Al regno d'Irene si vuol pur annodare i primi vincoli d'inti

STORIA

DI

CARLOMAGNO

DEL

SIGNOR CAPEFIGUE

FATTA ITALIANA

DA

LUIGI TOCCAGNI

CON NOTE DELL'AUTORE E DEL TRADUTTORE

VOLUME SECONDO

MILANO

PRESSO GIUSEPPE REINA LIBRAIO EDITORE

1843.

TIP. DI VINCENZO GUGLIELMINI.

PERIODO DELL'ORDINAMENTO.

I Franchi son governati in moltissimi

luoghi da leggi differentissime; onde

Carlo, avvedutosi del male, fatto

imperatore, attese ad ampliar le leggi

stesse, ed a correggere i loro difetti

e le loro pregiudizievoli troppo late

applicazioni.

(_Eginhard_, De vita Carol.)

STORIA DI CARLOMAGNO

CAPITOLO I.

CORRISPONDENZE DIPLOMATICHE DI CARLOMAGNO RE E IMPERATORE.

Pratiche con Roma. — Ragioni della lega. — Papa Stefano. —

Papa Adriano. — Carteggio. — Epistole di Adriano. — Vigilanza

sull'Italia. — Papa Leone. — Nuovi legami con la santa sede. —

Condizioni respettive dell'impero e del papato. — Corrispondenza

cogli imperatori di Costantinopoli. — Costantino Copronimo. —

Leone IV. — Costantino ed Irene. — Disegno di accostamento fra i

due imperi. — Lega e proposta di nozze. — Niceforo. — Trattato de'

confini. — Negoziati diplomatici coi califfi. — Arun-al-Raschild.

— Pratiche cogli emiri saraceni di Spagna. — Colle tribù erranti. —

Coll'ettarchia anglo-sassone e i re di Scozia.

768 — 814.

I re merovingi aveano concentrato il politico loro commercio nella

nazion franca, nella salica e nella ripense, chè assorti nelle

discordie e guerre intestine, furon rare volte in commercio co'

popoli dell'antica civiltà. I re di Neustria o d'Austrasia, e quei

d'Aquitania o di Borgogna, tra lor contendevansi il possesso delle

città e delle provincie, ma quanto alle loro comunicazioni col grande

impero d'oriente, con Costantinopoli e col califfato, appena è che

se ne trovino di lontanissime e irregolari. Ei sono, come dire,

altrettanti capi barbarici, che chieggono dall'imperatore questa o

quella dignità di palazzo; popoli appena iniziati nella civiltà, che

imitano le forme e le pompe dei principi più inoltrati nel lusso e

negli splendori del trono. Il medesimo dir non si può della schiatta

carlinga dopo Carlo Martello, chè questo lignaggio conduce a fine una

grand'opera; Carlomagno fonda un impero che può per ampiezza contendere

col califfato e colla monarchia dei Greci: e come re e come imperatore

attiva è la sua corrispondenza, nè solo ei riceve gli omaggi e i

tributi dei vinti, ma tiene ancor pratiche regolari co' papi, cogli

imperadori d'oriente e coi califfi.

Le pratiche dei Carolingi sono innanzi tratto naturalmente co' papi,

tanto che il pontificato e il nuovo lignaggio hanno stretto fra loro

quasi un patto inviolabile, da cui, esso secondo lignaggio, riconosce

il suo colore di civiltà e di legislazione romana. Stefano I, che

consacrò Pipino, intimava la scomunica contro chiunque osasse portare

la mano sulla costui corona, mentre in rincambio, Pipino donava alla

santa sede ampie e ricche possessioni temporali, le sue città, il suo

esarcato, Ravenna, Rimini e Bologna. Stefano II poi andò debitore

a Carlomagno dell'ampliazione de' suoi dominii e della protezione

conceduta alla cattedra di san Pietro contra i Longobardi; schiatta

sì spesso a quella infesta, che fu dai Franchi domata; e questa

continuazione di buoni uffizi fra Roma e Carlomagno si fa più grande

ancora e più calda dopo l'esaltazione di papa Adriano.

Uscito quest'ultimo dalle grandi famiglie romane, discendeva da

senatori e da consoli, e il suo palazzo risplendeva delle imagini

loro[1]; astiava i Longobardi, e i Longobardi astiavano lui, ed erede

come egli era delle antiche opinioni romane sul principato della città

eterna, avrebbe voluto domar l'Italia con le chiavi di san Pietro, come

un tempo gl'imperatori l'aveano domata con le insegne dei centurioni

e dei tribuni; la mitra pontificale succedeva alla corona d'alloro dei

Cesari. Adriano e Carlomagno vivono fra loro in istretta e confidente

intimità; e poi che quest'ultimo è consacrato re dei Longobardi,

prende gli stati della santa sede sotto la protezione della sua spada,

nè alcuno osa più toccarli, Greco, Italiano o Saraceno ch'ei sia. A

rincontro Adriano, esercita pel re de' Franchi attentissima vigilanza

sull'Italia; gli notifica i fatti tutti che posson turbare la possanza

sua in questa parte; se un conte o un vescovo lombardo prepara qualche

sedizione, Adriano tosto s'affretta di darne avviso all'amico; egli è

il vigile agente della monarchia de' Franchi; gli interessi sono fra

loro comuni. Le epistole dal papa indiritte al figliuolo e protettor

suo il re de' Franchi, sono molte e tutte relative all'ordinamento

dell'Italia e allo spirito sedizioso e impaziente dei Longobardi, i

quali egli ora denunzia come sciolti da ogni freno di costumatezza,

ed ora come nimici della religione cattolica, e avversari implacabili

di san Pietro, e del vessillo suo che splendeva sul Vaticano. Adriano

testifica in una di esse a Carlomagno, l'esultanza sua per tutto il

bene che egli fa alla Chiesa, e per le sue buone intenzioni verso di

lei: «Mio buono ed egregio figliuolo e re signore, instituito da Dio.

Io ti prego istantemente, come s'io fossi dinanzi a te in persona,

di far dare compimento a ciò che tu hai promesso al principe degli

Apostoli per salute dell'anima tua, ed affinchè Dio protegga il tuo

regno; e il principe degli Apostoli ti assista di maggior patrocinio

presso Sua Divina Maestà. Solo per l'aiuto di san Pietro, guardiano

del paradiso, tu se' venuto a capo di tutti i desiderii tuoi; ad egli

t'impetrò da Dio la vittoria ed il possesso del regno dei Longobardi;

però abbi sempre fede grandissima in lui chè a sua intercessione, il

Signore farà inchinar sotto a' tuoi piedi tutte l'altre barbare nazioni

ecc.»

