CAPITOLO LXVII.

_Scisma de' Greci e de' Latini. Regno e carattere di Amurat.

Crociata di Ladislao Re d'Ungheria. Sconfitta e morte del

medesimo. Giovanni Uniade. Scanderbeg. Costantino Paleologo,

ultimo Imperatore di Costantinopoli._

Un Greco eloquente, padre delle scuole dell'Italia, ha paragonate fra

loro e celebrate le città di Roma e di Costantinopoli[1]. Il sentimento

che Manuele Crisogoras provò alla vista dell'antica Capitale del Mondo,

sede de' suoi antenati, superò tutte le idee che egli avea potuto da

prima formarsene; nè biasimò d'indi in poi l'antico sofista che

esclamava essere Roma un soggiorno non fatto per gli uomini, ma per gli

Dei. Questi Dei e quegli uomini erano spariti da lungo tempo; ma un

entusiasmo eccitato da nobili ricordanze trovava nella maestà delle

rovine di Roma l'immagine della sua antica prosperità. I monumenti de'

Consoli e de' Cesari, de' Martiri e degli Appostoli, eccitavano per ogni

lato la curiosità del filosofo e del cristiano. Manuele confessò, che

l'armi e la religione di Roma erano state predestinate a regnar sempre

nell'Universo; ma questa venerazione che gl'inspiravano le auguste

bellezze della madre patria, nol fecero dimentico della più leggiadra

fra le sue figlie, della Metropoli nel cui seno era nato. Mosso da

fervor patrio e da sentimento di verità il celebre Bizantino, esalta con

uno stile condegno i vantaggi naturali ed eterni di Costantinopoli,

magnificando poi ancora i men saldi monumenti della potenza e dell'arti

che l'aveano abbellita. Ma in questa seconda parte, osserva modestamente

che la perfezione della copia ridonda a maggior gloria dell'originale, e

che è un contento ai genitori il vedersi rinnovellati e perfin superati

dai proprj figli. «Costantinopoli, dice l'Oratore, è situata sopra di

una collina tra l'Europa e l'Asia, tra l'Arcipelago e il Mar Nero. Essa

congiunge, a comune vantaggio delle nazioni, due mari e due continenti,

tenendo a suo grado aperte, o chiuse le porte del commercio del Mondo.

Il porto di essa, cinto da ogni banda dal continente e dal mare, è il

più vasto e sicuro fra tutti i porti dell'Universo. Le porte e le mura

di Costantinopoli possono essere paragonate a quelle di Babilonia. Alte,

numerose e saldissime ne sono le torri; il secondo muro, o l'esterna

fortificazione, basterebbe alla difesa e alla maestà di una Capitale men

rilevante, e potendosi introdurre nelle sue fosse una grossa e rapida

corrente, è lecito chiamarla un'isola artificiale, atta ad essere

alternativamente circondata siccome Atene[2] dalla terra e dalle acque».

Vengono citate due cagioni che naturalmente, e con efficacia, dovettero

contribuire a far perfetto il disegno della nuova Roma. Il Principe che

ne fu il fondatore, come quegli che comandava alle più illustri nazioni

del Mondo, fece servire con vantaggio alla esecuzione de' suoi

divisamenti le scienze e le arti della Grecia, e la potenza di Roma.

Nella maggior parte dell'altre città, la grandezza loro fu proporzionata

ai tempi e agli avvenimenti, onde in mezzo ai pregi delle medesime,

scorgesi una mescolanza di disordine e di deformità; gli abitanti,

affezionati al paese ove nacquero, nè vorrebbero abbandonarlo, nè

possono correggere i vizj del secolo o del clima, nè gli errori de' loro

antenati. Ma il disegno di Costantinopoli e la sua esecuzione furono

l'opera libera di una sola mente, e a questo primitivo modello

apportarono perfezione lo zelo obbediente de' sudditi e il fervore de'

successori di Costantino. A questa grande fabbrica somministrarono i

marmi le isole addiacenti che ne erano provvedutissime; gli altri

materiali vennero trasportati dal fondo dell'Europa e dell'Asia; la

costruzione de' pubblici e de' privati edifizj, de' palagi, delle

chiese, degli acquedotti, delle cisterne, de' portici, delle colonne,

de' bagni, e degli ippodromi, corrispose nelle dimensioni alla grandezza

della Capitale dell'Oriente. Il superfluo delle ricchezze della città si

sparse lungo le rive dell'Europa e dell'Asia; onde i dintorni di Bisanzo

fino all'Eussino, all'Ellesponto e al gran Muraglione somigliano ad un

popolato sobborgo, o ad una serie continuata di giardini. In questa

seducente pittura, il descrittore confonde con oratoria destrezza il

passato e il presente, i giorni della prosperità e quelli dello

scadimento; ma la verità sfuggendogli, quasi a sua non saputa, dal

labbro, sospirando confessa che la sua misera patria non è più altro se

non se l'ombra o il sepolcro della superba Bisanzo. Le antiche opere di

scoltura erano state sformate del cieco zelo de' Cristiani, o dalla

violenza de' Barbari. I più belli edifizj demoliti; arsi i preziosi

marmi di Paro o della Numidia per farne calce, o convertiti in

trivialissimi usi. Un nudo piedistallo indicava il luogo ove sorsero le

statue più rinomate: nè poteano in gran parte giudicarsi le dimensioni

delle colonne che dai rimasugli di qualche infranto capitello. Dispersi

vedeansi sul suolo i frantumi delle tombe degl'Imperatori; e i turbini e

i tremuoti avevano aiutato il tempo in queste opere di distruzione;

intanto che una volgar tradizione ornavano i vôti intervalli di

monumenti favolosi d'oro o d'argento. Però Manuele eccettua da queste

meraviglie, che non aveano esistenza se non se nella memoria degli

uomini, o forse anche non l'ebbero che nella loro immaginazione, il

pilastro di porfido, le colonne e il colosso di Giustiniano[3], la

chiesa e soprattutto la cupola di S. Sofia, con cui termina

convenevolmente il suo quadro, «poichè, non possono, dic'egli esserne in

assai degno modo descritte le bellezze, ned è lecito nomar altri

monumenti dopo avere favellato di questa». Egli però dimentica di notare

che, nel secolo precedente, i fondamenti del colosso e della chiesa

erano stati sostenuti e riparati per le solerti cure di Andronico il

Vecchio. Trent'anni dopo che questo Imperatore si era creduto

affortificare il Tempio di S. Sofia con due nuovi puntelli o piramidi,

crollò d'improvviso l'emisfero orientale della cupola; le immagini, gli

altari e il Santuario rimasero sepolti sotto le rovine; ma in breve

questo guasto fu riparato, perchè i cittadini di tutte le classi

lavorarono con perseveranza a far disparire i rottami, e i meschini

avanzi delle loro ricchezze e della loro industria andarono impiegati a

rifabbricare il più magnifico e venerabile Tempio dell'Oriente[4].

[A. D. 1440-1448]

Minacciati d'una prossima distruzione la città e l'impero di

Costantinopoli, fondavano un'ultima speranza sull'unione della madre e

della figlia, sulla tenerezza materna di Roma, e sulla obbedienza

filiale di Costantinopoli. Nel Concilio di Firenze, i Greci e i Latini

si erano abbracciati, avevano sottoscritto; avevano promesso; ma perfide

e vane essendo queste dimostrazioni di amicizia[5], tutto l'edifizio

dell'unione sfornito di fondamento disparve come un sogno[6].

