Dirimpetto all’osteria con stallaggio di padron Nicola, sulla piazza
grande, dove la diligenza era solita a fermarsi, un capannello di
contadini maschi e femmine, circondava Bista tutto attillato e lindo
nella sua bella uniforme di bersagliere.
Bista era commosso e la sua commozione gli si leggeva sul viso malgrado
gli sforzi erculei che faceva per parere disinvolto, malgrado i buffi
di fumo bianco che gli uscivano di bocca affrettatamente, malgrado
l’aria d’importanza con cui teneva fra i denti il prelibato _minghetti_
regalatogli dal curato.
Era commosso e si appoggiava sulla spalla del vecchio padre e
sul braccio di quella vecchietta di donna Veronica sua madre,
che lo guardavano cogli occhi imbambolati pieni di lagrime, pieni
d’ammirazione.
Suo cognato uscì dall’osteria di padron Nicola con un vassoio pieno di
bicchieri e con un grande boccale di vino.
— L’ultimo bicchiere alla salute di Bista — disse.
E mentre Teresa gli teneva il vassoio, cominciò a riempire tutti i
bicchieri fino all’orlo di quel bel vino biondo-dorato che non si trova
che nei castelli romani.
— È di Marino puro sangue — seguitava il cognato invitando collo
sguardo gli astanti, un vinetto che farebbe risuscitare un morto.
Teresa portò in giro il vassoio e ne offrì a tutti; ma Bista non aveva
sete; un nodo doloroso lo stringeva alla gola come una morsa; voleva
rifiutare.
— Grazie, Teresa, mi farebbe male.
— Bevi, che ti fa bene.
Dal crocchio si levava un coro di voci affettuose; tutti volevano che
Bista bevesse; avrebbero voluto coprirlo d’oro, se avessero potuto,
quei buoni contadini. Anche donna Veronica gli porse il bicchiere
supplicandolo collo sguardo.
— Bevi, figlio mio.
Bista cedette: sollevò il bicchiere ricolmo contro il sole come se
avesse voluto leggervi dentro il suo destino: poi lo avvicinò alle
labbra e lo tracannò tutto d’un fiato.
Don Fulgenzio, il parroco, dalla porta della chiesa si godeva lo
spettacolo colle mani grasse e pelose sul ventre prominente, col suo
solito sorriso confidente e bonario.
Appena lo videro lo chiamarono subito rispettosamente, togliendosi il
cappello, da gente bene educata.
— Don Fulgè! Bevete un bicchierotto con noi; è di quello vecchio,
proprio di Marino sapete?...
Don Fulgenzio si avvicinò al crocchio e la bella sorella di Bista
gli porse il vassoio dove c’erano ancora due bicchieri ricolmi fino
all’orlo. Il buon prete cominciò a centellinare sibariticamente il
vecchio Marino.
— Siamo di partenza eh! Bista?
— Pur troppo, signor curato! Dieci giorni volati via come razzi!... Già
quando si sta bene!...
La conversazione divenne generale; parlavano tutti insieme a voce alta
circondando Don Fulgenzio che troneggiava in mezzo al crocchio colla
sua alta statura di gigante, col suo ventre enorme; il vice brigadiere
dei carabinieri e quello delle finanze arrivarono giusto in tempo
per stringere la mano a Bista e per tracannarsi un bicchiere del vino
asciutto di padron Nicola.
Ma la diligenza non arrivava ancora. Bista era preoccupato; fra tutta
quella gente che lo circondava, ci mancava ancora una persona che
avrebbe dovuto venire.
Perchè Graziella non era là? Ora una grande inquietudine lo teneva; la
diligenza poteva arrivare da un momento all’altro, e lui non l’avrebbe
potuta salutare un’ultima volta. Si piegò all’orecchio di Teresa che
raccoglieva nel vassoio i bicchieri vuoti.
— Teresa, dov’è Graziella?
Teresa si guardò attorno e poi rispose con un sorriso maliziosetto:
— Non c’è, ma verrà.