E di simil tenore son tutte l'altre epistole; tutte congratulazioni

con Carlomagno pe' suoi gloriosi trionfi; egli è l'ottimo figliuolo,

il re d'Italia per volere di Dio; egli è colui, sotto la cui grande

spada ripara il patrimonio di san Pietro. Se vi ha qualche malvagio,

qualche iniquo che turbi la sicurtà pontificia, Adriano tosto ne scrive

a Carlomagno per ottenere ch'ei sia cacciato dall'Italia, invocando pur

sempre i diritti di Roma in nome del principe degli Apostoli, affine

d'imprimer negli uomini, con questa prosopopeia, un maggiore rispetto

per gli uomini potenti e bellicosi. «Noi abbiamo a dolerci con la

magnificenza tua, dolce e caro figliuolo, di Reginaldo, uomo iniquo che

semina zizzania, e muove gli uomini al male. Costui cerca per ogni modo

di fare offesa alla Santa Chiesa di Dio ed a noi, e fa ogni poter suo

per ispogliare empiamente san Pietro di quanto tu gli fosti liberale

per salvezza dell'anima tua, e vorrebbe farselo suo; egli è pur venuto

co' suoi nella città nostra[2], e n'ha menati via gli abitanti. Non

credendo io che tu n'abbia fatto dono per l'esaltazione di questo duca

Reginaldo, ti prego istantemente che, per amor del buon apostolo san

Pietro, tu non lasci a costui fermar piede in Italia[3].»

Nè solo Adriano si tien contento al corrisponder per lettere, ma sì

ancora egli fa continua istanza a Carlomagno perchè gli mandi i suoi

_missi dominici_, saper volendo ogni pensiero e volere del caro suo

figliuolo, il re dei Franchi; e insiste pure per avere suoi deputati,

nè venendo essi, il papa stesso gli manda egli alcuni vescovi in

legazione per conferire con lui[5].

Appresso papa Adriano invita Carlomagno, amico suo, a venir prestamente

in Italia, ch'egli ha uopo di vederlo, e conferire con lui. Desiderata

è la presenza in Roma di Carlomagno, tanto più che il pontefice si

vede minacciato da molti malevoli, fra i quali gli addita pur sempre

i Greci, i Longobardi, i Napolitani che stringono e accerchiano

il patrimonio di san Pietro, per usurparselo[6]. «Salutando la

tua benevolenza, noi ti annunziamo con queste lettere come i rei

Napolitani, collegatisi coi Greci odiati da Dio, ascoltando i mali

consigli d'Arigiso, duca di Benevento, si sono di furto impadroniti

della città di Terracina, soggetta dianzi al dominio di San Pietro

ed alla podestà tua. Noi non abbiamo voluto far nulla in simil

contingenza, senz'aver prima i consigli tuoi, e però supplichiamo

l'eccellenza tua[7] d'inviarci, al più presto, Volfrino, sì che

trovandosi qui verso le calende di agosto, egli possa, mercè gli

ordini tuoi, muover coi Toscani, cogli Spoletini, ed anche coi tristi

Beneventani, e ricuperar la detta città di Terracina, ed insiem con

essa Gaeta o Napoli, affin di rendere a san Pietro quanto appartiene

al suo patrimonio nel territorio di Napoli stessa. Abbiamo nel giorno

di Pasqua avuto un parlamento con Pietro, l'inviato degli scaltri

Napolitani, e chiestogli quanto appartiene a san Pietro in quel

tenitorio, gli abbiam significato il desiderio nostro di veder quei

popoli soggettarsi alla potenza tua, e dimandato quindici statichi

tra i figliuoli dei più nobili fra loro e della città di Terracina; ed

egli vi aderiva a patto che fossero confidati alle mani del patrizio

di Sicilia. Se non che non abbiam voluto nulla conchiudere senza il

consiglio tuo, volendo noi solo trattare per util tuo, e sapendo quanto

infidi son costoro nei loro disegni, però che pur sempre hanno pratiche

vive con Arigiso, duca di Benevento, il quale riceve messi ogni giorno

dal patrizio della Sicilia. Oltre di che, io so di buon luogo che essi

aspettano i figliuoli del reo Desiderio, per combatter poi tutti uniti

contro di noi e contro di te. Ti scongiuriamo adunque di venire in

aiuto nostro, chè da te solo e dall'apostolo san Pietro aspettiam forza

e valore. Poco c'importa della città di Terracina, ma non vorremmo che

diventasse occasione ai Beneventani di sottrarsi all'impero tuo. Laonde

noi ti preghiamo di aiutarci al più presto, affinchè così tu meriti di

regnare eternamente coi santi».

Adriano è il Romano antico che si affatica d'ampliare e consolidare

il patrimonio di san Pietro, però che, erede com'egli è delle memorie

del patriziato, altro non vuole in fine che assicurare il dominio di

Roma sopra l'Italia; questa preminenza è la meta dei desiderii suoi;

egli è tutto invasato in Roma, ne' suoi monumenti, nei suoi circhi,

nelle sue basiliche; Roma fu l'antica metropoli del Lazio, e tale esser

dee ancor sotto i papi. Dalle grandi cose Adriano discende alle più

minute, tanto che ei dimanda pure a Carlomagno i materiali a innalzar

le sue basiliche; la costruzione dei monumenti pubblici era cura, come

si legge nella storia romana, dei consoli e degli imperatori, come uno

dei doveri dell'edilità, onde il pontefice pur vi pon cura, e scrive:

«Poi che ci hai fatto sapere, carissimo ed eccellentissimo figliuolo,

esser tu contento di aderire alla dimanda nostra in proposito dei travi

necessarii ai ristauri della santa chiesa, noi ti preghiamo di far

ch'essi giungano belli e ammanniti alla chiesa di San Pietro verso il

tempo delle calende d'agosto. Quanto alla volta o cornice, che vuol

pure essere ristorata nella basilica del detto apostolo, converrebbe

innanzi mandar un maestro che vedesse qual genere di legname

richieggasi a ripristinarla nello stato che era anticamente; il qual

maestro si renderà dappoi a Spoleto, e cercarvi questo legname, perchè

non ne abbiamo in paese di acconcio all'uopo. Ma il santissimo fratello

nostro, l'arcivescovo Volcaro, non si dia fretta di venire fino a che

il legname non sia ben secco, perchè se fosse ancor verde non sapremmo

che farne».

