FULVIA. Oh valente marito! Questa è la villa dove andar dicevi? A questo
modo, ah? Non hai da far tanto a casa tua che tu vai sviandoti altrove?
Misera me! A chi porto io tanto amore? e a chi tanta fede servo? Or so
perché, le notti passate, non mi ti sei mai appressato: come quello
che, avendo a scaricare le some altrove, volevi arrivare fresco
cavalieri in battaglia. In fede mia, non so come io mi tengo che io non
ti cavi gli occhi. E forse che non pensavi ascosamente farmi questo
inganno? Ma, per mie' fé, tanto sa altri quanto tu. E, a questa ora, in
questo abito, d'altri non fidandomi, io propria son venuta per trovarti.
E cosí ti meno, come tu sei degno, sozzo cane, per svergognarti e perché
ognuno prenda compassione di me che tanti oltraggi da te sopporto,
ingrato! E pensi tu, dolente, se io rea femina fussi come tu reo omo
sei, che modo mi mancasse da sollazzarmi con altro come tu con altra ti
sollazzi? Non credere: perché io né sí vecchia né sí brutta sono che
rifiutata fussi, se piú a me stessa che alla tua gaglioffezza rispetto
non avessi avuto. Vivi sicuro che ben vendicata mi sarei contro a colei
che a canto ti trovai. Ma va' pur lá. Non abbia mai cosa che mi piaccia,
se non te ne pago e di lei non mi vendico.
CALANDRO. Hai finito?
FULVIA. Sí.
CALANDRO. Col mal anno, lassa che mi corrucci io, non tu, dispettosa!
ché m'hai cavato del paradiso mondano e toltomi ogni mio sollazzo.
Fastidiosa! Tu non vali le scarpette vecchie sue, che la mi fa piú
carezze e meglio mi bacia che tu non fai. Ella mi piace piú che la zuppa
del vin dolce; e luce piú che la stella Diana; e ha piú magnificenzia
che la Quintadecima; e è piú astuta che la fata Morgana. Sí che tu non
te l'aresti inghiottita, no, malvagia femina che tu sei! E se tu mai le
fai male, trista a te!
FULVIA. Orsú! Non piú! In casa, in casa. Apri. Olá! Apri.