Ermanno Raeli era rimasto orfano a ventun anno. Figlio di un siciliano
e d'una tedesca, i tratti caratteristici delle due razze si mostravano
curiosamente commisti nella sua persona e nella sua personalità. I
suoi grandi occhi azzurri, d'una purissima trasparenza cristallina,
facevano uno strano contrasto coi capelli di un nero intenso,
profondo, notturno, di un nero come difficilmente si vede l'uguale;
sulla carnagione pallida del suo viso fiorivano le labbra un po'
grosse, sporgenti, vivide, delle vere labbra di arabo; alla fisonomia
espressiva, dai mobili lineamenti, su cui si leggeva nettamente il
pensiero, si opponeva una voce fredda, rara, povera d'intonazioni; e
con una statura piuttosto piccola e forte, il suo incesso era lento,
incerto, quasi vagante. Tutt'insieme, senza che egli potesse chiamarsi
bello nel senso volgare della parola, spirava una grande simpatia ed
un grande interesse; vederlo una volta bastava per non dimenticarlo
più.
Ma la persona morale pagava caramente i vantaggi che l'individuo
fisico doveva alla curiosa mescolanza delle due razze. Per quanto
diversi, i due tipi avevano pur dovuto fondersi e riplasmarsi in un
unico stampo; i due temperamenti persistevano intatti e divisi nella
nuova coscienza, esponendola a un dissidio continuo e irrimediabile.
Egli aveva come un doppio _io_, sentiva in due modi diversi,
vagheggiava due opposti ideali, e al momento dell'azione non riusciva
a decidersi. Si potrebbero riferire molti sintomi di tale
complicazione psichica; basterà qualcuno per tutti. Bambino, egli
aveva appreso dalla viva voce del padre e della madre l'italiano e il
tedesco; più tardi, ne aveva fatto uno studio regolare, riuscendo a
conoscerli entrambi; ma non era intanto padrone nè dell'uno nè
dell'altro. Nella sua conversazione non c'erano di quelle frasi, di
quelle espressioni, di quei modi di dire che sono come la notazione
permanente delle idee e dei sentimenti di tutto un popolo. Pochissime
volte accadeva di sentirgli citar dei proverbii; intendo i proverbii
che corrono sulle bocche dei popolani e dei contadini, in cui si
riassume la filosofia d'una razza, non quelli ogni giorno ripetuti nei
discorsi convenzionali ed incolori delle classi più colte. Di qui, una
difficoltà di rendere con evidenza molte impressioni, di definire
precisamente molte idee, e sopratutto una mancanza di carattere, di
_significazione_ nel suo dire. Da un'altra parte, la mezza padronanza
che egli aveva delle due lingue, lo metteva spesso in un grave
imbarazzo; le due espressioni diverse, i due diversi giri di frase gli
si presentavano contemporaneamente, in modo che spesso il suo italiano
aveva un sapore tutto tedesco e il suo tedesco un'andatura
assolutamente italiana. Questo faceva sorridere la gente; egli ne
soffriva. In mezzo a un discorso, gli accadeva talvolta di arrestarsi,
interdetto; cercando, esaurendosi in tentativi infruttuosi per
esprimere chiaramente, non solo agli altri, ma anche a sè stesso ciò
che egli pensava in un modo vago, indeterminato, si potrebbe dire
algebrico. E a quel modo che, spesso, in una circostanza sollecitante
all'azione, egli non sapeva risolversi per un partito, spesso ancora,
dovendo tradurre il proprio pensiero, non riusciva a concretarlo in
una formola esatta. Ma, se le alternative a cui era esposto dalla
duplicità della sua natura riuscivano a ritardare i suoi atti
mantenendolo in una specie di _libertà d'indifferenza_: allorquando
l'equilibrio si rompeva egli portava nella risoluzione una foga che
era come la rivincita della volontà lungamente compressa; talchè la
contradizione non era soltanto in lui nella qualità delle tendenze,
tra l'idealismo sognatore e il misticismo fantastico che gli venivano
dalla madre e il senso del reale, la vivace energia dell'indole
paterna, ma anche nella dinamica morale, tra l'atonia e i parossismi
di cui subiva l'avvicendarsi.