Ampie, ricche e fruttuose terre, e vaste e popolose città sono i doni

che Adriano, il romano patrizio, procacciar vuole all'eterna sua città;

egli è il papa più devoto che mai fosse alla potenza ed alle memorie

dei Romani, e quindi, alla foggia di un console antico, egli a chieder

si fa a Carlomagno ch'ei liberar voglia la terra dei Sabini, mentre i

malvagi gl'impediscon di prenderne possesso[8].

Adriano manda poi reliquie, bandiere conteste di seta e d'oro, e ossa

di martiri a Carlomagno, a cui pur sta a cuore l'innalzamento delle

basiliche. Padrone, com'egli è, delle grandi selve della Turingia, e

del settentrione dell'Europa, egli possiede di forti travi, senza dei

quali rizzar non si possono gli edifizii di Roma. Noi lo vediam quindi

mandar legname e stagno e marmo per ristaurare la chiesa di San Pietro

che tanto fu danneggiata dagli acquazzoni di primavera, intanto ch'ei

pure chiede per sè, come fu detto, alcuni mosaici, avanzi della civiltà

greca in Ravenna, per le barbare sue città della Gallia. L'Italia tutta

invoca la presenza di Carlomagno; i Beneventani si ribellano, e turbar

possono di nuovo la pace del pontificato. «Se i Beneventani ricusano

di sottomettersi agli ordini tuoi, manda l'esercito alle calende di

maggio, e vieni a fare una correria contro di loro. Che se un esercito

non li tiene in dovere dal mese di maggio fino a settembre, quel

tristissimo di Arigiso si proverà a qualcosa contro di te, mosso, come

sarà, dalle suggestioni dei Greci, però che ha seco, come ognun sa, i

legati loro, ed altri ne tiene a Napoli. A te spetta il risolvere sul

da farsi, e noi siamo confidentissimi nel tuo potentissimo giudicio.

Piacciati dunque di por mano all'opera con la maggior celerità che

puoi, così per la tua come per la nostra salute».

Ogni buona ventura di Carlomagno, le sue vittorie, i suoi trionfi,

son celebrati a Roma come festa del pontificato medesimo. Carlo ha

vinto i Bavari, e il papa se ne congratula di cuore con lui. «Ma e i

Greci infidi non saranno anch'eglino posti a dovere, e castigati delle

tante insidie che tendono a Carlomagno? I Greci sono sempre d'accordo

coi duchi o coi conti longobardi o beneventani, gli assecondano

nelle sediziose lor mire, ed assaltano il pontificato e la podestà di

Carlomagno in Italia. Di grandissimo contento ci furon le tue lettere

di vittoria, e abbiam reso grazie a Dio, leggendovi che la tua salute

e quella della regina, nostra signora, e de' tuoi figli, è pur sempre

buona. Caro ci fu soprattutto l'intendere la soggezion dei Bavari, che

noi ti avevamo già predetta e augurata. Ora, io credo che ti ricorderai

di quanto ti dicevamo nelle precedenti nostre lettere intorno a certi

Capuani venuti a noi, ai quali giurar facemmo innanzi all'arca di san

Pietro d'esser fedeli all'apostolo di Dio ed alla regale eccellenza

tua. Or bene, dopo fatto il giuramento, un di loro, Gregorio prete,

ci chiese di parlarci in disparte, dicendo che dopo fatto un simil

giuramento ei non poteva più nulla tenerci celato. Lo interrogammo a

farlo spiegare in modo più chiaro, ed egli allora ci raccontò come in

quella che il gran re Carlo si partiva da Capua, l'anno scorso, Arigiso

duca mandasse legati a Costantino imperatore, dimandandogli aiuto

e protezione, e nel medesimo tempo l'onore del patriziato, e tutto

intero il ducato di Napoli; e il pregasse inoltre di mandar con forte

schiera di armati il cugino suo Adelgiso, promettendo di sottomettersi

all'autorità dell'imperatore, ed anche agli usi dei Greci, così nella

tosatura dei capelli, come nel vestire».

Papa Adriano non sa darsi pace all'udir questa lega dei Greci con

Arigiso, il rappresentante dei re longobardi. «O diletto mio figliuolo,

egli scrive a Carlomagno, Costantino ha mandato due suoi domestici del

palazzo a conferire il patriziato ad Arigiso, i quali portavan seco

vesti d'oro, una spada, un pettine ed un par di cesoie, per dar effetto

a quanto costui avea promesso, dicendo che si sarebbe sottomesso a

farsi tosare i capelli ed a vestire all'uso dei Greci. Essi domandaron,

di più, Romoaldo, figliuol d'Arigiso, in ostaggio. Quanto ad Adelgiso,

l'imperatore adduceva non avere potuto mandarglielo, perchè avviato

l'avea con un esercito contra Trevigi o Ravenna. Se non che, al

giunger loro, e' trovarono sconciati i loro disegni dalle mani di Dio

e dall'aiuto degli Apostoli, perchè Arigiso, ed insieme con lui suo

figlio Valdone, erano morti, e i Beneventani non vollero in alcun modo

riceverli, mentre Azzone, tuo fido legato, stava in Salerno. Partitone

poi questo diacono, se ne andarono a prenderli per terra sul tenitoro

greco, e gli ammisero in città, dove passarono tre giorni in parlamenti

con Adelberga, vedova di Arigiso, e coi Beneventani, i quali dicean

loro: — Noi abbiamo mandato deputati al re Carlo per chiedergli che ei

ci dia Grimoaldo per duca, e fattagli la medesima istanza per mezzo

del diacono Azzone; rimanetene dunque a Napoli fino a che Grimoaldo

arrivi, e quel che suo padre Arigiso non potè fare, sì il farà esso

Grimoaldo, come sia in possesso delle dignità che gli pervengono; si

assoggetterà all'autorità imperiale, come promise suo padre, e adempirà

tutte l'altre profferte sue. Ond'è ch'essi ricondussero i due messi

imperiali per terra e in gran pompa fino a Napoli, e che i Napolitani

gli accolsero a processione, recando in fronte stendardi e pitture[9];

ed ivi essi dimorano, godendo in fantasia della vittoria che speran

d'ottenere, e tramano insidie contro gli stessi Napolitani, insieme con

Stefano vescovo e Costantino, al quale mandarono avviso della morte

d'Arigiso e di suo figlio, aspettando gli ordini suoi intorno a ciò

che far deggiano. Nelle quali cose tutte, figliuolo eccellentissimo,

che Dio abbia in custodia, risplender fate la saggia potenza vostra,

tanto per la esaltazion della madre vostra spirituale, la Santa Chiesa

romana, e per la nostra salute, quanto per la sicurtà del vostro

reame[10].»

