Orazio Ceprani rispose con gesto, che voleva dire: “ho capito„ e poi

_si dileguò, come da corda cocca._

Arrigo fu molto soddisfatto di vederlo partire.

— Finalmente! — mormorò. — Il passo sarà libero, ora. Se permetti, zio,

vado a dare libertà a qualcheduno. Con questi amici, che ronzano sempre

ne' miei paraggi, bisogna sempre stare in vedetta.

— Fammi almeno sapere dove debbo ritirarmi, per lasciar passare i tuoi

misteri, — disse ridendo lo zio.

— Oh, non importa, c'è un'altra scala. Il guaio è che mette in una via

troppo vicina all'ingresso principale. Uno che esca di qua e svolti

nella strada di fianco... capirai!

— Capisco, può indovinare i tuoi segreti di Stato, o di Banca. Anzi,

diciamo addirittura di Banca, per restare nel genere femminile. —

Arrigo fece un gesto di ragazzo contrito, e andò nella camera attigua.

Due minuti dopo era di ritorno.

— Del resto, — disse il Gonzaga, tanto per riattaccare il discorso, — un

bravo giovanotto, quel Ceprani?

— Ah, sì, lascia che ti sgridi, caro zio! — rispose Arrigo, mettendosi

sul grave. — Che prodigalità son queste? Hai le mani bucate, a quanto

pare. Sei appena arrivato in Roma, e già ti adatti all'ufficio di

vittima. Caleranno i corvi, non dubitare, caleranno a centinaia, per

levarti i pezzi. Qui, dopo l'acqua, delle fontane, non c'è altra

abbondanza che di corvi.

— Non mi credere troppo stolido, via! — replicò il Gonzaga. — Una volta

non conta per uso. Ma non è tuo amico, questo Ceprani?

— Amico, sì, non lo nego. Ma gli amici non hanno da esser mica vampiri,

per succhiarci il nostro sangue. Caro zio, ci ho una massima, io: il

cielo per tutti, e ognuno per sè. A buon conto, io non ho mai chiesto

nulla a nessuno. —

E il viso di Arrigo aveva preso una espressione di durezza, che diede

nell'occhio, ma più ancora sui nervi, al vecchio Gonzaga. Non era più

quello, perbacco, il viso di sua sorella Cecilia.

— Ne sei ben sicuro? — diss'egli, dopo un istante di pausa. — Ed anche

senza ricorrere alla borsa altrui, non ci sono servigi che ci è mestieri

qualche volta di fare, o di chiedere? Le amicizie, così belle nel loro

disinteresse, in certi momenti, e senza secondi fini, non sono esse un

capitale che si sfrutta?

— È un'altra cosa; — rispose Arrigo. — Il Ceprani è mio amico. Spenda la

mia amicizia, la faccia valere, ma non tocchi la mia borsa.

— Sei troppo rigoroso; — notò il vecchio. — Ma che uomo è costui?

— Un buon diavolo, ed anche onesto, per quel che fa la piazza; ma di

affari s'intende com'io di greco, che n'ho avuta una tintura al Liceo.

Aggiungi che ha una mano così disgraziata, da guastare tutto quello che

tocca. Ha sempre qualche preziosa notizia, per certe sue attinenze con

uomini di governo, ed io ne cavo profitto... facendo tutto il contrario

di ciò ch'egli fa.

— Vedi dunque che tu lo spendi; in qualche modo fai capitale di lui.

— Eh, se tu la intendi così, caro zio, tutti avranno diritto ad una

parte della mia sostanza, mentre io so di non doverla che a me.

— Ah, sì, parliamone un poco, — disse il vecchio, cui capitava la palla

al balzo. — Ti sei dunque fatto uomo di banca?

— Come vedi, lavoro, senza affaticarmi troppo.

— E la giurisprudenza?

— Da banda. Ho compiuti i miei studi; serviranno a tempo opportuno,

quando sarà il caso di pensare agli onori. Anche con l'avvocatura si

arriva; ma il mondo mormora. Si ha invidia degli avvocati, caro zio, e

non c'è politicante da caffè che non tiri la sua sassata ai ciarloni.

Per altra via, e più sicura, io fo conto di arrivare.

— Arrivare! E dove?

— Zio! — sclamò Arrigo, guardando il vecchio con aria di stupore. — Sei

tu che me lo domandi? Tu, che sei arrivato.... dall'India?