Queste sterilizzanti contradizioni iniziali furono ben tosto
esasperate dalla sua educazione intellettuale. Amato in un modo
esclusivo dai suoi, e specialmente dalla madre, che aveva come la
divinazione della sua irrequieta debolezza, non fu neppure discussa
l'idea di metterlo in collegio, e i riguardi dovuti alla sua salute,
malferma e cagionevole fino alla adolescenza, contribuirono ad
accrescere e forse ad esagerare la naturale indulgenza dei genitori.
Poi sopravvenne la malattia della signora Raeli, lunga, penosa, per la
quale tutta la famiglia dovè peregrinare in cerca di cieli miti e di
acque salutari, che non giovarono a nulla; poi i lunghi giorni passati
nello stupore e nel cordoglio, con l'imagine della morta vagante per
la casa silenziosa; poi ancora il colpo di fulmine che portò via il
padre; talchè, nell'età in cui egli entrava, solo, nella vita, Ermanno
Raeli aveva appena una superficiale ed imparaticcia cultura. Ma a
quelle stesse circostanze che avevano impedito alla sua mente di
agguerrirsi alla disciplina di studii seri, egli doveva una grande
esperienza sentimentale. A ciascun lutto che gli aveva allagata
l'anima di nerezza, egli s'era ripiegato su sè stesso, aveva misurata
la vanità degli affidamenti umani, apprezzata tutta la dolorosa
precarietà dell'esistenza ed angosciosamente domandata una soluzione
all'enimma della Vita. Così, quando s'accorse della propria ignoranza
e si diede febbrilmente a ripararvi, intraprese ogni genere di studii,
ma abbracciò di preferenza quelli dai quali si riprometteva una
risposta ai quesiti che gli stavano a cuore.
Nella biblioteca che egli veniva formando, le opere filosofiche
tennero ben presto il primo posto. Per sua stessa confessione, nessun
romanzo gli aveva destato tanto interesse, nessun libro era stato da
lui letto con tanta ansiosa avidità, come l'_Etica_, la _Fenomenologia
dello spirito_, la _Critica della ragione pura_, il _Mondo come
rappresentazione e come volontà_ o la _Filosofia dell'Incosciente_. Al
pari del Taine, egli avrebbe potuto dire: «Ho letto Hegel, tutti i
giorni, durante un anno intero, in provincia; è probabile che non
riceverò mai più delle impressioni eguali a quelle che egli mi ha
procurate.»
Era stata un'esaltazione senza misura; egli aveva dimenticato il mondo
circostante e sè stesso, per immedesimarsi, per confondersi nello
spirito dei suoi autori, affascinato dalla grandiosità degli orizzonti
che essi gli avevano schiusi. A quella luce di spirito, egli si vide
rivelato ai proprii occhi; le tendenze alla contemplazione,
all'astrazione, che gli venivano dall'indole materna, presero uno
straordinario sviluppo, e la sua vocazione parve fermamente stabilita:
egli avrebbe dedicate tutte le forze del suo ingegno allo studio della
natura umana e dei fini dell'universo. Una grande disillusione lo
aspettava...
Il pensiero è come quei farmaci potenti, modificatori salutari ma
terribili veleni ad un tempo, che solo una lenta e graduale
assuefazione è capace di rendere tollerabili. Se l'erpetico che si
sottopone alla cura arsenicale assorbisse per la prima volta la dose a
cui arriva in capo a qualche mese di progressivo accrescimento, gli
effetti più disastrosi sarebbero a temersi. Qualche cosa di simile
avvenne in Ermanno Raeli, a quell'improvvisa iniziazione filosofica. I
metodi scolastici, contro i quali si rivolgono critiche frequenti ed
acerbe, hanno questo di buono, che preparano e disciplinano.