Tali sono i sensi, quasi sempre, del carteggio di Adriano con

Carlomagno; sono due podestà che se l'intendon tra loro, due interessi

che si collegano, due menti che procedono di concordia a ristaurar

l'unità della Chiesa e dell'impero. E però alla morte di Adriano,

Carlomagno lo piange come amico suo, e detta i versi del suo epitaffio,

scolpito in lettere d'oro sulla sua tomba, e il capo, il gran re degli

Austrasii, diventa poeta latino:

Lagrimando sul padre, io Carlo questi

Versi dettai. Te piango,

Mio amore, e mio consiglio,

E i chiari nomi nostri ho insiem contesti.

Adriano e Carlo; io re, tu padre. Ah! il figlio

Ti rimembra, te 'n priego, e fa che tosto

Ei venga al padre accosto[11].

Adriano papa apparecchiò l'esaltazione di Carlomagno all'impero,

e Leone la compie; Leone che ha maggior uopo ancor d'Adriano della

protezione di lui, però che l'altro avea per sè il popolo romano, i

patrizii, i discendenti dei senatori; la famiglia sua era potente,

e sui gonfaloni leggevasi la lista de' suoi antenati. Papa Leone,

all'incontro, è in avversione al popolo di Roma, ond'egli invoca in

aiuto suo il patriziato del signor dei Franchi, e l'antica città vede

sventolare i vessilli della gente boreale. Leone viene a trovar re

Carlo fino in mezzo alle sue corti plenarie del Reno, della Mosella

e dell'Elba, e prostrasi dinanzi al monarca che passa tosto in Italia

per proteggere il papato. In quegli ultimi parlamenti decretata è la

ricostruzion dell'impero d'Occidente; questa dignità lusinga l'orgoglio

di Carlomagno, chè per essa è innalzato al grado dei Cesari e degli

Augusti, illustre pur tuttavia per tutto il mondo, intanto che Leone si

vede protetto dall'impero d'Occidente, da lui posto e acclamato nelle

mani di Carlomagno, il quale, fatto oramai principe e signore di Roma,

può co' suoi Franchi raffermare il pontificato contro le turbazioni e

le sommosse popolari sì frequenti per lo spirito sedizioso dei Romani.

Da questo momento le pratiche fra gl'imperatori e i papi vanno

acquistando forma più regolare; nell'ordine materiale l'imperatore è

tutto; nell'ordine morale il capo è il papa; i concilii governano il

mondo cattolico; l'imperatore regna su tutte le terre che compongon

l'impero, e le bolle medesime recan la data della sua esaltazione.

Carlomagno e Leone si dan mano, si spalleggiano scambievolmente,

e siffatta è l'union loro, sì costante l'intimità, che le canzoni

eroiche e i romanzi di cavalleria fingono che Leone fosse un

bastardo di Carlomagno; idea tutta feudale, tradizione germanica

fatta a giustificar tutti quegli infiniti donativi di terre che

l'imperatore fece al pontefice. Questa confusion dell'impero e del

papato fu in appresso la cagion movente delle grandi contese fra

gl'imperatori germanici ed i successori di Leone al pontificato.

Come infatti sceverar ciò che era d'ordine spirituale da ciò che era

d'ordine temporale nel patto dei Carolingi coi pontefici? Ond'è che

i discendenti della casa di Svevia si fecer più volte a rivendicare i

diritti di Carlomagno, ed i papi a rintuzzar le pretensioni di quegli

Alemanni che, coperti di ferro, calavano dal Tirolo fin sotto le mura

di Roma. Il decimo secolo e l'undecimo furon tutti pieni di queste

contese fra papi e imperatori, originate dalle donazioni di Carlomagno.

L'inconcussa dignità degl'imperatori di Costantinopoli e la porporata

vanità loro avean per più secoli tenuto a vile la famiglia dei Merovei,

siccome quella che regnava sui Barbari in una parte lontana dalle

loro frontiere; e quei greci regnanti, ricevendo a ogni poco umili

memoriali di questi capi franchi, con che chiedevano il pallio del

consolato o qualche dignità di palazzo, concedean loro i titoli di

capi e re tributarii, a dir degli scribi, coperti d'oro. Quindi è

che, allo stabilirsi del lignaggio carlingo, gli annali dell'impero

appena ne parlano nella quistione delle immagini, al tempo che Leone

l'Isaurico e Costantino Copronimo scrissero a Carlo Martello ed a

Pipino, stimolandoli a mettere in pezzi quei falsi simboli, ed a fare,

ad esempio loro, man bassa dei reliquarii d'oro. In tutto il resto

i Franchi andavano confusi con gli altri Barbari ond'era cerchiato

l'impero, e con tutte le altre torme di popoli e di tribù. Appena è che

si trovi orma della corrispondenza dei Carolingi coi Greci, ed appena

uno o due storici toccan di quel Carlo che era succeduto ai prefetti di

palazzo dei Franchi. Più tardi tuttavia, fu ben forza fare stima della

possanza di questo Barbaro, che già sovrastava, per le sue conquiste,

alle possessioni dei Greci.

A Costantino Copronimo era succeduto Leone IV, nè l'esaltazione di

questo nuovo imperatore fu contrassegnata da alcun rivolgimento di

palazzo, chè la quistion delle immagini tutte assorbiva le menti. Leone

IV metteva in pezzi i bassorilievi d'oro e i reliquarii d'argento per

levarne le pietre preziose che ornavano i santuarii, e le leggende

raccontano ch'egli s'impadronì d'una corona d'oro, di smeraldi e di

brillanti, appesa all'altare di Santa Sofia, e che, all'accostarsi

questa corona alla fronte, essa lo scottò come un carbone acceso.

Leone IV morì, lasciando a succedergli nell'imperio un fanciullo, di

nome Costantino, e l'imperatrice Irene, che lasciò gran memoria di sè

negli annali del Basso Impero. Donna forte costei e inesorabile, dopo

aver, secondo l'uso dei Greci, fatto senza pietà mutilare i parenti

di suo marito, competitori di lei nella corona, tenne il figliuol suo

in grandissima suggezione, poi quando fu divenuto maggiore, il fece

deporre per regnar sola. Amante delle arti, anzichè intimar guerra

alle immagini ne allargò ed accrebbe il culto, e a lei si debbe la

conservazione dei monumenti bisantini.

