanti intaccavano il principio

stesso, quasi avesse usurpato i diritti della parola scritta di Dio; ed

eccolo invece attestare la propria vitalità; e senza accordo, e prima

del Concilio, e non per opera del capo della Chiesa nè tampoco dei

vescovi, uomini privati e ignoti restringersi attorno al gran dogma

dell'autorità ch'è vita della Chiesa, e questa utilizzar quale

riformatrice delle genti civili, com'era stata dirozzatrice delle

barbare.

Questi riformatori non si ascondono nel deserto come i primi anacoreti;

non si approfondano nella povertà come i Francescani, ma gettansi nel

mondo, fra la società colta e gaudente, pure accorrendo a Roma a

chiederne l'ispiramento e la sanzione; proclamando così i due grandi

canoni della visibilità della Chiesa e della sua autorità.

Varj i mezzi di organamento, tutti però aspirano alla riforma, e con

concetti opposti a quelli de' Protestanti; tutti alla santità del

principio religioso e sociale congiungono quello della peccabilità

dell'uomo. Disputino i teologi se le opere sien necessarie o no alla

salute: intanto essi operano, e più della contenzione irritante adoprano

la carità pacificante. Di tal guisa la fede veniva suscitata dalla

parola, avvivata dalle opere, e non cercavasi soltanto di formare

consorzj che leggessero la Bibbia, ma che imitassero Cristo e

acquistassero lo zelo e l'abnegazione, che sono necessarj alla salute

propria e a quella del prossimo.

Gli eretici d'Italia, vol. II · 第 3 / 88 题