Un'accorta ginnastica intellettuale permette di arrivare, senza
sensibile sforzo, alle concezioni più ardue; i principii imbevuti, si
può dire, col latte non si abiurano mai completamente e permettono di
superare la crise di scetticismo che presto o tardi scoppia nelle
giovani coscienze. In Ermanno, la mancanza d'un'adeguata e razionale
preparazione; l'aver cominciato a studiar tardi, da solo e tutto in
una volta, con l'aggravante di una naturale tendenza ad esaurire ogni
ordine di idee, a spingere fino agli ultimi limiti l'analisi,
produssero una vera ubbriacatura, uno stordimento morboso, ed una
conseguente incapacità ad arrestarsi ad una conclusione concreta...
L'opera degli umili maestri non è così appariscente come quella degli
oracoli dello spirito, il cui verbo essi spiegano e commentano; ma è
forse più utile; poichè, in mezzo al laberinto dei sistemi
contradittorii essi offrono una guida ed un appoggio. Imbevuto tutt'ad
un tratto di questi sistemi; ammettendo, a volta a volta, la
legittimità di ciascuno; confuso ed impotente però dinanzi al dissidio
scoppiante fra l'uno e l'altro, Ermanno, che aveva cominciato con
l'ansietà, finì con la saturazione e con il disgusto. Egli aveva avuta
l'ambizione di trovare una personale soluzione al problema
dell'esistenza; ma, a misura che approfondiva le proprie indagini, a
misura che accumulava i materiali coi quali costruire, egli si
accorgeva della loro irriducibile eterogeneità. Dapertutto vedeva
contrasti ed antinomie; a ben guardarci, non si scopriva forse che
tutto aveva un lato di vero, ma che tutto aveva ancora un lato di
falso? A che cosa credere allora?... A tutto ed a niente... In questa
conclusione d'un pirronismo progredito e sapiente, pessimistica
malgrado l'apparente facilità di contentatura che essa suppone, egli
si era finalmente ridotto. L'incapacità di rispondere ai problemi che
egli s'era proposto: ecco l'unica risposta che era riuscito a
trovare...
Fu verso quel tempo che io lo conobbi. Scrivevo allora, qualche volta,
in una rassegna letteraria messa su da giovani con grandi speranze e
poi miseramente scomparsa. Un giorno mi capitò fra mano un saggio,
senza nome di autore, intitolato _Filosofia del subbiettivo_. Lo
sfogliai, non lo nascondo, con un sentimento ostile; ma dovetti tosto
ricredermi. Le idee non erano molto connesse, la forma riusciva penosa
a furia di tormentature e di contorsioni, la lingua era zeppa di
neologismi e di frasi tolte di peso dal tedesco; ma dietro tutto ciò
si sentiva il pensiero e l'erudizione. In breve, l'idea dell'autore
era questa: l'unico campo del nostro studio, l'unico oggetto che noi
abbiamo a nostra portata, siamo noi stessi; il mondo non è che un
miraggio della nostra coscienza: non corriamo dunque dietro
all'illusione, afferriamoci alla realtà, penetriamo nei recessi più
intimi dell'_io_ e seguiamovi l'elaborazione di tutti i concetti a
cui, prestando dapprima una autonomia puramente formale, crediamo più
tardi come a realità esteriori e indipendenti.
Scrissi un articolo su quel saggio, non discutendo le idee
dell'autore, ma riesponendole in poche parole e dimostrando tutta la
simpatia che quello spirito così serio m'aveva destata. Qualche giorno
dopo, ricevetti la visita di Ermanno Raeli. Me ne ricordo come se
fosse ieri. Mi trovavo all'ufficio della rassegna, in un chiaro
pomeriggio di settembre, e quando Ermanno comparve sull'uscio dove si
proiettava la luce irrompente dall'aperta finestra, non vidi che i
suoi occhi, quegli occhi intensamente turchini, un vero spiraglio di
cielo purissimo. Egli veniva a ringraziarmi dell'attenzione accordata
al suo opuscolo e della simpatia colla quale avevo penetrato i suoi
intendimenti, mentre sarebbe stato molto più facile--soggiunse--e
molto più tentatore il combatterli.