Al regno d'Irene si vuol pur annodare i primi vincoli d'intimità

fra Carlomagno e l'impero d'Oriente, chè, senza dubbio, essi ebbero

principio alle invasioni delle provincie lombarde e dell'esarcato di

Ravenna, e all'occupazione dei feudi del Friuli, di Benevento e di

Spoleti per parte dei conti franchi; se non che allora tenean della

conquista e della guerra, chè queste terre eran prima possedute

dai Greci, e formavano, un secolo innanzi non intero, altrettante

pertinenze dell'impero d'Oriente, insieme con l'Adriatico greco, e solo

le avevano svelte alla corona d'oro degli imperatori, le conquiste

dei Longobardi. Irene ebbe pratiche d'amistà con Carlomagno re dei

Franchi quand'egli fu incoronato a Monza, e gli annali dicono ch'ella

profferse per isposo il figliuol suo Costantino ad una delle figlie di

quello, chiamata Geltrude, e che anche celebrate furono le sponsalizie.

Le canzoni eroiche narran pure che Irene, _imperatrice di corona_,

profferto avea la sua mano a Carlomagno, il quale avrebbe così aggiunta

una figlia della Grecia all'altre sue donne franche e germane, e

congiunto le due corone imperiali. Leone III fu l'ardente promotore

di queste nozze, però che i papi, simboli veri del principio d'unità,

cessar voleano le contese di religione tra l'Oriente e l'Occidente, e

l'unione o mistica o naturale d'Irene con Carlomagno sarebbe stata come

il termine dello scisma mercè la reintegrazione del mondo romano.

Se non che tutto questo fu sconciato per le segrete mene dei principi

longobardi rifuggiti alla corte di Costantinopoli; anzi vi ebbe

un'intimazion di guerra fra i Greci ed i Latini; e Giovanni, logoteta

della milizia greca, dalla Sicilia venne ad approdar nel regno di

Taranto e di Napoli, per indi cacciare i Franchi dall'Italia; ma nelle

prime schermaglie, i Greci, sgominati, la diedero a gambe innanzi alle

lance dei Franchi, e Giovanni fu preso e messo a morte per ordine di

Carlomagno. I Greci, sì culti, sì snervati dalla civiltà, non valevan

più nulla per soldati, ora come avrebbon essi potuto combattere contro

gli uomini del Nord, contro quei Franchi d'Austrasia più valenti dei

Bulgari ond'era minacciata la loro metropoli? Irene, la protettrice

delle immagini, la donna artista, non rinunziò punto per questo al

disegno di sposar suo figlio Costantino Porfirogenito a Geltrude, e

mandò un'ambasceria greca che venne a trovar Carlomagno ad Aquisgrana,

dove furon celebrate nuove sponsalizie, e tanto è vero che queste nozze

furono convenute indi a breve tempo, che gl'inviati greci lasciarono

a Geltrude un eunuco dottissimo per istruirla dei costumi e degli usi

di Bisanzio, e così della lingua ch'ella parlar doveva ai ministri

del palazzo. Le quali pratiche fra Irene e Carlomagno continuarono

fino a che una nuova rivoluzione abbattè l'autorità dell'imperatrice,

e lo storico Teofane afferma che ancora trattassi di congiungere i

due imperi. «Alcuni apocrisarii, egli dice, furono inviati affin

di congiungere Irene in matrimonio con Carlomagno, e unire in un

solo gl'imperi d'Oriente e d'Occidente; ma Azzio, cui stava a cuore

d'assicurar l'impero al proprio fratello, sconciò questo disegno». Un

fecondissimo avvenimento sarebbe stato questo maritaggio dell'imperator

d'Occidente coll'imperatrìce d'Oriente, poichè per esso sarebbe stato

ricomposto il romano impero negli ampli suoi confini, e i Barbari

distrutto non avrebbero gli ultimi avanzi dell'antica civiltà. Se non

che nel corso dei tempi raro è che le cose si ricompongano sotto le

medesime forme: ciò che cade più non risorge, e quando un edifizio è

crollato, niuno può far di raccorne sì a punto i rottami da rifarlo

grande e forte in tutto come prima, nè più ridonar si può la vita a chi

è spento.

La rivoluzione del palazzo di Bisanzio, che spezzava lo scettro in mano

ad Irene, sollevava all'onor della porpora un uom di guerra, Niceforo,

che fu dai soldati alzato in sugli scudi, come si vede nelle miniature

dei tempi, e fu dal patriarca coronato in Santa Sofia. Irene, trattata

prima con riverenza, siccome sposa di Leone e madre di Costantino

Porfirogenito, fu indi chiusa in un monastero, e colei che pur dianzi

avea grado e podestà d'imperatrice, andò a finir cattiva e confinata

nell'isola di Lesbo. Una lettera dei legati franchi a Costantinopoli

narra questa revoluzione domestica, nella quale sostennero Irene

finchè poterono, siccome alleata di Carlomagno, ma poi terminato il

moto, abbandonaron Costantinopoli per venire a riferir di presenza

all'imperatore gli avvenimenti che agitato aveano l'impero d'Oriente, e

i motivi politici ond'era stata mossa l'esaltazione di Niceforo.

La possanza di Carlomagno era tale che Niceforo ben comprese dover egli

cercare, innanzi tutto, l'amistà sua;le frontiere dell'uno toccavan

quelle dell'altro e grande era il timor delle irruzioni dei Franchi

coronate sempre dalla vittoria. Per acquistarsi quindi l'amicizia e

la grazia di Carlomagno, Niceforo gli mandò una solenne ambasceria; ed

esperti oratori, com'eran quei Greci, giustificar doveano l'esaltazione

del signor loro, e i motivi ond'era stato svelto lo scettro di mano

ad Irene, amica dell'imperator dei Franchi. Il monaco di San Gallo,

vivace cronista, segue, passo per passo, gli ambasciatori greci, che

vengono a salutar Carlomagno a nome di Niceforo. I Franchi aveano

grandemente in dispregio questa razza bisantina; i vescovi da Carlo

mandati a Costantinopoli raccontavan mille istorie intorno alle

bizzarre usanze dei Greci, e queste istorie giravano di bocca in bocca,

e il buon monaco di San Gallo le racconta a questo modo: «Nel tempo

della guerra contro i Sassoni, Carlo mandò suoi legati all'imperatore

di Costantinopoli, il quale si fece a dimandar loro se gli stati di

Carlo suo figliuolo[12] erano in pace, o turbati dalle nazioni vicine;

e avendo il capo dell'ambasceria risposto che tutti erano in pace,

salvo un certo popolo, chiamato i Sassoni, che infestava con le sue

depredazioni le frontiere di Francia: — Oh cielo! rispose quel principe

che marciva nell'ozio, e non era punto fatto alla guerra, e perchè il

diletto figliuol mio si affatica egli a combattere sì picciol nemico,

senza fama nè valore? Io dono a te stesso questa nazione con tutto

ciò che possiede! — Tornato in patria, l'ambasciatore riferì questo

discorso a Carlo, il quale gli rispose queste parole: — Ben più avrebbe

fatto per te quest'imperatore, se t'avesse donato un buon mantello per

un sì lungo viaggio».

