Il poeta ha ragione

. . . . nel turbato

animo d’una donna si compendia

l’agitarsi del mondo.

*

* *

Molti mesi passarono senza che io dell’Irene potessi aver più notizia,

ma un giorno dall’Ospedale principale di Milano mi giunse il suo

appello ultimo e disperato.

Era un vecchio biglietto da visita a stampa, ingiallito dal tempo e

portava sul dosso poche righe vergate da una mano tremante. Diceva:

«Roberto mio,

«Quando ti dissi che la mia breve tragedia avrebbe avuto il suo

epilogo all’Ospedale non mi ingannavo. Ci sono infatti da due mesi

e in quel fatale reparto (tubercolotiche) dal quale non si esce

che tra le quattro assi di una bara, dopo una breve permanenza

sul tavolo anatomico. Non ho nessuno accanto a me, nè la mamma, nè

le sorelle, ma questa notte ho sognato che prima di morire vedrò

ancora una volta l’unica persona che io abbia veramente amato.

«Sotto l’impulso di questa suggestione ti scrivo. Verrai?

tua IRENE».

Chiesi cinque giorni di licenza e partii subito per Milano; l’appello

di un morente è cosa sacra, tanto più sacra in quanto toccava a me il

darle la consolazione estrema, a me che ella aveva amato e da cui era

stata crudelmente offesa.

La stagione era rigida; neve dappertutto, sui monti e sul piano: i

ruscelli erano gelati, dai rami degli alberi, scheletriti e contorti,

pendevano ghiaccioli multiformi.

Cinque ore di strada ferrata in quella candida desolazione, sotto quel

cielo di piombo, in quell’aria di gelo. Il pensiero, assiduo tarlo, mi

tormentava: la troverò ancora viva? potrò io chiuderle gli occhi? potrò

darle la consolazione sognata, di una buona parola, di una carezza

estrema? Lo speravo. Ma perchè aveva amato me che non avevo fatto nulla

per farmi amare? Perchè, al momento di entrare nell’eternità, chiamava

me al suo letto di dolore con tutte le forze del suo desiderio, mentre

lamentava appena l’assenza della madre, l’assenza delle sorelle?

Misteri dell’anima femminile! Era l’eterno dramma di Margherita

Duplessis che si svolge ogni giorno nella vita sotto forme diverse in

diversissimi ambienti, ma identico nella sostanza.

Mi tornavano alla mente le sue semplici e desolate parole: _la vita

non è sempre nè per tutti allegra_, pensavo al suo semplice ed eroico

sacrifizio, alla sua infanzia, contristata dall’infamia materna, alla

sua vita randagia e miserabile degli ultimi mesi. Povera Irene! Ed ora

forse invocava la morte come una liberazione, dopo aver tanto sofferto,

dopo aver tanto sognato, dopo aver tanto ed invano inseguito il

fantasma dell’amore traverso alle sozzure dell’esistenza....

Quelle cinque ore di corsa affannosa traverso alle sterminate pianure

lombarde, coperte di neve, furono eterne; ma finalmente passarono.

Alla stazione mi gettai in un _brougham_, divorato da una mortale

impazienza.

— All’Ospedale principale, di galoppo! Una lira di mancia.

Ma c’era un nebbione fitto e denso che avvolgeva le strade in una

tenebrìa paurosa e bisognò contentarsi di andare al piccolo trotto.

All’ospedale per giungere al reparto delle tubercolotiche mi si

affacciarono molte difficoltà; ma un giovane medico che mi conosceva mi

guidò alla corsia dov’era l’Irene.

— Come sta?

— È agli estremi: ha già ricevuto i Sacramenti.

Giungemmo al letto dove pregava una suora di carità giovanissima: Irene

vi giaceva immobile, coperta sino al mento, più bianca di un giglio:

aveva gli occhi semichiusi, già velati dalle nebbie della morte.

Io passai sulla sinistra del letto, mi chinai sul capezzale, la chiamai

all’orecchio dolcemente:

— Irene! Irene!

Fu l’ultimo guizzo della fiammella: spalancò i grandissimi occhi neri,

mi riconobbe, sorrise, tentò rizzarsi a sedere sul letto e ricadde col

capo sui cuscini. Morta.

Il dottore constatò il decesso mentre io, ritornato credente in faccia

al pauroso mistero, pregavo fervidamente. La suora di carità aveva

messo un crocifisso tra le mani di Irene conserte sul petto e si era

messa a piangere dirottamente. Poi si alzò, asciugò le lacrimo, si fece

il segno della croce e mi disse, mentre io la guardavo colpito dalla

sua rassomiglianza colla morta:

— Siete voi il tenente Roberto?

— Sono io, sorella!...

— La poveretta vi aspettava da molto tempo: diceva sempre che voi le

avreste chiuso gli occhi. Adempite adunque il suo ultimo desiderio e

lasciatela in pace. Ho ottenuto di farla seppellire intatta, accanto

a suo padre, nel cimitero monumentale. Se volete portarle dei fiori

andateci domani sera verso le cinque. Ed ora lasciateci.

Baciai la morta sulla fronte gelida e seguii il dottore mentre la suora

tirava le cortine del letto e si rimetteva a pregare.

— Che pensi? — mi domandò il dottore come fummo fuori.

— Alla povera morta e alla strana somiglianza di lei con la suora di

carità che l’assisteva.

— Non c’è da meravigliarsi. Suor Ambrosina e l’Irene erano sorelle.

— Ah!...

Ed uscii dall’Ospedale commosso, pensando che la vita presenta più

anomalie ed inverosimiglianze del più arrischiato romanzo fantastico.

La vita nell'esercito · 第 32 / 39 题