Un'istintiva affinità, uno di quegl'impulsi di cui non riesciamo a
darci ragione, ma a cui non possiamo sottrarci, mi portava verso di
lui. Gli ripetei quanto pensavo del suo lavoro, e a poco a poco la
conversazione si annodò. La sua voce era un po' monotona, l'accento
quasi cupo, ma in fondo a quell'apparente freddezza s'indovinava una
grande sincerità, una confidenza assoluta. Uscimmo insieme e non
ricordo più quali vie tenemmo. La folla era scomparsa ai nostri occhi,
ingolfati come eravamo in piena metafisica, lontani da ogni realtà che
non fosse ideale, felici di comprenderci interamente ed ansiosi di
leggere sempre più addentro in noi stessi.
Come il sole declinava, ci trovammo al Giardino Inglese, a quell'ora
quasi deserto. Sedemmo sopra un banco assaporando la dolcezza del
riposo, dell'ombra, del silenzio, in quel luogo... Poi si riprese a
discorrere, ma a salti, con delle pause in cui ciascuno seguiva per
suo conto un filo di idee svolgentesi da una parola buttata lì, spesso
a caso. Gli parlai di letteratura e gli chiesi se non avesse nulla
composto. Mi risposo di no. Non stimava degna d'aspirazione che la
poesia, «la grande arte,» ma lo spirito di critica gli dimostrava
ch'essa era morta, o per lo meno spostata; gl'impediva di tentare di
conseguirla. Ciò nondimeno, ammirava i poeti francesi contemporanei,
nei quali trovava una squisita finitezza di forma e un'assoluta
modernità di contenuto. Preferiva a tutti il Baudelaire, del quale
sapeva a memoria moltissimi componimenti, e con voce leggermente
tremante e curiosamente cadenzata, recitò le _Armonie della Sera_:
Voici venir les temps où vibrant sur sa tige
Chaque fleur s'évapore ainsi qu'un encensoir...
Quel richiamo alla primavera mentre la brezza vespertina faceva
rabbrividire il fogliame dei platani che incominciava ad incresparsi
d'oro, quella precoce tristezza d'accento in un giovane che
s'affacciava appena alla vita, formavano dei contrasti così intimi e
dolorosi che io sentii, mio malgrado, stringermi il cuore. «Ci
rivedremo?» gli chiesi, quando fummo per separarci. «Al mio ritorno,»
rispose; «parto domani per Napoli.»
Qualche tempo dopo egli mi confessò che quella partenza era stata un
pretesto per evitarmi. L'impressione lasciatagli da quella comunione
spirituale era stata così forte, il piacere risentito così raro e
delicato, che egli aveva avuto paura di sciuparne il ricordo nella
indifferenza o nell'impaccio di un nuovo incontro. Se per un raffinato
istinto di civetteria egli avesse voluto rafforzare la seduzione
esercitata sul mio spirito, nessun artifizio gli sarebbe meglio
riuscito. Pensai a lui, continuamente; ricordando certi segni
caratteristici, ero sicuro di essermi imbattuto in un tipo
eccezionale, la cui eccezionalità consisteva nello incontro molto raro
di certe tendenze isolatamente frequenti--per ciò stesso interessante
a studiare. Fu quindi con raddoppiata simpatia che io lo rividi e che
potei controllare l'esattezza delle mie induzioni. A poco a poco,
riuscii a conquistare la sua intimità, a leggere in quell'anima ed a
comprendere il suo modo d'essere e di sentire.
