II.

Ma non è nel vento, è sulle labbra silenziose della bella creatura di

marmo che ci si disegna la prima parola del mistero. Perchè costei che

se fosse viva ci agghiaccerebbe il sangue con la sua vista, ci

distruggerebbe l'incanto del giardino, perchè si mesce, fatta visione

e opera d'arte, con la bellezza delle cose in un'armonia che ci muove

al desiderio e al sospiro, a un turbamento non simile alla pietà,

simile piuttosto alle inquietudini dell'amore nascente? S'ella fosse

raffigurata nell'atto del pregare o del piangere, di una emozione

insomma tenera e calda, si direbbe che l'attitudine sua genera il

sentimento nostro; ma non è così. Il dolore e l'amore di lei,

compenetrandosi a vicenda, si sono indurati in un'angoscia torva,

senza tenerezza, senza fiamma. È forse la leggiadria del volto e del

corpo che può tanto sopra di noi? No, la sua bellezza è troppo cupa,

troppo sinistro il disordine dei suoi capelli e delle sue vesti. La

potenza sua fascinatrice è nella grandiosità del suo dolore

impersonale, senza nome. Ella non è una madre, non è un'amante, è il

dolore stesso, è l'idea pura, fatta marmo, dell'universale dolore, del

dolore che oscura presto o tardi ogni vita umana. Ma se l'idea pura

del dolore, sensibilmente rappresentata dall'Arte, ne accende l'anima

di pensieri alti e soavi, conviene che in lei si asconda qualche

occulta bellezza; e poichè solo ha potenza di commuovere l'opera

d'arte che fu creata nella commozione, convien pensare che il creatore

di quel marmo abbia concepito con entusiasmo, prima di noi, una

occulta bellezza del soffrire. Pure, se io potessi evocare dai morti

Vincenzo Vela, l'artefice sovrano, e interrogarlo, egli mi

risponderebbe di non avere pensato mai a una bellezza del soffrire.

Il dolore nell'arte: discorso · 第 9 / 23 题