Gabriella aspettava e sorrideva. Era sicura di vincer lei, la bella e
forte fanciulla. Non amava Arrigo il savio; amava Cesare, il generoso,
Cesare il buono, Cesare il grande. Non gliel avrebbe detto, no, glielo
avrebbe lasciato indovinare; ma se egli non si fosse apposto al vero, se
egli non avesse inteso l'animo della sua candida interlocutrice, tanto
peggio per lui! sarebbe stato Cesare... il semplice.
— Signorina... — incominciò egli, venendo a sedersi daccanto a lei.
— Mi chiami Gabriella, e mi dia del tu, come ha proposto mio padre, e
come desidero io; — diss'ella, con accento dimesso.
— Non oserò mai; — rispose il Gonzaga. — Facciamo un passaggio. Dirò
Gabriella ma darò del voi. Mi riserbo di dare del tu ad una bella
fanciulla che accetterà di essere mia nipote. Siamo intesi?
— Che idea! — esclamò Gabriella,
— È un'idea fissa, bambina. L'ho già detta a vostro padre, che non l'ha
disapprovata. Il mio Arrigo ne va pazzo; ed è giusto, poichè l'ha
trovata lui, perchè è lui che m'ha chiamato a Roma, dove senza di lui
non avrei rimesso piede.
— Perchè, signor Cesare? Che cosa vi ha fatto, questa povera Roma? —
Cesare Gonzaga trasse un lungo sospiro dal petto....
— Bambina, — rispose egli poscia, — sono storie dolorose ed antiche, in
nome delle quali io vi prego di appagare il mio voto. Permettetemi di
dire che voi non conoscete Arrigo. Gli uomini, prima di tutto, non si
giudicano bene dalle apparenze. Ci sono quelli che custodiscono
gelosamente i loro sentimenti delicati, e nascondono il meglio del loro
cuore alle turbe. Infine, se egli vi ama!... Perchè io lo so, io l'ho
veduto, io l'ho scrutato nei più intimi penetrali dell'anima, egli vi
ama. Mi credete voi capace d'ingannarvi?
— No, — disse Gabriella. — Credo che siate ingannato voi stesso. Io
stimo e rispetto vostro nipote. Vi dirò di più; lo vedevo assai
volentieri, anche ignorando ch'egli appartenesse alla vostra famiglia.
Ma io l'ho udito più volte, ed ho potuto giudicarlo. Non amo gli
scettici. Arrigo Valenti è un savio; lo dicono tutti. Sapete voi che
cos'è un savio a venticinque anni? È un uomo senza gioventù, senza
entusiasmo, senza idealità, senza cuore, la rovina anticipata di una
coscienza. Mio padre e mia madre, signor Cesare, mi hanno educata al
culto delle grandi anime, dei cuori aperti e leali, delle nobili idee,
dei generosi sentimenti. Non conoscevo ancora un uomo, fuori che mio
padre, e già ne ammiravo, ne amavo uno, che somigliava a voi. —
Il discorso era stato lungo, e Cesare Gonzaga lo aveva ascoltato con
molta calma, perchè, sebbene qualche volta gli fosse venuta la voglia
d'interrompere, si trattava di cose che egli aveva prevedute, di uno
stato d'animo e di un modo di sentire che egli già conosceva. Ma la
chiusa gli giunse nuova; la chiusa lo fece addirittura balzar dalla
scranna.
— Davvero? — diss'egli, fissando Gabriella negli occhi, come se temesse
di aver male udito e cercasse in quegli occhi la conferma delle parole.
— E quest'uomo, lo avevate già immaginato... coi capegli bianchi?
— Bianchi, no, ma un po' grigi, lo confesso; — rispose Gabriella. — Son
grigi i capegli dell'uomo che ha pensato molto, e molto operato. Vedevo
quei capegli grigi; vedevo la fronte alta, il labbro dolce e lo sguardo
sereno; vedevo l'uomo pronto ad infiammarsi per ogni idea generosa, e
gli esempi tutti della sua vita conformi a quella nobiltà di pensiero.
Le aspirazioni son belle, — soggiunse la giovine filosofessa, — ma senza
gli esempi, senza le prove, non valgono. Li conosciamo anche noi, povere
osservatrici, i bei parlatori, gli apostoli del sentimento, i paladini
dell'eroismo in parole, e non ci piacciono punto punto. Io amo soltanto
chi ha sentito, combattuto e sofferto, chi nelle prove dolorose della
vita non ha logorato il cuore, chi negli occhi limpidi mostra l'anima
sua, giovane sempre, perchè eternamente buona. —
Cesare Gonzaga ascoltava, meditando ogni parola, vedendo la sua triste
vita riflessa in quelle frasi, che la compendiavano, indovinandola quasi
con tanto intelletto d'amore. E guardava, ascoltando, e sorrideva, e
sentiva dentro di sè qualche cosa d'insolito, come un antico e pur mo'
rinnovato desiderio di piangere.
