VARIANTI E RISCONTRI.

=N. 2.= Una variante di quest'aneddoto raccolse in Borgetto e pubblicò

nell'_Archivio per lo studio dalle trad. pop._, vol. III, p. 572 n.

XXXI, il SALOMONE-MARINO, (_Aneddoti, Proverbi e Motteggi_) col titolo:

_La finzioni di la Passioni a Murriali_. S. Giovanni lancia occhiate e

mezze parole alla Maddalena; il Cristo, padre di questa, lo avverte per

due volte che la lasci stare: _Giuvanni, lassa stari a Maddalena_. Alla

terza, svincola un piede dalla croce, e giù un gran calcio sul muso a

Giovanni, che cade sullo steccato, e si rompe la testa.

La sacra rappresentazione finisce tra schiamazzi e atti scandalosi.

L'aneddoto corre in tutta l'isola e fuori.

=N. 7.= «Mentre uno pregava il Crocifisso, questo si staccò dal muro e

lo colpì in testa. Guarito, il _cafone_, per prevenire un male futuro,

fa tante crocettine di legno e poi le batte ogni giorno. Una volta lo

vede un amico e gli chiede: — «Che fai?» — «Educo queste crocettine da

piccole, perchè, grandi, non mi facciano male!» G. AMALFI, _Maldicenze

paesane_, nel _Giornale Napolitano della Domenica_, anno I, n. 39.

Napoli, 1882.

In Sicilia corre la seguente storiella, da me raccolta e pubblicata tra

le mie _Fiabe, Novelle e Racconti popolari sicil._, v. III, p. 183:

=Lu Paraturi.=

«Un paratore di chiesa parando un giorno una chiesa, e volendo passare

una fune tra le gambe di un vecchio Crocifisso, cadde e rimase tanto

malconcio dal Crocifisso cadutogli addosso, che in capo a pochi mesi ne

morì. Nelle ultime ore di sua vita, fu chiamato ad assisterlo a ben

morire un prete, che, dopo averlo confessato e comunicato, mise fuori un

piccolo Crocifisso esortando il moribondo a raccomandarsi a Lui. Il

povero paratore non volle saperne, e quando il prete insistette per

sapere il perchè di tanta ripugnanza, il paratore gli raccontò

brevemente il fatto della caduta, ed il male che glien'era seguito per

ragione del Crocifisso. — «Ma quello — gli osservò il prete — era un

Crocifisso grande, mentre questo qui è molto piccolo»: ed il moribondo:

«_Lu lassassi_ (lo lasci) _crisciri a ssu crucifisseddu, e vidi_ (ed

ella vedrà) _si 'un addiventa cchiù piriculusu di chiddu_».

Questa storiella di Palermo è una variante di quest'altra raccolta in

Ficarazzi:

=Firrazzanu e lu Cunfissuri.=

«Firrazzanu nn'avia fattu quantu Cinchedda, e 'na jurnata cadìu malatu,

e la pigghiau bona. 'Nca, cci chiamàru lu cunfissuri pi cunfissàrisi e

cuminicàrisi. Vinni lu Parrinu, e cci accuminzò a diri: «Firrazzanu

figghiu mio, cc'è morti e vita, e lu Signuri veni pi grazia. Pensa

quantu cci nni ha' fattu a Nostru Signuri!...» Si vôta bottu 'nta bottu

Firrazzanu: — «Sissignura: ma una chi mi nni stà facennu a mia, 'un mi

la pozzu scurdari cchiù». _Fiabe, Nov. e Racc. pop. sic._ v. III, pag.

180.

Una variante palermitana, data per istorica, è in CAMINNECI, _Brevi

cenni storici, biografici-artistici delle maschere siciliane in Palermo

che vissero dal 1750 in poi, e di quelli_ (sic) _esistenti sin'oggi_, p.