L'Imperatore e i suoi prelati partirono sulle galee di Venezia; ma nelle

fermate che fecero ai lidi della Morea, alle isole di Corfù o di Lesbo,

udirono alte querele sull'unione pretesa, che dovea servire soltanto,

diceasi, di nuovo strumento alla tirannide. Sbarcati sulla riva di

Bisanzo, li salutarono, o a meglio dire li soprappresero le doglianze

generali di una popolazione malcontenta e ferita nel più vivo de' suoi

sentimenti, nello zelo religioso. Dopo i due anni che l'assenza della

Corte era durata, il fanatismo fermentò nell'anarchia di una Capitale

priva di Capi civili ed ecclesiastici; i turbolenti frati, che

governavano la coscienza delle femmine e de' devoti, predicavano ai lor

discepoli l'odio contro ai Latini, come sentimento primario della natura

e della religione. Innanzi di partire per l'Italia, l'Imperatore avea

fatto sperare ai suoi sudditi un pronto e possente soccorso; mentre il

Clero, altero della sua purità ortodossa, o della sua scienza,

riprometteasi, e aveva assicurata al proprio gregge una facile vittoria

sui ciechi pastori dell'Occidente. Allorchè si trovarono delusi in

questa doppia speranza, i Greci si abbandonarono alla indegnazione; i

Prelati, che avevano sottoscritto, sentirono ridestarsi i rimorsi della

loro coscienza: il momento del disinganno era venuto; e maggior soggetto

aveano di paventare gli effetti del pubblico sdegno, che di sperare la

protezione del Papa, o dell'Imperatore. Lungi dal profferire un accento

di scusa sulla condotta che tennero, confessarono umilmente la loro

debolezza e il lor pentimento, implorando la misericordia di Dio e de'

lor compatriotti. A quelli che in tuono di rimprovero lor domandavano

qual fosse la conclusione, quali i vantaggi riportati dal Concilio

d'Italia, rispondeano con lagrime e con sospiri, «noi abbiam composta

una nuova Fede, abbiamo barattata la pietà nell'empietà, abbiurato

l'immacolato sagrifizio, siam divenuti _azzimiti_». Chiamavansi azzimiti

coloro che si comunicavano con pane azzimo, o senza lievito, e qui

potrei essere costretto a ritrattare, o a schiarir meglio l'elogio che

alla rinascente filosofia di quei tempi testè tributai. «Oimè!

continuavano essi, ne ha vinti la miseria: ne hanno sedotti la frode, i

timori e le speranze di una vita transitoria. Noi meritiamo ne venga

troncata la mano che ha suggellato il nostro delitto, ne venga strappata

la bocca che ha recitato il simbolo de' Latini». La sincerità del qual

pentimento convalidarono prestandosi con maggiore zelo alle più minute

cerimonie e al sostegno dei dogmi più incomprensibili. Segregatisi dalla

comunione degli altri, non parlavano nemmeno coll'Imperatore, il

contegno del quale fu alquanto più decente e ragionevole. Dopo la morte

del Patriarca Giuseppe, gli Arcivescovi di Eraclea e di Trebisonda

ebbero il coraggio di ricusare la sede rimasta vacante, intanto che il

Cardinal Bessarione preferiva l'asilo utile e agiato offertogli dal

Vaticano. L'Imperatore ed il Clero elessero, che altra scelta ad essi

non rimanea, Metrofane di Cizico; ma quando veniva consagrato in S.

Sofia, rimase vuota la chiesa. I vessilliferi della Croce abbandonarono

il servigio dell'altare, e la contagione essendosi comunicata dalla

città ai villaggi, Metrofane usò invano le folgori della Chiesa contro

un popolo di scismatici. Gli sguardi dei Greci si volsero a Marco

d'Efeso, difensore del suo paese, e riguardato come santo confessore, i

cui patimenti vennero ricompensati con tributo d'applausi e di

ammirazione. Ma il suo esempio e i suoi scritti propagarono la fiamma

della religiosa discordia, benchè egli soggiacesse ben presto al peso

degli anni e delle infermità; perchè l'evangelio di Marco non era un

evangelio di tolleranza; onde fino all'estremo anelito chiese non si

ammettessero ai suoi funerali i partigiani di Roma che dispensò dal

pregare per l'anima sua.

Lo scisma non si ristette fra gli angusti limiti del greco Impero;

tranquilli sotto il governo dei Mammalucchi, i Patriarchi di

Alessandria, di Antiochia e di Gerusalemme adunarono un numeroso Sinodo,

ove negarono la legittimità de' loro rappresentanti a Ferrara e a

Firenze, condannando il Sinodo e il Concilio de' Latini, e minacciando

l'Imperatore di Costantinopoli delle censure della Chiesa d'Oriente. Tra

i settarj della comunione greca, i Russi erano i più potenti, i più

ignoranti e superstiziosi: il loro primate, Cardinale Isidoro, corse

rapidamente da Firenze a Mosca[7] per ridurre sotto l'autorità del

Pontefice questa independente nazione: ma i Vescovi russi aveano attinta

la loro dottrina fra le celle del monte Atos, e il Sovrano, non men dei

sudditi, seguiva le opinioni teologiche del proprio Clero. Il titolo, il

fasto, e la croce latina del Legato, amico di quegli uomini empj, così

li chiamavano i Russi, che si radeano la barba e celebravano il divin

sagrifizio colle mani coperte dai guanti, e le dita cariche di anelli,

divennero altrettanti soggetti di scandalo a quella nazione. Condannato

Isidoro da un Sinodo, e rinchiuso in un Monastero, non si sottrasse che

con grande stento al furore d'un popolo feroce e fanatico[8]. I Russi

inoltre negarono il passo ai Missionarj di Roma che voleano trasferirsi

a convertire i Pagani al di là del Tanai[9], fondando il loro rifiuto

sulla massima che il delitto d'idolatria è men condannevole di quel

dello scisma. L'avversione che i Boemi mostrarono al Papa, rendè

meritevoli di scusa i loro errori appo il Clero greco che mandò con una

deputazione a chiedere in Lega questi sanguinarj entusiasti[10]. Intanto

che Eugenio giubilava della conversione de' Greci, divenuti ortodossi, i

partigiani di lui nella Grecia, vedeansi confinati entro le mura, o

piuttosto nella reggia di Costantinopoli. Lo zelo di Paleologo eccitato

dall'interesse, fu ben tosto raffreddato dalla resistenza, e temè

cimentare la propria Corona e la vita, se avesse violentata la coscienza

di una nazione, cui non sarebbero mancati soccorritori stranieri e

domestici per sostenerla in una santa ribellione. Il Principe Demetrio,

fratello dell'Imperatore, il quale soggiornando in Italia, avea serbato

un silenzio che era conforme alla prudenza, e che pubblico favore gli

conciliò, minacciava d'impugnar l'armi in difesa della religione;

intanto l'apparente buon accordo de' Greci e dei Latini cagionava gravi

timori al Sultano de' Turchi.

[A. D. 1421-1451]

«Il Sultano Murad, o Amurat, visse quarantanove anni e ne regnò trenta,

sei mesi e otto giorni; Principe coraggioso e giusto, fornito di grande

animo, paziente nelle fatiche, istrutto, clemente, caritatevole e pio:

amava e incoraggiava gli uomini studiosi e tutto quanto eravi di

eccellente nelle scienze e nell'arti. Buon Imperatore e gran Generale,

niun altro riportò vittorie tante e sì luminose. La sola Belgrado

resistè a' suoi assalti. Sotto il regno del medesimo il soldato fu

sempre vittorioso, il cittadino, ricco e tranquillo. Allorchè avea

sottomesso un paese, era prima cura di questo principe il fabbricare

moschee, ricetti per le carovane, collegi, ospitali. Dava ogn'anno mille

piastre d'oro ai figli del Profeta; ne inviava duemilacinquecento alle

persone pie della Mecca, di Medina e di Gerusalemme»[11]. Questo

ritratto è tolto da uno storico dell'Impero ottomano. Ma non avvi

crudele tiranno che non abbia ottenuti encomj da un popolo schiavo e

superstizioso, e le virtù d'un sultano non sono spesse volte che i vizi

più utili ad esso o più aggradevoli ai suoi sudditi. Una nazione che non

abbia mai conosciuto i vantaggi, eguali per tutti, delle leggi e della

libertà[12], può lasciarsi sopraffare dalle arti del potere arbitrario.

