CAMPO IN MONTAGNA

_Amica mia,_

L’altra sera alle 10 e mezza il trombettiere di guardia ha suonato la

sveglia.

A proposito: non ti ho ancora detto che ho lasciato la mia camera di

Bousson per la tenda del campo. Che smemorato, mio Dio! Basta, ora

lo sai; il mio battaglione è tutto accampato in collina, vicino ad

un’umile cappella di montagna che si chiama la cappella Cuognetto.

Dunque, come ti dicevo, l’altro ieri sera alle dieci e mezza il

trombettiere di guardia ha suonato la sveglia perchè alle undici si

doveva partire per l’esercitazione notturna di combattimento al colle

di Bousson.

Il maggiore ed i quattro capitani che erano andati a buttarsi sul

pagliericcio alle otto e mezza, dormivano saporitamente; i subalterni

invece giuocavano a scopa nella cappella che da ventidue giorni,

ahimè! non echeggia più di sante preci, non odora più d’incenso per la

semplice ragione che gli ufficiali vi hanno stabilita la loro mensa. Ti

immagini la stranezza del contrasto, non è vero?

Figurati una tavola lunga e stretta che va dalla porta all’altare,

intorno alla quale, due volte al giorno, sedici ufficiali, tutti

giovani, pieni di vita, provvisti di un appetito formidabile, si

seggono a mangiare.

Immaginati disposta in bell’ordine sull’altare, vicino ai candellieri

di legno inargentato, a destra ed a sinistra del crocefisso, una fila

di bottiglie di liquori, una piramide di tazze da caffè, una colonna

di piatti e di piattini, un trofeo di posate rilucenti; immagina

ancora, sempre sull’altare, disposti in un magnifico disordine,

un vasetto di Liebig, due zuccheriere, tre o quattro bicchierini

da cognac, una scatola d’aragoste in conserva, una bottiglia di

ciliege sotto spirito, una pepaiola di legno, una pipa dimenticata.

E poi, lungo i muri, un’infinità di quadri grandi e piccini, vecchie

litografie e cromolitografie, infantili abbozzi di pittura, acqueforti

del 700, incisioni in legno della vecchia scuola, abitini, ex

voti, dagherotipi, cuori d’argento, e appesi agli stessi chiodi un

impenetrabile, un mantello, una borsa-zaino, quattro o cinque salami.

Vicino all’acquasantiera tra S. Girolamo e S. Filomena, pende un

magnifico prosciutto e — cosa strana — i due santi hanno l’aria di

volerne assaggiare, tanto lo guardano con aria ghiotta; quattro fucili

in un angolo, casse, cassette e cassoni lungo il muro, un barile di

vino ed una damigiana in fondo. Ci sei? ne vuoi ancora? Aspetta: una

bandiera sventola fuori sull’angolo del tetto vicino alla croce di

ferro; sulla destra della chiesetta fumano i fornelli di una cucina

improvvisata, ricoperta di una intelaiatura di frasche; sul sagrato i

soldati puliscono le marmitte e le stoviglie chiaccherando: e _Tom_, il

magnifico _setter_ del capitano Gola, schiaccia un sonnellino al sole.

Dalle 4 del mattino alle 10 di sera, la cappella è sempre aperta:

all’alba gli ufficiali scendono a prendere il caffè uscendo dalla

loro tenda, mentre le compagnie passano in rango per l’esercitazione;

due soldati riempiono silenziosamente le tazze che gli ufficiali

sorbono silenziosamente, ancora un po’ addormentati ed a quell’ora

immancabilmente di cattivo umore; la luce rossastra di due candele

steariche lotta colla luce bianchiccia dell’alba che entra per la porta

spalancata mettendo sul muro delle ombre stranissime.

Più tardi, quando i soldati e gli ufficiali si arrampicano allegramente

pei boschi di pini e per le roccie di Punta Rascià o di M. Sises, per

la piccola porta aperta entrano trionfalmente nella cappella il sole e

le mosche come padroni assoluti. Il sole mette dei bagliori dappertutto

con una munificenza di gran signore, accende scintille luminose sulle

dorature dell’altare, sui candelabri, sul crocifisso d’argento; la

lampadina pompeiana che pende dalla volta, luccica come se fosse

d’oro; i cristalli delle bottiglie, dei bicchieri, hanno riflessi che

abbarbagliano; nel pulviscolo biondo è una danza di insetti minuscoli,

un rimescolio vertiginoso di piccolissime cose impalpabili, la polvere

animata delle cose inanimate che il sole colora. Dalla porta spalancata

entrano nell’umile chiesetta il sano profumo dei prati, il pispillorio

allegro degli uccelli, il fruscio argentino della Ripa, tutte le voci

confuse della montagna fresca e verde che sorride, che canta nel sole.