27. Palermo, Barravecchia 1884.

=N. 9.= L'Agatuzza Rao mi ha raccontato un aneddoto simile: «Lu zu

Jàpicu Zappa 'na vota scinnìa di lu sò sulàru, e avìa (parrannu cu

rispettu) lu càntaru 'n manu, e la curuna ammugghiata a lu pusu pi

dirisi lu rusariu. A lu scinniri, si stava sdirrubbannu; e pi scanzari

di fari rumpiri lu càntaru, si rumpìu la curuna; vôtasi arrabbiatu: _Pi

quasanti stu binidittu càntaru, rumpivi la mmaliditta curuna!_»

(Questo Giacomo Zappa si chiamava Badalamenti, ed era nativo di Carini,

e morì su' sessant'anni prima del 1860).

=N. 10-11.= Richiamano agli aneddoti di quel Prete di Prizzi (prov. di

Palermo), che, celebrando messa e voltandosi per dire _Dominus

vobiscum_, vede che la neve caduta a falde ha fatta bianca tutta la

parte visibile della porta spalancata della chiesa, e dice: _Minchiuni,

comu nivica!_ (Per bacco, come nevica!). — E un'altra volta, pur

celebrando messa, ode che una tale litiga con la madre sua per affari

domestici, e voltandosi pel _Dominus vobiscum_, dice a voce alta:

_Zitta, bagascia, cà mè matri ragiuni havi!_ Vedi SALOMONE-MARINO,

_Aneddoti, Prov. e Motteggi_, nn. XXXII e XXXIII. _L'Arcipreti di

Prizzi:_ e _Lu Cilibranti di Prizzi_, nell'_Archivio_, vol. III, pp.

573-75.

=N. 13.= Si narra di un giovanetto, che, ammonito dal maestro di far la

pausa ad ogni punto o virgola o ad altro segno disgiuntivo, nol faceva

mai; però il maestro l'obbligò un giorno a ripetere con la voce, dopo

letta la parola, i segni tutti d'interpunzione. Il giovanetto eseguì, ma

a certo punto capitatogli un bucolino (_pirtusiddu_) di un tarlo, che

avea distrutto la sillaba _pro_ della parola _profeti_, il giovanetto

disse: _C'è un pirtusiddu, e feti_ = V'è un bucolino, e puzza (Trad. di

Borgetto).

=N. 17.= In Palermo è tradizionale la recita del rosario che si faceva

ogni sera in casa di una povera famigliuola del Borgo, (in via Gottuso)

chiamata Lombardo, donde il titolo di _Rusariu di Lummardu_. Eccone qua

un saggio, che è uno de' «misteri gloriosi»:

«Gesù già risuscitau,

E di morti triunfau,

(_Peppi, statti cuetu: 'un scuitari a Vanni......_)

E di (_da_) re d' 'i triunfanti,

(_Peppi, a tia dicu!_)

Scarzarau li Patri Santi.

O gran Vergini Maria,

Mi rallegru assi cu tia.

(_Ciccu, lèvati 'a burritta!_)

Patrinnostru, chi stati 'n Celu, sia santificatu lu Vostru nnomu, vegna

a nui lu Vostru Regnu (_Rosa, 'i livasti i piatta? — Sissignura, matri_)

sia fatta la Vostra vuluntà comu 'n Celu accussì 'n terra. (_E cc' 'i

mintisti 'nt' 'a gasena? Sissignura_). Dàtinni oggi (_chiss chiss! 'A

gatta!... Càccia ssa gatta, ca si licca 'u mecciu d'a cannila!..._) lu

Vostru pani cutiddianu...»

E via di questo passo.

=N. 25.= «D'un Procidano si riferisce, che, bagnatosi per la forte

pioggia un agnellino, lo mise ad asciugare in un forno scottante. Il

poverino strepitava e digrignava i denti, e l'infornatore sclamava: —

«_Cumme ride lu beccu fijuto; nce trova refrigerio!_» E l'agnellino morì

ridendo.» G. AMALFI, _Maldicenze paesane_.

Nel _Giucca_ toscano, uno sciocco inforna la mamma o la nonna per farla

ridere. Vedi le mie _Novelle popolari toscane_, n. XXXI. (Firenze.

