MERETRICE, FESSENIO, FACCHINO, SBIRRI di dogana, CALANDRO.
MERETRICE. Eccomi, Fessenio. Andianne.
FESSENIO. Lassa andare innanzi questo forziero nostro. Non di lá, no,
facchino. Va' pur dritto.
MERETRICE. Che vi è drento?
FESSENIO. Vi è, anima mia bella, robba da te.
MERETRICE. Che?
FESSENIO. Sete e panni.
MERETRICE. Di chi sono?
FESSENIO. Di colui con chi sguazzar dèi, viso bello.
MERETRICE. Oh! e me ne dará qualche cosa?
FESSENIO. Sí, se farai ben quel che t'ho detto.
MERETRICE. Lassa pur governallo a me.
FESSENIO. Fa' che, sopra tutto, tu ti ricordi, nota, di chiamarti
Santilla e di tutte l'altre cose che io t'ho detto.
MERETRICE. Non mancherò d'un pelo.
FESSENIO. Altrimenti non aresti un baghero.
MERETRICE. Tutto farò benissimo. Ma oh! oh! oh! Che voglian questi
sbirri dal facchino?
FESSENIO. Oimè! Salda, cheta! Ascolta.
SBIRRI. Di' sú: che è qui drento?
FACCHINO. Mò che soie mi?
SBIRRI. Sei stato in doana?
FACCHINO. Non mi.
SBIRRI. Che c'è drento? Di' sú.
FACCHINO. Non l'ho visto o verto mi.
SBIRRI. Dillo, poltron!
FACCHINO. El me fu deccio che 'l ghera seda e pagni.
SBIRRI. Sede?
FACCHINO. Madesine.
SBIRRI. È chiavato?
FACCHINO. E' crezo de no mi.
SBIRRI. Le son perdute. Posa giú.
FACCHINO. Eh! no, misser.