L'uscio si era aperto, la portiera alzata, ed entrava nello studio un
giovane elegantemente vestito da mattina, non molto alto di statura, ma
ben fatto e assai sciolto della persona, biondo, un po' pallido, dai
lineamenti finissimi, dagli occhi perlati sfavillanti, sebbene per vezzo
tenesse le palpebre socchiuse, e dalle labbra sottili, leggermente
colorate, che sporgevano un tantino, in atto tra cortese ed ironico,
come quelle di un principe, di un piccolo potente della terra, che è
consapevole della propria grandezza, e vuole mostrarsi benevolo, sì, ma
in un certo modo e fino ad una certa misura.
Cesare Gonzaga non badò a queste inezie. Vide il giovanotto gentile e
gli bastò di aver riconosciute le sembianze di Cecilia, della sua amata
sorella. Ahimè, povera Cecilia! Cesare Gonzaga, nel 1849, abbattuto
dalle sventure della patria e percosso da un altro dolore tutto suo (Ugo
Foscolo li ha descritti, questi due sentimenti, associati nella persona
del suo _Ortis_), si era allontanato, non che da Roma, dai confini della
penisola. A Mantova, intanto, sotto il dominio dell'Austria, dopo la
parte ch'egli aveva presa nelle cospirazioni e nelle guerre recenti, non
poteva tornare; perciò, dopo la caduta di Roma, e dopo aver seguito il
generale Garibaldi nella sua marcia memorabile in mezzo a tante forze
nemiche, disperando oramai delle sorti italiane, si era rifugiato in
Grecia, donde, proseguendo la sua triste odissèa di fuoruscito, era
andato a cercare, non già la fortuna, ma la pace del cuore, sui lidi
estremi dell'Oriente. Solo alcuni anni dopo la sua partenza, Cecilia
Gonzaga era andata sposa alla Mirandola; e colà era vissuta nella
oscurità d'una famiglia non ricca nè povera, colà era rimasta vedova
dopo dieci anni di matrimonio, colà era morta dopo altri dieci o dodici
di vedovanza, lontana dal suo unico figlio, che studiava leggi a
Bologna, e senza aver potuto rivedere il fratello, di cui troppo scarse
erano giunte le notizie in famiglia. Cesare Gonzaga non era nato per la
mercatura; soldato, aveva fatto il soldato. Da principio si diceva che
col grado di colonnello tra i ribelli indiani avesse partecipato alla
epica impresa di Nana Sahib; più tardi, e dopo un mondo di notizie
contradittorie, si era venuto a sapere che militasse ai servigi di un
principe indipendente, nel centro dell'India. Una lettera sua era venuta
a confermare l'annunzio, e a rassicurare la famiglia (triste avanzo di
famiglia, poichè i vecchi erano morti da un pezzo) intorno alla sorte
del profugo. Uno scambio di notizie aveva potuto stabilirsi tra fratello
e sorella, e per tal modo Cesare Gonzaga, _rais_ e _gemadar_ del gran
signore di Revah, nel Bogelcund, seppe un giorno di avere un nipote,
Arrigo Valenti, avviato allo studio della giurisprudenza nella
università di Bologna. Qualche anno dopo, preso dal desiderio della
patria, era ritornato in Europa, ricco di una bella sostanza che gli
avevano fruttata i suoi lunghi servigi; da Brindisi era corso a Mantova,
per risalutare il suo duomo, da Mantova alla Mirandola, per abbracciar
la sorella, ma ohimè, per piangere invece sulla sua tomba. Aveva chiesto
notizie di Arrigo, e gli era stato detto che Arrigo, compiuti gli studi
legali, viveva a Roma, ove certamente a quell'ora aveva finite le
pratiche. Ora, di tutti i luoghi che Arrigo poteva scegliere per sua
residenza, Roma era l'unico in cui Cesare Gonzaga non sarebbe andato
volentieri a cercarlo.
Pensate ai dolori che lo avevano mandato esule volontario della patria,
e indovinerete la cagione di quella ripugnanza di Cesare. Arrigo, dal
canto suo, doveva pur sapere, per lettere dei Mirandolesi, che uno zio,
il suo unico zio materno, gli era ritornato dal centro dell'India; ma
sul principio pareva non averne fatto caso, lasciando che quello zio,
triste della solitudine che il tempo e l'assenza avevano fatto intorno a
lui, andasse a rinchiudersi, rovina d'uomo, tra i monti del Reggiano,
daccanto alla rovina di un antico castello della contessa Matilde. Da
tre mesi era il Gonzaga in Italia, da due spartiva il suo tempo tra
Reggio e la tenuta delle Carpinete, dove il freddo era rigido e dove
bisognava portare quasi tutto il necessario per allogarsi decentemente,
allorquando giunse la lettera di Arrigo. Era in singolar modo
affettuosa, chiedeva notizie, accennava al desiderio, che quel povero
giovanotto, rimasto solo della sua casa, aveva vivissimo nel cuore di
vedere il fratello di sua madre; e non pure accennava al desiderio, ma
all'urgente bisogno.