Barbèra 1885).

=N. 29.= Ecco in che forma corre comunemente in Sicilia la lettera:

_«Carissimo Padre,_

_Vi dovea scrivere morto, e vi scrivo vivo. In questo paese vi è una

grande epidemia, che il Signore_ (il Viatico) _va per le strade strade

come un diavolo. Vi mando un poco di salsiccia fatta dalle mie mani di

porco. Sono andato al mulino, ed ho trovato la giumenta orba di un

occhio; e così spero sentire di Vossignoria._

_Vostro figlio»._

La soprascritta sarebbe stata questa:

Alle riverite mani di mio Padre

Palermo.

Giunta questa lettera all'ufficio di destinazione, gl'impiegati postali

discutevano chi potesse essere questo padre; ma uno di essi più pratico

degli altri osservò che se il padre era dello stampo del figlio, la

lettera la troverebbe di sicuro.

_Lupus in fabula._ Viene un tale e domanda: «Signore, ci son lettere di

mio figlio?» — «Ecco qua» dice il _postiere_; e gli consegna la lettera

in discussione; la quale andava proprio a lui.

Nel libretto col titolo: _Raccolta di aneddoti, barzellette, doppi

sensi, frottole e facezie; aggiuntovi il pranzo immaginario di 500

cognomi_ (Firenze, Tip. di A. Salani [1870]) a p. 31 si legge:

«Un giovane di un paese di provincia fra le altre cose che chiedeva per

lettera a suo padre, vi fu questa: _Mi manderete pure un poco di

salciccia fatta con le vostre mani di porco_».

=N. 41.= Ecco il principio di un _Magnificat_ da me udito molte volte

dalla bocca di una donnicciuola nella Chiesa di S. Francesco di Paola,

in Palermo:

Magnifica arma mea Sdomino.

E va satannu lu spiritu smeu,

Di smeu salutari Sdeo.

Cu' fici la ficu magna incrèpiti nzesti

E lu santu nnomu di Jesu.

=N. 43.= Svariatissime e tutte bizzarre sono le mistificazioni popolari

delle _Litanie Lauretane_. Comica di molto è quella chiaramontana del

_Vestru, Scene del pop. sicil._ (Ragusa, MDCCCLXXXII) del GUASTELLA, p.

53-55.

Non meno comica è quella di Cianciana favoritami dal Comm. Gaetano Di

Giovanni e raccolta dalla bocca di Angela Maria Perzia vedova Bosciglio,

intesa la _Scocchilla_, ed anche _Centumilia e centu_, perchè suol far

da capo nella recita del Rosario del SS. Sagramento, ov'è il ritornello;

E centu milia e centu

E lodamu 'u Sagramentu:

Questa litania comincia così:

_Crijeleisò._ — _Cristeleisò._ — _Chistu e saudi nostru_ (bis). — _Matri

der celu e deusu._ — _Matri del mundu e deusu._ — _Santa Tirnitati unu e

deusu._ — _Santa Maria (ora pro nobbi)._ — _Santa Deju gènetri._ —

_Santa Virco Virginu_ ecc.

A proposito del _Matri der celu e deusu (Pater de Coelis Deus)_, il Di

Giovanni mi fa notare l'ostinazione della Scocchilla nel dire _Matri_

invece di _Patri_ = Pater, malgrado le ripetute correzioni

dell'Arciprete di Cianciana; «_Pirchì_ (oppone la Scocchilla), _chi

c'entra stu patri e figli nni la litania di Maria SS.?_»

E dire che questa donna, coi suoi 75 anni, fa da maestra

nell'insegnamento della dottrina cristiana a ragazzi ed alle spose!

Un'altra litania manoscritta è un'amenità per se stessa, e la devo al Di

Giovanni medesimo, che l'ebbe dal sac. Pietro Capraro Beneficiale e

Cerimoniere del Capitolo della Cattedrale di Girgenti. Pare una

spiritosa invenzione: eppure fu raccolta in Prizzi da una vecchierella,

che contava per pia e santa donna.