— Sì, dall'India a Brindisi, e via discorrendo, — rispose il Gonzaga. —

Ma tu, dove diamine vuoi arrivare?

— Alla fortuna, alla potenza, alla felicità.

— Egregiamente, e lo studio ti ci avrebbe condotto, per una via più

lunga, lo concedo, ma più sicura, e con miglior compagnia. Perdonami la

franchezza.

— È la tua opinione; — rispose Arrigo, inchinandosi, — ma non è

egualmente il tuo esempio. Sicuro: che cosa hai fatto tu, mio ottimo

zio? È forse lo studio delle leggi, son forse i libri, che ti hanno dato

ricchezze e buon nome per giunta?

— Non parliamo di me; io le ho fatte grosse.

— Parliamone, anzi. Ti sei accorto un giorno di avere sprecata la tua

giovinezza e le tue sostanze in parecchie follìe....

— Tra le quali un paio di guerre per l'indipendenza del mio paese; ti

prego di metterle in conto; — interruppe il Gonzaga.

— Ci venivo dopo, — replicò Arrigo prontamente, — e volevo anche

aggiungere una pena di cuore....

— Lascia stare, non frugar nelle ceneri! — gridò il vecchio, turbato.

— Perdonami, zio; me ne aveva fatto cenno mia madre. Infine, ecco qua:

io, ammaestrato dagli esempi della tua prima giovinezza e non avendo più

nobili follìe da commettere, poichè ho avuta la... disgrazia di nascere

troppo tardi, incomincio da dove tu hai cangiato sentiero. So bene quel

che vuoi dirmi; le gaie spensieratezze, il vivere conforme alla propria

età, l'aspettare la fortuna, facendo versi cattivi e abbaiando alla

luna! Il secolo invecchia, caro zio, e non vuol più saperne, di questi

perditempi. “Essere o non essere, ecco il punto.„ Vedi? Se tu non ami la

prosa, questa è poesia, e di un sommo. Il mondo è di chi se lo piglia; e

perchè lo lascerei afferrare da tanti, mentre anch'io sento di avere una

mano, che può far servizio come quella degli altri? Ogni cosa a suo

tempo, lo capisco; ma chi ha tempo non aspetti tempo. Fare e far subito:

e poichè il denaro è il nerbo della guerra, pensiamo al denaro. C'erano

degli uomini, sai, i quali si credevano ogni cosa al mondo, solo perchè

avevano il denaro, e, mentre gli altri guardavano fidenti all'orizzonte

lontano, essi vogavano sodo, alla galeotta, tirando bravamente a sè.

Anch'io ho imparato il loro giuoco, e _c'est pas plus malin que ça_. Non

sono io un savio ragazzo? Credevi di dover venire a frenarmi, fors'anche

a trattenermi sull'orlo del precipizio, ed ecco, tu trovi invece che io

vado di buon passo per la strada maestra. Non avrai che a lodarmi, zio,

e mi favorirai più volentieri in ciò che io sono per chiederti. Perchè,

vedi, di te ho bisogno davvero; non mi vergogno di ricorrere a te, e

sarò lieto di chiamarmi tuo debitore. —

Il discorso era stato brutto, o almeno poco simpatico; ma la chiusa era

molto migliore.

— C'è ancora qualche cosa, lì dentro; — pensò lo zio Cesare, che già

aveva incominciato a scandalizzarsi, fiutando l'egoista.

E rifacendosi la bocca in quella chiusa più garbata, rispose:

— Sì, per l'appunto, che cosa volevi da me? Se non ti occorrono consigli

di saviezza e non hai bisogno ch'io paghi i tuoi debiti, in che altro

può esserti utile uno zio? fammi il piacere di dirmelo.

— Ecco, in poche parole ti spiego ogni cosa; — replicò il giovinotto.

Ma proprio in quel punto, un'altra scampanellata all'uscio di casa ruppe

il filo del discorso di Arrigo.

— Diamine! — esclamò lo zio Cesare. — Ecco un altro importuno.

La maliziosa figura di Happy comparve poco stante sul limitare.

— Il signor conte Morati di Castelbianco; — disse il servitore,

tirandosi da un lato.

Arrigo si era prontamente alzato.

— Perdonami, zio; — diss'egli inquieto; — proseguiremo il nostro

discorso più tardi.

— O lo incominceremo; — commentò lo zio; — perchè finora non mi avevi

detto nulla. —

Arrigo il savio · 第 7 / 29 题