La crudeltà del despota assume indole di giustizia agli occhi dello

schiavo che chiama liberalità la profusione, fregia del nome di fermezza

la pertinacia. Sotto il regno di colui che non ammette scuse, comunque

le più ragionevoli, vi sono pochi atti di sommessione impossibili, e là

dove non è sempre in sicuro l'innocenza, dee necessariamente tremare

anche il colpevole. Continue guerre mantennero la tranquillità de'

popoli e la disciplina de' soldati. La guerra era il mestier dei

giannizzeri, fra quali coloro che ne superavano i pericoli, aveano ricca

parte alla preda e applaudivano alla generosa ambizion del Sovrano. La

legge di Maometto raccomandava al Musulmani di adoperarsi alla

propagazione della fede. Tutti gl'Infedeli erano nemici de' Turchi e del

loro Profeta; la scimitarra era l'unico strumento di conversione di cui

facessero uso i Maomettani. Ciò nullameno la condotta di Amurat, giusto

e moderato lo palesò; per tale lo ravvisarono gli stessi Cristiani, che

attribuirono la prosperità del suo Regno e la tranquilla sua morte ad un

guiderdone largito dal Cielo agli straordinarj meriti di questo Sovrano.

Nel vigor degli anni e della militare possanza, poche guerre intimò

senza esservi costretto; la sommessione de' vinti facilmente lo

disarmava; sacra ed inviolabile erane la parola nell'osservare i

Trattati[13]. Gli Ungaresi quasi sempre furono gli aggressori. La

ribellione di Scanderbeg l'irritò. Il perfido Caramano vinto due volte,

due volte ottenne da Amurat il perdono. Tebe sorpresa dal despota,

giustificò l'invasione della Morea: il pronipote di Baiazetto avrebbe

potuto facilmente ritorre Tessalonica ai Veneziani che sì di recente

l'aveano acquistata. Dopo il primo assedio di Costantinopoli, la

lontananza, le sventure di Paleologo, le ingiurie che da lui sofferse

Amurat, mai non indussero questo Sultano ad affrettare gli estremi

momenti del greco Impero.

[A. D. 1443]

Ma il tratto più luminoso dell'indole e della vita di Amurat, fu quello

senza dubbio di rinunziare il trono due volte. Se i motivi che il

mossero non fossero stati inviliti da una mescolanza di superstizione,

non potremmo ricusare encomj ad un Monarca filosofo[14] che, nell'età di

quarant'anni, seppe discernere il nulla delle umane grandezze. Dopo

avere rimesso lo scettro fra le mani del figlio, alle deliziose stanze

di Magnesia si ritirò, ma cercando ivi la compagnia de' Santi e degli

Eremiti[15]. Non prima del quarto secolo dell'Egira, la religione di

Maometto si era lasciata corrompere ammettendo istituzioni monastiche

alla sua indole tanto opposte. Ma durante le Crociate, l'esempio de'

Monaci cristiani, greci ed anche latini, moltiplicò i varj Ordini di

Dervis[16]. Il padrone delle nazioni si assoggettò a digiunare, ad

orare, o a girar continuamente in tondo con altri fanatici che

confondeano il capogiro colla luce del divino spirito[17]. Ma

l'invasione degli Ungaresi il tolse ben tosto da questo entusiastico

sonno, e il figlio di lui prevenne il voto del popolo volgendosi

nell'istante del pericolo al padre. Sotto la condotta dell'antico

Generale, i giannizzeri furono vincitori; ma reduce dal campo di

battaglia di Warna, ripetè le sue preci, i suoi digiuni, i suoi giri in

tondo coi compagni del suo ritiro a Magnesia: pietose occupazioni da cui

lo trassero una seconda volta i pericoli dello Stato. L'esercito

vittorioso disdegnò l'inesperienza del figlio; Andrinopoli fu

abbandonata al saccheggio e alla strage; la sommossa de' giannizzeri

indusse il Divano a sollecitare la presenza di Amurat per impedire

l'assoluta ribellione di questa guardia; riconobbero essi la voce del

lor padrone, tremarono ed obbedirono; e il Sultano videsi a proprio

malgrado costretto a soffrire il suo luminoso servaggio, da cui in capo

a quattro anni l'Angelo della morte lo liberò. L'età o le malattie, il

capriccio o la sventura, hanno spesse volte costretti molti Principi a

scender dal trono, ed hanno avuto tempo per pentirsi di questa

irrevocabile risoluzione. Ma il solo Amurat, libero di scegliere, e dopo

avere sperimentati e l'Impero e la solitudine, diede per una seconda

volta alla vita privata la preferenza.

Dopo la partenza dei Greci, Eugenio non avea dimenticati i loro

temporali interessi; e questa tenera sollecitudine del Pontefice a

favore dell'Impero di Bisanzo era animata dalla paura di vedere i Turchi

avvicinarsi alle coste d'Italia, e forse ben presto invaderle. Ma lo

spirito che avea prodotte le prime Crociate, essendo svanito, i Franchi

mostrarono una indifferenza così poco ragionevole, come il tumultuoso

loro entusiasmo lo fu. Nell'undecimo secolo, un frate fanatico avea

saputo spingere tutta l'Europa contro dell'Asia per liberare il Santo

Sepolcro; nel decimoquinto i più possenti motivi di politica e di

religione non bastarono ad unire i Latini per la comune difesa della

Cristianità. Certamente l'Alemagna potea dirsi un ricettacolo non mai

vôto di armi e di soldati[18]; ma per mettere in moto questo corpo

composto di parti eterogenee, e languenti, vi sarebbe voluto l'impulso

di una mano ferma e vigorosa, ben diversa da quella del debole Federico

III, che non godea d'alcuna prevalenza come Sovrano, nè d'alcuna

considerazione alla persona di lui tributata. Una lunga serie di

combattimenti avea stremate le forze della Francia e dell'Inghilterra

senza por termine alle loro nimistà[19]. Ma il Duca di Borgogna,

Principe vano e fastoso, si fece, immune da spese e pericoli, un merito

della opportuna pietà de' suoi sudditi, che sopra una ben guernita

flotta veleggiarono dalle coste della Fiandra a quelle dell'Ellesponto.

Le Repubbliche di Genova e di Venezia, per situazione di lido, meno

estranee al teatro della guerra, unirono sotto lo stendardo di S. Pietro

le loro armate. I Regni della Polonia e della Ungheria, che coprivano,

per così esprimermi, le barriere interne della Chiesa latina, avevano il

maggior interesse ad impedire i progressi dei Turchi. Essendo l'armi il

retaggio dei Sarmati e degli Sciti, parea che queste nazioni sarebbero

state le più atte a sostenere simile guerra, se volto avessero contra il

comune nemico le militari forze che nelle loro discordie civili si

distruggevano. Ma un medesimo spirito le rendeva incapaci d'accordo e di

obbedienza; troppo povero il paese, troppo debole il Monarca per armare

un esercito regolare, le bande di cavalleria ungarese e polacca

difettavano d'armi e di que' sentimenti che in alcune occasioni

prestavano una forza invincibile alla francese cavalleria. Pur da questa

banda i disegni d'Eugenio e l'eloquenza del suo Legato, il Cardinale

Giuliano, trovarono appoggio in un accordo di favorevoli

circostanze[20]; l'unione di due corone sul capo di Ladislao[21],

giovane, ambizioso e guerriero; e il valor d'un eroe Giovanni Uniade, il

cui nome, già famoso fra i Cristiani, era formidabile ai Turchi. Ivi

largheggiò il Legato d'un tesoro inesausto d'indulgenze e di perdoni;

laonde molta mano di guerrieri alemanni e francesi essendosi arrolati

sotto la sacra bandiera, nuovi confederati dell'Europa e dell'Asia

rendettero, o fecero parere alquanto più formidabile la Crociata. Un

fuggiasco despota della Servia esagerò le strettezze e il guerriero

ardore de' Cristiani che abitavano l'opposta riva del Danubio; «questi

avevano, al dir di lui, risoluto di difendere la propria religione e la

propria libertà. L'Imperatore greco[22] con un coraggio ignoto ai suoi

maggiori, assumendosi di custodire il Bosforo, promettea uscire di

Costantinopoli a capo delle sue truppe e mercenarie e native. Intanto il

Sultano di Caramania[23] mandava avviso della ritirata di Amurat che

affari più incalzanti chiamavano nella Natolia; e se le flotte

occidentali avessero potuto nel tempo medesimo occupare lo stretto

dell'Ellesponto, la Monarchia ottomana sarebbesi veduta inevitabilmente

smembrata e distrutta. Il Cielo e la terra dovevano senza dubbio

arridere ad un'impresa che avea per iscopo la distruzione de'

miscredenti»; nè il Cardinal Legato si stette dal divulgare in termini

prudentemente equivoci la voce di un soccorso invisibile del figliuol di

Dio e della sua Santa Madre.