I vescovi mandati da Carlomagno nell'impero di Costantinopoli, essendo

stati, come vedesi, male accolti, se l'avean legata al dito, e il

monaco di San Gallo non manca di soggiunger appresso, come i Franchi

se ne vendicarono. «Poco di poi l'imperator greco mandò anch'esso

suoi ambasciatori al glorioso Carlo, e si abbattè appunto che in

quell'occasione si trovasser con lui il medesimo vescovo ed il duca di

cui è detto, i quali, all'udir annunziare la venuta di quei legati,

suggerirono al saggio monarca di farli condurre attraverso alle Alpi

per vie impraticabili tanto che logorato e consumato avessero al

tutto quanto seco portavano, e fosser così obbligati di presentarsi

a lui già ridotti in pessimo arnese. Poi, quand'ei furono arrivati,

il vescovo e il compagno suo fecer sedere il conestabile in mezzo a

tutti i suoi dipendenti, e sovra un seggio elevato per modo che far

non si potea di non prendere quest'uffiziale per l'imperatore. Onde

gli ambasciatori, come tosto lo videro, si prosternarono a terra per

adorarlo, ma ributtati dai servitori di Carlo, furon costretti a passar

nelle altre stanze più innanzi, ove, avvisato il conte del palazzo che

parlava ai grandi raccolti intorno a sè, credendolo il principe, di

nuovo si precipitarono a terra. Cacciati più innanzi e schiaffeggiati

dagli astanti, che andavan loro dicendo: — Questi non è l'imperatore, —

andarono oltre, e trovarono il siniscalco della tavola reale attorniato

da tutti i famigli, coperti di abiti ricchissimi, nè più dubitando

che colui non fosse il re, eccoli di nuovo a terra. Cacciati anche

da questo luogo, videro in un salone tutta la gente di servigio della

camera reale intorno al loro capo, e per allora si tennero certi che

quello esser dovesse veramente il primo dei mortali. Ma quell'uffiziale

li tolse da questa credenza, e promise loro di fare ogni poter suo

in un coi primi della corte, per ottenere ad essi, se far si potea,

la grazia d'essere ammessi alla presenza dell'imperatore augusto.

Alcuni di quelli che trovavansi con lui, ebbero intanto commissione

d'introdurli in gran cerimonia.

«Carlo, il più illustre dei re, sfolgorante come il sole al suo

sorgere, e tutto splendiente d'oro e di gemme, stavasene assiso

presso una finestra che mandava gran luce, appoggiato ad Ettore, che

tale era il nome del vescovo da lui già mandato a Costantinopoli.

Intorno all'imperatore erano schierati a cerchio, a simiglianza della

milizia celeste, i suoi tre figliuoli da lui assunti a compagni già

nell'impero, le sue tre figlie con la madre loro, splendide di virtù

in uno e di bellezza; e prelati d'aspetto e di merito senza pari;

e abati illustri per la nobiltà del pari che per la santità loro, e

duchi, appetto dei quali tal non fu in antico lo stesso Giosuè nel

campo di Galgala. Questa schiera, al par di quella che ributtò Ciro

e gli Assirii suoi dalle mura di Samaria, avrebbe potuto, come se

avesse avuto Davide nel mezzo, giustamente cantare: O re e popoli

tutti della terra, o principi tutti e giudici della terra, garzoni

e donzelle, vecchi e fanciulli, lodate tutti il nome del Signore! —

Gli ambasciatori greci, colti da stupore, si sentirono venir meno; e

usciti di conoscenza, caddero muti e svenuti al suolo. L'imperatore,

con tutta benignità, li fece alzar da terra, e procurò di rincorarli

alquanto con parole di conforto; ma quando poi videro colmato di tanti

onori quell'Ettore che i Greci trattato aveano con tanta sgarbatezza e

disprezzo, presi da nuovo spavento, ricaddero a terra, nè si levarono

finchè il principe ebbe giurato loro, pel re de' Cieli, che non sarebbe

lor fatto male alcuno. Rassicurati da questa promessa, cominciarono a

mostrar maggiore fidanza; ma, ritornati che furono alla patria loro,

non posero mai più piede nel nostro paese[13].

«Qui è il luogo di raccontar come l'illustre Carlo avea intorno a sè

uomini sapienti in ogni cosa. Dopo celebrato il mattutino in presenza

dell'imperatore, quei Greci, nell'ottava di Natale, cantavano in

segreto e nella lingua loro alcuni salmi in onore di Dio, quando il re,

che stava nascosto in una stanza vicina, rapito dalla dolcezza della

loro poesia, impose a' suoi cherici di non por cibo in bocca finchè

recato non gli avessero quelle antifone voltate in latino; quindi è che

tutte son d'uno stile, e che in una di esse trovasi scritto _conteruit_

in luogo di _contrivit_. Quegli stessi ambasciatori avean portato seco

istromenti d'ogni sorta, che veduti furtivamente insiem con le altre

cose rare che coloro aveano, furon dagli artieri del sagace Carlo,

con gran diligenza imitati. Segnalaronsi essi principalmente nella

contraffazione d'un organo, quel mirabile istromento che, per mezzo di

vagelli di rame e mantici di pelli taurine, cacciando l'aria, come per

incantesimo, in canne pur di rame, eguaglia co' suoi ruggiti il rombo

del tuono, e con la sua dolcezza i lievi suoni della lira. Non è questo

il luogo nè il tempo di raccontare dove fu posto quest'organo, nè

quanto ei durasse, nè come andasse a male insieme con mille altre cose

preziose che lo Stato perdette».

