L'arciprete che hà governato le anime della città detta Monte di S.
Giuliano, con altro nome monte di Trapani, che fu l'anticha Erice.
Questo, più semplice che scaltro, si era invogliato a fare scendere la
manna del Cielo, come scese un tempo nel deserto, a sostegno e delizia
degl'Isdraeliti; diede l'impulso maggiore ai suoi desiderij la vicinanza
delle feste di Pentecoste. Onde cominciò a predicare al suo populo che
si preparasse con orazioni e mortificazioni nella novena dello Spirito
Santo, per ricevere da esso sì segnalato dono; altro non inculcava in
quei nove giorni [a] quella gente, che allora era d'altra pasta più
semplice che non è la presente; appunto di giorno in giorno aspettavano
il celeste favore. Era corsa già tutta la novena, senza ricever la
grazia bramata. «Non dubitate, la inanimava l'Arciprete, che i doni
quanto sono più grandi, tanto tardono a venire; forse dommattina gioverà
a noi ciò che anelanti spettiamo». Non era ancora nella Domenica
spuntato il sole, che il sagrestano si porta alla chiesa per
apparecchiare gli altari; mà che! sù l'altare maggiore ritrova come una
ciambella di materia liquida e bruna, e stimandola un gran misterio
corre dal'Arciprete a dargliene la bona nova. Subito la credette ciò che
non era; si portò in chiesa per osservarla, e decise esser di già
piovuta in quella notte la manna desiderata; convocò il popolo con il
sono festivo delle campane; il quale ragunato insieme col suo
maggistrato, montò sull'altare il Pastore di quel gregge per pascerlo
prima colla divina parola, poi colla manna piovutali. Mostrò in primo
luogo il favore distinto dal Cielo in mandar loro quel benefizio così
grande. In secondo luogo la preparazione che ricercavasi in quelli che
dovean riceverlo, e chi mai si sentisse lesa la coscenza di qualche
colpa la detestasse con dolore e con fermezza di mai più commetterla,
altrimente quel prezioso cibo invece di fargli gustare quel sapore che
si desiderava, sarebbe divenuto insipido e disgustoso; «venghino dunque
ad assaggiarla i sig.ri del magistrato!» e quelli con una straordinaria
umiliazione si appressarono all'altare, ove l'Arciprete con un
cocchiarino di argento in mano ne prendea una piccola porzione dal
altare, e mentre il riponea nella bocca del Capitano gli diceva che
sciegliesse coll'interno del suo cuore quel sapore che più gli
aggradisse. Tanto fece il Capitano, mà in entrar quella manna nella sua
bocca, al sapore, all'odore parevagli escremento di gatto, mà nulla
disse, stimando ciò pervenire dalla sua rea coscienza; tanto avvenne ai
giurati, altrettanto alle primarie persone, alcune delle quali si
vomitarono; fecero migliore indagine, e ritrovarono che il gatto che si
allevava nella chiesa per guardarla dai sorci, costume che pur tutta via
si mantiene, avea piovuto alli Montesi la sua manna preziosa.
35.
La seguente Seguenzia è commune alla gente della terra di Mongiuffi[77]
vicino alla terra di Tauormina.
Stianzidda Stianzidda
Nsolia nsolia in faidda
Testi d'agghi cù Sibidda.
Quantu tremu malfatturi
Quandu judici avvinturi
Cu tri testi di scursuni.
Turba miru sparanzonu
Pri limburgu di Sionu
Focu a donni lampi e tronu.
Morsu stà pebbia e natura
Curri, surci, a criatura
Giudicanti arraspatura.
Libri scritti pri lu fetu
In quo totu continetu
Quandu mundu judicetu.
Giuda l'erramu chi vili
Ciocchi lati chiappareddi
Nuddu ndurtu rumaneddi.
Chi si miseru tu Dutturi
Lu patruni arragghiaturi
Cu' nun vidi stà a li scuri.
Rè trimenda majestati
Chi sarvandu sarvi e gati,
Sarvi a mia chi ti su frati.
Ricurdari Gesu Pia
Pri la casa e pri la via
Non mi perda stiddaria.
Cridi a mia si diti lassu
Ti nni ridi in cruci a spassu
Tantu labru di mulassu.
Giugu dudici minzioni
Donna fù rimissioni
Ntra dia curazioni.
Tu ci mbiscu tocca reu
Cu carbuni vultu meu
Giudicanti parcu a Deu.
Chi Maria assurbisti
E Latruni m'esaudisti
Michi oculi spirdisti.
Preci mei non sù digni
Si tu bonu fà benigni
Non ti perdiri ntra li vigni.
Intra l'ova locu apprestu
E dibiddi m'assiquestra
Statueddi parte a destra.
Confutati maliditti
Xammi larghi e burzi stritti
Voca a mia cu biniditti.
Ora a suppa mi l'inchivi
Cori cuntritu quasi lini
Ciciri crudi senza fini.
Lagrimusa stanza ad idda
Ca risurgi la faidda
Givolicandu l'omu reu.
Circhi cersi parci Deu
Gesù pia Domini tu
Raccumandu arma mia.
Dacci o ricchume nonnu me nonna me
Zia e cu splendenti visu
Abbiati in paradisu.