La guerra santa essendo già il grido unanime delle Diete di Polonia e

d'Ungheria, Ladislao, dopo avere varcato il Danubio, condusse l'esercito

de' suoi sudditi e confederati fino a Sofia capitale de' Bulgari; nella

quale spedizione riportarono due segnalate vittorie che vennero

giustamente attribuite al valore e alla condotta di Uniade. Nel primo

fatto d'armi, questi comandava un antiguardo di diecimila uomini, coi

quali il campo turco sorprese; nel secondo, a malgrado del doppio

svantaggio e di terreno, e di numero, sconfisse e fe' prigioniero il più

famoso fra i Generali ottomani. La vicinanza del verno e gli ostacoli

naturali e artificiali opposti dal monte Emo, fermarono questo Eroe, che

sei giorni di cammino avrebbero potuto condurre dalle falde delle

montagne alle nemiche torri di Andrinopoli, ovvero alla capitale amica

del greco Impero. Si ritirò in buon ordine; e l'ingresso del suo

esercito entro le mura di Buda presentò ad un tempo l'aspetto di un

trionfo militare e di una procession religiosa, nella quale il Re

accompagnato da' suoi guerrieri seguiva a piedi una doppia schiera di

Ecclesiastici. Ivi librati in giusta lance i meriti e i riguardi che

alle due nazioni belligeranti eran dovuti, l'umiltà cristiana temperò

l'orgoglio della conquista. Tredici Pascià, nove stendardi, e

quattromila prigionieri attestavano incontrastabilmente la vittoria

degli Ungaresi, e i Crociati, nella cui parola tutti credeano, niuno

essendovi presente per contraddirla, moltiplicarono senza scrupolo le

miriadi di Ottomani lasciati morti sul campo della battaglia[24]. La più

indubitata prova dei buoni successi de' Cristiani si stette nelle

vantaggiose conseguenze di questa campale stagione; perchè giunse a Buda

una deputazione del Divano incaricata di sollecitare la pace, di

riscattare i prigionieri e di fare sgomberare la Servia e l'Ungheria.

Mercè un tale Trattato conchiuso nella Dieta di Seghedino, il Re, il

Despota, e Uniade, ottennero tutti i vantaggi pubblici e particolari cui

poteano ragionevolmente aspettarsi. Una tregua di dieci anni fu

pattuita; sull'Evangelio i discepoli di Gesù Cristo, sul Corano i

seguaci di Maometto giurarono, invocando e gli uni e gli altri il nome

di Dio[25], come proteggitore della verità e punitore dello spergiuro.

Avendo gli Ambasciatori turchi posto che nella solennità del giuramento

da darsi si sostituisse all'Evangelio l'Eucaristia[26], cioè la presenza

reale del Dio de' Cattolici, i Cristiani nol vollero per non profanare i

lor santi misteri. Una coscienza superstiziosa si crede meno legata dal

giuramento in sè stesso che dalle forme esterne e visibili usate a fine

di convalidarla[27].

[A. D. 1444]

Durante questa negoziazione, il Cardinale che la disapprovava ed era

troppo debole per opporsi egli solo alla volontà del popolo e del

Monarca, si stette in un cupo silenzio; ma sciolta non era per anche la

Dieta, allorchè un messo gli portò avviso, che il Caramano era entrato

nella Natolia; invasa dall'Imperator greco la Tracia; l'Ellesponto

occupato dalle flotte di Venezia, di Genova e di Borgogna; i confederati

consapevoli della vittoria di Ladislao, ignari del negoziato, impazienti

di unire il proprio all'esercito degli Ungaresi. «In questo modo adunque

(sclamò il Cardinale, inorgoglito dalle felici novelle),[28] deluderete

le loro speranze e lascierete andar la fortuna? ad essi, al vostro Dio,

e ai Cristiani vostri fratelli obbligaste la vostra fede; questo primo

obbligo annulla un giuramento imprudente e sacrilego che avete fatto ai

nemici di Gesù Cristo, del quale il Papa in questo Mondo è Vicario. Voi

non potevate legittimamente nè promettere, nè operare senza la sanzione

del Pontefice. In nome di lui santifico le vostre armi e vi sciolgo

dall'essere spergiuri. Seguitemi per tanto nel cammino della gloria e

della salute; e se vi rimane ancor qualche scrupolo, rovesciatene sopra

di me la colpa e il gastigo». L'incostanza, indivisibile mai sempre

dalle popolari assemblee, e il sacro carattere del Legato avendo

rinvigoriti questi funesti argomenti, fu risoluta la guerra in quel

luogo medesimo ove dianzi era stata giurata la pace; e quasi

adempiessero il Trattato, i Cristiani assalirono i Turchi, che poterono

allora con più giustificato motivo chiamarli infedeli. Le massime di

quella età palliarono lo spergiuro di Ladislao, del quale avrebbero

fatta in allora compiuta scusa il buon esito e la liberazione della

Chiesa latina; ma quel Trattato medesimo che dovea legare la sua

coscienza, lo aveva diminuito di forze. I volontari alemanni e francesi,

appena udito promulgare la pace, si erano ritirati con indignazione. I

Polacchi erano stanchi di continuare in una spedizione sì lontana dai

loro paesi, e malcontenti fors'anche di obbedire a Capi stranieri; onde

i Palatini si affrettarono a valersi della permissione avuta per tornare

nelle proprie province o castella. I dispareri s'introdussero fra gli

stessi Ungaresi, ned è inverisimile che una parte di questi fosse da

lodevoli scrupoli trattenuta; in somma gli avanzi di Crociata che alla

seconda spedizione si accinsero, si riducevano all'insufficiente numero

di ventimila uomini. Un Capo de' Valacchi che raggiunse co' suoi

vassalli l'esercito reale, non mancò d'avvertire, che da altrettanto

numero d'uomini si facea accompagnare il Sultano sol per andare alla

caccia; e presentando Ladislao di due corridori straordinariamente

veloci, additò qual esito augurasse di tale impresa; nondimeno questo

despota di Servia, dopo avere ricuperato il regno e riavuti i suoi

figli, fu sedotto dalla promessa di nuovi possedimenti. L'inesperienza

di Ladislao, l'entusiasmo del Legato e persino la persecuzione del

valoroso Uniade, persuasero facilmente all'esercito che tutti gli

ostacoli doveano cedere alla possanza invincibile della Croce e della

spada. Attraversato il Danubio, si trovarono fra due strade diverse che

poteano parimente condurli a Costantinopoli e all'Ellesponto. L'una

retta, ma ardua e scoscesa, e per mezzo alle gole del monte Emo; l'altra

più tortuosa, ma altrettanto più sicura che conducea per mezzo a

pianure, e lungo le coste del Mar Nero, e tenendo la quale le truppe

aveano sempre difeso il fianco, giusta il costume degli Sciti, dalle

mobili trincee de' lor carriaggi. Questa via di fatto giudiziosamente

preferirono. L'esercito cattolico passò per mezzo dell'Ungheria ardendo

e saccheggiando senza misericordia le chiese e i villaggi de' Cristiani

del paese; indi mise ultimo campo a Varna, paese situato in riva al

mare, e il nome del quale è divenuto celebre per la sconfitta e la morte

di Ladislao[29].