D'onde sono a notarsi i due sentimenti che inspirava a quei giorni

l'aspetto della civiltà bisantina; prima un alto disprezzo per la

viltà e doppiezza dei Greci, non avendo gli uomini forti e vigorosi

che dimoravan sulla terra di Francia, e nelle cittadi a riva del Reno

e della Mosella, stima veruna per quegli sciagurati eunuchi, quei

giullari coperti di seta che difender non sapeano con la lancia e la

spada la città loro; poi lo stupore e l'abbagliamento quasi, da cui

eran presi a quella inoltrata civiltà, a quei mirabili monumenti, a

quei progressi dell'industria, a quelle maraviglie della scultura,

all'udire un organo armonioso, al vedere un dipinto di vivace colorito,

un ricco reliquiario, o la porpora di quelle città loro sontuose.

Questi due sì opposti sentimenti si manifestano nelle croniche; se

parlano dei Greci come uomini, sono parole di spregio e d'astio di

razza contro razza; se parlano all'incontro dello spettacolo ch'offre

Bisanzio co' suoi monumenti, co' suoi giardini, con le sue statue, co'

suoi vasti ippodromi, allora son tutti entusiasmo, e gli stessi monaci

latini non posson far di non restare maravigliati a una civiltà che

somiglia ad una bella statua d'avorio, tutta cosparsa d'oro e di gemme.

La detta ambasceria di Niceforo a Carlomagno non avea sol commissione

di appiccar pratiche per la confederazione tra i due imperi, ma sì

ancora di stabilire i confini dell'una e l'altra frontiera in modo

esatto e permanente; il che implicava la ricognizion pura e semplice

del titolo d'imperatore d'Occidente nella persona di Carlomagno. In

alcuni frammenti che ci rimangono, si vede anzi il cambiamento che

viene operandosi nella diplomatica corrispondenza del gran principe

austrasio cogli imperatori bisantini. Egli non è più _rex_ soltanto, ma

_basileus_ e talvolta anche _imperator_; nè egli chiama più il signore

che regna in Bisanzio col nome di padre, ma sì con quel di fratello;

egli non è più tributario loro, ma loro eguale, cambiamento decisivo

nelle forme, ed a Costantinopoli le forme erano tutto.

I limiti dei due imperi vennero, quanto all'Italia, assegnati

sulle frontiere della Puglia, del ducato di Taranto e di Napoli;

sull'Adriatico, alla Venezia, alla Dalmazia, all'Istria; verso il

Danubio i territorii venner divisi per le nazioni barbare accampate

nelle lande dal Danubio fino al Volga. La quale contrazione fu

fatta non senza una certa giustizia ed equità, e l'effetto suo più

significativo fu la ricognizione d'un impero d'Occidente, salutato

dai Cesari di Costantinopoli come un rinnovamento di quel tempo in

cui fu diviso il mondo romano, con due sedi in due grandi capitali

città, Roma e Costantinopoli. E poichè le idee sopravvivono alle cose,

e quest'imperio romano avea lasciato tante gloriose memorie de' suoi

Augusti e de' suoi Cesari, non è maraviglia che uomini anche di stirpe

germanica ad onor si recassero di ristaurar l'impero con le reliquie

della civiltà da esso lasciate in retaggio alla terra. Il titolo

d'imperator d'Occidente avea lasciato gran fama anche tra le barbare

nazioni, e lo splendor di Carlomagno non ebbe ad esserne che più

sfolgorante tra le generazioni.

La rinomanza di quest'imperatore e lo strepito delle conquiste e

maraviglie sue, erano pur penetrati in Oriente, dove, l'anno dell'Egira

170 e di Cristo 786, seguì l'esaltazione d'un gran califfo di nome

Arun-al-Raschild, o il Giustiziere, e Abulfeda racconta le guerre

de' suoi primi anni che gli assicurarono il califfato. Le civiltà

dell'India, della Persia e della Grecia operato avevano sulla nazione

araba, e se ne trovavano tracce in ogni luogo. Gli Arabi non erano

altrimenti un popolo creatore, ma sì imitatore, che ripetea le

tradizioni persiane, indiane e greche; traduttori com'essi erano degli

studi bisantini, ed esperti copiatori dell'architettura e dell'arti

dell'Indostan, o dei monumenti sassanidi, ed eredi della scuola

alessandrina, e' non sapevan da sè stessi nulla creare, ma destri erano

in contraffare, imitare, tradurre. Dal dì della sua esaltazione Arun

era in guerra cogli imperatori, quindi non è strano ch'ei cercasse

l'alleanza di Carlomagno, nè questa politica dispiacer doveva ai

Franchi d'Occidente[14], sì avversi com'erano ai Greci di Bisanzio.

Riferiscon le cronache che il califfo mandò legati a Carlomagno con

un presente di nuova foggia, ed era un orologio sul far bisantino,

con tutta quella finezza e pazienza di lavoro che gli Arabi in grado

supremo posseggono. Il quadrante era composto di dodici porticine che

formavan la divisione delle ore; ogni porta restava aperta, poi all'ora

duodecima, dodici piccioletti cavalieri, uscendo insieme, facevano il

giro del quadrante, e chiudevan tutte le porte, e ogni giorno così.

Questo lavoro, tutto d'avorio, ad ammirazione di tutta la corte di

Carlomagno, fu collocato nella cattedrale di Compiegne[15].

Il monaco di San Gallo che scrive d'ogni novella, non lasciò di

narrar, con tutti i suoi particolari, la venuta degli ambasciatori

d'Arun, e le pratiche appiccatesi tra il califfato e il nuovo imperator

d'Occidente. «Alcuni ambasciatori furono inviati all'imperatore dalla

Persia, i quali pensarono di far meglio approdando ai lidi d'Italia,

mossi anche dal grido di Roma che sapevano esser soggetta all'impero

di Carlo. Ma essi furono accolti con sospetto dai vescovi della

Campania, della Toscana, della Romagna, della Liguria, e finalmente

della Borgogna e della Gallia, e altresì dagli abati e dai conti, cui

fecero manifesto il motivo del loro viaggio, e da alcuni di essi non

furon voluti ricevere, finchè dopo corso un anno, quegli sciagurati,

stracchi e spossati dal lungo viaggio, vennero in Aquisgrana a trovar

quest'imperatore tanto famoso per le sue virtù, se non che, giunti

essendo appunto e annunziati al principe nella settimana più solenne

della quaresima, fu differita l'udienza loro fino alla vigilia di

Pasqua. Ed in questa festività, la maggiore di tutto l'anno, essendo

l'incomparabil principe vestito d'ornamenti senza pari, fece introdurre

alla sua presenza i legati di quella nazione, un tempo spavento

dell'universo, e il massimo Carlo apparve loro tanto più maestoso

d'ogn'altro mortale, che si persuasero di non aver mai prima di lui

veduto nè re nè imperatore. Gli accolse egli benignamente, e concedette

loro la grazia insigne di poter, come i suoi proprii figliuoli, andar

dove più volessero, di esaminare ogni cosa, d'informarsi e pigliar

nota di checchè si fosse. Rapiti dal contento, a tutte le ricchezze

dell'Oriente anteposero il bene di non dipartirsi dall'imperatore,

di contemplarlo e ammirarlo continuo. Saliti dunque nella tribuna che

sopraggiudica intorno la basilica, e di là guardando ora il clero ed

or la milizia, ma pur sempre ritornando cogli occhi sul principe,

nè potendo, nell'eccesso della loro esultanza, trattenersi dalle

liete loro acclamazioni, battevano palma a palma, e prorompevano:

— Fin qui noi non abbiam veduto che uomini di terra; ma ora sì che

ne vediamo uno d'oro. — Poi, appressandosi a ciascun dei grandi,

ammiravano la novità delle vesti o dell'armi loro; di nuovo indi

tornando all'imperatore, come al più degno dei loro omaggi. Passata

così la notte del sabato santo e la domenica vegnente a tutto veder

nella chiesa, furono in questo santissimo dì convitati al sontuoso

banchetto del munificentissimo Carlo, insiem coi grandi della Francia,

anzi dell'Europa; ma stupefatti a quanto vedevano, si levaron di

tavola quasi digiuni. Ed ecco che il giorno appresso, all'istante in

cui l'Aurora, lasciando il letto di Titone, dispensava la luce del

sole[17], Carlo, insofferente del pigro riposo, muove per la foresta

in caccia del bufalo e dell'uro[18], conducendo seco i legati; ma

quei poveri Persiani alla vista di quelle immani belve, colti da

grandissimo spavento, si danno alla fuga. Intanto il prode Carlo, che

non sa che sia timore, cavalcando un velocissimo corridore, raggiunge

una di quelle fiere, trae la spada, e fa per troncarle il capo; ma il

colpo non va pieno, e il feroce animale rompe il calzare del re insiem

con le strisce che lo legano, e gli sfrega con la ponta delle corna

la parte dinanzi della gamba tanto da farlo poi alquanto zoppicare,

e infuriato per la tocca ferita, fugge tra piante e balze per una

macchia foltissima. Tutti i cacciatori vogliono spogliarsi a gara dei

loro calzari, per servirne il loro signore, ma egli non lo consente,

dicendo: — Io vo' mostrarmi in questo stato a Ildegarda».

Or nell'antica cronaca, l'imperatrice Ildegarda è la sposa diletta, la

sollecita compagna di Carlomagno; essa non l'aveva tuttavia seguito in

questa fiera caccia nelle selve della Germania, ed erasene restata in

villa od in corte. «Intanto Isimbardo, figliuolo di Varino, prosegue il

cronista, avea inseguito la belva, nè osando avvicinarsele troppo, le

scagliò contro il suo giavellotto, cogliendola tra la giuntura della

spalla ed il petto fino al cuore, indi la presentò ancor palpitante

all'imperatore, il quale, senza pur mostrar d'avvedersene, lasciando

a' suoi compagni di caccia il corpo dell'animale, tornossene al suo

palazzo, ed ivi fatta chiamar la regina, e mostratole il lacerato

suo calzare, le disse: — Che meriterebbe colui che m'ha liberato dal

nemico da cui io ebbi questa ferita? — Ogni ben del mondo, rispose

la principessa. — L'imperatore allora le raccontò l'accaduto, e fatte

recare in testimonio le tremende corna della fiera, fu veduta la regina

sciogliersi in lagrime, mandar profondi sospiri, e percuotersi il petto

con ambe le pugna. Inteso poi che Isimbardo, in disgrazia a quei giorni

del suo signore, e spogliato d'ogni onor suo, era quello il cui braccio

avea liberato l'imperatore da un sì formidabil nemico, precipitatasi

ai piedi del marito, ottenne da lui che allo stesso Isimbardo fosse

restituita ogni cosa toltagli, nè contenta ella a questo, gli fece di

sua mano larghissimi doni. I Persiani offrirono ancora all'imperatore

un elefante con alcune scimie, balsamo, nardo, essenze diverse, aromi,

profumi e droghe medicinali d'ogni sorta, tanto che parea n'avessero

vuotato l'Oriente per empirne l'Occidente. Frattanto essendosi alquanto

più addomesticati coll'imperatore, avvenne che un giorno in cui erano

più allegri del solito e riscaldati da vin generoso, essi rivolsero,

motteggiando, queste parole all'imperatore, il quale, temperantissimo,

era in tutto il suo senno: — Certo, imperatore, la vostra potenza

è grande, ma pur meno assai di quanto la fama divulgò nei regni

dell'Oriente. — A che Carlo, dissimulando l'interno suo corruccio,

rispose ridendo: — E a quale proposito dite voi questo, figliuoli miei?

e da che vi fu suggerito questo pensiero? — Ed essi allora, tornando

ai primi tempi del loro viaggio, gli raccontarono per filo e per segno

tutto ciò che ad essi era intervenuto nelle regioni al di qua dei

mari, dicendo: — Noi Persiani, Medi, Armeni, Indiani ed Eleniti, vi

temiam tutti più che il nostro medesimo signore Arun. Che direm poi

dei Macedoni e dei Greci, i quali paventano la vostra grandezza, come

più atta ad opprimerli dell'onde del mar Ionio in tempesta? Quanto

agl'isolani tutti, fra mezzo a cui siamo passati, ei si mostrano

siffattamente solleciti e devoti a vostro servigio, da crederli

pasciuti nel vostro palazzo e gratificati dai vostri più magnifici e

onorevoli benefizi. Ma i grandi all'incontro del vostro paese non ci

sembrano troppo vogliosi di piacervi, se non in presenza vostra; prova

ne sia, che quando noi, per via, gli abbiamo pregati si degnassero

di far qualche cosa per noi, a riguardo della vostra persona,

che noi venivamo a cercar sì da lontano, eglino ci han congedati

senz'ascoltarci ed a mani vuote.» Udita la qual cosa l'imperatore

privò di tutte le loro cariche ed onori i conti e gli abbati, ai quali

presentati si erano gli ambasciatori[19]; quanto ai vescovi, essi furon

da lui condannati a forti ammende, dopo di che ordinò che i legati

fossero condotti con grandissimi onori e attentissime sollecitudini

sino alle frontiere del loro paese.

Storia di Carlomagno vol. 2/2 · 第 1 / 23 段