In distanza si sentivano gli schiocchi della frusta e le sonagliere
dei cavalli; la corriera si avanzava al gran trotto nel bianco stradone
polveroso.
— Don Fulgè, Treviso è lontano?
— Eh!... — fece don Fulgenzio trinciando l’aria d’alto in basso colla
sua manaccia pelosa, come per indicare una distanza enorme.
Ora che il trotto dei cavalli si sentiva distinto, donna Veronica
piangeva dirottamente. Non ne poteva più: si era contenuta anche troppo
per rispetto alla gente.
E una tenerezza grande invase tutti gli spettatori di quella scena
commovente: Pierina, la sorella più piccola, si era stretta alle
braccia di donna Veronica e piangeva anche lei. In breve, Bista, il
vecchio padre, Teresa e gli altri formarono un gruppo solo, stretti
assieme dalla commozione grande dell’addio.
Don Fulgenzio, intenerito anche lui, voleva parlare, voleva consolare i
due poveri vecchi.
— Andiamo via!... Alla fin dei conti son sette mesi, non è vero, Bista?
Bista fece segno di sì col capo: ma non poteva rispondere; se avesse
parlato avrebbe rotto anche lui in uno scoppio irrefrenabile di pianto;
epperò si irrigidiva contro l’emozione, martoriato da un’altra puntura,
addolorato profondamente dalla mancanza di Graziella.
— Non piangere, mamma, fra sette mesi ritorno.
— E se ti rimandano in Africa? — domandò la povera donna afferrandolo
per la manica in un nuovo schianto di singhiozzi.
— Non c’è pericolo, mamma, non c’è pericolo.
La diligenza si fermò e nessuno discese; il vetturale si fece dare
un mezzo litro da padron Nicola e lo bevve a cassetta, mentre Bista
montava. La diligenza era quasi vuota: lì sullo sportello si fecero
gli ultimi addii, si scambiarono gli ultimi baci e le ultime strette di
mano.
— Addio, Bista!
— Addio, Teresa!
— A rivederci a settembre.
— Va bene. Salutatemi don Antonio.
— Addio! Buon viaggio!
— Buon viaggio!...
E la pesante vettura traversò il piazzale e disparve al trotto in un
nuvolone di polvere densa. Ad un tratto dietro alla larga fratta delle
more partì un grido:
— Bista!...
Bista si svoltò di scatto e s’affacciò allo sportello. Nella macchia
scura della fratta una forma umana agitava nell’aria un fazzoletto
rosso in segno di saluto.
Bista sventolò dal finestrino il suo moccichino bianco delle feste e
gridò con quanto fiato aveva in gola:
— Addio, Graziella!...
Poi tutto scomparve nel turbinìo polveroso sollevato dalla diligenza....
*
* *
Col capo appoggiato sulle mani, Bista pensava.
Quei dieci giorni trascorsi a casa dopo due anni di assenza, erano
stati dieci giorni di paradiso; se li vedeva sfilare dinnanzi alla
memoria ad uno ad uno con una meravigliosa limpidezza e non gli pareva
nemmeno vero di trovarsi lì sul sedile della diligenza che traballava
con scricchiolii di vecchia carcassa sui sassi della strada. Che
giorni! Che stupende serate in casa di don Antonio, che delizia di
balli al suono dell’organino!...
Era lì che aveva ritrovato Graziella in tutto il rigoglio possente
della sua giovinezza gagliarda. Quando l’aveva lasciata due anni fa,
era una bambina esile, palliduccia, dai capelli nerissimi, sempre
arruffati, che stava tutto il giorno nei campi al solleone d’agosto.
Ora non la si riconosceva, era cresciuta di molto e le sue forme di
adolescente stecchite e rigide, si erano fatte graziose e tondeggianti
nello sviluppo della pubertà; i capelli nerissimi e ravviati avevano
ora una lucentezza morbida che indicava la carezza del pettine;
gli occhi stupendi avevano un’espressione nuova di pudore, di
sentimentalità intensa e profonda.