[A. D. 1444]

Erano su questo campo funesto i Cristiani allorchè invece di trovare la

flotta che secondar dovea le loro fazioni, seppero che Amurat,

abbandonata la sua solitudine di Magnesia, veniva con tutte le forze

dell'Asia a sostenere le proprie conquiste in Europa. Alcuni Storici

pretendono che l'Imperator greco intimorito o sedotto gli avesse dato

libero il passo del Bosforo; e l'Ammiraglio genovese, cattolico e nipote

del Papa, non è riuscito a scolparsi dell'accusa di aver consegnata,

vinto dai doni, la guardia dell'Ellesponto. Da Andrinopoli il Sultano,

forzando il cammino, si trasse fino a veggente dei Cristiani con un

esercito di sessantamila uomini; talchè quando Uniade e il Legato ebbero

scorto da vicino l'ordine e il numero dei turchi combattenti, questi

guerrieri dianzi sì fervidi, proposero una ritirata che in quel momento

non si potea più eseguire. Il solo Re si mostrò risoluto alla vittoria o

alla morte. Generosa deliberazione che per poco dal trionfo non fu

coronata. I due Monarchi combatteano nel centro, l'uno a fronte

dell'altro, e i Beglerbegs, o Generali della Natolia e della Romania,

comandavano la diritta e la sinistra rimpetto alle soldatesche d'Uniade

e del despota. Dopo il primo impeto, le ali dell'esercito turco furono

rotte, vantaggio che, in disastro si convertì; perchè nel loro ardor

d'inseguire, i vincitori avendo oltrepassato l'esercito de' nemici,

privarono i lor compagni di un necessario soccorso. Nel primo istante

che Amurat vide i suoi squadroni prender la fuga, disperò della fortuna

sua e dell'Impero; e stava per seguirla, quando un giannizzero veterano

lo fermò per la briglia del suo cavallo; il Sultano ebbe la generosità

di perdonare e anzi concedere un premio al soldato che, accortosi del

terror del Monarca, ardì impedirgli la fuga. I Turchi portavano esposto

a capo dell'esercito il Trattato di pace, monumento della cristiana

perfidia, e aggiugnesi che il Sultano volgendo i suoi sguardi al Cielo

implorasse la protezione del Dio di verità, chiedendo inoltre al

_Profeta Gesù Cristo_ che vendicasse questo empio scherno del suo nome e

della sua religione[30]. Con un corpo inferiore di numero e a malgrado

del disordine delle sue file, Ladislao si lanciò coraggioso

sugl'inimici, addentrandosi fino in mezzo alla falange quasi

impenetrabile dei giannizzeri. Allora Amurat, avendo ferito d'un dardo,

se prestiamo fede agli Annali ottomani, il cavallo del Re

d'Ungheria[31], Ladislao cadde sotto le lancie dell'infanteria, e un

soldato turco con forte voce esclamò: «Ungaresi, ecco la testa del

vostro Re» e la morte di Ladislao divenne il segnale della sconfitta de'

Cristiani; e tardo fu il soccorso di Uniade, che, tornando addietro dopo

avere inseguito imprudentemente il nemico, deplorò il suo errore e la

pubblica calamità; vani ne riuscirono gli sforzi per ritirare il corpo

del Re, calpestato dai vincitori e dai vinti che insieme si

confondevano, onde le ultime prove del coraggio e della abilità di

Uniade si adoperarono a salvare gli avanzi della sua cavalleria valacca.

La fatal giornata di Warna costò la vita a diecimila Cristiani, e ad un

numero molto maggiore di Turchi, ma che, atteso il loro numero, sì

grande non compariva. Cionnullameno il Sultano filosofo non ebbe

vergogna di confessare che una seconda vittoria simile a quella avrebbe

avuta per conseguenza la distruzione del vincitore. Fece innalzare una

colonna sul luogo ove Ladislao cadde morto; ma la modesta iscrizione

scolpita su quel monumento celebrava il valore e deplorava la sventura

del giovane Re, senza far cenno della sconsigliatezza con cui se la

procacciò[32].

Non so risolvermi ad abbandonare il campo di Warna senza offrire ai

leggitori un saggio del carattere e della Storia de' due primarj

personaggi di questa impresa, Giovanni Uniade, e il Cardinale Giuliano.

Giuliano Cesarini[33], uscito di nobile famiglia romana, avea fatti i

suoi principali studj sull'erudizion de' Greci e de' Latini, e possedè

tal pieghevolezza d'ingegno, per cui comparve splendidamente nelle

scuole, alla Corte, e ne' campi. Vestita appena la porpora romana, ebbe

l'incarico di trasferirsi in Alemagna, per chiedere all'Impero un

soccorso d'armi contra i ribelli e gli eretici della Boemia. La

persecuzione è indegna d'un Cristiano; la professione dell'armi non si

addice ad un Sacerdote; ma le costumanze de' tempi scusavano la prima, e

Giuliano nobilitò l'altra colla intrepidezza che mostrò rimanendo solo

ed impavido in mezzo alla vergognosa sconfitta degli Alemanni. Come

Legato del Pontefice aperse il Concilio di Basilea, ma Presidente di

questa adunanza, si diè ben tosto a divedere campione zelantissimo

dell'ecclesiastica libertà, e sostenne sette anni, con zelo ed

intelligenza, l'opposizione mossa alle pretensioni pontificie. Autore

de' più vigorosi espedienti che vennero presi contro l'autorità è la

persona d'Eugenio, cedè indi ad alcuni motivi segreti d'interesse e di

coscienza, per cui abbandonò all'impensata la fazion popolare.

Ritiratosi da Basilea a Ferrara, intervenne nelle discussioni che

agitarono i Greci e i Latini, ed entrambe le nazioni furono costrette ad

ammirare la saggezza de' suoi argomenti e la profondità della sua

teologica erudizione[34]. Vedemmo nell'ambasciata d'Ungheria quai

fossero i funesti effetti degli eloquenti sofismi di questo Prelato; ma

ne cadde ancor prima vittima, morto nella sconfitta di Warna, mentre

accoppiava gli uffizj del Sacerdozio a quei della guerra. Le circostanze

della sua morte vengono narrate in varie guise; ma l'opinion generale è

che l'oro di cui andava carico, oltre al ritardarne la fuga, seducesse

la barbara rapacità di alcuni fuggitivi Cristiani.

Da oscura origine, o almeno dubbiosa, Uniade si era innalzato per merito

al comando degli eserciti dell'Ungheria. Valacco erane il padre, greca

la madre; ed è possibile che la sua stirpe, ignota, derivasse dagli

Imperatori di Costantinopoli. Le pretensioni de' Valacchi e il

soprannome di Corvino, venutogli dal luogo ove nacque, potrebbero anche

somministrare pretesti per attribuirgli qualche consanguinità co'

patrizj dell'antica Roma[35]. Giovane ei fece le guerre d'Italia, e fu

tra i dodici Cavalieri che tenne cattivi il Vescovo di Zagrado. Sotto

nome di Cavalier Bianco[36], si acquistò splendida rinomanza,

aumentatisi inoltre, il suo patrimonio per nobili e ricche nozze

contratte, e la sua gloria per avere difese le frontiere dell'Ungheria,

e riportate in un medesimo anno tre vittorie sugli Ottomani. Solo in

virtù del credito di cui Uniade godeva, Ladislao di Polonia ottenne

l'ungarese Corona; servigio importante di cui gli divennero ricompenso

il titolo e l'ufizio di Vevoda della Transilvania. Due lauri alla sua

corona militare aggiunse la prima Crociata di Giuliano, e, in mezzo ai

comuni disastri, essendosi dimenticato il fatale errore ch'ei commise a

Warna, fu nominato Generale e Governatore della Ungheria, durante

l'assenza e la minorità di Ladislao III, Re titolare di questo Stato.