Sul latino in bocca al popolo siciliano, vedi i miei _Canti popolari

sicil._, v. II, p. 363.

=N. 47.= In Palermo il motteggio s'attribuisce a un P. Arceri,

proverbiale per le sue prediche al popolo, e per la sua attività nel

cercar di correggere i vizi e i difetti de' popolani. Ecco qua, con

l'aneddoto, il tratto della sua predica, nel quale è il motteggio:

«Una volta P. Arceri andò a predicare in una chiesetta di campagna, e

portò con sè un corbello di melarance bell'e _sanzeri_ (= sane, intatte,

senza nessun guasto o macchia), ma con una melarancia nel mezzo, guasta

e marcita; e cominciò così la sua predica alle donne:

«Picciotti mei, li viditi st'aranci? Comu vi pàrinu? Su' tutti belli

sanzèri, senza nudda màcula. Arriminàtili, picciotti, e viditi chi cc'è

'nta lu menzu. Cc'è n'aranciu muffutu. Lu sapiti!? st'aranciu muffutu fa

ammuffiri tutti l'àutri, ca sunnu belli sanzeri. Accussì siti vuàtri:

una tinta fa addivintari tinti all'àutri, pirchì 'na pècura virminusa

'nfetta 'na jinía.

«Ma vuàtri cci pinsati all'arma? cci pinsati a lu Signuri? cci pinsati a

lu Paraddisu?

«Lu vostru pinseri è a li cosi di stu munnu.

«E a chi pinsati? La za Cicca pensa a li gaddini ca su' senza lu gaddu;

la za Peppa pensa a lu sceccu, ch'avi a manciari; la za Vanna pensa a lu

porcu, ca cci (_al quale_) havi a 'mpastari; la za Sara pensa a lu

mulu.... Ora livativillu di 'n testa, figghi mei; e canciati vita; cà

(_perchè_) lu primu gaddu è Ddiu, lu primu sceccu è Ddiu, lu primu porcu

è Ddiu, lu primu mulu è Ddiu!...

«E accussì vi nni jiti drittu tiratu 'n Paraddisu.

«Ah! lu Paraddisu! la gran cosa ch'è lu Paraddisu! La sapiti la minestra

di risu cu li porri? Vi piaci ah! Lu viju, marioli, ca vi piaci!... Ora

accussì è lu Santu Paraddisu: è comu lu risu cu li porri!....»

Ogni comune la racconta a modo suo mettendo in bocca a un prete d'un

comune vicino la predica. SALOMONE-MARINO, _Aneddoti, Prov. e Motteggi_,

n. XXXIV: _La Predica a lu Maciddaru_ (_Archivio_, vol. III, p. 576) ne

reca una variante di Borgetto, dove il predicatore sarebbe stato di

Camporeale (_Maciddaru_).

=N. 50.= Una variante siciliana di Salaparuta col titolo: _Lu

partannisi_ è nelle mie _Fiabe_, n. CL, ove si vuol mettere in burla la

grossolanità de' contadini di Partanna nella provincia di Trapani.

Un'altra di Partinico, _Lu zu' Giacumazzu_, la pubblicò tra' suoi

_Aneddoti, Prov. e Motteggi_ il SALOMONE-MARINO nell'_Archivio_. vol.

II, p. 550, n. III; quella variante si avvicina molto a questa del

_Mirchio di Patti_, anzi è quasi la medesima cosa. Altra variante

toscana è nelle mie _Novelle pop. toscane_, n. XXXI: _Giucca_.

Nelle _Cene_ di A. FRANC. GRAZZINI _detto_ IL LASCA, c. II, n. II,

«Mariotto, tessitore camaldolese, detto Falananna, avendo grandissima

voglia di morire, è servito dalla moglie e dal Berna amante di lei, e

credendosi veramente esser morto, ne va alla fossa: intanto sentendosi

dire villania, si rizza: e quelli che lo portano, impauriti, lasciano

andar la bara in terra; onde egli, fuggendosi, per nuovo e strano

accidente, casca in Arno e arde; e la moglie piglia il Berna per

marito».

