Ma non è nel vento, è sulle labbra silenziose della bella creatura di
marmo che ci si disegna la prima parola del mistero. Perchè costei che
se fosse viva ci agghiaccerebbe il sangue con la sua vista, ci
distruggerebbe l'incanto del giardino, perchè si mesce, fatta visione
e opera d'arte, con la bellezza delle cose in un'armonia che ci muove
al desiderio e al sospiro, a un turbamento non simile alla pietà,
simile piuttosto alle inquietudini dell'amore nascente? S'ella fosse
raffigurata nell'atto del pregare o del piangere, di una emozione
insomma tenera e calda, si direbbe che l'attitudine sua genera il
sentimento nostro; ma non è così. Il dolore e l'amore di lei,
compenetrandosi a vicenda, si sono indurati in un'angoscia torva,
senza tenerezza, senza fiamma. È forse la leggiadria del volto e del
corpo che può tanto sopra di noi? No, la sua bellezza è troppo cupa,
troppo sinistro il disordine dei suoi capelli e delle sue vesti. La
potenza sua fascinatrice è nella grandiosità del suo dolore
impersonale, senza nome. Ella non è una madre, non è un'amante, è il
dolore stesso, è l'idea pura, fatta marmo, dell'universale dolore, del
dolore che oscura presto o tardi ogni vita umana. Ma se l'idea pura
del dolore, sensibilmente rappresentata dall'Arte, ne accende l'anima
di pensieri alti e soavi, conviene che in lei si asconda qualche
occulta bellezza; e poichè solo ha potenza di commuovere l'opera
d'arte che fu creata nella commozione, convien pensare che il creatore
di quel marmo abbia concepito con entusiasmo, prima di noi, una
occulta bellezza del soffrire. Pure, se io potessi evocare dai morti
Vincenzo Vela, l'artefice sovrano, e interrogarlo, egli mi
risponderebbe di non avere pensato mai a una bellezza del soffrire.