Il figlio di Cecilia scriveva; e Cesare Gonzaga, a mala pena collocato
nella sua tenuta, dove faceva conto di morire tra le sue memorie e con
gli occhi alla santa natura, amica e consolatrice di chi ha molto
sofferto, Cesare Gonzaga, dico, si era spiccato dal suo nido per andare
dal nipote, vincendo la ripugnanza che lo teneva lontano da Roma, dalla
eterna città che egli non aveva più veduta dopo l'eroica difesa del
Vascello, dopo la dolorosa morte di tanti compagni d'armi, e la
vergogna, più dolorosa a gran pezza, di nuovi stranieri entro le mura di
Camillo. Ed era là, il tardo reduce, era là, in quello studio,
appoggiato a quella poltrona, col cuore trepidante e gli occhi gonfi di
lagrime, davanti al giovanotto sorridente, che nei lineamenti gentili
del viso e più nei vividi occhi perlati gli ricordava la sua povera e
cara sorella. Come si sentiva destinato ad amarlo! Come disposto a
sacrificargli tutto sè stesso! E frattanto, quel biondo ragazzo che gli
aveva scritto con tanta premura: “Venite, ho gran bisogno di voi„ era un
milionario, in apparenza, e, secondo l'opinione dei più, anche nella
sostanza, un felice. Ma allora, che bisogno aveva Arrigo di lui? Certo
era il bisogno di un parente, di un amico vero, di un consolatore. Si è
tanto poveri, quando si è soli!
Orazio Ceprani si era fatto avanti, per stringere la mano di Arrigo.
— Veramente, — diss'egli, — non dovrei essere io il primo, quest'oggi.
Eccoti lo zio tanto aspettato. —
Arrigo Valenti si volse a guardare verso il fondo della camera, e un
lampo di gioia gli balenò dagli occhi, che, manco male, aveva finalmente
aperti e spalancati. Guardò un istante quel vecchio alto e severo, che
si faceva forza per vincere la sua commozione, e gli andò incontro col
sorriso sulle labbra.
— Zio, come ti son grato! — esclamò quindi, cadendogli nelle braccia.
Quell'altro non seppe più reggere alla piena degli affetti, e diede in
uno scoppio di pianto.
— Come son sciocco, non è vero? — diss'egli, con voce rotta dai
singhiozzi. — Per un soldato, è veramente troppo. Ma vedi, ragazzo mio,
tu somigli a tua madre... come una stella somiglia ad un'altra. Lasciati
abbracciare, Arrigo! Lasciami piangere! Sono i baci e le lagrime che non
ha avuto tua madre. —
E lo abbracciava ancora, e lo guardava e piangeva. Arrigo lasciava fare
e sorrideva, anch'egli intenerito da quella semplice e quasi epica
dimostrazione di affetto.
Finalmente, chetato un poco quell'ardore di abbracci, Arrigo provò di
avviare il discorso.
— Zio, — diss'egli, — che cosa avrai pensato di me, che ho fatto tanto a
fidanza col tuo buon cuore? Senza esser neanche conosciuto da te, ho
ardito pregarti....
— Che! che! — interruppe il Gonzaga. — Era naturale. C'era forse bisogno
di conoscerti, per accorrere alla tua chiamata? Infine, eccomi qua.
— Era di Cesare il venire, come il vedere ed il vincere; — osservò
modestamente Orazio Ceprani.
Arrigo ricordò allora il suo debito di padrone di casa.
— Permetti, — incominciò, — che io ti presenti il nostro Orazio Ceprani,
uomo di borsa, e di cappa e di spada, poichè è sopratutto un
compitissimo cavaliere.
— Ah, ci conosciamo da mezz'ora; — rispose il Gonzaga. — Ed io l'ho già
per amico, perchè egli mi ha detto un gran bene di te, mentre stavamo
aspettandoti.
— Perdonami, zio! Avevo un colloquio d'affari.... Non ti aspettavo, con
la corsa del mattino. Ier sera non eri giunto....
— Che vuoi? Appena ricevuta la tua lettera avrei fatto le valigie; —
rispose il Gonzaga. — Ma avevo anche un mondo di piccole faccende da
sbrigare laggiù. Speravo, veramente, di averti alle Carpinete; ma già,
con quel freddo!
— Oh, zio, il freddo mi avrebbe dato poca noia. Pensa piuttosto che mi
era impossibile di muovermi.