Di questa interessante piacevolezza vedi le varianti e i riscontri di R.

Köhler nell'_Orient und Occident_, I, 434 e ne' _Göttingische gel.

Anzeigen_, an. 1868. p. 1368.

=N. 51.= In una serie di avventure attribuite a Giucca in Toscana, ve

n'è una inedita, che si racconta così:

«Senti, Giucca: va' a far da legna, che un c'è da accendere il foco».

Questo Giucca piglia la su' miccina e va' far le legna, e sale su una

querce. Va per tagliare il ramo, e stava dalla parte che doveva cascare

in terra. Passa un frate: — «Oh Giucca!» — «Oh!» — «Tu caschi, sai! se

tu fai a codesta maniera a tagliare le legna.» — «Mi dica, padrino,

quando morirò io?» — «Alle tre corregge d'il tu' asino». Giucca finì di

tagliare il ramo; casca il ramo e lui gli va dreto. Giucca, quando fu in

terra: — «Oh! me l'aveva detto quel frate che cascava; se mi dovessi

rifare, 'un vorrei cascare più; ma ancora non muoio sino che il mi'

asino 'un ha fatto tre corregge».

La storiella continua, su per giù come la nostra.

=N. 59.= La tradizione è viva, ed ecco come corre in Vittoria e Comiso,

secondo una versione raccoltami in italiano dal Guastella:

=Ciaramuntanu cciù!...=

«Era tempo di vendemmia, e c'era un chiaro di luna che rallegrava. Un

villano di Chiaramonte, ma di quelli che hanno le orecchie lunghe, se ne

tornava al paese, a cavalcioni dell'asinello, in mezzo a due corbe di

uva fresca, spiccata allora allora dalla sua vigna.

«Vito (in Chiaramonte si chiamano tutti _Vito_) era allegro e cantava,

ed ecco che un gufo accovacciato sopra un cipresso cominciò a cantare in

modo sì pietoso che parea gli si spiccasse l'anima. Il povero Vito avea,

egli è vero, le orecchie lunghe, ma avea un cuore di papa: e si

rattristò del lamento del gufo, e pensò che piangeva forse per fame.

Sicchè, vinto dalla tenerezza, gli gridò: «Gufo mio, vuoi un grappolo di

uva?» Il Gufo seguitò a cantare: _Cciù._ — «Come! Non ti basta un

grappolo? Ne vuoi forse due?» — «_Cciù!_» — «Oh che gran fame che hai!

Ne vuoi un paniero?» — _Cciù!_ — «Ma, santa morte! tu sei

incontentabile; ne vorresti forse una corba?» — _Cciù!_ — «Va al

diavolo! io ho moglie e figliuole, e non posso darla tutta a te».

Notisi che nella parlata di Chiaramonte _più_, in siciliano _cchiù_, si

pronunzia _cciù_.

Con qualche differenza corre in Borgetto, secondo una versione del

SALOMONE-MARINO, _Aneddoti_ ecc. nell'_Archivio_, v. III, n. XXIX: _Lu

Murrialisi e lu Chiò_.

=N. 60.= «Molti anni fa, a Panza, si ruppe la fune della campana, e lo

scaccino pensò di metterci un sarmento (_vetecaglia_). Un asino

affamato, passando di notte, al chiaro della luna, andò a rosicchiarlo,

e fe' sonar la campana. A questo _tin! ton!_ tutti si svegliarono; ed,

immaginando incendi, ladri e simili diavolerie, accorsero coi coltelli,

coi bastoni, e coi fucili spianati; ma mentre si precipitano addosso

alla sventurata vittima, s'ode una voce: «Lasciate stare: si tratta del

ciuco di frà Tommaso!» G. AMALFI, _Maldicenze paesane_.

