Due mesi dopo.... Ci volete venire, fin là? Ho in animo, come vedete, di
risparmiarvi le noie del racconto, e tutti quei minuti particolari di un
lieto fine, che vanno lasciati alle favole. Due mesi dopo, Arrigo il
Savio era guarito largamente, non pure dalla ferita, ma anche da quella
saviezza precoce, che lo rendeva tanto uggioso alle dame. Il conte
Guidi, poveraccio, con una costola rotta e una palla alloggiata a tempo
indeterminato tra due apofisi della colonna vertebrale, incominciava a
ricogliere il fiato, ma non a scender da letto. Orazio Ceprani, andato
una volta in casa di Arrigo, si era veduto metter sott'occhio tre
lettere che non aveva voluto riconoscere: ma un “vada via!„ proferito
tre volte con fiera progressione di accento da Cesare Gonzaga, i cui
occhi erano lì lì per schizzar fuori dalle orbite, lo aveva fatto
correre come un veltro, e senza voltarsi più indietro. Non va
dimenticato che il signor Orazio portava con sè la consolazione di non
sentirsi più domandare quelle cinquemila lire che sapete; giusto
compenso alla perdita di un'utile amicizia.
E due mesi dopo, il signor Cesare Gonzaga, alzatosi di buon mattino da
letto, sentì che non poteva più reggere alla vita di Roma. Del resto,
non sapeva come occupare il suo tempo, perchè le faccende per cui aveva
fatto il viaggio erano tutte sbrigate.
— Happy, — diss'egli allora al servitore, — farai le mie valigie. Io me
ne andrò questa sera.
— Vuol partire, illustrissimo?
— Sì, ritorno alle mie Carpinete.
— Mi duole! — disse Happy.
— Ti duole! E perchè?
— Perchè.... Scusi, illustrissimo, la familiarità del linguaggio. Ma ci
sono dei momenti.... —
Cesare Gonzaga non gli lasciò il tempo di finir la frase.
— Nella vita degl'individui, come in quella dei popoli; ho capito, va in
fondo.
— Mi ero avvezzato così bene a lei!
— Davvero! Ed io che volevo per l'appunto invitarti a venire con me!
— Dice da senno?
— Non ischerzo mai. Ne avevo anzi già parlato a mio nipote. Tu sei un
giovanotto d'ingegno, Happy, e sai molte cose, molte cose! Il tuo posto
è di segretario; ma non al fianco del cavaliere, intendiamoci bene,
perchè egli non ha più segreti da confidare, nè da lasciar trapelare.
Verrai con me; parleremo di storia antica, di numismatica, e se ti
piace, anche di araldica.
— E si lascierà chiamare marchese?
— Se ciò ti consola, sì. Del resto, avrai anche da tacere su parecchie
coserelle vedute ed udite. Io ti dirò come Filippo II al suo Gomez, o al
suo Perez, che non rammento più bene, tanto si somigliano fra loro: — _A
me la fama — A te, se taci, salverai.... la pensione_. Il verso non
torna, e forse si potrebbe dire _la paga_.
— Il verso non torna, ma c'è l'idea; — rispose prontamente il servitore.
— Aggiunga, illustrissimo, che la pensione ha un senso largo, che la
paga non ha. Del resto, il tiranno dell'Alfieri, promettendo la vita al
suo confidente, non rischiava di mandare la Spagna in rovina.
— Ed anche di letteratura, Dei immortali! Anche di letteratura! — gridò
Cesare Gonzaga. — E d'agraria ne sai nulla?
— Così, qualche principio. È stata la mia prima occupazione, e non ci ho
merito. Ma scusi la mia curiosità; verranno alle Carpinete i signori
Valenti Gonzaga?
— No, rimarremo soli. Ma vedrai, faremo delle grandi cose; ristoreremo
il castello, dissoderemo sterpaie, feconderemo greti di fiume, vivremo
tranquilli, come i pastori delle Bucoliche; pianteremo anche un bel
faggio, mio caro Titiro, un bel faggio, alla cui ombra non poseremo; ma
che importa? Penseremo ai figli, che non saran nati da noi; faremo voti
per il bene dell'umanità, amandola da lontano, nello spazio e nel tempo.
Ti conviene? —
Happy sorrise e spiccò un salto prodigioso.
— Con lei, signor marchese! Quante cose imparerò! Come sarò felice!
— Già, — disse il Gonzaga, — perchè per la prima cosa ti leverò quella
caricatura di nome inglese, e ti restituirò alla semplicità della tua
fede di battesimo. —
Così partì Cesare Gonzaga dall'eterna Roma, dove aveva fatto tante cose
bellissime. Il conte Pompeo Morati di Castelbianco volle accompagnarlo
alla stazione, e ritornò a casa innamorato di lui. Ancora adesso, quando
gli avviene di ricordarlo, non dà tregua alle lodi.
— Che uomo! Che giovanotto! Ma già, non fo per dire, i giovani siamo
noi. —
La contessa Giovanna sorride, ma a denti stretti; occasione eccellente
per farli vedere. Ella, del resto, è tranquilla e serena; non ha una
grinza alle tempie, dove è fama che si raccolgano, disposti a ventaglio,
i dolorosi ricordi della vita; mantiene in onore i suoi famosi
mercoledì, e riceve sempre come una imperatrice. Chi ama, oggi, o a chi
pensa, la bruna signora? Ah, scusate, sarebbe un'altra storia, e a me
può bastare di aver condotto questa al suo termine.