Signori, io non ho inteso con queste ultime mie parole rivolgere agli
artisti, inutile retore, precetti o consigli. È una divina legge
dell'Arte che addito e proclamo, una legge superiore alle volontà
umane, la riconoscano o non la riconoscano, poichè coloro che Iddio
chiama all'Arte non sono liberi di escludere il dolore dal campo del
lavoro artistico nè il pubblico è libero di passar noncurante o
sdegnoso davanti all'opera che gli rammenta con efficacia di forme
ciò che di più acerbo ha la condizione umana. Io vedo la legge che ho
glorificata operare infallibilmente nell'avvenire, vedo andar
diminuendo per opera della scienza e della civiltà le sofferenze umane
sanabili, vedo le insanabili disegnarsi appunto per questo sempre più
nettamente nel loro carattere di limite fatale della potenza nostra,
di manifestazione d'una potenza superiore; e vedo l'Arte richiamar
sempre più forte ad esse il pensiero dell'uomo. Vedo in lei e per lei
levarsi inquieti dai beni che avran raggiunto nello spazio e nel tempo
e tendere all'infinito immensi desiderî umani cui la scienza non
appagherà mai, cui la Fede non avrà raccolti ancora, li vedo chiedere
dolorosi all'Arte il ristoro di una forma di bellezza, e nel
moltiplicarsi di tale bellezza io credente vedo moltiplicarsi
realmente i contatti del desiderio umano con l'infinito, vedo quello
più e più nel contatto accendersi, questo più e più concedersi
clemente, e così predisposta la ultima gioia del loro congiungimento,
mi si rivela intera nel suo sublime disegno la elaborazione del dolore
nell'Arte dalle oscure fonti di lei sino alla foce tutta riverberante
gl'imminenti splendori del regno di Dio.