— Ero bambina inesperta, — riprese Gabriella, — e già si diceva davanti
a me che voi eravate un uomo singolare, valoroso in campo, mite e
modesto negli usi della vita quotidiana, amico sincero, infine, e, per
farvi il ritratto in due parole, un'anima eletta. Si aggiungeva che voi
avevate compiuto un atto eroico, partendo dall'Italia, sacrificando il
presente e il futuro, rinunziando alle più care speranze, alle più
giuste ambizioni. La vostra medesima lontananza, anche quando tante voci
possenti vi richiamavano in patria, dimostrava la grandezza del vostro
sacrifizio. E s'intenerivano, signor Cesare, parlando di voi. Se li
aveste uditi! Io ero una bambina, capivo poco, ma sentivo molto;
ascoltavo e pensavo.
— Vi prego... — disse Cesare Gonzaga, con voce soffocata da una violenta
emozione. — Non parlate dei morti.
— Perchè? Parliamone, se il loro ricordo fa bene allo spirito. Le mie
parole, io spero, non vi torneranno neanche spiacevoli, se è vero che mi
amate un pochino. Inoltre, noi donne, — soggiunse ella, accompagnando la
frase con un arguto sorriso, — siamo state sempre adulate, e finiamo con
credere a ciò che si è detto di noi, ed anche stampato. Siamo le
consolatrici; la nostra amicizia è premio al valore e conforto alla
sventura. Hanno aggiunto che un uomo buono non è completo, senza una
donna buona. Signor Cesare, io non volevo dirvelo, incominciando. Ma
voi, vedendomi ricusare ciò che mi offrite, potevate credere che io
fossi un'ingrata, una cattiva, e che pensassi ad altri. Ieri avete anche
avuto quistione con qualcheduno, e forse, anzi certamente, per me. Non
dite di no, perchè sarebbe una bugia, indegna di voi. Orbene, io ora vi
parlo a cuore aperto, come meritate, e senza arrossire. Mi faccio
coraggio, vedete? Vi guardo in viso, e vi dico: io vorrei essere quella
donna buona. Ho quasi vent'anni, già; non ho amato che mio padre, mia
madre e voi. Volete? Nessuna donna... — e qui la fanciulla abbassò la
fronte, sentendo le fiamme del rossore che aveva sperato di reprimere; —
nessuna donna avrà mai detto ad un uomo ciò che io dico a voi in questo
momento... che è solenne per me.
— Impossibile! — mormorò Cesare Gonzaga.
— Impossibile! E perchè?
— Perchè... vedete Gabriella... vostra madre... io... —
E così dicendo a parole interrotte, Cesare Gonzaga diede in uno scoppio
di pianto.
Gabriella si levò in piedi vedendo ch'egli si abbandonava col capo
arrovesciato sulla spalliera della seggiola, e fece uno sforzo supremo
per rialzarlo.
— Voglio saper tutto! — gli disse. — Ho acquistato il diritto di
pretendere da voi una confessione sincera.
— È una storia breve: — rispose il Gonzaga. — Ho amato vostra madre,
come si doveva amarla, con tutte le forze dell'anima. E l'ho fuggita,
vedete, l'ho fuggita, mentre stava in me di ottener la sua mano, a
preferenza d'ogni altro. Vostro padre era già ricco, ed io no, o ben
poco a paragone di lui. Ma il padre di quella donna mi era debitore di
molto... della vita e dell'onore di uno de' suoi. Siate mio figlio, mi
aveva detto; non ho che un tesoro ed è vostro. Io avevo veduto la figlia
di quell'uomo; e mi ero acceso d'amore, e, sperando di essere amato, mi
ero fatto stimare. Un giorno, Andrea Manfredi, l'amico mio, il mio
fratello d'armi, mi bisbigliò il suo dolce segreto: Cesare, amo una
donna. Anch'io, gli risposi. E parlavamo spesso dei nostri amori, delle
nostre speranze, delle nostre gioie future, in mezzo alle fatiche del
campo, nei brevi riposi della notte, nelle marce forzate, a Velletri,
tra i fumi della vittoria, a Villa Corsini, dove cadde Goffredo Mameli,
l'unico bardo della patria, e con lui Luciano Manara, Enrico Dandolo,
Pietra Mellara, Daverio, Morosini, fiore di cavalieri e d'eroi. Tra le
mura crollanti del Vascello, dove per tanti giorni fu pioggia di fuoco,
noi trovammo ancora il momento di mandare un pensiero ai nostri giovani
amori. Nè io avevo chiesto a lui il nome del suo, nè egli a me il nome
del mio. Ma la morte era librata su noi, e l'immagine della morte diede
coraggio ad Andrea. “Senti, mi disse, se io muoio, taglia una ciocca dei
miei capegli, e portali a lei.„ — “Il suo nome?„ — “Lorenza.„ Tremai e
un sudor freddo mi corse giù per le tempia. — “Lancillotti?„ gli chiesi.