Ne' primi momenti il timore impose silenzio all'invidia; indi un regno

di dodici anni provò che ai meriti del guerriero univa quelli ancor del

politico. Cionnullameno, esaminando più d'appresso le imprese sue

militari, non ci dimostrano queste in Uniade un Generale che

espertissimo potesse dirsi. Il Cavalier Bianco mostrò nell'armi più

valor di braccio che di mente, e combattè qual Capo di una banda di

Barbari indisciplinati, che assalgono senza timore, nè poi si vergognano

di fuggire. La vita militare di Uniade offre una romanzesca vicenda di

vittorie e disastri. I Turchi che del nome di lui si valeano per far

paura agl'indocili fanciulli, lo chiamavano corrottamente _jancus laïn_,

o il _maladetto_; odio che dava a divedere quanto lo apprezzassero. Non

riuscì mai loro di penetrare nel Regno finchè Uniade lo difese; e

allorquando speravano vedere inevitabilmente perduti e lui e la sua

patria, Uniade apparve formidabile più di prima. Anzichè limitarsi ad

una guerra di difesa, quattro anni dopo la rotta di Warna, ei si spinse

una seconda volta nel cuore della Bulgaria, resistendo fino al terzo

giorno agli sforzi d'un esercito ottomano quadruplo di quello che egli

comandava. Abbandonato da' suoi, questo Eroe fuggiva solo per mezzo ai

boschi della Valachia, allorquando il fermarono due masnadieri. Ma

intantochè coloro si disputavano una catena d'oro che gli pendeva dal

collo, ei riprese la spada uccidendo un d'essi, fugando l'altro. Dopo

avere esposta a nuovi cimenti la vita e la libertà, riconfortò

finalmente colla sua presenza un popolo afflitto. Belgrado difesa contra

tutte le forze ottomane comandate da Maometto II (A. D. 1456), fu

l'ultima impresa e la più gloriosa della sua vita. Durò quaranta giorni

quell'assedio, e i Turchi erano pervenuti fino alla città, quando Uniade

li costrinse a ritirarsi, onde le nazioni giubilanti confusero i nomi di

Uniade e di Belgrado, intitolandoli i baloardi della Cristianità[37]. Ma

questa famosa liberazione venne seguìta circa un mese dopo, dalla morte

di quello che la operò; e può riguardarsi come luminosissimo epitafio di

Uniade il rincrescimento espresso dal Sultano Maometto, perchè questa

morte gli togliea la speranza di vendicarsi del solo nemico che lo avea

vinto. Appena rimase vacante il trono dell'Ungheria, grato quel popolo

alla memoria del suo benefattore, coronò il figlio di lui, Mattia

Corvino, in età allora di diciotto anni. Ebbe questi un lungo e prospero

regno, ed aspirò alla gloria di Santo e di conquistatore; ma il merito

che più certa gloria gli partorì si fu l'incoraggiamento dato alle

scienze, onde la stessa fama di Uniade ha dovuto il suo più grande

splendore all'eloquenza degli Oratori e degli Storici latini, che il

figlio di lui chiamò dall'Italia[38].

[A. D. 1404-1413]

Nel catalogo degli Eroi sogliono d'ordinario vedersi uniti i nomi di

Giovanni Uniade e di Scanderbeg[39]; e veramente sono meritevoli della

contemporanea nostra attenzione, per avere entrambi date tai brighe

all'Impero ottomano, che può dirsi essere stata differita per essi la

rovina del greco Impero. Giovanni Castriotto, padre di Scanderbeg,

Sovrano ereditario[40] di una piccola Signoria dell'Epiro, o della

Albania, posta fra le montagne e il mare Adriatico, vedendosi troppo

debole per resistere al poter del Sultano, comperò la pace col

sottomettersi alla sgradevole condizione di tributario. Diede per

ostaggi, o mallevadori, i suoi quattro figli, che vennero circoncisi,

educati nell'Islamismo, nella politica e nelle discipline de'

Turchi[41]. I tre figli maggiori rimasti confusi tra la folla degli

schiavi, perirono, dicesi, di veleno; ma la Storia non somministra prove

che ci mettano in istato di ricusare, o ammettere una siffatta

imputazione; sembra per altro improbabile per chi faccia attenzione alle

cure e alle sollecitudini colle quali venne allevato Giorgio Castriotto,

il quartogenito dei giovani Principi albanesi, che diede a divedere fin

dalla più verde età il vigore e l'intrepido animo di un soldato. Tre

vittorie successive da lui riportate sopra un Tartaro e due Persiani che

aveano sfidati i guerrieri della Corte ottomana, gli meritarono il

favore di Amurat, e il nome turco di Scanderbeg, _Iskender Beg_, ossia

Alessandro Signore, attesta ad un tempo la gloria e la servitù del

giovine Castriotto. Benchè il Principato del padre suo venisse ridotto

in turca provincia, gli furono conceduti in ricompensa il titolo e il

grado di Sangiacco, il comando di cinquemila uomini a cavallo, e tale

condizione che prometteagli le prime Dignità dello Impero. Militò con

onore nelle guerre dell'Europa e dell'Asia; nè possiamo starci dal

sorridere sullo artifizio, o la credulità dello Storico, che pretende

avere Scanderbeg, in tutti gli scontri, risparmiati i Cristiani,

scagliandosi poi a guisa di folgore sopra tutti que' nemici che

professavano la religione maomettana. — La gloria di Uniade è scevra di

taccia; combattè questi per la sua patria e per la sua religione; e gli

stessi nemici, che dovettero lodare i meriti del valoroso Ungarese, non

risparmiarono al rivale di Uniade gli epiteti ignominiosi di traditore e

di apostata. Agli occhi de' Cristiani la ribellione di Scanderbeg trova

scusa ne' torti che il padre di lui aveva ricevuti, nella morte,

sospetta, de' tre fratelli, nella schiavitù della patria e persino

nell'invilimento cui si volea farlo soggiacere. Questi ammirano lo zelo

generoso, benchè venuto tardi, con cui Scanderbeg difese la Fede e la

independenza de' suoi antenati; ma, dall'età di nove anni, questo

guerriero professava la dottrina del Corano, nè conoscea l'Evangelio.

L'autorità e la consuetudine decidono della religion di un soldato, e ci

sarebbe assai difficile lo spiegare come una nuove luce sopravvenisse a

rischiararlo in età di quarant'anni[42]. Men sospetti d'interesse, o di

vendetta, ci parrebbero i motivi che guidarono l'Albanese, se avesse

infrante le catene nei primi istanti che ne sentì il peso; ma una sì

lunga dimenticanza de' suoi diritti, gli avea non v'ha dubbio scemati;

ed ogni anno di sommessione e di ricevuti premj, afforzava i mutui

vincoli che univano insieme il Sultano ed il suddito. Se Scanderbeg,

convertito alla Fede cristiana, meditava da lungo tempo il disegno di

ribellarsi contra il proprio benefattore, qual'anima timorata potrà

lodare una vile dissimulazione di cui si valeva per meglio tradire le

promesse, che erano altrettanti spergiuri, e strumenti operosi alla

rovina temporale e spirituale di tante migliaia d'uomini cui si

protestava fratello? Scuseremo noi la corrispondenza segreta che,

comandando l'antiguardo ottomano, egli mantenea con Uniade? O l'avere

abbandonati gli stendardi, e tolta per tradimento la vittoria di mano al

suo protettore? In mezzo alla confusione prodotta da una sconfitta,

Scanderbeg seguì cogli occhi il Reis Effendi, o Segretario principale, e

raggiuntolo, gli presentò un pugnale al petto costringendolo a

scrivergli un firmano o chirografo di Governatore dell'Albania; indi

temendo nocevole ai suoi disegni una troppo pronta scoperta, fece

trucidare con tutto il seguito l'innocente complice del suo inganno.