Allora la cappella montanina, così trasformata, assume un’aria di

festa colle sue bizzarre mescolanze di sacro e di profano; sembra una

di quelle chiesuole descritte da Walter Scott, che i templari ed i

frati guerrieri del ’300 costruivano qua e là nelle loro peregrinazioni

avventurose per il mondo; par di essere ancora nei monti delle Calabrie

ai tempi in cui le chiese godevano del diritto d’asilo. Anche i quadri

sembrano meno orribili e le immagini dei santi in cromolitografia meno

brutte! anzi c’è una testa di santa, uno studietto ad olio abbastanza

riuscito, che in quella luce gaia assume una grande espressione di

soavità.

In quell’ora e sotto la sorveglianza del grande Meano — il direttore

nato di tutte le mense — i nostri quattro armigeri lavorano ad

allestire la tavola, ed il cuoco, intorno ai suoi fornelli, escogita

qualche nuovo intingolo infernale per farsi maledire. È l’ora più

tranquilla della chiesetta, abituata da gran tempo ai lunghi silenzi

invernali, alle lunghe sieste estive.

Ma a mezzogiorno, appena si odono in distanza le trombe del battaglione

che rientra al campo, la chiesetta è ripresa da una gran febbre di

movimento di cui stupiscono assai i poveri santi così atrocemente

calunniati ne’ quadri che pendono alle pareti.

Dalle vicine marmitte esala un caldo vapore succolento che penetra

vivamente dappertutto; sulla tovaglia bianchissima si allineano i

tre piatti dell’antipasto, dove i pomidori mettono la nota allegra

e i peperoni la nota cupa del loro verde oscuro; nelle bottiglie di

cristallo scintilla il vino rosso del Monferrato; le porcellane di

Ginori, aristocraticamente filettate di azzurro, percosse dal sole,

hanno una dolce trasparenza d’alabastro.

Il battaglione arriva preceduto dalla fanfara, il maggiore alla testa

sempre fresco come se il calore di questo sole e l’affannoso salire

di queste erte scoscese, non giungessero a strappargli dalla fronte

una goccia di sudore; l’aiutante maggiore, rosso, sbuffante, acceso,

appoggiato all’_alpen-stock_ che lo fa sembrare (meno la barba) uno di

quei voluminosi pellegrini che dall’occidente si recavano in Italia

per prendere parte alle crociate, nella speranza di dimagrire e di

salvare il Santo Sepolcro. Seguono le compagnie in colonna di file

per quattro, i soldati grondanti di sudore, leggermente curvi sotto

lo zaino pesante, l’occhio acceso nella certezza del rancio e del

riposo. E gli ufficiali si fermano sul sagrato, si tolgono il kepì e

la sciarpa, si asciugano il sudore, danno uno sguardo soddisfatto alla

tavola apparecchiata, scoperchiano le marmitte in cucina, si preparano

l’antipasto di pomidori in insalata, si seggono al loro posto sulle

panche consunte dove un giorno sedevano — e dove sederanno appena

ribenedetta la chiesa — i fedeli montanari. Allora sembra di assistere

ad uno di quei pantagruelici banchetti in cui, dal più al meno tutti

fanno la parte di Gargantua. Nel primo quarto d’ora non si sente che

l’acciottolio dei piatti e il tintinnar dei bicchieri e il diluviare

delle mascelle che divorano a quattro palmenti: scodelle enormi di

minestra spariscono come per incanto nei potenti ventricoli giovanili,

bistecche e costolette inverosimili sfilano in un baleno; il direttore

di mensa si guarda d’attorno spaventato. Poi, calmato il primo impeto

della fame, gli scilinguagnoli si sciolgono eccitati dal vinetto

razzente del Monferrato, ed i discorsi volgono tutti sulle peripezie

della manovra mattutina, sulle erte salite, sulle discese a rompicollo,

sui celeri aggiramenti che hanno deciso delle sorti della giornata.