— “Sì, la conosci?„ Chiusi il mio cuore a forza, balbettai qualche
parola, e promisi. Povero amico, egli si era profferto di ricambiarmi il
favore, se io avessi dovuto soccombere. “No, grazie, — risposi, — è
inutile; io amo senza speranza; nessuno piangerà la mia morte.„ Il
destino ci volle salvi; rientrammo in Roma, nella nostra Roma
inutilmente difesa. Il padre di Lorenza, potente presso il Governo
papale, sentiva l'obbligo suo e voleva salvarmi. Gli chiesi di
proteggere anche Andrea, che non avrebbe potuto nè voluto escire da
Roma. L'amico mio indovinò tutto, ponendo piede in quella casa, e udendo
certe parole del vecchio. Quel giorno mi diventò freddo, il mio fratello
d'armi! Non ebbe fede, sospettò allora di me, ed io, che potevo esser
salvo, io, che potevo ottenere quella donna, nè solo per l'assenso del
padre, poichè ella sapeva il debito della famiglia verso di me e
l'avrebbe nobilmente pagato col sacrifizio della sua vita, io me ne
andai esule da Roma, inseguito come una fiera per tutti i dorsi
dell'Apennino, dopo aver chiesto perdono della fuga a quell'uomo, dopo
avergli resa la sua parola e raccomandata la felicità del povero Andrea.
Un mese dopo, abbandonavo la patria; per trent'anni non l'ho più
riveduta, e considerate voi il dolor mio!... non ho più potuto darle il
braccio, valido ancora, nel giorno della riscossa.
— V'intendo! — mormorò la fanciulla, piangente.
— Voi somigliate a quella donna, Gabriella; — riprese il Gonzaga. — Un
senso della bontà sua, della compassione che ella sentì per il mio
sacrifizio, si è trasfuso nel vostro cuore, e vi parla oggi per me. So
che sareste un angiolo consolatore; so che meriterei d'essere amato da
voi, ma dite; posso io amare la figlia di Lorenza, e del medesimo amore
che fu la delizia e il tormento di tutta la mia vita raminga? No,
bambina; voglio coprir la tua fronte di baci, come la copre tuo padre,
quando gli comparisci davanti, ricordandogli tua madre. Ed ho bisogno...
non mi dire di no! ho bisogno di confondere in uno i due amori della mia
vita, Lorenza e Cecilia, tua madre e mia sorella, la custode solitaria
della mia casa distrutta, la mia povera sorella che si è spenta così
lontana da me, invocando il mio nome e lasciandomi il suo unico figlio,
il suo giovane Arrigo. Anch'egli, povero Arrigo!... Non ve l'ho ancor
detto, Gabriella; egli è là, sopra un letto di dolore, e poteva morirmi,
stamane, se il piombo maledetto....
— Che dite? — gridò Gabriella.
— Sì, bambina! Vostro padre, che sento singhiozzare qui, presso a noi,
vostro padre che ha tutto udito e che mi legge nel cuore, vi dirà che
Arrigo ha cancellato con un moto generoso dell'anima, con un impeto di
gioventù, e se volete di gelosia, i difetti che voi vedevate in lui. Non
è freddo, Arrigo, non è calcolatore, nè scettico, poichè non ha dubitato
per l'amor suo di cimentare la vita, questa gran vita, che tanto si
pregia e che val così poco! Gabriella, egli aspetta la vostra sentenza,
e anch'io l'aspetto e la invoco. Amo in voi vostra madre; amate me in
Arrigo. Egli è sangue del mio sangue, e porterà d'ora innanzi il mio
nome. —
Gabriella piangeva, nascondendo il bel viso tra le palme.
— Povero amico! — mormorò ella finalmente.
— Ah, così va detto, bambina! — ripigliò Cesare Gonzaga. — Sono un
povero amico. E presto, se il vostro bel cuore si piegherà al nostro
desiderio, sarò il solitario, l'orso delle Carpinete. Noi, feriti nelle
battaglie della vita, noi naufraghi di una memoranda tempesta in cui
abbiamo perduto tante cose caramente dilette, vedete, dobbiamo esser
soli. Siamo rovine di uomini, e non vivono intorno a noi che memorie. Un
raggio tardo c'illumina qualche volta; ed è riflesso di soli già spenti.
—