IV.

La partenza da Barletta ed il viaggio da Barletta a Palermo non sarò

capace di dimenticarli campassi cento anni.

Dopo un mese di dirozzamento, di marcie e contromarcie dal Castello al

Distretto e viceversa, di _istruzione individuale_ sulla piazza del

Molo, i soldati s’erano un po’ svegliati, marciavano di già quasi al

passo per due e per quattro; molti anzi portavano già l’uniforme con

qualche spigliatezza, inclinavano il berretto a destra come i soldati

anziani, stringevano a più non posso la martingala del cappotto.

Il giorno della partenza li misi in rango al Castello, li passai

in rivista, feci un mondo di raccomandazioni sul modo di contenersi

durante la lunghissima marcia e via....

Alla stazione bisognò farsi largo con i pugni, con i gomiti, con

gli urli, colle minaccie, per potere entrare sul piazzale; le donne

si gettavano tra le file, costernate, piangendo, portando ai figli

dei sacchi pieni di pane e di vivande; tutti entravano nei ranghi,

fratelli, sorelle, compaesani. Una disperazione.

— In rango per Cristo!... — urlavo io.

Il sergente, i caporali, gli appuntati, persino il mio attendente

percorrevano di corsa tutta la colonna per rimettere a posto gli

sbandati, per cacciare dai ranghi gli intrusi.

Finalmente si riuscì a penetrare nella stazione, a mettersi in ordine

sotto la tettoia aspettando il treno: molti coscritti piangevano.

La folla rimasta di fuori si addensava contro lo steccato urtandosi

come le onde di un mare in burrasca; le mamme in prima linea si

aggrappavano alle aste, chiamando i figli a voce alta, pregando,

supplicando di lasciarli loro vedere ancora un minnto, per un bacio

solo....

Il treno stava per arrivare.

Ad un tratto sotto lo sforzo enorme della folla una parte dello

steccato si ruppe; subito un fiotto umano si riversò sulla banchina

dilagando come un torrente che straripi; nessuna forza avrebbe

potuto respingere quella folla quasi tutta composta di donne. Bisognò

rassegnarsi a lasciarla entrare, limitarsi a serrar di più le file coi

graduati. Io ero all’estrema destra; la folla mi stringeva da tutte

le parti, tutti mi supplicavano piangendo, ringraziando, benedicendo:

arrivavano sempre donne cariche di vettovaglie, di maccheroni, di

bottiglie di vino, di sigari.

— Sor tenente mio, vi raccomando mio figlio....

— Sta bene, non abbiate paura.

— Sor tenente mandatelo in licenza per Pasqua...

— Sì, sì, li manderemo tutti....

Finalmente arrivò il treno; un treno lungo e nero come un serpe.

Quando dopo un buon quarto d’ora di fatica, i coscritti furono tutti

dentro, il popolo diede l’assalto al treno; le predelline erano zeppe

di gente; dagli sportellini continuavano a passare vettovaglie, pane,

vino, sigari, continuava lo scambio dei saluti a voce alta, i pianti

delle mamme. Invano la cornetta squillava, invano il conduttore badava

a gridare: Partenza!... Nessuno si muoveva. Finalmente un po’ colla

persuasione, un po’ colla forza si riuscì a far discendere tutta quella

povera gente dalle predelline.

Ispezionando i vagoni occupati dai miei coscritti e ripetendo le

esortazioni già fatte di non scendere a nessuna stazione, vidi un piede

umano uscente di sotto a una panchina.

— Cosa diavolo c’è? — dico.

Afferro il piede e tiro.

Un coscritto pallido come un cencio, si alza in piedi.

— Signor tenente è mia madre.

— Vostra madre?

La povera vecchia era uscita fuori dall’incomodo nascondiglio tutta

spaventata, colle lagrime agli occhi.

— Per l’amor di Dio, sor tenente, non ci dite niente a mio figlio. La

colpa non è sua; sono stata io... per accompagnarlo fino a Bisceglie.

— Scendete, buona donna, scendete!...

— Mi lasciate dare un altro bacio a Pietruccio mio?

— Sì, ma fate presto, che si parte....

La vecchia baciò ripetutamente Pietruccio raccomandandogli di star

buono, di voler bene al signor tenente....

— Presto sacr...! — gridava il capo stazione.

La presi per la vita e la deposi a terra; mentre scappavo per

raggiungere il mio scompartimento, ella mi corse dietro, mi afferrò

una mano, me la baciò e poi mi infilò nel braccio una corona di fichi

secchi.

— Prendete _signori_’ — non ci ho altro....

L’ultimo fischio e subito la locomotiva si mise in moto; i soldati

cantavano, quelli ai finestrini sventolavano i fazzoletti: dalla

banchina, dalla strada, dalle siepi fiancheggianti, un urlo immenso

rispose, un grido d’addio, di angoscia straziante.

Quel treno lungo e nero come un serpe strisciava sulle rotaie

metalliche mettendo un fischio continuo, acuto, come il dolore di tutte

le madri che egli si lasciava dietro piangenti....

La vita nell'esercito · 第 13 / 39 题