Il solleone d’agosto non aveva potuto abbronzare quella pelle
bianchissima su cui l’incarnato delle guancie si diffondeva in una
gentile sfumatura color rosa-pallido. Si erano sentiti attratti
l’uno verso l’altra senza saper come, invincibilmente; nel calore
del ballo poi lui aveva sentito palpitare sul suo largo torace il suo
bianchissimo petto di vergine, aveva respirato il profumo campestre dei
suoi capelli.
Nessuno sapeva ballare il valzer meglio di lui; nessun’altra ballava
come lei, e la gente si fermava ad ammirarli battendo le mani.
Un giorno l’aveva trovata in campagna intenta a rastrellare; una
giornata stupenda di primavera con un’arietta profumata di timo che
allargava i polmoni.
Era sola; si sedettero sull’erba tutti e due confusi, tutti e due
commossi. Che cosa si erano detti? Lo ignorava; si ricordava solamente
di una gran sensazione di dolcezza provata, di qualche cosa di
infinitamente bello; ma era tornato a casa con un grande sbalordimento
nel cervello, col cuore che pareva gli si dovesse spezzare. Poi quelle
visite si ripeterono ancora; stavano delle ore muti, guardandosi negli
occhi, tenendosi per le mani sotto la carezza tiepida del sole.
A volte lui le parlava dell’Africa, di quel paese lontano e
meraviglioso dove tanti fratelli hanno trovato una morte gloriosa; ed
ella lo ascoltava attentamente ansiosa di sapere, felice di sentirlo
parlare.
Poi si alzavano gravemente e si davano l’addio con uno sguardo lungo,
insistente che diceva mille cose, che pareva una carezza infinita....
*
* *
— Tu ritorni a Treviso e ti dimentichi di me — gli disse Graziella
gettandogli le braccia al collo in un delizioso abbandono.
— Impossibile, Graziella dovrei dimenticarmi di mia madre prima.
E la baciava sulle labbra rosse.
Quei baci Bista non li poteva dimenticare, gli erano entrati nel sangue
come un veleno dolce e non lo lasciavano più in pace; li sentiva ancora
sulle labbra riarse, scottanti come il fuoco.
L’ultima volta che si videro fu in casa di don Antonio. Dopo il valzer
finale, ballato con tutto il sentimento della prossima separazione,
Graziella lo aveva preso per una mano e lo aveva condotto per la
scaletta buia dell’anticamera.
— Quando parti?
— Domattina colla diligenza delle dieci.
— Ti accompagno.
— Dove?
— Fino ad Anguillara, poi ti lascio.
— Ma è impossibile!
— Voglio così!
— Fa quel che Dio ti ispira!...
— Dammi un bacio....
Non uno, cento baci appassionati, disperati, si scambiarono così
nell’oscurità della scaletta; cento baci e cento promesse di fedeltà.
Alla fine dovettero separarsi.
— Verrai?
— Verrò.
E non era venuta; e si era limitata a salutarlo dietro la fratta delle
more. Perchè?
Bista ci perdeva la testa; forse si era vergognata di salutarlo in
faccia a sua madre, in faccia a tanta gente; forse....
*
* *
— Anguillara! gridò il postiglione fermando i cavalli.
Bista si destò di soprassalto: aveva fatta tutta la strada assorto
così in quella fantasticheria dolce, in quell’evocazione di ricordi
dolcissimi.
Si alzò, prese la piccola valigia e discese. D’un tratto si riscosse;
aveva sentito una voce fievole pronunciare il suo nome.
Si volse, ebbe appena il tempo di mandare un’esclamazione. Graziella
gli si precipitò tra le braccia affannata da una corsa di due ore
attraverso ai campi, ai cespugli, ai corsi d’acqua per tener dietro
alla diligenza.
La povera fanciulla era agli estremi di tutte le forze; si abbandonò su
lui strangolata dall’affanno, col petto gonfio, colle labbra violacee.
Bista la sostenne amorosamente, le asciugò il sudore colla sua pezzuola
bianca delle feste.
— Che cosa hai fatto, Graziella?
La fanciulla ebbe un sorriso divino.
— Te l’avevo promesso — disse.
E svenne.