Si discute sulle manovre che rimangono ancora a farsi, sulla festa del

campo, sull’agognato ritorno alla guarnigione dove ognuno ha lasciato

un’attrattiva segreta, un sogno inconfessato, una speranza che potrebbe

divenire realtà. Alle frutta i discorsi cadono; le palpebre si fanno

grevi; ognuno cerca mentalmente un angolo ombroso dove riposarsi:

la tenda è un forno crematorio, la collina, tutta a grano, non ha

un albero: ma qualcuno ha scoperto accanto alla Ripa un boschetto

delizioso dove è dolce sognare cullati dal rumore dell’acque che si

rifrangono sul macigni; qualcun’altro pensa al fresco sacro della

cappella, all’ombra protettrice dei santi.... Dopo un’ora la chiesetta

alpestre è diventata un dormitorio; dalla porta il sole non irrompe

più, le mosche, nel buio ronzano allegramente e seccano i dormenti. Pei

campi, dappertutto dove è un filo d’ombra, si veggono soldati sdraiati

che dormono.

È l’ora della canicola.

*

* *

Ma io al solito divago; perdonami; ti dicevo dunque che l’altro ieri a

sera il trombettiere ha suonato la sveglia alle 10 e mezza.

Era una di quelle settentrionali serate di novilunio in cui le stelle

nell’azzurro profondo hanno un raddoppiato scintillio che mette nel

cielo come una diffusa luce opalina, impotente però a dissipare le

tenebre che avvolgono la terra; una di quelle notti in cui pare di

camminare col capo nella luce e coi piedi nel buio.

Allo squillo della tromba subito le tende si accesero; il campo, visto

dal sagrato della chiesa, aveva un fantastico aspetto; sembrava un

paesaggio intravisto in sogno, illuminato qua e là da interrotte luci

trasparenti. Si udiva il vociare confuso dei soldati, si udivano i vari

rumori di un campo che si ridesta; nella perlata serenità del cielo

i monti parevano d’inchiostro e segnavano una linea di demarcazione

brusca e dura. Gli ufficiali presero il caffè e raggiunsero le

compagnie che si mettevano in marcia per il viottolo angusto e sassoso

che conduce a Bousson.

Ad un tratto, appena dato l’ordine di accendere le lanterne da campo,

parve che una processione misteriosa e solenne passasse davanti alla

cappella spalancata; dai prati un venticello assai fresco levava il

profumo del timo; sotto i piedi dei soldati frusciava una piccola vena

d’acqua corrente.

Si andava così, tastando il terreno colla punta del bastone,

inciampando di tanto in tanto nei ciottoli del sentiero alpestre. A

Bousson la processione delle lanterne divenne più lunga, smisurata,

come un serpe.

Su, su in silenzio per la strada di Bonne Maison tra la macchia

nera di Cima Corbioun da una parte e i prati collinosi di Chalpes

dall’altra; la strada si svolgeva in piccole giravolte, erta e sassosa,

come il letto di un torrente, fiancheggiata dal rio Servierèttes che

scintillava a tratti nell’ombra.

L’ascensione è durata due ore; tutti camminavano in silenzio come

proseguendo ad occhi aperti un sogno incominciato; i congedandi

di Teramo, di Orvieto e di Potenza pensavano certo alle loro notti

meridionali di plenilunio, tutte scintillanti di astri e odoranti

di fieni maturi, in cui è così dolce cantare gli stornelli paesani

sull’aia e in mezzo alle vigne, e i richiamati di Pinerolo e di

Vercelli sognavano certo la moglie e i bimbi lontani, aspettanti

sulla soglia del casolare. Io, si capisce, pensavo a te e ai lunghi

viali torinesi profumati di acacia, ai tortuosi viali del Valentino

cosparsi di sabbia finissima, circondati di aiuole fiorite; pensavo al

minuscolo e selvaggio giardino in cui le rose a spalliera, a fasci, a

tralci, mettono come un’inebbriante inondazione di profumi che soffoca

e assorbe gli altri profumi più modesti dei lillas, della verbena,

dei gelsomini. E cercando di afferrare le inosservabili e cangianti

sfumature del paesaggio notturno, involontariamente pensavo alle

sfumature inafferrabili del tuo carattere e della tua bellezza strana;

soltanto in certi occhi femminei la natura si compiace di riprodurre

la tavolozza onde fa pompa colle cose del creato, soltanto in certe

pupille di donna si trovano riprodotte le gradazioni di tinte onde ci

appaiono così belli il cielo ed il mare. Ma tu, lo sento, mi accusi di

lirismo, ed io smetto.