— Te lo credo, ora; ma laggiù, vedi, mi pareva che tu avresti dovuto
correre. Basta, non ne parliamo più a lungo. Ho fatto il miracolo di
Maometto. La montagna non volle venire a me; io venni alla montagna.
— Come si fa? — disse Arrigo, sospirando. — Tu eri anche il più libero
dei due. Per ciò sei venuto.... e perciò rimarrai.
— Non correr tanto! Vedremo, penseremo. Tu per ora fa i fatti tuoi.
Avrai forse da parlare col signor Ceprani. —
Il Ceprani, tirato in mezzo, cominciò con accento perplesso:
— Sì, ero venuto da te. Arrigo.... Ma ora che c'è tuo zio....
— Non badi a me; — interruppe il vecchio. — Io mi ritiro in buon ordine.
—
Orazio Ceprani era lì per lasciarlo andare; ma tosto cambiò di
proposito. Per quello che aveva da dire e da ottenere, la presenza di un
terzo non doveva guastare; che anzi!
— No, finalmente, perchè? — diss'egli, trattenendo il Gonzaga col gesto.
— Con lei si può parlare. Arrigo, — proseguì, rivolgendosi all'amico, —
ero venuto a chiederti un servizio. Oggi dovrei ritirare quelle duecento
Ausonie....
— E ci perdi ottomila lire; — notò Arrigo Valenti. — Te lo avevo pur
detto!
— Che vuoi? Promettevano così bene! Il Governo doveva assumere egli, da
un momento all'altro... Insomma, che farci? Tu hai veduto più lontano e
più giusto di me. Io m'inchino, e ti chieggo cinquemila lire in
prestito, per completare le mie differenze di questo mese.
— Ah! mi duole davvero! — esclamò Arrigo, levando i suoi begli occhi al
cielo. — Mi duole nel profondo dell'anima. Oggi è un cattivo giorno, per
gli affari. Non ne ho. —
Orazio Ceprani aveva chinato la testa, con un gesto tra incredulo e
rassegnato. Perchè, infine, non poteva credere che ad Arrigo Valenti
mancassero cinquemila lire da render servizio a un amico in un cattivo
quarto d'ora, e non poteva neanche, per le buone creanze, aver l'aria di
non crederlo.
Per altro, se Orazio Ceprani aveva chinata la testa, l'aveva in sua vece
rizzata il signor Cesare Gonzaga.
— Ma le ho io! — diss'egli, entrando terzo nella conversazione, e
facendo dare un balzo di maraviglia ai due giovani. — Non si sa mai, ho
detto tra me e me, nel partire da Reggio. Anzi, vedi, Arrigo mio, è
stata questa la ragione vera per cui ho ritardato un giorno a venire. Tu
mi perdonerai, Arrigo; — soggiunse, mentre metteva mano al suo
portafoglio, gonfio di biglietti di Banca e sprovveduto di biglietti di
visita; — credevo di aver a fare con un nipote.... d'altra specie, e
perciò ero venuto con molta munizione. Ho ventimila lire qua dentro, e
il resto in una tratta sul banco Manfredi. Eccole dunque, signor Ceprani
carissimo; questi son cinque da mille. —
Orazio Ceprani era rimasto interdetto; non sapeva se dovesse prender
subito, o rifiutare, almeno per cerimonia: intanto abbozzava un “ma io,
veramente...„ di un effetto assai comico.
— Non faccia complimenti, la prego; — ripigliò il Gonzaga. — Ella è
amico di mio nipote, e gli amici di mio nipote sono i miei. Alle corte,
non mi vuole per creditore?
— Oh, che dice ella mai? — mormorò il Ceprani, commosso. — La ringrazio,
ed accetto, perchè il bisogno era urgente, e sono ottantamila lire che
mi costerà questa liquidazione di gennaio. Grazie anche a te, Arrigo, —
soggiunse, mentre intascava i cinque biglietti, — perchè in casa tua ho
ricevuto il benefizio. Vado dunque a raccogliere tutte le mie forze, i
miei ottantamila franchi, ed ahimè non per condurli alla riscossa. Si
pranza insieme, quest'oggi?
— Perchè no? — disse Arrigo. — Si potrebbe anzi incominciare dalla
colazione, se hai tempo.
— Lo troverò. Per che ora?
— Ma, non saprei; bisognerà sentire mio zio.
— Oh, non badare a me; — disse il Gonzaga. — Io son vecchio, e i giovani
sentono forse più presto le voci dello stomaco.
— A mezzodì, allora? O alle undici?
— Sia pure per le undici.
— Tra un'ora, dunque; — conchiuse il Ceprani, guardando l'orologio. — Mi
diano il tempo di correre alla Borsa, e sono subito di ritorno. Vuoi
nulla, tu?
— No, — disse Arrigo, — ci ho il mio agente. A rivederci. E bada, non
più Ausonia, per ora! —