Ciò che egli aveva detto, sulle intenzioni poetiche di cui si sentiva
pieno e sulla inattitudine all'esecuzione, aveva particolarmente
attirata la mia attenzione; quando lo ebbi conosciuto, potei studiare
a fondo quel caso curioso d'impotenza artistica. La visione era in lui
di una potenza straordinaria, l'emozione che ne risentiva finiva per
essere puerile a furia d'intensità; soltanto, quando tentava di
rivestir d'una forma il suo concetto, egli sentiva talmente
l'inevitabile disproporzione, da provarne una vera vergogna. Tutti gli
artisti, i più forti, i più felici, conoscono questo pentimento di
sfiducia dinanzi all'inconseguibile perfezione dell'ideale presente
alla fantasia; avrebbe quindi potuto darsi che lo scontento di Ermanno
dipendesse da una eccessiva scrupolosità di coscienza. Ma per grande
che fosse la mia disposizione ad incoraggiarlo, fui costretto a
riconoscere ch'egli aveva ragione di dubitare di sè.
Ricordo uno dei suoi poemetti più accarezzati: _Le Tenebre_. Esso era
d'un'ispirazione molto fuor del comune. Al cadere d'un giorno,
l'orizzonte appariva tutto sanguinoso, come se il sole fosse per
morire svenato. Il mare era una pozza grumosa ed una pioggia di stille
rossiccie fendeva il cielo silenziosamente. Poi la notte cadeva sulla
faccia dell'abisso: una notte cieca, così profonda che l'orrore si
impadroniva degli uomini e li cacciava, a turbe, sulle alture, dove
aspettavano il primo raggio del nuovo giorno. Ma il tempo prefisso
passava, e, in alto, in basso, da per tutto la spaventevole oscurità
continuava a regnare. Gli uomini tentavano di vincerla, intorno alle
loro dimore, con tutti i loro poveri mezzi; ma, questi non avevano più
efficacia, le fiamme non irraggiavano più, erano delle macchie
rossastre sul nero universale. Allora, quella disperata umanità
formicolante nella notte senza fine, si rivelava quella che era
originalmente: un branco animalesco cui l'istinto solo era norma;
tutte le ipocrisie, tutte le menzogne cadevano; gli esseri si
combattevano, si dilaniavano, si uccidevano: per ogni dove la forza
bruta, la fame sorda, la rapina selvaggia.... E come, dopo un tempo
immemorabile, un primo fioco barlume spuntava all'Oriente, tutti
quegli esseri si buttavano a faccia a terra, e con le cresciute unghie
si mettevano a scavare disperatamente, per nascondersi, per fuggire
l'orribile luce... Questa visione apocalittica che dava i brividi a
Ermanno, diventava, nelle sue terzine italiane, troppo scialba, troppo
fredda, troppo paziente. Più egli vi lavorava, più il fantasma gli
sfuggiva. Così, un altro componimento, molto più breve, _La scatola di
Norimberga_, gli era stato suggerito dalla vista delle campagne etnee
durante un'eruzione. Era un fanciullo che, cavando dalla sua scatola
degli alberelli, delle casuccie verdi, delle siepi di cartone, una
montagna di sughero, componeva un paesaggio accidentato, con dei
piani, delle valli, dei paesetti. Poi, quando quella sua graziosissima
natura era composta, vi nascondeva, qua e là, delle bricciche di pane,
e la popolava di formiche che salivano e scendevano faticosamente in
traccia del raro alimento. Poi, accendeva uno zolfanello e appiccava
il fuoco a un lembo della carta; e il fuoco serpeggiava incenerendo
gli alberi, investendo le case, mettendo lo scompiglio nel popolo
dello formiche come impazzate. Poi finalmente dava un calcio al tavolo
su cui il suo giuoco era disposto e mandava tutto per aria. Vi erano
delle reminiscenze heiniane, un tentativo di umorismo in questi versi
tedeschi; essi irritavano l'autore per la loro povertà. Egli avrebbe
voluto fare dei capolavori; ma se anche ne avesse fatti, li avrebbe
dichiarati delle miserie.