All’una antimeridiana eravamo alle Grangia delle Servierettes, vicino

al lago Nero: un laghetto non più grande di una vasca, le cui acque

contengono trote deliziose ed hanno di giorno uno strano colore di

acciaio temprato al violetto. Ma in quella oscurità il lago non si

vedeva ed in compenso il freddo ci serpeva per le ossa. Mi invidii eh!

Nè ti riesce facile l’immaginare coi tuoi trentaquattro gradi torinesi,

che al 6 di luglio si possa tremare dal freddo?

Pure è così, soldati e ufficiali si erano ravvoltolati nelle loro

coperte, imbacuccati nei mantelli, avevano acceso dei fuochi qua e

là preparandosi al bivacco; io anzi m’ero già addormentato col capo

appoggiato ad uno zaino e mi ero incamminato per una serie di sogni

bizzarri, fortunatamente interrotti dalla voce del maggiore che ci

chiamava a rapporto.

La manovra incominciava; te ne dico il concetto in linee generali per

non seccarti oltre misura.

Il nostro reggimento rappresentava il partito invasore scendente dai

colli alpini e dirigentesi su Cesana per la valle di Servierèttes.

Marciava in due colonne con una riserva di un battaglione per

assicurarsi il possesso del monte Curbion dal quale poteva proteggere

l’avanzarsi di grosse colonne sulla strada di Bousson. Il mio

battaglione prese dunque tra i boschi a risalire il contrafforte che

costeggia la riva sinistra del rio dello Servierèttes; per precauzione

le lanterne erano spente, i soldati obbligati al più rigoroso silenzio.

Non ti dico nulla di questa strana marcia di fantasmi nel buio, fra

gli abeti ed i pini, per un sentiero sconosciuto; però verso le tre

il cielo ad oriente si tinse di una pallida luce crepuscolare che ci

guidava, e di minuto in minuto la luce facevasi più diafana e diffusa

annunziando l’alba. Ad un tratto sulla nostra destra si udirono le

prime fucilate; come per incanto il sonno e la stanchezza sparirono;

eravamo in presenza del nemico. La marcia sul contrafforte durò ancora

lunga e penosa; erano oscuri valloni da valicare e scoscese pendici

da risalire tra i cespugli densi di rododendri fioriti, stillanti di

rugiada, ma il crepitare dei moschetti alla nostra destra cresceva di

intensità e da lontano tuonava il cannone.

Di minuto in minuto ammonitore.

Ad un tratto, giunti sopra un ripiano tondeggiante, la tromba

del comando tuonò l’_alt_ e tutte le trombe risposero. Erano le

5 antimeridiane: in un’apoteosi di nuvole dorate il sole sorgeva

illuminando le nevi del Chaberton, del Pelvo, della Rognosa e di

Fournières; tutto ritornava alla vita: nel venticello fresco i grandi

pini svettavano frusciando, e i fiori rialzavano nel sole le loro coppe

profumate, avide di un bacio caldo. Tu che prolunghi pigramente i tuoi

sonni di fanciulla sognatrice, fino alle ore tarde del mattino, non

saprai mai che cosa splendidamente luminosa sia una levata di sole

a 2000 metri di altezza, su queste montagne verdeggianti e fiorite.

Basta, non insisto su ciò anche perchè mi riconosco colpevole di aver

dormito di fronte alla sublime poesia di tale spettacolo.

Salto quindi di piè pari la descrizione del bivacco: alle sei e mezza

eravamo di nuovo in marcia sentendo il contatto del nemico senza

vederlo. Finalmente dalle alture che dominano le Grangie di Chalpes,

la prima compagnia aperse un fuoco di fila sui kepy bianchi ammassati

nella valle. Si iniziò quasi spontaneamente da tutti, per una di quelle

rapide e felici intuizioni di cui ogni uomo sentesi capace in certi

momenti della vita, un movimento aggirante verso sinistra che ci portò

ad un tratto sul fianco del nemico. Le nostre truppe erano schierate

sopra un anfiteatro di alture nel cui fondo verdeggiavano le umili

case di Chalpes occupate dai battaglioni del partito bianco; un fuoco

di fila ben nutrito che durò parecchi minuti decise l’avversario a

ripiegare.

La vita nell'esercito · 第 17 / 39 题