Nella novella LII del _Novellino_ (secondo il testo Gualteruzzi), la

quale esce col titolo: _D'una campana che si ordinò al tempo del Ginorea

vni_, «il re Giovanni di Atri ordina che sia messa una campana, la quale

potesse esser suonata da chi gli chiedesse ragione di torti ricevuti; la

fune dopo qualche tempo si logora, ed è sostituita da una vitalba. Un

vecchio cavallo è cacciato dall'ingrato padrone, che non vuol più

mantenerlo. Avendo fame e giungendo alla campana, mangia la vitalba e la

campana suona. Si aduna il consiglio del re, e pensando che il vecchio

destriero chieda ragione contro l'avaro signore, si condanna costui a

pascerlo, in rimerito de' servigi resigli da giovane».

Il D'ANCONA, che fa questo riassunto della novella nel suo lavoro: _Del

Novellino e delle sue fonti_, accenna alle lievissime varianti ed a'

maggiori svolgimenti che questa stessa novella ha in altri testi, pur

notando le analogie di essa con racconti letterarî e popolari fuori

d'Italia. Vedi i suoi _Studj di Critica e Storia letteraria_, p. 320.

Bologna, 1880.

=N. 61.= Anche questa piacevolezza è comunissima ai giorni nostri, e mi

piace di riferirla, meno spiritosa certamente ma legata ad altre

capestrerie, quale me l'ha favorita il sig. G. Crimi Lo Giudice, che la

raccolse in Naso sua patria:

«In Ficarra, paese a poche miglia da Naso, si doveva celebrare la festa

dell'Annunziata, che è la protettrice; e il procuratore di quella festa,

non avendo potuto trovar cera nei paesi vicini, era andato per comprarla

in Palermo. Fatta la compra, se ne ritornava sopra una barca a vela; ma,

prima di toccar la riva di Brolo, un'ondata di mare, gli bagnò

intieramente la cera, ed egli, ritenendo che le candele bagnate non

fossero più buone ad illuminare la Chiesa, era così dolente, che per

poco non gli scappavan le lagrime. Un Nasitano, che si trovava sulla

stessa barca, forse per ischerzo, gli disse, che non valeva la pena

d'impensierirsi tanto per cose da nulla, dappoiche il medesimo fatto era

accaduto a' Nasitani più volte, ed essi ci avevano rimediato mettendo le

candele al forno.

«Giunto in Ficarra, quel povero diavolo fece come gli aveva suggerito il

Nasitano, ma le candele nel forno squagliarono, e la festa non potè più

celebrarsi.

«Da ciò, dicono i vecchi, nacque il sopranome di _'Nfurnacannili_ dato

ai Ficarresi, i quali, com'è naturale, se la legarono al dito.

«Difatti, passato un po' di tempo, un Ficarrese di molto spirito,

trovandosi nella Chiesa Maggiore di Naso, mentre il Quaresimalista

faceva la predica del _Giudizio_ e gridava a squarciagola: _Nasu, Nasu,

unni ti ficcu, Nasu?_ rispose ad alta voce: _'Ntra stu st.... di c....!_

e scappò di corsa per la più breve, senza che i Nasitani potessero

raggiungerlo. La stessa notte però, alcuni di essi, frementi di rabbia,

andarono in Ficarra, e non potendo far altro, chiusero con altrettanti

pezzi di legno, detti _cavigghiuna_, tutte le porte che avevano i

cancheri. Si racconta che un certo _Masotto_, il quale aveva una figlia

che abitava una casa con due porte, tutte due chiuse da' Nasitani a quel

modo, la mattina andava ripetendo: _A mè figghia Anciurina 'a

'ncavigghiunaru davanti e darreri!_

«Tant'è che i _Ficarresi_ vengono motteggiati ancora co' nomi di

_'Nfurnacannili_ e _Cavigghiunara_».

Vedi in proposito i miei _Proverbi siciliani_, vol. III. p. 145.

=N. 62.= Ed anche questa spiritosa predica ho udita più volte a pezzi e

a bocconi in Sicilia, specialmente da persone di chiesa.

Avvenimenti faceti: Raccolti da un Anonimo Siciliano del secolo XVIII · 第 60 / 62 题