Dietro un olivo Venere la bionda
Sul berillo del ciel languida splende,
Piove dall'alto una pace profonda,
Il carbonar la sua catasta incende.
Piove dall'alto una pace profonda,
Un vel trapunto sul cielo si stende;
Della cicala tra l'oscura fronda
Solo il verso monotono s'intende.
Tra un nugolo di polvere la greggia
Si riduce all'ovile, i mandriani
Scagliano sassi a un branco che indietreggia;
Scodinzolando vigilano i cani
E nel clamore dei belati echeggia
Come un accento di lamenti umani.
Qualche volta, come in questa _Sera_, egli raggiungeva una certa
efficacia di forma; ma era un disgusto che lo prendeva per il meschino
risultato di tanta energia, di tanta commozione interiore...
Heine, gioconda larva innanzi a un teschio ròso,
Leopardi, eco triste, gemito lungo e stanco,
Baudelaire, erta sfinge con le catene al fianco,
Shelley, lampeggiamento sopra un mar tempestoso;
Quando, oppressa dal peso di mille ambascie, langue
L'anima e vi domanda un istante di pace,
È la vostra parola come morsa tenace
Che soffoca, che stringe fino al gocciar del sangue.
Quando mille punture sottili, dispietate,
Fan l'anima bersaglio, invece d'un usbergo
Son lancie i vostri detti, che dinanzi, da tergo,
Si conficcano ovunque, fitte ed avvelenate.
Quando l'esulcerata anima vi domanda
Una stilla soltanto d'un balsamo leniente,
Son le vostre parole pioggia d'olio bollente
Che stride, ed esacerba la piaga miseranda.
Sa tutto questo l'animo. Anch'esso il naufragato
Esperta ha l'amarezza delle azzurre distese,
Pure alla colma mano reca le labbra accese.
Così bevo io l'onda del canto disperato.
I soggetti dei versi di Ermanno Raeli, raccolti sotto il titolo
generale di _Flemme e Fiamme_, erano molti e svariati; ma, cosa
naturalmente notevole in un giovane, la passione ne era esclusa. E
malgrado la nostra cresciuta amicizia, egli non mi aveva fatta nessuna
confessione sentimentale. Questo avrebbe potuto spiegarsi col fatto
che, nella sua vita ancor breve e semplicemente trascorsa, egli non
aveva provato nulla che valesse la pena di essermi confessato--ma
Ermanno evitava manifestamente ogni discorso che avesse rapporto a
quel tema dell'amore anche in un modo generale ed astratto. Io
rispettavo la sua riserva, ma non sapevo rendermene ragione. Quando,
sulle prime, non ancora fatto accorto della sua ripugnanza, sceglievo
quell'argomento, egli lasciava cadere la conversazione, divagava, mi
sfuggiva; però, dietro quell'apparente indifferenza, io credevo
sentire ch'egli avesse qualche cosa da dire. Che cosa?... Cercai per
molto tempo, inutilmente, di appurarlo. In nessuna occasione riuscii;
nè nella discussione delle opere dell'arte, che sono così sovente
l'apoteosi dell'amore; nè negli incontri, in società, delle persone i
cui romanzi erano sulle bocche di tutti. Compresi più tardi che una
invincibile ritrosia, e come un vero ed istintivo pudore impediva ad
Ermanno perfino di parlare delle cose del sesso. Tutta la sua vita era
improntata d'un carattere di austerità: non sorpresi mai sulla sua
bocca una parola cruda, non vidi mai nella sua libreria un libro
frivolo; non lo trovai mai a teatro, al melodramma o alla commedia,
dove la rappresentazione del sentimento è così immediata da acquistare
tutta l'illusione della realtà.
Da che altro rifuggiva egli per indole se non dalla Realtà?...