Traendosi dietro alcuni venturieri istrutti di questo disegno, si

trasportò in fretta e col favore delle tenebre dal campo della battaglia

ai suoi paterni dirupi. Alla vista del Firmano, Croia gli aperse le

porte; e appena si vide padrone della Fortezza, svestì la maschera della

dissimulazione, e abbiurata pubblicamente la Fede al Profeta e

l'obbedienza al Sultano de' Turchi, si chiarì vendicatore della propria

famiglia e del proprio paese. I nomi di religione e di libertà

suscitarono una generale sommossa; la guerriera stirpe degli Albanesi

giurò unanimemente di vivere e di morire col suo principe ereditario, nè

alle guernigioni ottomane rimase altra scelta che del battesimo o del

martirio. Convocatisi gli Stati dell'Epiro, Scanderbeg fu eletto

condottiero della guerra contro i Turchi, obbligandosi tutti i

confederati a somministrare il loro contingente in combattenti e

soldati. Queste contribuzioni, le entrate de' suoi dominj, e le ricche

saline di Selina, procurarono a Scanderbeg un'annuale rendita di

dugentomila ducati[43], che egli, non distraendone alcuna parte ne'

bisogni di lusso, per intero impiegò al pubblico servigio. Affabile ne'

modi, nella disciplina severo, bandì dal suo campo tutti i vizj che

avrebbero ammollito il coraggio de' suoi, e col dar esempio di pazienza,

mantenne la sua autorità. Da esso condotti gli Albanesi, si credettero

invincibili, e tali ai nemici sembrarono. Tratti dallo splendor di sua

fama, i più prodi venturieri francesi e alemanni corsero sotto le sue

bandiere, e vi furono ben accolti. Le sue truppe ordinarie sommavano ad

ottomila uomini a cavallo e a settemila fanti: piccoli i cavalli,

solerti i guerrieri; fu abilissimo nel calcolare i rischi e i vantaggi

che le sue montagne offerivano; accese torcie additavano i siti

pericolosi; tutta la nazione veniva distribuita ne' posti inaccessibili.

Con queste impari forze, Scanderbeg resistè per ventitre anni a tutta la

possanza dell'Impero ottomano, e due conquistatori, Amurat II, e il

figlio di Amurat, più grandi del padre, trovarono sempre mala fortuna

contro un ribelle che perseguivano con simulato disprezzo e con astio

implacabile. Amurat, entrato nell'Albania a capo di sessantamila uomini

a cavallo e di quarantamila giannizzeri, potè, non v'ha dubbio, devastar

le campagne, occupare le città aperte, trasformare le chiese in moschee,

circoncidere i giovanetti cristiani, immolare i prigionieri

inviolabilmente fermi nella loro religione; ma le sue conquiste si

limitarono alla piccola Fortezza di Seftigrado, il cui presidio dopo

avere durato costantemente contro tutti gli assalti, fu vinto da un

grossolano artificio e dagli scrupoli della superstizione[44]. Ma dopo

avere perduta molta gente dinanzi Croia, Fortezza e residenza de'

Castriotti, fu costretto a levarne vergognosamente l'assedio, e

difendersi sempre, e nell'andata e nella tornata, contro un nemico quasi

invincibile che incessantemente lo tribolava[45]. Vuolsi che il

cordoglio sofferto pel cattivo esito di una tale spedizione contribuisse

ad accorciare i giorni del Sultano[46]. In mezzo alla gloria delle sue

conquiste, nemmeno Maometto II potè trarsi questa spina dal seno,

ridotto a permettere ai suoi Luogotenenti di negoziare una tregua; sotto

i quali aspetti il Principe d'Albania merita di essere riguardato come

un abile e zelante difensore della libertà della sua patria.

L'entusiasmo della religione e della cavalleria hanno collocato il nome

di Scanderbeg fra quelli di Alessandro e di Pirro, i quali certamente

non vergognerebbero di un concittadino sì intrepido; ma la debolezza del

suo potere, e la picciolezza dei suoi Stati, lo mettono ad una distanza

ben segnalata dagli Eroi che trionfarono dell'Oriente e delle legioni

romane. Appartiene ad una sana critica il librare su giuste lanci il

racconto luminoso delle imprese di Scanderbeg, dei Pascià e degli

eserciti vinti, dei tremila Turchi che di propria mano immolò.

Nell'oscura solitudine dell'Epiro e contro un ignorante nemico, i

biografi di Scanderbeg poterono permettere alla loro parzialità tutte

quelle agevolezze che agli scrittori de' Romanzi sogliono essere

concedute. Ma la Storia d'Italia gettò sulle loro finzioni il lume della

verità. Che anzi ne insegnano eglino stessi a diffidare della sincerità

delle loro relazioni, col racconto favoloso delle imprese di Scanderbeg,

allor che questi passando il mare Adriatico a capo di ottocento uomini

andò in soccorso del Re di Napoli[47]. Avrebbero potuto confessare senza

offuscar per questo la gloria del loro Eroe, che fu finalmente costretto

di cedere alla Potenza ottomana. Ridotto a stremo, chiese un asilo al

Pontefice Pio V, e convien dire che tutte le speranze gli fossero

mancate, perchè morì fuggitivo a Lissa, isola spettante alla Repubblica

veneta[48]. Ne violarono indi il sepolcro i Turchi, impadronitisi di

questo paese, ma la pratica superstiziosa de' giannizzeri che portavano

le ossa di Scanderbeg incastrate, a guisa di reliquia, ne' lor

braccialetti, era una tacita confessione del rispetto in cui tenevano il

suo valore; anche la rovina dell'Albania che seguì immediatamente dopo

la morte di Scanderbeg, è per esso un monumento di gloria: ma, se avesse

giudiziosamente bilanciate le conseguenze della sommessione e della

resistenza, un più generoso amante della sua patria rinunziava forse ad

una lotta ineguale, il cui successo dalla vita e dalla morte di un uomo

sol dependea. Probabilmente lo confortò la speranza, ragionevole benchè

illusoria, che il Pontefice, il Re di Napoli e la Repubblica di Venezia

si unirebbero in difesa di un popolo libero e cattolico, vero guardiano

delle coste del mare Adriatico e dell'angusto intervallo che disgiunge

dalla Italia la Grecia. Il figlio di Scanderbeg, ancora fanciullo, fu

salvato dal disastro che il minacciava: i Castriotti[49] ottennero un

Ducato nel Regno di Napoli, e il loro sangue si è trasfuso fino ai dì

nostri nelle più ragguardevoli famiglie di questo Reame. Una colonia di

fuggitivi albanesi ottenne possedimenti nella Calabria, ove conservano

tuttavia la lingua e i costumi de' lor maggiori[50].

[A. D. 1448-1453]

Dopo avere trascorsa tanta parte dell'intervallo frapposto allo

scadimento e alla caduta dell'Impero Romano, eccomi finalmente al Regno

dell'ultimo di questi Imperatori di Costantinopoli che il nome e la

maestà de' Cesari sì debolmente sostennero. Dopo la morte di Giovanni

Paleologo, che sopravvisse circa quattro anni alla Crociata

dell'Ungheria[51], la famiglia Imperiale, si trovò, per la morte di

Andronico e la professione monastica di Isidoro, ridotta ai tre figli

dell'Imperator Manuele, Costantino, Demetrio, e Tommaso. Il primo e

l'ultimo di questi viveano in fondo della Morea, ma Demetrio padrone

degli Stati di Selimbria, venuto era ne' sobborghi a capo di una

fazione. Le sciagure della patria non aveano raffreddati gli ambiziosi

disegni di cotest'uomo, che già avea turbata la pace dell'Impero

cospirando coi Turchi e cogli Scismatici. Straordinaria e perfino

sospetta fu la sollecitudine da lui posta nel dar tumulo all'Imperatore

defunto; e a giustificare le sue pretensioni al trono, Demetrio si valse

di un debole e vieto sofisma, adducendo che egli era il primogenito dei

figli nati nella porpora, e in tempo che il padre regnava. Ma

l'Imperatrice madre, il Senato e i soldati, il Clero e il popolo,

chiarendosi unanimi pel successore legittimo, anche il Despota Tommaso,

che casualmente, e ignaro della morte del padre, era tornato a

Costantinopoli, sostenne con fervore i diritti del fratello suo

Costantino. Venne immantinente spedito, quale Ambasciadore ad

Andrinopoli, lo Storico Franza, che Amurat ricevè con onore,

rimandandolo poscia carico di donativi; ma, in mezzo alla benevolente

condiscendenza del Sovrano turco, trapelavano le sue pretensioni a

riguardare il Greco, siccome vassallo, indizio della prossima caduta

dell'Impero di Oriente. Coronato a Sparta da due illustri Deputati del

Regno, Costantino partì in primavera dalla Morea, evitando lo scontro di

una squadra turca; e giunto a Costantinopoli fra le acclamazioni de'

