XV.

Signori, io non ho inteso con queste ultime mie parole rivolgere agli

artisti, inutile retore, precetti o consigli. È una divina legge

dell'Arte che addito e proclamo, una legge superiore alle volontà

umane, la riconoscano o non la riconoscano, poichè coloro che Iddio

chiama all'Arte non sono liberi di escludere il dolore dal campo del

lavoro artistico nè il pubblico è libero di passar noncurante o

sdegnoso davanti all'opera che gli rammenta con efficacia di forme

ciò che di più acerbo ha la condizione umana. Io vedo la legge che ho

glorificata operare infallibilmente nell'avvenire, vedo andar

diminuendo per opera della scienza e della civiltà le sofferenze umane

sanabili, vedo le insanabili disegnarsi appunto per questo sempre più

nettamente nel loro carattere di limite fatale della potenza nostra,

di manifestazione d'una potenza superiore; e vedo l'Arte richiamar

sempre più forte ad esse il pensiero dell'uomo. Vedo in lei e per lei

levarsi inquieti dai beni che avran raggiunto nello spazio e nel tempo

e tendere all'infinito immensi desiderî umani cui la scienza non

appagherà mai, cui la Fede non avrà raccolti ancora, li vedo chiedere

dolorosi all'Arte il ristoro di una forma di bellezza, e nel

moltiplicarsi di tale bellezza io credente vedo moltiplicarsi

realmente i contatti del desiderio umano con l'infinito, vedo quello

più e più nel contatto accendersi, questo più e più concedersi

clemente, e così predisposta la ultima gioia del loro congiungimento,

mi si rivela intera nel suo sublime disegno la elaborazione del dolore

nell'Arte dalle oscure fonti di lei sino alla foce tutta riverberante

gl'imminenti splendori del regno di Dio.

Il dolore nell'arte: discorso · 第 22 / 23 题