sudditi, celebrò il suo avvenimento al trono con feste e con liberalità

che impoverirono l'erario, o piuttosto condussero ad estremo termine la

miseria dello Stato. Ceduto immantinente ai suoi fratelli il

possedimento della Morea, i due Principi Demetrio e Tommaso si

riconciliarono alla presenza della loro madre, con giuramenti ed

amplessi, pegni mal fermi della fragile loro amicizia. L'Imperatore

pensò indi a scegliersi una moglie, che gli venne additata nella figlia

del veneto Doge; ma i Nobili di Bisanzo ponendo in campo la distanza che

v'era fra un Monarca ereditario ed un Magistrato elettivo, lo indussero

ad un rifiuto, di cui in appresso, ne' momenti più angustiosi di

Costantinopoli non si dimenticò il Capo di una tanto poderosa

Repubblica. Costantino stette perplesso fra le famiglie reali di Georgia

e di Trebisonda. Le relazioni dell'ambasceria di Franza, o ne riguardino

i pubblici ufizj, o la vita privata, ci dipingono gli ultimi momenti del

greco Impero[52].

[A. D. 1450-1452]

Franza, _Protovestiario_, o gran Ciamberlano, partì da Costantinopoli

munito dell'autorità Imperiale, e sfoggiando con tal pompa che a

renderla luminosa furono adoperati gli ultimi avanzi delle ricchezze del

Regno. Il suo numeroso corteggio era composto di Nobili, di guardie, di

frati e di medici, cui venne aggiunta una brigata di musicanti;

ambasceria dispendiosa che durò oltre a due anni. Al suo arrivo nella

Georgia, o Iberia, gli abitanti delle città e de' villaggi si

affoltarono attorno a questi stranieri, ed eran sì semplici che

provavano grande diletto in udendo armoniosi suoni senza sapere da che

derivassero. In mezzo a quella folla trovavasi un vecchio più che

centenario, stato lungo tempo prigioniero de' Barbari[53], e che

allettava i suoi uditori raccontando le maraviglie dell'India[54], dal

qual paese per un mare incognito era tornato nel Portogallo[55]. Da

questa ospite contrada, Franza continuò il suo viaggio fino a

Trebisonda, ove dal Principe di quell'Impero intese la morte di Amurat

recentemente seguìta. Anzichè allegrarsene, questo esperto politico fu

preso da giusta tema che un Principe, giovane ed ambizioso, non

rispetterebbe a lungo il sistema saggio e pacifico del padre suo. Dopo

la morte del Sultano, Maria, vedova del medesimo[56], cristiana e figlia

del despota della Servia, era stata onorevolmente ricondotta alla sua

famiglia. Mosso dalla rinomanza della beltà e de' pregi di questa

Principessa, l'Ambasciatore la riguardò come la più degna su di cui la

scelta dell'Imperatore potesse cadere; al qual proposito, lo stesso

Franza racconta e combatte tutte le obbiezioni che su di tal parentado

insorgeano. «La maestà della porpora, egli dice, basta per nobilitare un

disuguale connubio, l'ostacolo della parentela può togliersi mercè la

dispensa della Chiesa e il pagamento di alcune elemosine; la specie di

macchia contratta dalla Principessa maritandosi con un Turco, è tal

circostanza, alla quale si è data sempre passata». Aggiunge Franza, che

benchè l'avvenente Maria toccasse da vicino i cinquant'anni, potea

nondimeno sperar tuttavia di dare un erede all'Impero. Costantino ben

accolse questo consiglio, che il suo Ambasciatore gli fe' pervenire

valendosi della prima nave che partiva da Trebisonda; ma le fazioni

della Corte si opposero a tal maritaggio, che per altra parte la Sultana

rendè impossibile, consacrando piamente il resto de' suoi giorni alla

professione monastica. Ridotto alla prima alternativa, Franza preferì la

Principessa di Georgia, il cui padre abbagliato da un parentado sì

luminoso, non solamente non pose, giusta l'uso di sua nazione un prezzo

alla figlia, ma di più la dotò di cinquantaseimila ducati e di

cinquemila di assegnamento annuale[57]. Assicurò inoltre l'Ambasciatore

che le sollecitudini di lui non anderebbero prive di guiderdone, e

poichè Franza avea una figlia e un figlio che era stato adottato al

fonte battesimale dall'Imperatore, il Georgiano promisegli che della

figlia sarebbesi preso pensiero la futura Imperatrice di Costantinopoli.

Tornato in patria il messaggero, Costantino confermò il Trattato

imprimendo di sua mano tre croci rosse sopra la bolla d'oro che lo

guarentiva, e assicurando l'inviato del Principe di Georgia che,

all'incominciare di primavera, le sue galee avrebbero salpato da

Costantinopoli ai lidi georgiani, per condurgli da quelli la sposa.

Conchiusa questa bisogna, l'Imperatore chiamò in disparte il fedele

Franza, e usando seco lui i modi non della contegnosa benevolenza, ma di

un amico sollecito di versare nel seno d'un altro amico, che dopo lunga

lontananza rivede, i segreti affanni del proprio cuore, lo abbracciò,

favellandogli in cotal guisa: «Dopo che ho perduti mia madre e

Cantacuzeno, i quali soli mi consigliavano senza interesse o fini di

passioni individuali[58], mi vedo attorniato d'uomini ai quali non posso

concedere nè amicizia, nè confidenza, nè stima. Voi conoscete Luca

Notaras, il grand'Ammiraglio; idolatra ostinato delle proprie idee,

millanta per ogni dove ch'ei regola a piacer suo i miei pensieri e le

mie azioni. Il rimanente de' cortigiani è guidato da spirito di parte, o

da mire di personale vantaggio: sarò io dunque costretto, sopra cose di

politica, o di nozze a non consultare che frati? Avrò d'uopo ancora per

lungo tempo del vostro zelo e della vostra solerzia. In primavera,

andrete a trovare uno de' miei fratelli per indurlo a sollecitare in

persona i soccorsi delle Potenze dell'Occidente. Dalla Morea vi

trasferirete a Cipro per eseguire una commissione segreta, e di lì nella

Georgia, d'onde mi condurrete la sposa». — «I vostri comandi, o Sire,

rispose Franza, non ammettono repliche; ma degnatevi pensare, gravemente

sorridendo soggiunse, che se mi allontano sì spesso dalla mia famiglia,

potrebbe venire a mia moglie la tentazione di cercarsi un altro marito,

ovvero di farsi monaca». Dopo essersi alquanto scherzato su questi

timori, l'Imperatore, assumendo un tuono più serio, assicurò il suo

favorito, che lo allontanava per l'ultima volta, e che serbava al figlio

di esso la mano della erede di un ricco ed illustre patrimonio, e allo

stesso Franza il rilevante ufizio di Gran Logoteta, ossia di primario

Ministro di Stato. Le nozze del figlio di Franza furono tosto concluse,

ma quanto alla carica di Logoteta se l'era arrogata il Grande

Ammiraglio, benchè questi due impieghi fossero incompatibili nel

medesimo tempo. Fu d'uopo di una negoziazione, che durò qualche tempo,

per ottenere, mediante un compenso, il consentimento di Notaras; e

nondimeno la nomina di Franza non ebbe una assoluta pubblicità; tanto

paventava l'Imperatore di inimicarsi questo audace e poderoso favorito.

Fattisi durante il verno gli apparecchi dell'ambasceria, Franza deliberò

di cogliere una tale opportunità per allontanare il proprio figlio, e

collocarlo, ove meno imminenti pareano i pericoli, vale a dire nella

Morea, presso i congiunti di sua madre. Questi erano i pubblici e

privati divisamenti, che scompigliati ben tosto dalla guerra co' Turchi,

sotto le rovine del greco Impero andaron sepolti.

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 13 · 第 7 / 26 题